domenica 10 maggio 2015

IL PARCO DELLA GOLA DEL TINAZZO

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Il Parco della Gola del Tinazzo è un'area naturale protetta situata nel territorio dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, nel comune di Castro (Lombardia). Il parco prende il nome dalla presenza della forra fossile del Tinazzo, nome con cui viene chiamato il torrente Borlezza nel suo ultimo tratto prima di sfociare nel Lago d'Iseo. Il parco fa parte di Retenatura, il sistema delle aree protette di Legambiente.

Nel percorso che dalla pianura lombarda porta alla Val Camonica lungo la Val Cavallina, il corso terminale del fiume Borlezza e la sua forra (il Tinazzo) costituiscono un forte ostacolo naturale, un vero taglio nel territorio. Le pareti della forra però, poco dopo il suo inizio, si toccano fino a costituire un ponte naturale chiamato nei documenti antichi pons - terraneus o Ponteragno (da cui il nome di poltragno dato alla località).

Su questo stretto passaggio naturale, oggi ridotto a modesto tratturo, passava l’antica via vallis, che nell’antichità costituiva uno dei più importanti transiti per i paese di area germanica attraverso il passo del Tonale. Su questo ponte passarono numerosi eserciti, tra cui quelli di parecchi imperatori diretti all’incoronazione papale o alle guerre di mantenimento del loro dominio.

Sicuramente transitarono: Federico Barbarossa nel 1166, Ludovico il Bavaro nel 1327, Carlo IV nel 1355, Massimiliano d’Asburgo nel 1516.

A sud del ponte naturale, la profonda forra del Tinazzo ed a nord il letto paludoso e le ripide rive del Borlezza impedivano l’attraversamento del corso d’acqua, per cui l’angusto passaggio poteva essere bloccato con grande facilità.

L’alternativa di transito poteva essere, verso sud, la risalita al colle di S. Lorenzo e poi la ridiscesa verso il largo estuario dove il fiume poteva facilmente essere guadato, oppure verso nord, la risalita fino a Sovere per cercare di attraversarlo dove le rive erano meno ripide e il fondo meno paludoso.

Su questo vallo naturale il controllo militare romano si arroccò per quasi un secolo, presidiando il passaggio e creando una linea difensiva che impedisse alle bellicose popolazioni camune di uscire dalla loro valle per compiere scorrerie verso la pianura.

Le fortificazioni medioevali del colle di S. Lorenzo a Castro e della Madonna della torre a Sovere, sorsero probabilmente su due originari fortilizi romani che avevano il compito di sorvegliare ed impedire l’aggiramento della forra.

Solo sotto Augusto, i Romani decisero di soggiogare definitivamente le valli alpine e nel 15 a.c. la val Camonica fu sottomessa.

La forra non perse comunque la sua funzione di forte elemento di delimitazione territoriale e in epoca imperiale romana fu il confine tra la tribù Voturia e la Quirina; divise poi i ducati Longobardi ed infine le contee vescovili di Bergamo e Brescia, per cui ancora oggi è confine tra le due diocesi, oltre che tra i comuni di Lovere e Castro.

Alla presenza di questa antica delimitazione territoriale devono la loro nascita nell’XI secolo: il porto fortificato di Castro e la cosi detta strada della “Corna”, scavata con grande impegno tecnico nella roccia sulla sommità della forra e munita di opere di difesa. La funzione del paese e della strada era strategicamente molto importante; dovevano permettere di collegare via lago senza mai sconfinare nel territorio “bresciano” di Lovere, le valli bergamasche che erano importanti produttrici di ferro, ma dipendevano dalla pianura e dalla città per il vettovagliamento.

L’acqua del Tinazzo forniva anche l’energia necessaria per lavorare il ferro delle valli e sul suo corso, sia a monte che a valle della forra, sorsero mulini e fucine. Ma la forra rappresentò nei secoli anche una permanente minaccia di devastazione. Nel caso di forti nubifragi, l’acqua trascinava grandi quantità di detriti vegetali che impuntandosi nello stretto ingresso della forra, creavano una diga di tronchi che alzava anche di una decina di metri il livello del retrostante torrente, Quando la diga cedeva, l’effetto era devastante: un  uro d’acqua entrava con un assordante rombo nella forra e si scaricava a lago, lambendo il paese di Castro. Una delle più disastrose alluvioni fu sicuramente quella avvenuta poco prima del 1535, anno in cui erano ancora descritti i lavori in corso per la riparazione dei gravi danni subiti dal paese. A questa distruzione faceva probabilmente riferimento il letterato bergamasco Achille Mozzi, che nel 1590 scriveva “Vicus Oliveri Castri Memorabilis olim, Corruit, immensae turbine raptus aquae” (il villaggio di Castro, ricco di ulivi ed un tempo degno di memoria, rovinò travolto da un immenso vortice d’acqua).

Ma quella citata dal Mozzi potrebbe anche essere un’altra alluvione avvenuta poco prima del 1590, poiché con un tempo di ritorno di circa mezzo secolo, altre alluvioni sono ricordate nel 1692, nel 1737, nel 1784, nel 1820, nel 1882, nel 1905.

Probabilmente dopo l’alluvione di fine ‘500 fu costruito il possente muro d’argine verso Castro, già rilevato nelle carte del 1626 ed ancora oggi visibile. L’alluvione del 1784 danneggiò gravemente il primo esempio di trasformazione in senso industriale dell’economia, che da secoli sfruttava artigianalmente l’acqua della forra. Venne infatti raso al suolo il forno fusorio che Ludovico Capoferri di Castro (1752 – 1830) aveva costruito all’uscita della forra.

Di fronte al forno del Capoferri, in territorio loverese, più protetto dalle alluvioni, sorgevano già gli antichi mulini della misericordia, su cui venne impiantata una fabbrica di falci ricordata a partire dal 1742 e statalizzata in epoca napoleonica.

Partendo da queste basi, Giovanni Andrea Gregorini di Vezza d’Oglio (1819 – 1878) costruì sulle medesime aree nel 1855 il primo nucleo dell’attuale stabilimento siderurgico. Nel 1810 fu appaltata dal governo napoleonico la strada Poltragno – Lovere, che coprendo parte della forra del Tinazzo, doveva collegarsi con la strada rivierasca appena completata. Il motivo dei lavori era indubbiamente collegato ad esigenze militari, essendo di massima importanza nel corso delle guerre napoleoniche il facile collegamento tra la pianura lombarda ed i confini del Tirolo.La guerra che riprese proprio nel 1810, costrinse però ad interrompere i lavori, che solo nel 1816 vennero ripresi dal nuovo governo austriaco e terminati con l’ardita costruzione del ponte sul Tinazzo. L’opera ciclopica per quei tempi, destò enorme stupore tra la popolazione. Don Alessio Amighetti nell’opuscolo “La gola del Tinazzo” edito nel 1897 dice che “la gola in chiunque la visita per la prima volta non può non lasciare un’impressione incancellabile di orridezza, di raccapriccio e di ardimento per quegli ingegneri, che verso l’anno 1816 si peritarono di coprire quel baratro spaventoso con una strada”.

L’impatto di questo lavoro sull’urbanistica Loverese fu enorme; il principale asse viario cittadino, quello che da secoli attraversava il centro storico, fu abbandonato e la piazza del Porto divenne il centro del paese.

Con i lavori la forra perse buona parte del suo cielo aperto, ma ben peggiore sarebbe stata la devastazione del secolo successivo.

Infatti i successori di Giovanni Andrea Gregorini, desiderando ampliare l’area industriale e porre gli impianti al sicuro dalle distruzioni, ottenne nel 1915 l’autorizzazione a deviare il corso del Borlezza, costruendo una diga nella forra del Tinazzo e scavando un canale artificiale che sfocia a lago poco prima del Bogn di Castro. Questa diga divise in due la forra, mantenendone attiva una parte e rendendo “fossile”, ma facilmente visitabile l’altra.

Un portale con due pesanti porte in legno permette l’accesso al sentiero verso la gola del Tinazzo; attraversato il piccolo bosco, grazie al comodo sentiero, si giunge ad una parete rocciosa che sembra chiudere la via. In realtà avvicinandosi si scorge un’altissima fessura nella roccia. Da qui nel corso dei millenni sono passati centinaia di milioni di metri cubi di sabbia e roccia trascinati fino al lago d’Iseo dalla forza impetuosa del torrente Borlezza.

L’imponente quantità di detriti ha formato la penisola su cui sorge il grande insediamento industriale della Lucchini RS. Due enormi pareti alte più di 40 metri fanno da ali all’ingresso della gola che è visitabile in sicurezza per oltre cento metri per una larghezza variabile da 1 fino a 4 metri.Un percorso in un territorio che dorme su millenni di battaglie infinite tra le forze dell’acqua e della roccia, modellato da glaciazioni ancestrali ed eroso dallo scorrere impetuoso del torrente Borlezza.

Le acque del Tinazzo partono da lontano, dalle parti della Presolana,e dopo una rincorsa di 25 chilometri finiscono nel Sebino a Castro. Sono necessarie tuttavia un paio di precisazioni. La prima è che il luogo geografico d’origine, non è propriamente la Presolana, che per i bergamaschi è un riferimento nobilitante, ma un impluvio che inizia a Colle Vareno e che, dirigendosi verso occidente, prende inizialmente il nome di “Valle Pora” intagliando un canyon – denominato Stringiù del Pura – che in qualche modo anticipa la più spettacolare forra del Tinazzo. La seconda è la singolarità che un corso d’acqua, tutto sommato abbastanza breve, prenda ben sei differenti nomi lungo la sua discesa verso il lago. Valle di Pora, Valle di Tede, Torrente Gera, Torrente Valeggia, Torrente Borlezza che è il tratto di maggior lunghezza e, da ultimo, Tinazzo.

Sul bacino idrografico del torrente Borlezza, ampio quasi 150 chilometri quadrati, cadono in un anno a seconda dei settori dai 1200 ai 1700 mm di pioggia che in parte evapora, in parte sparisce nei percorsi sotterranei offerti dalla natura calcarea dei nostri rilievi ed il resto scorre verso il Sebino passando attraverso l’angusta strettoia del Tinazzo in località Poltragno.

Abituati ad osservare le acque del Borlezza che scorrono tranquille e facilmente guadabili in tutto il suo alveo, siamo portati a credere che da tempo immemorabile il torrente abbia continuato a scavare il suo letto pressappoco col ritmo lento e progressivo che vediamo. Qualche volta si gonfia da far paura, ma poi ridiventa il tranquillo torrente di sempre, disposto, fin dal secolo scorso, anche ad offrire le sue acque a numerose captazioni per scopi idroelettrici. E’ la geologia che ci consente di guardare oltre l’evidenza attuale, non tanto verso il futuro, sebbene in quella direzione possa fornire qualche spunto all’immaginazione, ma verso il passato, interpretando i numerosi indizi che per chi sa leggere nel libro delle rocce e delle forme del territorio, possono introdurci in scenari remoti che una progressiva evoluzione fìsica e biologica hanno trasformato nel paesaggio della nostra quotidianità. Per forma mentis il geologo è portato a fissare, come punto di partenza di ogni considerazione, la fase formativa, nel  caso nostro “marina “ delle rocce, avvenuta attorno a 200 milioni di anni or sono, seguita dalla fase de formativa rappresentata dagli sconvolgimenti orogenetici (più semplicemente, responsabili delle formazione delle nostre montagne) che in 100 milioni di anni, tra la fine dell’Era Secondaria e l’era Terziaria, con quelle rocce hanno definito l’edificio alpino.

Ci accontentiamo di questi scarni accenni perché addentrarci in scenari dove l’arco alpino era ancora in formazione, espone al rischio di perdere di vista l’andamento stesso della val Borlezza, forse nemmeno delineato come lo stiamo osservando ora.

Risaliamo di molto nella scala del tempo geologico, posizioniamoci sul finire dell’ Era Terziaria e fermiamoci al fotogramma datato “Mioce”, circa 5 milioni di anni or sono. Ci sono pareri e studi in corso, ma è probabile che anche allora le acque raccolte nel bacino del Borlezza, attraverso il Tinazzo, confluissero veloci nell’Oglio. Questo scorreva in un alveo profondo alcune centinaia di metri rispetto al letto attuale tanto che, con un po di immaginazione, avremmo potuto vedere i luoghi dove sarebbero sorte Lovere e Castro a mezza costa sulle pendici del Monte Cala e del monte Clemo, pressappoco come è adesso il comune di Bossico rispetto all’abitato di Sovere.

Il Sebino a quel tempo non c’era ancora, al suo posto esisteva una vallata prealpina incassata tra le nostre montagne che, viste dal letto del fiume dovevano apparire più elevate. Il Tinazzo tributava le sue acque a questa valle attraversando a Poltragno un burrone simile a qullo attuale, ma più ampio,del quale dovrebbero  rimanere traccia a notevole profondità rispetto al letto attuale. Il Fenomeno, transitorio, che ha determinato la vivacità erosiva dei fiumi alpini e tra questi l’Oglio e il Borlezza col conseguente approfondimento del loro alveo, è stato provocato sul finire del “Miocene” dal pauroso abbassamento per centinaia di metri delle acque del Mediterraneo, non più alimentate dagli apporti idrici dell’Atlantico. Con la riapertura dello stretto di Gibilterra, le acque marine sono tornate al loro livello originario, giungendo nel “Pliocene” a bagnare il piede della catena alpina e addentrandosi tra le nostre montagne. A quel tempo, dove c’è ora il Sebino, avremmo visto un lungo fiordo marino, sinuoso e profondo, che si spingeva almeno fino al Monticolo di Darfo. Questa nuova situazione, determinata  dall’innalzamento delle acque, ha invertito la modalità d’azione dei nostri corsi d’acqua che da “erosivi” delle rocce del letto si è tramutata in”deposizionale” colmando le depressioni e alzando progressivamente la quota degli alvei. Se potessimo raggiungere con una trivellazione i sedimenti profondi del lago d’Iseo, certamente  incontreremmo remoti sedimenti alluvionali sovrapposti ed ancora più antichi depositi marini pliocenici.

Quando 2 milioni di anni fa hanno cominciato a calcare il suolo del Pianeta i nostri progenitori, evento tanto importante da denominare l’Era Quaternaria anche come”Antropozoico”, il clima ha avuto drammatiche oscillazioni che a livello anche planetario si sono concretizzate in lunghi periodi di gelo (le fasi glaciali), intervallati con altrettanto lunghi periodi di aridità di calura (le fasi interglaciali). L’ultimo grande freddo è cessato “solamente”  10 – 12 mila anni or sono, per la verità un’inezia nella scala del “tempo geologico”, inaugurando una più contenuta capricciosità dei nostri climi senza però cadere negli eccessi che hanno dovuto sopportare i nostri progenitori.

Alimentato dalle acque di fusione durante le “fasi glaciali” e dalle precipitazioni negli “interglaciali”, il Tinazzo continuava a scorrere verso il lago facendosi strada attraverso una nuova soglia rocciosa, quella che ora vediamo profondamente incisa, ricreatasi durante il Quaternario in sostituzione della precedente per cementificazione di detriti franati dai rilievi vicini e mescolati a ciottoli, ghiaie e sabbie di sbarramento glaciale. Tra Pianico e Sovere, a motivo di questo nuovo sbarramento tutto da incidere, ha potuto formarsi attorno a 800 mila anni or sono, un lungo e profondo bacino lacustre dalla vita effimera e di enorme interesse paleontologico per i resti vegetali rinvenuti nei suoi sedimenti annuali (le varve) e per il ritrovamento di uno scheletro completo di cervo, rilevatosi appartenente ad una specie ora estinta.

L’ininterrotto lavorio delle acque del Tinazzo ha progressivamente intagliato tale soglia rocciosa facendole assumerla tortuosità della forma attuale, con pareti irregolari ora aggettanti, ora rientranti che portano il segno di un millenario scorrere di acque fragorosamente in caduta.

Oltre la gola, cessavano i gorghi e gli impetuosi rimbalzi della corrente tra le pareti e la ritrovata calma favoriva il deposito di sedimenti alluvionali sul delta del Borlezza, sempre più proteso verso il lago. A giudicare dalle dimensioni del delta, occupato adesso quasi per intero dallo stabilimento siderurgico, è facile constatare l’enorme quantità di detriti che l’acqua ha trasportato attraverso la gola del Tinazzo modellandone forma e, più a monte, inducendo il Borlezza a incidere il suo letto nell’enorme pila di sedimenti dell’antico lago di Pianico – Sellere. Ora sebbene i fenomeni geologici continuino la loro incessante azione, è la geografia del luogo a suscitare interesse, come la deviazione del corso del Tinazzo portato con una galleria artificiale a sfociare nelle vicinanze dell’Orrido di Castro. In conseguenza di ciò il tratto finale della forra è diventato silenzioso e asciutto e la forra stessa è diventata “fossile” e così il Delta originario non più alimentato da detriti. La perdita della suggestiva visione di acque correnti in uscita dalla forra è però, in parte, bilanciata dalla possibilità di effettuare in ogni momento la visita a questo monumento naturale e di aver scongiurato il rischio di rovinose esondazioni che per secoli hanno funestato il paese di Castro.

L'accesso alla gola è caratterizzato dal bosco di forra, ambiente particolarmente umido ed ombroso dominato dal Carpino nero e con un ricco sottobosco di felci tra le quali spicca in particolar modo la bellissima Phyllitis scolopendrium. Sono inoltre presenti nel parco dei prati aridi dominati dal Forasacco e dalla Sesleria, impreziositi da orchidee selvatiche come la Platanthera bifolia, la Gymnadenia odoratissima e l’Anacamptis pyramidalis e pareti rupicole sulle quali si trovano due importanti endemismi, la campanula insubrica e la campanula della Carnia. La altre parti del parco presentano un bosco ceduo dominato da Carpino nero e Orniello, inframezzati da qualche Roverella.

Nelle zone boscate del parco è possibile trovare i più tipici rappresentanti della fauna prealpina, tra cui molti tipi di uccelli come la ghiandaia, il fagiano, rapaci e passeriformi, roditori come la lepre, il ghiro, e lo scoiattolo; i predatori sono la volpe, il tasso e la faina, mentre gli ungulati sono rappresentati dal Capriolo . Le zone a prati terrazzati, ricche di muri a secco e bene esposte a sud, sono un habitat ideale per i rettili e per molte specie di farfalle. Le particolari caratteristiche del bosco di forra favoriscono infine la presenza della Salamandra pezzata e del Gambero di fiume, specie quest'ultima di particolare interesse in quanto considerata in pericolo di estinzione dalla Lista rossa IUCN.




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