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domenica 10 maggio 2015

IL PARCO DELLA GOLA DEL TINAZZO

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Il Parco della Gola del Tinazzo è un'area naturale protetta situata nel territorio dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, nel comune di Castro (Lombardia). Il parco prende il nome dalla presenza della forra fossile del Tinazzo, nome con cui viene chiamato il torrente Borlezza nel suo ultimo tratto prima di sfociare nel Lago d'Iseo. Il parco fa parte di Retenatura, il sistema delle aree protette di Legambiente.

Nel percorso che dalla pianura lombarda porta alla Val Camonica lungo la Val Cavallina, il corso terminale del fiume Borlezza e la sua forra (il Tinazzo) costituiscono un forte ostacolo naturale, un vero taglio nel territorio. Le pareti della forra però, poco dopo il suo inizio, si toccano fino a costituire un ponte naturale chiamato nei documenti antichi pons - terraneus o Ponteragno (da cui il nome di poltragno dato alla località).

Su questo stretto passaggio naturale, oggi ridotto a modesto tratturo, passava l’antica via vallis, che nell’antichità costituiva uno dei più importanti transiti per i paese di area germanica attraverso il passo del Tonale. Su questo ponte passarono numerosi eserciti, tra cui quelli di parecchi imperatori diretti all’incoronazione papale o alle guerre di mantenimento del loro dominio.

Sicuramente transitarono: Federico Barbarossa nel 1166, Ludovico il Bavaro nel 1327, Carlo IV nel 1355, Massimiliano d’Asburgo nel 1516.

A sud del ponte naturale, la profonda forra del Tinazzo ed a nord il letto paludoso e le ripide rive del Borlezza impedivano l’attraversamento del corso d’acqua, per cui l’angusto passaggio poteva essere bloccato con grande facilità.

L’alternativa di transito poteva essere, verso sud, la risalita al colle di S. Lorenzo e poi la ridiscesa verso il largo estuario dove il fiume poteva facilmente essere guadato, oppure verso nord, la risalita fino a Sovere per cercare di attraversarlo dove le rive erano meno ripide e il fondo meno paludoso.

Su questo vallo naturale il controllo militare romano si arroccò per quasi un secolo, presidiando il passaggio e creando una linea difensiva che impedisse alle bellicose popolazioni camune di uscire dalla loro valle per compiere scorrerie verso la pianura.

Le fortificazioni medioevali del colle di S. Lorenzo a Castro e della Madonna della torre a Sovere, sorsero probabilmente su due originari fortilizi romani che avevano il compito di sorvegliare ed impedire l’aggiramento della forra.

Solo sotto Augusto, i Romani decisero di soggiogare definitivamente le valli alpine e nel 15 a.c. la val Camonica fu sottomessa.

La forra non perse comunque la sua funzione di forte elemento di delimitazione territoriale e in epoca imperiale romana fu il confine tra la tribù Voturia e la Quirina; divise poi i ducati Longobardi ed infine le contee vescovili di Bergamo e Brescia, per cui ancora oggi è confine tra le due diocesi, oltre che tra i comuni di Lovere e Castro.

Alla presenza di questa antica delimitazione territoriale devono la loro nascita nell’XI secolo: il porto fortificato di Castro e la cosi detta strada della “Corna”, scavata con grande impegno tecnico nella roccia sulla sommità della forra e munita di opere di difesa. La funzione del paese e della strada era strategicamente molto importante; dovevano permettere di collegare via lago senza mai sconfinare nel territorio “bresciano” di Lovere, le valli bergamasche che erano importanti produttrici di ferro, ma dipendevano dalla pianura e dalla città per il vettovagliamento.

L’acqua del Tinazzo forniva anche l’energia necessaria per lavorare il ferro delle valli e sul suo corso, sia a monte che a valle della forra, sorsero mulini e fucine. Ma la forra rappresentò nei secoli anche una permanente minaccia di devastazione. Nel caso di forti nubifragi, l’acqua trascinava grandi quantità di detriti vegetali che impuntandosi nello stretto ingresso della forra, creavano una diga di tronchi che alzava anche di una decina di metri il livello del retrostante torrente, Quando la diga cedeva, l’effetto era devastante: un  uro d’acqua entrava con un assordante rombo nella forra e si scaricava a lago, lambendo il paese di Castro. Una delle più disastrose alluvioni fu sicuramente quella avvenuta poco prima del 1535, anno in cui erano ancora descritti i lavori in corso per la riparazione dei gravi danni subiti dal paese. A questa distruzione faceva probabilmente riferimento il letterato bergamasco Achille Mozzi, che nel 1590 scriveva “Vicus Oliveri Castri Memorabilis olim, Corruit, immensae turbine raptus aquae” (il villaggio di Castro, ricco di ulivi ed un tempo degno di memoria, rovinò travolto da un immenso vortice d’acqua).

Ma quella citata dal Mozzi potrebbe anche essere un’altra alluvione avvenuta poco prima del 1590, poiché con un tempo di ritorno di circa mezzo secolo, altre alluvioni sono ricordate nel 1692, nel 1737, nel 1784, nel 1820, nel 1882, nel 1905.

Probabilmente dopo l’alluvione di fine ‘500 fu costruito il possente muro d’argine verso Castro, già rilevato nelle carte del 1626 ed ancora oggi visibile. L’alluvione del 1784 danneggiò gravemente il primo esempio di trasformazione in senso industriale dell’economia, che da secoli sfruttava artigianalmente l’acqua della forra. Venne infatti raso al suolo il forno fusorio che Ludovico Capoferri di Castro (1752 – 1830) aveva costruito all’uscita della forra.

Di fronte al forno del Capoferri, in territorio loverese, più protetto dalle alluvioni, sorgevano già gli antichi mulini della misericordia, su cui venne impiantata una fabbrica di falci ricordata a partire dal 1742 e statalizzata in epoca napoleonica.

Partendo da queste basi, Giovanni Andrea Gregorini di Vezza d’Oglio (1819 – 1878) costruì sulle medesime aree nel 1855 il primo nucleo dell’attuale stabilimento siderurgico. Nel 1810 fu appaltata dal governo napoleonico la strada Poltragno – Lovere, che coprendo parte della forra del Tinazzo, doveva collegarsi con la strada rivierasca appena completata. Il motivo dei lavori era indubbiamente collegato ad esigenze militari, essendo di massima importanza nel corso delle guerre napoleoniche il facile collegamento tra la pianura lombarda ed i confini del Tirolo.La guerra che riprese proprio nel 1810, costrinse però ad interrompere i lavori, che solo nel 1816 vennero ripresi dal nuovo governo austriaco e terminati con l’ardita costruzione del ponte sul Tinazzo. L’opera ciclopica per quei tempi, destò enorme stupore tra la popolazione. Don Alessio Amighetti nell’opuscolo “La gola del Tinazzo” edito nel 1897 dice che “la gola in chiunque la visita per la prima volta non può non lasciare un’impressione incancellabile di orridezza, di raccapriccio e di ardimento per quegli ingegneri, che verso l’anno 1816 si peritarono di coprire quel baratro spaventoso con una strada”.

L’impatto di questo lavoro sull’urbanistica Loverese fu enorme; il principale asse viario cittadino, quello che da secoli attraversava il centro storico, fu abbandonato e la piazza del Porto divenne il centro del paese.

Con i lavori la forra perse buona parte del suo cielo aperto, ma ben peggiore sarebbe stata la devastazione del secolo successivo.

Infatti i successori di Giovanni Andrea Gregorini, desiderando ampliare l’area industriale e porre gli impianti al sicuro dalle distruzioni, ottenne nel 1915 l’autorizzazione a deviare il corso del Borlezza, costruendo una diga nella forra del Tinazzo e scavando un canale artificiale che sfocia a lago poco prima del Bogn di Castro. Questa diga divise in due la forra, mantenendone attiva una parte e rendendo “fossile”, ma facilmente visitabile l’altra.

Un portale con due pesanti porte in legno permette l’accesso al sentiero verso la gola del Tinazzo; attraversato il piccolo bosco, grazie al comodo sentiero, si giunge ad una parete rocciosa che sembra chiudere la via. In realtà avvicinandosi si scorge un’altissima fessura nella roccia. Da qui nel corso dei millenni sono passati centinaia di milioni di metri cubi di sabbia e roccia trascinati fino al lago d’Iseo dalla forza impetuosa del torrente Borlezza.

L’imponente quantità di detriti ha formato la penisola su cui sorge il grande insediamento industriale della Lucchini RS. Due enormi pareti alte più di 40 metri fanno da ali all’ingresso della gola che è visitabile in sicurezza per oltre cento metri per una larghezza variabile da 1 fino a 4 metri.Un percorso in un territorio che dorme su millenni di battaglie infinite tra le forze dell’acqua e della roccia, modellato da glaciazioni ancestrali ed eroso dallo scorrere impetuoso del torrente Borlezza.

Le acque del Tinazzo partono da lontano, dalle parti della Presolana,e dopo una rincorsa di 25 chilometri finiscono nel Sebino a Castro. Sono necessarie tuttavia un paio di precisazioni. La prima è che il luogo geografico d’origine, non è propriamente la Presolana, che per i bergamaschi è un riferimento nobilitante, ma un impluvio che inizia a Colle Vareno e che, dirigendosi verso occidente, prende inizialmente il nome di “Valle Pora” intagliando un canyon – denominato Stringiù del Pura – che in qualche modo anticipa la più spettacolare forra del Tinazzo. La seconda è la singolarità che un corso d’acqua, tutto sommato abbastanza breve, prenda ben sei differenti nomi lungo la sua discesa verso il lago. Valle di Pora, Valle di Tede, Torrente Gera, Torrente Valeggia, Torrente Borlezza che è il tratto di maggior lunghezza e, da ultimo, Tinazzo.

Sul bacino idrografico del torrente Borlezza, ampio quasi 150 chilometri quadrati, cadono in un anno a seconda dei settori dai 1200 ai 1700 mm di pioggia che in parte evapora, in parte sparisce nei percorsi sotterranei offerti dalla natura calcarea dei nostri rilievi ed il resto scorre verso il Sebino passando attraverso l’angusta strettoia del Tinazzo in località Poltragno.

Abituati ad osservare le acque del Borlezza che scorrono tranquille e facilmente guadabili in tutto il suo alveo, siamo portati a credere che da tempo immemorabile il torrente abbia continuato a scavare il suo letto pressappoco col ritmo lento e progressivo che vediamo. Qualche volta si gonfia da far paura, ma poi ridiventa il tranquillo torrente di sempre, disposto, fin dal secolo scorso, anche ad offrire le sue acque a numerose captazioni per scopi idroelettrici. E’ la geologia che ci consente di guardare oltre l’evidenza attuale, non tanto verso il futuro, sebbene in quella direzione possa fornire qualche spunto all’immaginazione, ma verso il passato, interpretando i numerosi indizi che per chi sa leggere nel libro delle rocce e delle forme del territorio, possono introdurci in scenari remoti che una progressiva evoluzione fìsica e biologica hanno trasformato nel paesaggio della nostra quotidianità. Per forma mentis il geologo è portato a fissare, come punto di partenza di ogni considerazione, la fase formativa, nel  caso nostro “marina “ delle rocce, avvenuta attorno a 200 milioni di anni or sono, seguita dalla fase de formativa rappresentata dagli sconvolgimenti orogenetici (più semplicemente, responsabili delle formazione delle nostre montagne) che in 100 milioni di anni, tra la fine dell’Era Secondaria e l’era Terziaria, con quelle rocce hanno definito l’edificio alpino.

Ci accontentiamo di questi scarni accenni perché addentrarci in scenari dove l’arco alpino era ancora in formazione, espone al rischio di perdere di vista l’andamento stesso della val Borlezza, forse nemmeno delineato come lo stiamo osservando ora.

Risaliamo di molto nella scala del tempo geologico, posizioniamoci sul finire dell’ Era Terziaria e fermiamoci al fotogramma datato “Mioce”, circa 5 milioni di anni or sono. Ci sono pareri e studi in corso, ma è probabile che anche allora le acque raccolte nel bacino del Borlezza, attraverso il Tinazzo, confluissero veloci nell’Oglio. Questo scorreva in un alveo profondo alcune centinaia di metri rispetto al letto attuale tanto che, con un po di immaginazione, avremmo potuto vedere i luoghi dove sarebbero sorte Lovere e Castro a mezza costa sulle pendici del Monte Cala e del monte Clemo, pressappoco come è adesso il comune di Bossico rispetto all’abitato di Sovere.

Il Sebino a quel tempo non c’era ancora, al suo posto esisteva una vallata prealpina incassata tra le nostre montagne che, viste dal letto del fiume dovevano apparire più elevate. Il Tinazzo tributava le sue acque a questa valle attraversando a Poltragno un burrone simile a qullo attuale, ma più ampio,del quale dovrebbero  rimanere traccia a notevole profondità rispetto al letto attuale. Il Fenomeno, transitorio, che ha determinato la vivacità erosiva dei fiumi alpini e tra questi l’Oglio e il Borlezza col conseguente approfondimento del loro alveo, è stato provocato sul finire del “Miocene” dal pauroso abbassamento per centinaia di metri delle acque del Mediterraneo, non più alimentate dagli apporti idrici dell’Atlantico. Con la riapertura dello stretto di Gibilterra, le acque marine sono tornate al loro livello originario, giungendo nel “Pliocene” a bagnare il piede della catena alpina e addentrandosi tra le nostre montagne. A quel tempo, dove c’è ora il Sebino, avremmo visto un lungo fiordo marino, sinuoso e profondo, che si spingeva almeno fino al Monticolo di Darfo. Questa nuova situazione, determinata  dall’innalzamento delle acque, ha invertito la modalità d’azione dei nostri corsi d’acqua che da “erosivi” delle rocce del letto si è tramutata in”deposizionale” colmando le depressioni e alzando progressivamente la quota degli alvei. Se potessimo raggiungere con una trivellazione i sedimenti profondi del lago d’Iseo, certamente  incontreremmo remoti sedimenti alluvionali sovrapposti ed ancora più antichi depositi marini pliocenici.

Quando 2 milioni di anni fa hanno cominciato a calcare il suolo del Pianeta i nostri progenitori, evento tanto importante da denominare l’Era Quaternaria anche come”Antropozoico”, il clima ha avuto drammatiche oscillazioni che a livello anche planetario si sono concretizzate in lunghi periodi di gelo (le fasi glaciali), intervallati con altrettanto lunghi periodi di aridità di calura (le fasi interglaciali). L’ultimo grande freddo è cessato “solamente”  10 – 12 mila anni or sono, per la verità un’inezia nella scala del “tempo geologico”, inaugurando una più contenuta capricciosità dei nostri climi senza però cadere negli eccessi che hanno dovuto sopportare i nostri progenitori.

Alimentato dalle acque di fusione durante le “fasi glaciali” e dalle precipitazioni negli “interglaciali”, il Tinazzo continuava a scorrere verso il lago facendosi strada attraverso una nuova soglia rocciosa, quella che ora vediamo profondamente incisa, ricreatasi durante il Quaternario in sostituzione della precedente per cementificazione di detriti franati dai rilievi vicini e mescolati a ciottoli, ghiaie e sabbie di sbarramento glaciale. Tra Pianico e Sovere, a motivo di questo nuovo sbarramento tutto da incidere, ha potuto formarsi attorno a 800 mila anni or sono, un lungo e profondo bacino lacustre dalla vita effimera e di enorme interesse paleontologico per i resti vegetali rinvenuti nei suoi sedimenti annuali (le varve) e per il ritrovamento di uno scheletro completo di cervo, rilevatosi appartenente ad una specie ora estinta.

L’ininterrotto lavorio delle acque del Tinazzo ha progressivamente intagliato tale soglia rocciosa facendole assumerla tortuosità della forma attuale, con pareti irregolari ora aggettanti, ora rientranti che portano il segno di un millenario scorrere di acque fragorosamente in caduta.

Oltre la gola, cessavano i gorghi e gli impetuosi rimbalzi della corrente tra le pareti e la ritrovata calma favoriva il deposito di sedimenti alluvionali sul delta del Borlezza, sempre più proteso verso il lago. A giudicare dalle dimensioni del delta, occupato adesso quasi per intero dallo stabilimento siderurgico, è facile constatare l’enorme quantità di detriti che l’acqua ha trasportato attraverso la gola del Tinazzo modellandone forma e, più a monte, inducendo il Borlezza a incidere il suo letto nell’enorme pila di sedimenti dell’antico lago di Pianico – Sellere. Ora sebbene i fenomeni geologici continuino la loro incessante azione, è la geografia del luogo a suscitare interesse, come la deviazione del corso del Tinazzo portato con una galleria artificiale a sfociare nelle vicinanze dell’Orrido di Castro. In conseguenza di ciò il tratto finale della forra è diventato silenzioso e asciutto e la forra stessa è diventata “fossile” e così il Delta originario non più alimentato da detriti. La perdita della suggestiva visione di acque correnti in uscita dalla forra è però, in parte, bilanciata dalla possibilità di effettuare in ogni momento la visita a questo monumento naturale e di aver scongiurato il rischio di rovinose esondazioni che per secoli hanno funestato il paese di Castro.

L'accesso alla gola è caratterizzato dal bosco di forra, ambiente particolarmente umido ed ombroso dominato dal Carpino nero e con un ricco sottobosco di felci tra le quali spicca in particolar modo la bellissima Phyllitis scolopendrium. Sono inoltre presenti nel parco dei prati aridi dominati dal Forasacco e dalla Sesleria, impreziositi da orchidee selvatiche come la Platanthera bifolia, la Gymnadenia odoratissima e l’Anacamptis pyramidalis e pareti rupicole sulle quali si trovano due importanti endemismi, la campanula insubrica e la campanula della Carnia. La altre parti del parco presentano un bosco ceduo dominato da Carpino nero e Orniello, inframezzati da qualche Roverella.

Nelle zone boscate del parco è possibile trovare i più tipici rappresentanti della fauna prealpina, tra cui molti tipi di uccelli come la ghiandaia, il fagiano, rapaci e passeriformi, roditori come la lepre, il ghiro, e lo scoiattolo; i predatori sono la volpe, il tasso e la faina, mentre gli ungulati sono rappresentati dal Capriolo . Le zone a prati terrazzati, ricche di muri a secco e bene esposte a sud, sono un habitat ideale per i rettili e per molte specie di farfalle. Le particolari caratteristiche del bosco di forra favoriscono infine la presenza della Salamandra pezzata e del Gambero di fiume, specie quest'ultima di particolare interesse in quanto considerata in pericolo di estinzione dalla Lista rossa IUCN.




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sabato 9 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : ISEO

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Iseo  è un comune italiano della provincia di Brescia in Lombardia.

Importante centro turistico sulla sponda sud-orientale del lago d'Iseo, si trova una ventina di chilometri a nord del capoluogo provinciale Brescia. Il suo territorio presenta le caratteristiche di un ambiente a cavallo fra il lago e la collina, fra l'acqua e la terra, particolarmente evidenti nell'habitat della Riserva naturale Torbiere del Sebino. Rientra inoltre nella zona vitivinicola della Franciacorta.

Il territorio comunale è variegato essendo formato da zona montana, collinare, lacustre. Le frazioni sono: Bersaglio, Bosine, Ciochet, Clusane, Covelo, Cremignane, Le Valzelle, Pilzone, Zuccone, Passo dei Tre Termini.

Iseo è tra i paesi rivieraschi del lago quello il cui centro storico ha meglio conservato l’organizzazione urbana medievale che, solo parzialmente modificata nei secoli XV-XVIII, è pervenuta quasi indenne fino all’ultimo scorcio dell’Ottocento. Le origini del Paese si perdono nell’antichità: le sue sponde furono abitate fin dalla preistoria come è stato documentato dal ritrovamento archeologico di strutture dell’età del Bronzo (XIII secolo a.C.) avvenuto negli anni 1999-2000 lungo la via per Rovato, il nome sembra però derivare dal culto della dea Iside che rimanda all’epoca romana; le condizioni naturali, estremamente favorevoli, rendono senz’altro probabile l’esistenza di  un aggregato di case e terreni significativo come è attestato dal rinvenimento di pavimentazioni di una domus o villa, nella parte alta del paese, risalenti al I secolo d.C. La fortuna di Iseo nasce in epoca altomedievale quando la presenza della pieve, del porto-mercato e del castello promuovono l’abitato come centro più importante dell’area sebina. La prima citazione della presenza di un castello in Iseo è contenuta nel Polittico di Santa Giulia datato alla fine del IX inizi X secolo: infatti l’elenco delle proprietà del potente monastero bresciano, fondato da Desiderio re dei Longobardi, riporta la presenza di una corte con una vigna nel castello. E’ però a partire dai primi secoli del basso medioevo che il castello, situato su un’emergenza rocciosa al limite meridionale del centro storico, andò a costruire l’apice e il fulcro delle difese del paese medievale. Iseo fu circondato da diverse cerchie di mura: la più antica cingeva probabilmente solo la collina sulla quale sorgeva il castello e la chiesa di Santo Stefano (oggi Madonna della Neve), successivamente furono realizzati altri due ampliamenti prima di giungere all’inizio del XIV secolo quando fu costruita la cinta muraria più ampia che andava a comprendere anche l’area della pieve, un tempo esterna al centro abitato. Al paese si accedeva attraverso tre porte: le porte del Campo sulla via per Rovato, la porta delle Mirolte, rivolta verso il monte, e la porta del Porciolo sulla via per la riviera sebina e della Valle Camonica. Tra XII e XIV secolo il paese fu coinvolto nelle guerre con il Comune di Brescia e nelle dispute fra impero e papato vivendo momenti drammatici come nel caso dell’assedio e del saccheggio avvenuto il 28 Luglio 1161 da parte dell’esercito di Federico Barbarossa. Iseo conservò comunque un livello di ricchezza elevato tale da consentire la realizzazione di edifici religiosi di grande qualità (pieve di Sant’Andrea e chiesa di San Silvestro) e la diffusione di un’edilizia civile in pietra che ancora oggi si può riscontrare nelle contrade del Sombrico e del Campo. Nel contempo emersero vari esponenti della nobiltà locale tra i quali la famiglia rappresentativa e potente fu quella ghibellina dei Da Iseo/Oldofredi che, alleata con la famiglia Federici della Valle Camonica, mantenne per vari secoli un controllo politico ed economico sia del paese che di larga parte del territorio sebino e franciacortino. Nel 1454 Venezia estese in modo stabile i suoi possedimenti alle provincie bresciana e bergamasca, dominio che manterrà per circa tre secoli e mezzo. Il paese pur mantenendosi dentro le mura trecentesche rinnovò i propri edifici, soprattutto nella parte centrale dell’odierna piazza Giuseppe Garibaldi, e lentamente conquistò terreno edificabile sottraendolo al lago. Gli anni tra il 1820 ed il 1860 furono caratterizzati da una forte espansione economica: filande, opifici e concerie erano localizzati sulla sponda del lago per usufruire dell’acqua necessaria alle lavorazioni manifatturiere e per la facilità di trasporto delle merci attraverso chiatte. Altra fonte di ricchezza per Iseo furono il porto, che venne potenziato, ed il mercato che si svolgeva due volte alla settimana. Nel 1840 vennero demolite le porte medievali e, negli stessi anni, l’architetto Rodolfo Vantini realizzo il nuovo palazzo dei Grani (ora Municipio) e ristrutturò completamente l’interno della pieve di Sant’Andrea. A fine Ottocento fu costruita la linea ferroviaria Brescia-Iseo che venne collegata con il porto (l’attuale viale della Repubblica) attraverso la demolizione delle case medievali della contrada del Campo. Dal secondo dopoguerra Iseo riprese la centralità economica nell’ambito del Basso Sebino soprattutto grazie alla riscoperta della sua vocazione turistica.
 
Clusane, il cui toponimo potrebbe derivare da Clodius o da Chiusa, per la sua favorevole posizione può definirsi uno dei più antichi insediamenti a lago, con tracce di attività palafitticole, con la sicura presenza dei Romani, dei Longobardi e dei monaci di Cluny. L’ambiente naturale, dominato da paludi e canneti, costituiva un ecosistema ricchissimo di vita che permetteva alle comunità primitive, insediate ai bordi del lago fin dal paleolitico, di avere a disposizione una diversificata offerta alimentare (caccia, pesca, piccoli orti), come dimostrano le punte di freccia e i tanti reparti archeologici trovati in questa zona. Particolarmente importante fu il ritrovamento di una lapide con dedica a Giove, ora conservata al museo Maffeiano di Verona. Resti di una villa romana sono ancora visibili sul lungolago dove, sul parametro in pietra, sono riconoscibili una nicchia a pianta  semicircolare affiancata su entrambi i lati da una serie di archetti ciechi. Il vasellame rinvenuto durante scavi archeologici di emergenza hanno consentito di datare l’edificio al I-II secolo d.C.. In età longobarda, in questo tratto di lago, vi erano le riserve di pesca del Monastero di Santa Giulia di Brescia. Nel 1093 alcuni nobili di stirpe longobarda donarono al Monastero Benedettino di Cluny la cappella dedicata ai Santi Gervasio e Protasio esistente nel castello di “Clixano”. I monaci francesi si insediarono nell’antico castrum sul promontorio, dove ora si trova la “chiesa vecchia” e lì fondarono un priorato. Furono probabilmente i monaci a dare impulso alla bonifica dei terreni paludosi di questa zona e a raccogliere contadini e pescatori intorno al piccolo monastero: da quelle comunità si svilupparono poi nei secoli successivi la Vicinia ed il Comune. Il paese dunque si costituì attorno all’antico castrum che racchiudeva, oltre alla chiesa, il primo nucleo di case. Nel XIV secolo, sulla propaggine occidentale del dosso ed all’esterno del borgo fortificato, fu edificato un castello residenziale (detto del Carmagnola) mentre fuori dalle mura, a diretto contatto con il lago, vi era il piccolo porto con affacciate le abitazioni dei pescatori. Il catastico di Giovanni da Lezze (1610), segnala a Clusane il castello circondatoda mura e ponte levatoio, con bellissime case di proprietà dei nobili bresciani, Sala, Maggi, Coradelli, e due mulini in prossimità del lago. A quell’epoca e fino alla fine dell’Ottocento gli abitanti erano quasi tutti pescatori. Nel 1906 venne aperto sulla riva del lago l’opificio della filanda Pirola, che occupava quasi tutte le donne del paese. Il centro di Clusane fu Comune autonomo fino al 1927, mentre oggi è frazione di Iseo. La fisionomia del centro abitato cambiò radicalmente nei primi anni del Novecento  in seguito alla costruzione della strada principale Iseo-Paratico e l’affermarsi di nuove forme economiche che trasformarono i pescatori in ristoratori. Il cambiamento fu dovuto proprio alla capacità di cucinare il pesce di lago, in particolare la tinca. Una forte espansione urbanistica si sviluppò sia lungo la strada provinciale, sia nella parte verso la collina, dove vennero costruiti gran parte dei ristoranti. A lago rimasero evidenti i segni della lunga, importante e particolare storia legata alla pesca fatta soprattutto in acque basse, con antichi strumenti come la fiocina, l’arma più antica con cui si praticava l’attività venatoria sulla terra ferma e qui impiegata, forse per la prima volta nell’acqua: il “furù”. Altri interessanti sistemi di pesca si erano sviluppati in questo tratto di lago, come “i légner”, “le fascine”, “le pescaie”, il “rét”, oggi in disuso. A Clusane si possono ancora vedere utilizzate vari tipi di nasse come i caratteristici berta velli, tamburelli e la “parola”, una delle tre grandi monumentali pentole dove si tingevano con le bucce di castagne le reti. La zona lacustre di fronte al paese è denominata “Foppa di Clusane” e costituisce il regno della tinca, pesce di acque basse. Quando i pescatori cominciarono a cucinare, nelle prime osterie del paese la tinca al forno, ripiena di pane e servita con la polenta, fu subito un successo turistico e Clusane diventò “il paese della tinca al forno”.

Cremignane è situata su una collina distante circa 3 Km in direzione Sud-Ovest. Tale collina è un raro esempio di un antichissimo conglomerato d’origine fluviale solcato e lisciato dal ghiacciaio dell’era quaternaria. Il nome Cremignane deriva forse da Grémegn o Greben, cioè luogo molto umido o terra arida e sterile. Il toponimo lascia intuire come la zona dovesse essere boscosa e acquitrinosa, tanto da essere considerata nel Medioevo una riserva di caccia e di pesca. Nell’alto Medioevo era abitato da una piccola comunità e un documento del 790 ricorda il nome di un monaco ribelle, Ardosino, specificandone la presenza da Cremignane. Nel secolo XI i cluniacensi stabilirono qui un priorato che era sotto le dirette dipendenze del papato. Dal punto di vista ecclesiastico però dipendeva ancora dalla Pieve di Iseo, la quale vi inviava sacerdoti officianti. Con il declino del priorato, nel XII secolo, i beni della chiesa passarono alla Pieve di Iseo e poi inglobati nella proprietà della famiglia Coradelli che edificò accanto alla chiesa un castello, del quale non rimane alcuna traccia. La chiesa è anche detta San Pietro della Lama per la vicinanza delle torbiere e degli acquitrini che lambivano il paese. Inizialmente l’edificio religioso consisteva in una piccola cappella edificata, secondo padre Fulgenzio Rinaldi, autore nel 1685 dei “momenti Historiali dell’antico e nobile castello d’Iseo”, negli stessi anni della costruzione di Sant’Andrea di Iseo (inizi VI secolo). Un edificio di culto di dimensioni probabilmente più consistenti venne edificato   fra il XV e il XVI secolo. Fra il 1584 e il 1627 la chiesa assunse la funzione di cimitero per gli abitanti del borgo. L’attuale chiesa venne riedificata, come ricorda una lapide, nel 1750 su un’area della Pieve di Iseo. L’unico altare conserva una pala, datata 1729 e firmata da Antonio Paglia, raffigurante una “Madonna col bambino e San Pietro”. La chiesa venne adornata nel XIX secolo con stucchi e affreschi di Teosa  (l’”Assunta” della cupola del presbiterio) e Santo Cattaneo (“Santi Andrea Apostolo, Giovanni Battista, Francesco d’Assisi, Giacomo Apostolo” nei peducci della suddetta volta). Fu ampliata agli inizi del XX secolo e la decorazione venne continuata dal bergamasco Pietro Servalli allievo del Loverini con l’affresco “La pesca miracolosa” nella cupola della navata. La decorazione è stata completata nel 1945 da Pietro Muzio Compagnoni e figlio. La consacrazione dell’edificio è avvenuta nel 1963.

Pilzone si trova a Sud-Ovest del torrente Vaglio ed è sovrastato a tramontana dal monte Punta dell’Orto. E’ frazione di Iseo e parrocchia autonoma ma originariamente apparteneva al pago e alla Pieve di Iseo. Già Comune nel 1280, nel XIV secolo venne investito di proprietà vescovili. Forse era una delle corti della famiglia Oldofredi, che a lungo mantenne il proprio potere su Iseo. In seguito Pilzone divenne feudo dei nobili Fenaroli qui possidenti di terreni e di una bella casa del XVII secolo, costruita in stile veneto, con portale in conci a bugnato in pietra di Sarnico e, nell’ala nobile, una torretta con bellissima gronda modanata. Oltre ai Fenaroli si distinsero nel XVII secolo le famiglie Borrelli e Buffoli. Dal punto di vista amministrativo appartenne alla quadra di Iseo e rimase Comune autonomo fino al 1928. Il centro storico è abbastanza compatto con vicoli che salgono lungo il versante; la maggior parte degli edifici è di tipo rurale, ma vi sono anche case che denotano un certo tenore di vita con aperture munite di cornici in pietra di Sarnico. Sul limite settentrionale del paese vi è la chiesa di San Tommaso di fondazione romanica; è documentata a partire dal XV secolo e restaurata più volte dal XVII secolo in poi. Dalla piazzetta di San Tommaso inizia il percorso della via Valeriana che, attraverso la riviera del Sebino e del Passo della Croce di Zone, conduce a Pisogne e alla Valle Camonica. Quando la chiesetta di San Tommaso si rivelò insufficiente a contenere la popolazione, la parrocchia fu spostata in basso lungo la strada del lago dove già esisteva una chiesa intitolata a San Pietro, di probabile fondazione cluniacense. La nuova parrocchiale venne restaurata più volte a partire dal XVI secolo, l’attuale intitolazione è alla Madonna Assunta ed ai Santi Pietro e Paolo. Nella parte più elevata del paese parte anche un sentiero che, attraverso una ripida valletta, conduce ad un pianoro dove sorge all’interno di un complesso rustico la chiesetta di San Fermo (secolo XVII). Caratteristica è la torre campanaria che, isolata dagli edifici e sul ciglio della parte rocciosa, risulta visibile da buona parte del lago. Di fronte al paese verso il lago si erge il Montecolo; un documento del X secolo cita una rocca che sorgeva sul colle, in località Pilzone, venduta dal vescovo di Cremona al figlio del conte Teutaldo, già proprietario del versante settentrionale della collina. Sul pendio su-occidentale della stessa si trovano delle cave per calce di pietra idraulica della “Calce di Palazzolo” intensamente sfruttate dal XIX secolo ma oggi non più in funzione. All’altezza di Covelo, a metà strada fra Iseo e Pilzone, sorge la piccolissima penisola di Montecolino scelta l’’inizio del XX secolo come base per una scuola di idroviazione attiva per tutta la 1ma Guerra Mondiale. Chiusa alla fine del 1918 venne riaperta nel 1930 come base di prova dell’idrovolante Caproni 97; la Caproni vi tenne uno stabilimento per la fabbricazione di idrovolanti fino al 1943 e usò il bacino antistante per le prove di immersione dei “mini-sommergibili” e per l’addestramento degli equipaggi. I piccoli natanti, riconvertiti in mezzi d’assalto, facevano parte di un progetto per attaccare New York e il porto di Freetown in Sierra Leone, sede di un acquartieramento della Flotta Inglese, progetto sfumato con l’Armistizio del 1943. I sommergibili rimasero a Montecolino fino alla fine della guerra e nella fabbrica trovò posto l’Officina Meccanica di Precisione della Decima MAS. Lungo la strada del lago si incontrano anche due edifici significativi: il primo è costituito dall’ex-casa Negrinelli (XIX secolo) dove sventolò nel 1848 la prima bandiera tricolore della rivolta risorgimentale, la seconda è costituita dal complesso in stile Liberty adibito ad albergo “Araba Fenice” che ospitò nel 1944 l’illustre statista inglese Winston Churchill.

Iseo è una piccola cittadina che si sviluppa attorno ad un vecchio borgo medioevale. Il centro del paese è Piazza Garibaldi, la cui statua si erge al centro, appoggiata sulla sommità di una base in tufo ricoperta di muschio.
Si tratta del primo monumento italiano (1883) dedicato all’”eroe dei due mondi” senza cavallo, opera dello scultore P.Bordini di Verona. Sulla piazza si affaccia anche l’austero palazzo comunale con l’orologio, progettato dall’architetto R.Vantini e portato a termine nel 1833.
L’edificio a sud, con un portico ad archi, mostra alcuni affreschi e dettagli che ne ricordano l’origine medievale. Contigua è anche piazza dello Statuto, alla cui destra, poco distante, si scorge l’Arsenale.

Il palazzo detto delle Milizie o dell’Arsenale fu inizialmente magazzino e poi residenza della famiglia degli Oldofredi. Divenuto proprietà comunale nel 1619, fu adibito a carcere mandamentale  da inizio Ottocento fino al 1980, anno in cui vennero restaurati l’antica loggia ed il porticato quattrocentesco.
Al piano terra il palazzo ospita mostre e rassegne culturali  curate dal “Centro Culturale l’Arsenale”.

Ritornando in piazza Garibaldi, a nord si imbocca via Mirolte, alla cui sinistra si trova subito la chiesetta di S.Maria del Mercato (sec. XIV), inizialmente cappella privata degli Oldofredi.
Il restauro avvenuto nel 1979 ha portato alla luce gli affreschi quattrocenteschi, in parte coperti nel 1700 da una Via Crucis del pittore iseano Voltolini.

Proseguendo lungo via Mirolte, sulla destra si scorgere il castello di Iseo. Della struttura originaria, costruita precedentemente al 1161, rimangono le grosse mura in conci di pietra e le quattro torri.
Il castello disponeva di mura di recinzione esterne, ma dopo alterne vicende di proprietà, distruzioni e ricostruzioni, nel 1585 fu adibito a convento dei cappuccini e così rimase fino al 1797.

Ritornando verso la piazza, a sinistra si incontra via Rampa dei Cappuccini, percorrendo la quale si incrocia la lunga salita a gradini che porta all’ingresso del castello, un tempo protetto da un ponte levatoio.
Al centro del cortile è situato un pozzo, mentre affreschi seicenteschi si possono ammirare sulle pareti circostanti. Alcune sale del castello sono oggi adibite a biblioteca comunale.

Da quest’area si raggiunge poi il santuario di S.Maria della Neve, continuando in salita lungo via Rampa dei Cappuccini. La chiesa sorge nel luogo occupato anticamente da una santella, nella quale durante la pestilenza del 1630 gli abitanti del rione veneravano l’affresco della Madonna, recitando il rosario e cantando litanie.
Nella chiesa si possono ammirare tre altari di marmo e parecchie reliquie, oltre ovviamente all’immagine della Madonna custodita in una teca sopra l’altare maggiore.

Ritornando in via Mirolte si giunge fino all’incrocio con via della Pieve, percorrendo la quale si arriva alla Pieve di S.Andrea. La tradizione vuole che a porre la prima pietra della chiesa sia stato il vescovo di Brescia, S.Vigilio (patrono di Iseo), che qui si rifugiò nel VI sec. per sfuggire ai Barbari.

 La Pieve di Sant'Andrea fu fondata nel V secolo ma rifatta in epoche successive. Si dice che venne fondata dal vescovo San Vigilio in persona, sui resti di un antico tempio pagano. La leggenda è avvalorata dal ritrovamento di alcuni resti romani durante alcuni lavori intorno alla chiesa, tra cui una statuetta di pietra raffigurante Ercole. L'aspetto attuale si deve prevalentemente ai rifacimenti del XIII secolo. Ma arcate ed elementi decorativi della facciata tradiscono i continui rifacimenti delle epoche successive. Curiosamente, il campanile è integrato all'interno della facciata. Nella chiesa è custodita anche la tomba in stile gotico di Giacomo Oldofredi. La Pieve riserva anche altre sorprese: un quadro a olio di Francesco Hayez che raffigura San Michele Arcangelo e un "San Pietro" di Giuseppe Diotti. Nella medesima piazza si possono visitare la Chiesa di San Giovanni Battista e l'ex Oratorio dei Disciplini.

Merita una visita anche la Chiesa di San Silvestro, del XIII secolo. Sull'abside è dipinta una "danza macabra", un affresco diviso in otto scene che rappresenta il trionfo della morte sulle vanità umane. Si tratta di un tema iconografico molto comune nel Trecento e nel Quattrocento. Gli affreschi sono stati ritrovati quasi per caso solo nel 1985, durante un restauro.
Iseo, tuttavia, è soprattutto una città da vivere all'aria aperta. Lungo i portici che dalla centrale piazza Garibaldi s'inoltrano per le piccole strade della città, fioriscono negozi di artigianato, gelaterie e locali in cui gustare prodotti tipici del territorio.Il lungolago di Iseo, infine, è lo spunto perfetto per una passeggiata romantica o per trascorrere con gli amici una bella serata estiva.

Al limitare del centro storico sorge l'antico Castello degli Oldofredi, che conserva l'aspetto austero dell'XI secolo, con la pianta quadrata e le massicce torri angolari in pietra. L'edificio fu incendiato da Federico Barbarossa e restaurato da Giacomo Oldofredi nel 1161: di conseguenza, è un simbolo della rinascita dei Comuni lombardi.
Con il dominio della Serenissima, il castello venne destinato ad uso esclusivamente militare e poi, dal 1580, la proprietà passò ai frati cappuccini, che lo trasformarono in convento. Negli ultimi anni è stato però oggetto di un importante restauro che ha permesso di recuperarne gli interni. Ora è sede della biblioteca comunale e di un piccolo ma ben curato Museo delle Guerre, che conserva reperti del primo e secondo conflitto mondiale.

Il campanile romanico risale al sec. XII ed è una vera rarità architettonica: rivela infatti l’origine lombarda delle sue maestranze. Sulla facciata destra della chiesa, ora a tre navate, è collocata l’arca gotica di Giacomo Oldofredi, signore di Iseo e della Franciacorta, che fece erigere le mura di Iseo e morì nel 1325 (l’iscrizione lapidea visibile sulla tomba ne ricorda le gesta).

Di fronte alla pieve si trova la chiesa di S.Giovanni Battista (XVIII sec.). A destra, dietro una casa settecentesca, si trova la chiesa di S.Silvestro dei Disciplini (sec. XIII).

Proseguendo per via Pusterla, fino a prendere la via pedonale che prosegue lungo il torrente Curtelo, si giunge all’ospedale, che racchiude l’antico convento dei francescani.
Da qui, molto vicina è la riva del lago dalla quale ammirare, da sinistra a destra, il corno di Predore tuffarsi in acqua, l’isoletta di S.Paolo e Montisola, infine la penisola del Montecolo.
All’orizzonte si erge il monte Guglielmo, che domina l’estremità nord del lago con i suoi quasi 2000 metri d’altezza.
Proseguendo lungo la riva del lago, in un attimo ci si trova al porto Gabriele Rosa, con il busto dedicato all’illustre storico e patriota iseano autore, nel 1874, di una delle prime guide dedicate al lago d’Iseo.
Lungo la passeggiata pedonale litoranea, si approda infine alla vecchia Filanda, ora corte di bar e negozi, ed al rinnovato polo scolastico iseano.

Il territorio occupato dal lago d’Iseo offre allo stesso tempo, un panorama lacustre, collinare e montano. La regione è caratterizzata da ricordi che hanno dato vita a specialità e piatti tipici di grande importanza nella gastronomia italiana, come i prodotti della pesca, dell’olio d’oliva, del miele, dei formaggi della vicina Valle Camonica, dei salumi di Monteisola e dei vini della confinante Franciacorta. Prodotti del territorio, una cucina semplice e schietta, dove la genuinità delle cose nate dall’acqua e dalla terra ed il rispetto delle tradizioni hanno radici che ci riportano ad un passato dall’economia semplice e sobria, povera con dignità. Oggi raffinata e arricchita da quelle tecniche, ancora sempre artigianali e da un’esaltazione professionale e moderna di cucina contemporanea.

La gente racconta..... la storia di una giovane ragazza di Monteisola, promessa sposa ad un nobile della Franciacorta. Non ne voleva proprio sapere di sposare il signorotto scelto dal padre per ragioni di interesse e, per questo ogni giorno si recava a Sensole, specchiandosi nelle acque del lago piangeva il proprio dolore.  Un giorno ebbe un capogiro e cadde in acqua. Un giovane pescatore di Sarnico, passando in barca in quel momento, la vide precipitare in acqua e corse in suo aiuto salvandola. Si innamorarono, riuscendo ad essere felici fino a quando il padre della ragazza non li scoprì. La rinchiuse nel castello in cui vivevano. Al pescatore toccò una sorte peggiore; fu imprigionato in un’umida grotta profonda e nascosta tra i boschi del monte di Sarnico. Vissero così molti mesi nel dolore per la separazione. Fu organizzato, dal padre della ragazza, il matrimonio della figlia con il nobile signorotto della Franciacorta e, giunto il giorno, per paura che il pescatore potesse ritornare, ordinò ai suoi servi di ucciderlo annegandolo nel lago. Informata da una serva fedele, la ragazza dal dolore, si uccise gettandosi nelle acque del lago per poter così ricongiungersi al suo amato pescatore. Si racconta che quando si scatena la Sarneghera la temuta tempesta, caratterizzata da imponenti temporali, sia dovuta ai due giovani che si stanno cercando nel fondo del lago per incontrarsi e abbracciarsi, e il cielo per vendetta si scaglia da Sarnico su Montisola e sulla Franciacorta.

È della madre di San Pietro la leggenda che narra di una donna malvagia che, durante tutta la sua vita non realizzò mai una buona azione. Dunque, quando morì, finì direttamente all’Inferno.  Con suppliche e preghiere San Pietro riuscì ad ottenere di trasportarla in Paradiso; venne così gettata una lunga corda che dal Paradiso arrivò fino all’Inferno. La madre del Santo tentò di arrampicarsi per raggiungere il figlio. Ma, mentre saliva, si attaccarono alla corda altre anime dannate bramose di uscire dall’Inferno. Se ne accorse, nonostante fosse quasi arrivata in Paradiso, cercò in tutti i modi di scacciarle e, lo fece con tanto furore e forza che scivolò con loro nuovamente all’Inferno. La fune venne ritirata, non le fu più permesso di salire nuovamente. Impazzita dall’odio e dal rancore contro tutto e tutti, esce dall’Inferno tutti i 29 Giugno, festa di suo figlio, scatenando violenti temporali e aggirandosi sul fondo del lago d'Iseo cercando di afferrare le gambe dei bagnanti e tentando di trascinare almeno un’anima all’Inferno per vendicarsi così del figlio che non riuscì a portarla in Paradiso.

Persone legate a Iseo:

Uranio Fontana, compositore iseano
Silvio Bonardi, garibaldino e politico iseano, con lo scoppio della Terza guerra di indipendenza italiana, si arruolò nel 2º Reggimento Volontari Italiani combattendo a Mentana e a Monterotondo.
Carlo Bonardi, garibaldino, partecipò alla Spedizione dei Mille e morì a Calatafimi.
Gabriele Rosa, politico e scrittore iseano, a causa della sua partecipazione ai moti rivoluzionari, fu detenuto allo Spielberg.
Uranio Fontana, compositore italiano nato a Iseo nel 1815.
Chiara Moroni, politica.
Cristina Plevani, personaggio televisivo vincitrice della prima edizione del Grande fratello.
Lucrezia Floriani, personaggio di fantasia, protagonista dell'omonimo romanzo della scrittrice francese George Sand.
Giulio Prigioni, ambasciatore e console d'Italia.
Riccardo Venchiarutti, giornalista RAI e sindaco di Iseo.
Franco Modigliani, Premio Nobel per l'economia nel 1985, fondò nel 1998 a Iseo la scuola estiva di studi economici I.S.E.O.. All'economista è dedicata l'aula magna dell'I.I.S. G. Antonietti.
Giorgio Zuccoli, velista, ottenne numerosi premi a livello internazionale. In ricordo al campione la nuova palestra dell'I.I.S. G. Antonietti è stata a lui dedicata.




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venerdì 8 maggio 2015

TORBIERE D' ISEO

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La riserva naturale Torbiere del Sebino è una delle riserve naturali regionali istituite dalla regione Lombardia.

Area naturale che ha avuto origine dall'attività di estrazione della torba, è ubicata a sud della sponda meridionale del lago d'Iseo a 185 m s.l.m e costituisce la zona umida più importante per estensione e significato ecologico della provincia di Brescia.

Appartiene istituzionalmente alla regione Lombardia che l'ha affidata in gestione ad un consorzio tra la provincia di Brescia, la comunità montana del Sebino e i comuni sul cui territorio essa si trova: il comune di Iseo, quello di Provaglio d'Iseo e quello di Corte Franca.

È stata dichiarata "zona umida di importanza internazionale" secondo la convenzione di Ramsar. Importante il monastero di San Pietro in Lamosa, di ordine cluniacense nel comune di Provaglio d'Iseo.

A seguito della comparsa del lago d'Iseo, avvenuta sul finire dell'ultima era geologica, il Quaternario, compresa fra settantamila e diecimila anni fa e del progressivo ritiro delle acque, nella zona a sud del Sebino rimase una depressione paludosa intermorenica caratterizzata da distese acquitrinose, che più avanti vennero chiamate Torbiere. Con il trascorrere dei millenni l'abbondante vegetazione cresciuta permise la crescita di uno spesso strato di torba, il quale andò via via sostituendosi all'acqua trasformando la zona in un'estensione di prati umidi.

Alla fine del Settecento, con la scoperta che la torba, una volta essiccata, aveva una resa calorica superiore alla legna, anche se inferiore al carbone, e con l’avvento delle prime attività industriali legate alla seta, iniziò l’estrazione massiccia della torba da utilizzarsi come combustibile nelle filande di Iseo e come combustibile per uso domestico. Fu però dalla metà dell'ottocento che iniziò lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio quando, più precisamente nel 1862 , il consorzio torinese "Società Italiana Torbe" acquistò la maggior parte delle Torbiere.

La torba divenne col passare degli anni un materiale prezioso per l'economia della zona dato che era in grado di sostituire quasi completamente l'utilizzo del carbone, per il quale l'importazione era fra l'altro molto costosa. Prima dell'avvento del petrolio e dell'energia elettrica veniva infatti utilizzata per molteplici scopi: nelle filande, nelle fornaci, come uso domestico per riscaldare le abitazioni e in alcuni casi veniva utilizzata anche per alimentare i treni della Ferrovia Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale.

La riduzione dell’interesse verso questo combustibile e la completa trasformazione di flora e fauna della zona, portarono verso il 1950 all’abbandono delle attività estrattive della torba ed iniziarono invece le operazioni di scavo per l’argilla, per la fabbricazione di mattoni. Queste operazioni terminarono negli anni settanta, a seguito dell'introduzione dei primi vincoli di salvaguardia ambientali.

La formazione di torba è progredita senza ostacoli fino all’intervento dell’uomo. La parte centrale è costituita da una distesa pianeggiante ricoperta da erbe dure e taglienti, prevalentemente carici, che hanno uno scarsissimo valore nutritivo e quindi non possono essere utilizzate per il pascolo. Gli alberi ad alto fusto sono scarsi; alcune zone sono ancora allagate mentre in altre, dove il terreno è cedevole ed intriso di acqua, la palude tende a riprendere il sopravvento specie nei periodi piovosi.

Nelle zone periferiche si trova una cintura di canna palustre e, dove il suolo è maggiormente consolidato, ci sono dei piccoli appezzamenti di terra nei quali il costante sfalcio delle dure erbe palustri ha privilegiato le foraggere. Alcuni terreni di modesta estensione, sono stati messi a coltura in seguito ad intervento di drenaggio e canalizzazione delle acque. Questo paesaggio è destinato a cambiare quando si scopre che la torba, una volta essiccata, ha una resa calorica superiore alla legna, anche se inferiore al carbone, ed alcune famiglie cominciano ad utilizzarla per il riscaldamento domestico. Già alla fine del ‘700 si sperimenta l’uso della torba come combustibile nelle filande di Iseo. È dalla metà dell’800 però, che inizia lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio, il lavoro sistematico di scavo iniziò nel 1862, quando il consorzio torinese “Società Italiana Torbe” , acquistò la maggior parte delle Torbiere superiori.

Subito dopo seguì lo sfruttamento dei proprietari del lato meridionale. Il lavoro era svolto manualmente, con il metodo dell’escavazione ad umido, infatti tolto il primo strato di erba e terra, con uno spessore variabile da pochi cm fino a circa mezzo metro, compariva subito l’acqua . Era quindi necessario procedere all’escavazione con uno strumento affilato, a forma di gabbia, lungo circa 90 cm. e montato su un manico di quattro-cinque metri, detto Luccio, simile a una vanga.

Lavorava in Torbiera prevalentemente manodopera locale che era organizzata in piccole squadre composte da quattro o cinque operai: uno scavatore ed un aiutante, che estraevano dei grossi parallelepipedi andando sempre più in profondità, fino a raggiungere il fondo del giacimento; da un caricatore-tagliatore, il quale aveva il compito di ridurre la torba in pezzi più piccoli, utilizzando un coltellaccio, facilitandone così il trasporto; da un paio di trasportatori (detti “cavalli”) che avevano il compito di spostare, con una carriola, il materiale estratto in zone apposite, dove veniva disposto in muretti per una iniziale essiccazione. In seguito i pani di torba venivano ricoverati in magazzini vicini alla zona dello scavo. Quando, tra gli anni ’30 e ’40, la Torbiera era ormai stata in larga parte trasformata in Lame allagate, venivano utilizzate due grosse barche per trasportare i pani dai muretti ai magazzini. Il vecchio edificio per lo stoccaggio della torba esiste ancora e si trova nel comune di Iseo, non lontano dal luogo dove sorgerà il nuovo centro visite. I braccianti lavoravano dall’alba al tramonto dato che venivano pagati “a cottimo”, cioè in base al quantitativo di torba estratta. Gli scavatori lavoravano a piedi nudi per avere una maggiore presa sul terreno sdrucciolevole e spingevano il luccio nel fango con la sola forza delle braccia e della schiena. Si trattava, come si può immaginare, di un lavoro stagionale molto duro e faticoso ma spesso era l’unica alternativa per sfuggire alla miseria.

I lavori di eliminazione del terriccio iniziavano in Febbraio e, da Marzo ad Agosto, si procedeva all’estrazione della torba che era di diversa qualità ed età e variava a seconda del sito dello scavo. Quella che giaceva sotto la cotica erbosa, ad una profondità di circa 40 cm. sotto terra, era considerata di buona qualità ma presentava un elevato residuo di cenere perchè intrisa di limo.
Nella zona sotto il Monastero lo strato torboso era più superficiale e, per effetto della compressone, si era trasformato in “lignite torbosa”, con una maggiore resa calorica. L’area delle Lamette non fu completamente sfruttata: la sua torba di più recente formazione era più leggera ed aveva una resa troppo scarsa; venne comunque estratta tra gli anni ’60 e ’70, per rifornire i florovivaisti.
La torba era un materiale prezioso per l’economia della zona dato che poteva sostituire l’utilizzo del carbone, la cui importazione era molto costosa. Prima dell’era del petrolio e dell’energia elettrica venne usata per molteplici scopi: nelle fornaci, nelle filande, negli opifici, per riscaldare le abitazioni e perfino per alimentare i treni della ferrovia Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale. Venne molto richiesta anche durante l’ultima guerra. Il suo utilizzo cessò completamente intorno agli anni ’50, periodo in cui il paesaggio della zona era completamente trasformato e con esso anche la flora e la fauna in esso esistente. All’interno della Riserva vi sono alcune vasche profonde fino a 10-15 mt. e dall’aspetto più limpido, in alcune delle quali è tuttora permesso pescare: da queste vasche è stata estratta, in epoca più recente, l’argilla per la fabbricazione dei mattoni.

Il quadro vegetazionale della Riserva attualmente è molto diversificato rispetto a quello che si presentava un secolo fa’, quando Lame e Lamette rappresentavano un ambiente uniforme formato da una prateria umida, le Lame, e da un folto canneto con specchi residui occupati dal lamineto e magnocariceto, le Lamette.
L’escavazione della torba ha radicalmente alterato il paesaggio vegetale originario, mettendo in crisi, in conseguenza della riduzione del loro habitat, numerose specie che lo caratterizzavano. Essa ha avuto tuttavia il merito di aver contribuito alla realizzazione di un insieme di piccoli ambienti differenti che si intersecano fra loro dando luogo ad un “mosaico ecologico” complesso e di grande valore biologico.
Il fattore che influisce maggiormente sugli ambienti presenti nella Riserva e di conseguenza sulle specie che ci vivono, è la profondità dell’acqua. In relazione, quindi, a questo fattore, nella Riserva si riscontrano varie tipologie vegetazionali. Si trovano, inoltre, a seconda del diverso tipo di substrato e del quantitativo di nutrienti disponibili situazioni particolari a volte piuttosto circoscritte.

Nelle acque abbastanza profonde, si rinviengono delle vegetazioni sommerse improntate da specie radicanti sul fondo quali: la vallisneria (Vallisneria spiralis), la peste d’acqua comune (Elodea canadensis), il ceratofillo comune (Ceratophyllum demersum), il millefoglio d’acqua comune e ascellare (Myriophyllum spicatum e M. verticillatum), la brasca increspata, l’erba tinca e la brasca comune (Potamogeton crispus, P. lucens e P.natans).
In acque di media profondità si rinviene una vegetazione, il lamineto, formata da specie flottanti e tappezzanti, come la lenticchia d’acqua (Lemna spp.), e/o da specie vistose a foglie galleggianti ma con radici ancorate al suolo, come la ninfea bianca (Nymphaea alba) e quella gialla (Nuphar lutea). In questo ambiente, in alcune zone, si rinviene una curiosità, l’erba vescica delle risaie (Utricularia australis), specie acquatica e carnivora dai fiori giallo oro e foglie provviste di vescicole di cui la pianta si serve per catturare microrganismi.
Nelle acque basse e presso le rive (se sono digradanti), la formazione tipica e più diffusa è quella dominata dalla cannuccia di palude (Phragmites australis), talvolta preceduta da cortine con tife (Typha latifolia e T. angustifolia) e giunchi di palude (Schoenoplectus lacustris).
Nelle aree periodicamente inondate, frequenti nelle Lamette, a ridosso del canneto, è presente una vegetazione a grandi carici (Carex spp.), molto caratteristica, a dominanza di Carex elata. Qui si rinvengono anche la salcerella (Lythrum salicaria), il caglio delle paludi (Galium palustre), il falasco (Cladium mariscus) e la felce di palude (Thelypteris palustris), quest’ultima indicatrice delle potenzialità della vegetazione verso il bosco igrofilo ad ontano nero (Alnus glutinosa).
Ai margini del canneto oltre ai carici si possono osservare anche le splendide fioriture del giaggiolo acquatico o iris giallo (Iris pseudacorus), del giunco fiorito (Butomus umbellatus), dell’erba scopina (Hottonia palustris) e del coltellaccio maggiore (Sparganium erectum).
Nella Riserva sopravvivono, inoltre, alcuni lembi di praterie igrofile a zigolo comune (Cyperus longus), che rappresentavano l’aspetto originario delle Lame; ed è anche presente, accompagnato ai cariceti, il prato inondato (molinieto), che spesso ospita specie come l’aglio palustre (Allium angulosum) e, in condizioni più asciutte e con marcato intervento antopico, il prato pingue (l’arrenatereto).
Sono, infine, diffuse accenni di formazioni di bosco igrofilo, con salici, pioppi e ontani.
Nel territorio non mancano le specie esotiche invasive degli argini e briglie, come l’indaco bastardo (Amorfa fruticosa) e la pioggia d’oro maggiore (Solidago gigantea), il cui controllo è necessario per la conservazione della fitodiversità della Riserva Naturale.

L’area è particolarmente importante per gli uccelli acquatici nidificanti, svernanti e migratori. Tra le specie protette e di interesse comunitario che nidificano nel sito citiamo: l’airone rosso (Ardea purpurea), il falco di palude (Circus aeruginosus), il tarabusino (Ixobrychus minutus), il nibbio bruno (Milvus migrans), la nitticora (Nycticorax nycticorax), il voltolino (Porzana porzana), la schiribilla (Ponzana parva), la salciaiola (Locustella luscinioides).
Tra le specie svernanti e migratrici sono di particolare interesse il tarabuso (Botaurus stellaris), l’albanella reale (Circus cyaneus) e la moretta tabaccata (Aythya nyroca). Le Torbiere del Sebino sono inoltre uno dei pochi siti riproduttivi in Lombardia del basettino (Panurus biarmicus).
Le specie, invece, che più comunemente si possono osservare nella Torbiera, sono: il cigno reale (Cygnus olor), il cormorano (Phalacrocorax carbo), la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), la folaga (Fulica atra), lo svasso maggiore (Podiceps cristatus), il germano reale (Anas platyrhynchos), l’airone cenerino (Ardea cinerea), il cannareccione (Acrocephalus arundinaceus) e il pendolino (Remiz pendulinus).
La Riserva Naturale ospita 31 specie di uccelli (su un totale di 164 specie osservate) di interesse comunitario e quindi tutelati dalla Direttiva “Uccelli” 79/409/CEE, concernente la conservazione dell’avifauna selvatica; per questo è stata dichiarata “Zona di Protezione Speciale (ZPS)” dall’Unione Europea.

La presenza dei mammiferi nella Riserva è fortemente condizionata dalla ristrettezza dell’area protetta, dalla massiccia presenza di strade e centri abitati e, non meno importante, dalla mancanza di un vero e proprio bosco. Questi fattori condizionano pesantemente la possibilità di vita per tutti i mammiferi di medie e grandi dimensioni. Restano i cosiddetti “micromammiferi”, termine col quale si indica genericamente piccoli mammiferi appartenenti agli ordini degli Insettivori (es. toporagni), Roditori (topolino delle risaie) e Chirotteri (pipistrelli). La loro presenza è stata indagata dalle guardie ecologiche della Provincia di Brescia, con la supervisione degli esperti del Centro Studi Naturalistici Bresciani. La presenza di questi piccoli animali in Torbiera si è rivelata modesta tranne che per il surmolotto o ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus). Questo dato è piuttosto preoccupante perchè la specie in questione è molto invadente ed aggressiva nei confronti di tutte le altre specie di micromammiferi.
Dalla ricerca è emerso che la maggior parte dei piccoli mammiferi è concentrata nelle piccolissime zone a bosco e nelle aree agricole nelle zone B e C della Riserva, oltre che nei fossi e nei campi della campagna limitrofa. In totale sono state trovate 3 specie di Insettivori: il toporagno comune (Sorex araneus), la crocidura minore (Crocidura suaveolens) e la crocidura ventre bianco (Crocidura leucodon); 5 Roditori: il topo selvatico (Apodemus sylvaticus), l’arvicola di Savi (Microtus savii), il moscardino (Moscardinus avellanarius), il topolino delle risaie (Micromys minutus) e l’arvicola terrestre (Arvicola terrestris). La presenza di queste ultime due specie è particolarmente significativa, dato che si tratta di animali strettamente legati alle zone umide. Il topolino delle risaie è una specie tipica del canneto, che poi si è adattata a vivere anche nelle colture cerealicole. È il più piccolo roditore europeo e misura circa 5 cm per il corpo, mentre altri 5 cm sono costituiti dalla coda, prensile, con la quale è in grado di arrampicarsi agilmente sui fili d’erba. Il Topolino delle risaie costruisce il suo nido proprio fra i ciuffi di erbe palustri, a poche decine di centimetri da terra, dove alleva da 4 a 6 piccoli per volta.

La popolazione ittica presente nella Riserva comprende sia specie autoctone di interesse comunitario (Direttiva “Habitat”) o protette dalle leggi regionali, come la tinca (Tinca tinca), il vairone (Telestes muticellus), il luccio (Esox cisalpinus), l’anguilla (Anguilla anguilla), il persico reale (Perca fluviatilis), il persico sole (Lepomis gibbosus), la scardola (Scardinius hesperidicus) e l’alborella (Alburnus arborella), sia specie introdotte in tempi più o meno recenti come la carpa (Cyprinus carpio), introdotta molti secoli fa dagli antichi Romani, il persico trota (Micropterus salmoides), introdotto più di 35 anni fa’, il pesce gatto (Ictalurus melas), introdotto più di 15 anni fa’, e il carassio (Carassius carassius).
Dopo l’introduzione del pesce gatto, pesce molto vorace e prolifico che una volta adulto ha ben pochi rivali, la struttura dell’ittiofauna si è profondamente modificata: ora essa è composta per metà da tale pesce, mentre le altre specie sono diminuite e presentano processi di senescenza.
Recentemente però è e stata rilevata la presenza in Torbiera di un altro superpredatore, ancora più invadente del pesce gatto: il siluro (Silurus glanis). Questa specie, introdotta nelle acque della Riserva in modo del tutto illegale, è originaria dei grandi fiumi dell’est europeo, può raggiungere dimensioni enormi ed è decisamente dannosa per l’equilibrio di qualsiasi ecosistema italiano, a maggior ragione se si tratta di un ambiente così ristretto come quello della Riserva, pertanto si spera di poterne limitare al massimo la diffusione.
Un altro dato emerso dalle ultime indagini è l’aumento del carassio, di cui si trovano anche esemplari di grosse dimensioni (fino a 2 Kg), e l’incremento del numero delle carpe legato al notevole aumento delle specie vegetali che vivono immerse nelle acque delle Lame.




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martedì 5 maggio 2015

I LAGHI LOMBARDI : IL LAGO D' ISEO

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Il Lago d'Iseo, detto anche Sebino, si è formato millenni di anni fa grazie all'attività di erosione e successivamente dal ritiro di un ghiacciaio alpino.
Diviso tra le provincie di Brescia e Bergamo, è solo sesto per estensione nella classifica dei laghi italiani, ma detiene il singolare primato di ospitare l'isola lacustre più grande in Europa:  MonteIsola, un vero gioiello verde disseminato di minuscoli borghi e rare ville patrizie.  A nord e a sud di MonteIsola ci sono le due isole minori di Loreto e S.Paolo.

Incastonato tra monti e colline, il Lago d'Iseo è un lago diverso da tutti gli altri e deve la sua originalità alla varietà del suo paesaggio ed alle sue bellezze naturali.
Verso nord, il lago d'Iseo è incorniciato dai monti perennemente innevati del ghiacciaio dell'Adamello, dai quali giungono le acque che lo alimentano attraverso il fiume Oglio;  a sud, invece, il paesaggio si fa più dolce e collinare. Questi aspetti si affermano prepotentemente in molti tratti delle coste, tra le pareti rocciose che si tuffano a picco nel lago e le dolci colline verdeggianti.

Conosciuto ed apprezzato fin dai tempi antichi da poeti e pittori, il Lago d'Iseo è un luogo affascinante, semplice ma pittoresco, suggestivo e contraddittorio.
Lo stesso Leonardo da Vinci vi soggiornò per un periodo e sembra lo abbia ritratto in numerosi dei suoi dipinti.

Delle varie epoche storiche esistono tuttora imponenti testimonianze: castelli e torri, chiese e monasteri, ville e palazzi signorili, borghi antichi in pietra, opere d'arte.
Del secolare lavoro dell'uomo restano a testimonianza i terrazzamenti, gli uliveti, i vigneti. Ci sono infine luoghi dove la natura è da sempre sovrana e protetta.
Molti i fenomeni naturali degni di nota: la riserva naturale della Valle del Freddo, le grotte dell'Abisso Bueno Fonteno, le piramidi di Zone, le Torbiere d'Iseo .

Il miglior modo per conoscerlo ed apprezzarlo in tutto il suo splendore è certamente via lago, sul quale si affacciano i paesi lacustri mostrando la loro miglior veste.
Dai porti principali vi è la possibilità di partire a bordo dei battelli per visitare sia MonteIsola che i graziosi paesi rivieraschi.

Il lago d'Iseo offre una vasta e variegata tradizione culinaria: moltissimi sono i piatti tipici da assaporare.
L'ambiente ed il clima mite permette di coltivare l'olivo e produrre l'olio extravergine DOP.

Innumerevoli sono gli sport praticabili all'aria aperta, sia in inverno che in estate: i venti che soffiano sul lago permettono di praticare diversi sport acquatici mentre in numerose località circostanti è possibile praticare sport invernali.

Il lago d'Iseo è sicuramente una delle mete più suggestive del nord Italia, dove il tempo sembra essersi fermato.

Settanta milioni di anni fa la superficie del suolo era molto più in alto, perché sulle rocce, che oggi vediamo, giaceva una coltre di altre rocce, dello spessore di almeno 5000 m e più. Le montagne di allora avevano un andamento del tutto diverso da quello attuale e costituivano una serie di catene parallele, intervallate da profonde vallate.

Le rocce di cui sono costituite le montagne che contornano il lago d'Iseo si sono formate nell'era secondaria, tra i 230 e i 70 milioni di anni fa, a strati, per consolidamento delle fanghiglie che si erano depositate in un antico mare posto in una zona oggi corrispondente allo spazio tra l'Europa centrale e il centro dell'Africa. Successivamente queste rocce si sono spostate dove si trovano oggi, ma hanno continuato a contorcersi in mille modi, formando le più strane e le più complicate pieghe.

I primi segni di vita umana sul lago d'Iseo sono alcuni ritrovamenti fatti a Sarnico di resti di palafitte che confermano una presenza preistorica, mentre al nord del lago d'Iseo, in Val Camonica erano attestati i Camuni. Dalle pianure salgono verso nord gli Etruschi e i Celti fino alla conquista romana. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, si susseguono le invasioni barbariche e varie dominazioni, tra cui quella longobarda. Nel 774 Carlo Magno occupa la Val Camonica e parte del lago d'Iseo, facendone donazione ai monaci di Tours. Nel 1161 Federico Barbarossa scende dalla Val Camonica e il 12 giugno espugna, saccheggia e incendia Iseo. La zona vivrà successivamente le lotte continue tra guelfi e ghibellini. Segue nel 1428 l'intervento della Repubblica di Venezia e la sua occupazione dell'intera zona del lago e della valle, a cui segue un periodo di pace fino al 1509. Nel 1797, con la fine della dominazione veneziana, la Val Camonica e Pisogne vengono assegnate al dipartimento del Serio ed unite a Bergamo. Ritorneranno poi a far parte della provincia di Brescia nel 1859, quando, sconfitte le truppe austriache a San Martino e a Solferino, il territorio viene riunito con il resto della Lombardia al regno di Sardegna, prima tappa dell'unità d'Italia.

La principale attività è il turismo: il lago d'Iseo, generalmente frequentato tutto l'anno, ha la sua stagione turistica da maggio a settembre, periodo in cui numerose sono le manifestazioni: regate veliche, concerti e serate danzanti. Vi si praticano diverse attività sportive: nuoto, del windsurfing, la pesca, attività subacquee e veliche, queste ultime favorite da venti regolari.

Il lago, essendo ricco di trote e di lucci, favorisce la pesca lacustre che è ancora attiva nei paesi rivieraschi. Sulle rive del lago si produce inoltre un ottimo olio di oliva, dotato di notevoli caratteristiche organolettiche.

L'industria è presente nei quattro centri principali del lago (Iseo, Sarnico, Pisogne e Lovere-Castro).

Lovere e Castro costituiscono il maggiore centro industriale del lago e sono quasi saldate fra di loro dal grosso impianto industriale della Lucchini Sidermeccanica, uno dei primi stabilimenti siderurgici italiani, costruito attorno al 1870. A Pisogne è attiva l'industria del legno e delle vernici. A Sarnico vi sono industrie seriche, meccaniche e di vernici; sono noti inoltre i suoi cantieri, per la costruzione di scafi da gara e da diporto. Ad Iseo e dintorni esistono industrie di filature di cotone e di coperte, mentre a Sulzano e a Monte Isola vengono prodotte reti da pesca e da caccia. Marone, infine, è sede della "Fabbrica mineraria Dolomite Franchi". A Tavernola Bergamasca opera dai primi anni del secolo scorso una cementeria facente parte del Gruppo Sacci di Roma.

La sponda bresciana è molto varia: da una parte il lago e Monte Isola, dall'altra vigne, frutteti, olivi e fiori in basso, a cui seguono boschi di castagni e poi più in alto le arrotondate dorsali dei monti.

Il primo paese della sponda bresciana del lago è Paratico, seguito da Iseo, il centro turistico di maggiore importanza del lago, il cui territorio, occupa due terzi della lunghezza della sponda orientale con le sue frazioni: Clusane (rinomato per la specialità culinaria della "tinca al forno"), Covelo (dove si trova il "Bus del Quai", complesso di grotte e palestra di roccia per l'arrampicata sportiva) e Pilzone, con il promontorio di Montecolo e caratterizzato dal fico che cresce sul campanile della chiesa.

Successivamente si incontra Sulzano, paese di pescatori e approdo per i traghetti verso Monte Isola, e Sale Marasino, collocato sul fondo dell'anfiteatro naturale dei monti delle Almane, che conserva la Parrocchiale di San Zenone, altre antiche chiese nelle frazioni e alcuni importanti palazzi cinquecenteschi (tra cui Palazzo Giugni, con affreschi di Giovanni da Marone e di pittori della scuola del Romanino, e Villa Martinengo Villagana, che si affaccia sul lago dirimpetto a Monteisola ed è uno dei Palazzi storici più rilevanti dell'intero Sebino).

Ancora oltre si trova Marone centro industriale, da dove si diparte la strada verso il monte Guglielmo e arriva a Zone, dove si trova il caratteristico fenomeno delle "piramidi di erosione". Successivamente il paesaggio diventa più selvaggio, mentre strada e ferrovia sono nascoste in una serie di gallerie, fino a Pisogne, dove la sponda bresciana termina nel largo piano alluvionale dell'Oglio: nei pressi dell'abitato si trova una riproduzione in cemento del cavallo di Troia, che riproduce un originale di cartapesta, vincitore del locale Carnevale e distrutto da vandali.
Anche la sponda bergamasca è molto variata. Da Sarnico a Predore esistono tratti di spiaggia, poi il panorama diventa selvaggio con rupi a strapiombo e speroni di roccia (spettacolari sono gli orridi o "bögn" di Castro e di Zorzino), che si susseguono interrotti unicamente dai piccoli delta formati dai torrenti delle valli laterali, dove si trovano i paesi rivieraschi. Solo qua e là, in brevi spazi ben soleggiati, appaiono viti e olivi (la Sbresa è la cultivar tipica) ; per il resto è tutta roccia nuda. Si susseguono gli abitati di Tavernola Bergamasca, Portirone (fraz. di Parzanica), Zu con il capoluogo Riva di Solto, Castro, Lovere. Alla confluenza del fiume Oglio nel lago, si trova Costa Volpino, seguito da Rogno, l'ultimo paese dell'alto sebino e il primo della Val Camonica.



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