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lunedì 23 maggio 2016

DELEBIO

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Delebio è un comune della provincia di Sondrio.

Il territorio di Delebio vide svolgersi la cruenta battaglia di Delebio che nel 1432 vede i Visconti di Milano contrapposti alla Repubblica di Venezia nel contendersi il dominio della Valtellina.

Pur essendo un piccolo borgo della bassa Valtellina, il paese custodisce importanti opere d'arte, tra cui la chiesa barocca di Badia. Otto tra chiese e oratori, molte edicole e cappellette, diversi affreschi sacri rappresentano il ricco patrimonio artistico religioso di Delebio costituitosi tra il XV ed il XX secolo. I suoi beni culturali si completano con Palazzo Peregalli e con i vari esempi di architettura rurale, che ancor oggi offrono uno spaccato caratteristico con i "Culundei", con i torchi e mulini ad acqua, alcuni dei quali ancora funzionanti. Visitare Delebio significa riscoprire la realtà contadina, artigianale ed industriale che ha caratterizzato nel percorso lungo i secoli l'evolversi di questo dinamico paese della Valtellina.

La chiesa parrocchiale di S. Carpoforo fu iniziata nel 1419, si presenta ad una sola navata con tre cappelle e fu terminata dal maestro Gaspare Aprile di Carona. Al suo interno, di notevole pregio, si possono ammirare due opere di Giuseppe Petrini: a sinistra dell'organo, in alto, la Vergine del Rosario e a destra Pio V che indice la crociata contro i Turchi (sec. XVIII). La parrocchiale conserva anche lavori di: G. Gavazzeni, Fumagalli, e P. Bianchi. Altri due lavori del Petrini: Vergine col Bambino e Vergine col Bambino e una devota si trovano nell'attiguo oratorio di S. Giuseppe (1600).

I recenti restauri hanno ridato tutta la luce settecentesca al grande vano dell'aula e del presbiterio quadrangolare rivelando eleganti decorazioni ad opera di Pietro Bianchi detto il Bustino, già attivo in Bassa Valtellina nell'Insigne Collegiata di San Giovanni Battista, nella chiesa di San Pietro e nella ex chiesa domenicana di sant'Antonio di Morbegno. Il Bianchi è riconosciuto come uno degli antesignani del gusto rocaille in Valtellina.

Una chiesa dedicata a San Carpoforo dovette esistere probabilmente già nel XII secolo (Visita Archinti 1614-1615, note). Essa dipendeva in origine dalla chiesa plebana arcipresbiterale e collegiata di Santo Stefano protomartire di Olonio (Visita Ninguarda 1589-1593, note). Il 4 febbraio 1425 la comunità di Delebio avanzò nei confronti della plebana Olonio la richiesta per avere nella propria chiesa di San Carpoforo un rettore o beneficiale, come risulta dall'atto rogato dal notaio Giacomo Castellargegno. L'1 aprile 1428 venne effettuata la nomina del primo beneficiale. Il 3 dicembre 1429, con atto rogato da Giacomo Castellargegno, vennero stabilite le rendite perché la chiesa di San Carpoforo potesse essere eretta in parrocchia. Nel 1437 risulterebbe che la nuova parrocchia era stata costituita, con territorio smembrato da Cosio (Fattarelli 1986). Si dovrebbe ipotizzare un'erezione della parrocchia prima del 1445, data in cui la chiesa di San Carpoforo compare con le qualifiche di "parochialis et curata" (Collationes Benefitiorum, vol. I, n. 23a; Xeres 1999).
Come "parochialis et curata" compare anche negli atti della visita pastorale del vescovo Gerardo Landriani del 1445. La prebenda curata risultava di nomina comunitaria ("per homines de Adalebio") (Visita Landriani 1444-1445).
San Carpoforo era stata dotata dai vicini di Delebio, di Andalo Valtellino, di Rogolo e delle contrade annesse nel 1429 (Quadrio 1775-1776), ma probabilmente la separazione era stata contestata dal rettore di San Martino a Cosio, chiesa dalla quale le comunità dipendevano, come risulta da una sentenza arbitramentale tra il parroco di San Martino di Cosio e il parroco di San Carpoforo di Delebio che il 7 giugno 1452 definì le relazioni tra le due chiese e i segni dell'antica preminenza di San Martino. Una nuova vertenza intentata nel 1476 dall'arciprete di Sorico, riguardò invece la dipendenza del rettore di San Carpoforo dalla pievana e vide la difesa dei diritti patronali da parte dei vicini di Delebio (Visita Landriani 1444-1445, note).
In data 7 giugno 1452 si ha una sentenza arbitramentale tra il parroco di San Martino di Cosio e il parroco di San Carpoforo di Delebio (Index alphabeticus).
Nel 1589, durante la visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda, la "ecclesia parochialis" di San Carpoforo di Delebio faceva capo a una comunità di 260 famiglie cattoliche. In Delebio sorgeva anche una chiesa dedicata a Santa Domenica, eretta dai monaci cisterciensi dell'Abbazia dell'Acquafredda di Lenno (Visita Ninguarda 1589-1593). Con atti rogati da Luigi Sala, notaio apostolico della curia vescovile di Como, datati 29 dicembre 1591 e 6 marzo 1595, la chiesa di Santa Domenica di Delebio venne unita in perpetuo alla chiesa parrocchiale di San Carpoforo (Fattarelli 1986).
Alla metà del XVII secolo la parrocchia di San Carpoforo di Delebio era inserita in un vicariato esteso al territorio che costituiva il terziere inferiore della Valtellina, comprendente la squadra di Morbegno e la squadra di Traona, la prima delle quali coincideva con una “congregatio” del clero, la seconda con due “congregationes”, con centro rispettivamente a Traona e Ardenno; Delebio rientrava nella "congregatio prima" (Ecclesiae collegiatae 1651).
Il 17 agosto 1769 il vescovo di Como Agostino Neuroni, dando esecuzione alle lettere apostoliche di Clemente XIV dell'11 luglio 1769, eresse la chiesa di San Carpoforo di Delebio in collegiata ed elevò in essa una dignità prepositurale e nove canonicati (Visita Ninguarda 1589-1593, note).
La chiesa di San Carpoforo di Delebio è attestata come prepositurale con sette canonici alla fine del XVIII secolo "in vicariatu Tertierii inferioris Vallistellinae, Squadrae Morbinii" (Ecclesiae collegiatae 1794). Nel 1811, dopo la soppressione del capitolo, rimasero il preposito con quattro coadiutorie, ridotte a due a causa della tenuità dei redditi (Visita Ninguarda 1589-1593, note).
Nel 1898, anno della visita pastorale del vescovo Teodoro Valfré di Bonzo, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 885. Entro i confini della parrocchia di Delebio, di nomina vescovile, esistevano le chiese della Santissima Trinità al cimitero, di Santa Domenica, della Santa Croce nella frazione Tavani, e gli oratori di San Michele, attiguo alla chiesa parrocchiale, quello detto all'abbazia dedicato a San Girolamo, San Placido e al Santissimo Nome di Maria, di Sant'Antonio abate, detto oratorio Bassi, di San Rocco, della Beata Vergine della Neve di Canargo. Nella chiesa parrocchiale di San Carpoforo si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento, solo maschile, e del Santo Rosario, solo femminile. Il numero dei parrocchiani era 2050 (Visita Valfré di Bonzo, Vicariato di Morbegno).
Alla fine del XIX secolo il clero di San Carpoforo risultava composto dal parroco e da un coadiutore (Visita Ninguarda 1589-1593, note).
Nel corso del XX secolo la parrocchia di Delebio è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Morbegno fino al decreto 1 gennaio 1938 del vescovo Alessandro Macchi, quando divenne sede di un vicariato comprendente le parrocchie di Andalo Valtellino, Delebio, Piantedo e Rogolo (decreto 1 gennaio 1938 III/b) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1938). Con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato di Morbegno (decreto 29 gennaio 1968) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con il decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato A della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984).

L'oratorio di S. Girolamo, era cappella privata dei nobili Peregalli, risale alla prima metà del sec. XVIII. Si presume fosse stato fatto costruire su progetto dell'architetto Pietro Solari di Bolvedro. Al suo interno si trovano stuccature di vari autori tra cui G. Coduri detto Vignoli; le tele sono attribuite a G.P. Ligari e a G. Petrini. Nella piazzetta adiacente si trova Palazzo Peregalli (sec. XVIII) ricavato dalla casa conventuale dei monaci dell'Acquafredda. Vi hanno abbellito le sue sale artisti come P. Ligari e G. Romegialli. Al suo interno si può ammirare uno splendido oratorio privato, in stile roccocò, frutto del lavoro di P. Solari e del quadraturista G. Coduri; si presenta ricco di stucchi, marmi ed arredi. Attiguo al Palazzo si trova l'ex filanda della seta costruita nel 1730 al posto della chiesa di S. Agrippino e di parte del rustico della "grangia" dei monaci dell'Acquafredda di Lenno.

Sempre nella piazzetta Peregalli si trovano il Cantinone, il torchio delle noci ed il vecchio maglio. Una passeggiata lungo via Manzoni completa la visione dalla strada del Palazzo Peregalli. Via Torelli, via Cavour e via Roma delimitano i tipici "colundei" o cortili interni a gruppi di case rurali, con attigui stalle e fienili; qui vivevano piccole comunità agricole impegnate nella lavorazione dei fondi appartenenti alla nobiltà locale. Di pregio artistico Palazzo ex Bassi con l'affresco di G. P. Romegialli: il Ratto d'Europa. Andando verso Piantedo è possibile ammirare l'oratorio di S. Rocco del sec. XVIII.
La chiesa di S. Domenica, che sorge nei pressi del municipio, fu fondata nel sec. XII. Nel sec. XVII subì importanti rifacimenti, attualmente si presenta al visitatore abbellita dal prato verde ben curato che la circonda. L'ingresso della vicina casa di riposo presenta un interessante affresco del pittore delebiese Eliseo Fumagalli (sec. XX) raffigurante una Madonna. Spostandosi verso il nord del paese, in direzione del cimitero, si può notare la Rotonda del Cimitero, iniziata nel 1730 dopo la distruzione della chiesetta della Grangia cistercense di Badia. Si presuppone sia stata costruita con le pietre della torre del Carlascio. All'interno sono conservati un affresco del Gavazzeni rappresentante la Deposizione di Cristo ed una tela di Pietro Ligari raffigurante la Crocifissione.

L'economia di Delebio ebbe, fin dal passato, un importante ruolo per l'intera Valtellina. I suoi magli risuonavano nel fondovalle già dal lontano 1500 grazie alla forza motrice dell'acqua del torrente Lesina e numerosi erano i manufatti di rame e ferro che venivano prodotti. Delebio vanta più di un importante primato: qui fu attivata la prima centrale elettrica della provincia di Sondrio, nel 1894, data che segnò la fine dell'artigianato. Iniziò "l'era industriale": due filande della seta e numerose concerie davano lavoro alla popolazione locale e non. Nel 1809 Napoleone permise a Delebio di avere una propria fiera durante il mese di ottobre. In quest'occasione si vendevano soprattutto carri, una produzione che era conosciuta ed apprezzata anche oltre i confini valtellinesi e valchiavennaschi. Una vocazione al commercio che è continuata fino ai giorni nostri. La lavorazione dell'alluminio, la produzione di prodotti sanitari, di fibre sintetiche, di materiale elettromeccanico e di segherie fanno di Delebio un operoso centro artigianale ed industriale. Il settore zootecnico è ancora vivace e la presenza di un grosso caseificio testimonia una vitalità agricola di rilievo per la bassa Valtellina. Numerose sono le superfici coltivate a mais e foraggio che si estendono dalla strada statale verso il fiume Adda, nella parte nord del territorio comunale.


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LA VAL SANGUIGNO

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La Val Sanguigno è una valle minore che si sviluppa sulla destra orografica della Val Seriana, di cui è tributaria, ed è situata nel territorio amministrativo del comune di Valgoglio, in provincia di Bergamo.

La valle, molto apprezzata dagli escursionisti in tutte le stagioni, nella parte bassa è percorsa dall'omonimo torrente che, raccogliendo i numerosissimi rigagnoli che bagnano la zona, crea pozze, forre e cascate, rendendo il paesaggio molto suggestivo, gettandosi poi nel torrente Goglio nei pressi della centrale idroelettrica di Aviasco.

Ad ovest è delimitata dal monte Zulino, ad est dal monte Salina e dal monte Crapel, mentre a nord, nella parte più elevata, è chiusa dalla conca delimitata dal monte Corte, dal Pizzo Farno e dal monte Pradella. Tra queste tre cime si trovano il passo di Valsanguigno ovest e quello di Valsanguigno est (noto anche come Passo del Farno), che permettono di raggiungere il versante orografico della val Brembana.

La valle presenta inoltre caratteristiche naturalistiche di elevato profilo. Grazie a particolari condizioni ecologiche, ma anche per via della quasi nulla presenza dell'uomo, in essa si è sviluppato un particolare habitat in cui hanno trovato spazio numerose specie vegetali ed animali di interesse scientifico e conservazionistico, tra cui l'aquila, il capriolo, il camoscio, l'ermellino, ma soprattutto il coleottero denominato Ubychia leonhardi Reitter ed il sempreverde Lycopodiella inundata, entrambi endemici.

Al fine di tutelare questa delicata condizione naturalistica, rendendola contemporaneamente fruibile agli appassionati, la valle è stata inserita nel progetto “Bi.O.S. – Biodiversità Orobica in Valle Seriana” che, promosso dalla Fondazione Cariplo e da enti locali tra cui il Parco delle Orobie Bergamasche e la Provincia di Bergamo.

La via più breve è quella che parte a fianco della centrale idroelettrica di Aviasco, posta poco a monte rispetto all'abitato di Valgoglio, che per il primo tratto è inclusa nell'itinerario conosciuto come Sentiero dell'Alto Serio.

Da qui si segue il segnavia C.A.I. numero 232 che l'attraversa e costeggia il torrente Sanguigno, toccando il rifugio Gianpace (dopo poco meno di un'ora di cammino), le baite di Val Parma (detta anche baita di Bindagola) e di Presponte, dopo la quale la traccia si divide: ad ovest culmina presso il passo di Valsanguigno ovest (2320 m s.l.m.), tramite il quale si raggiunge il Rifugio Laghi Gemelli, ad est giunge al passo di Valsanguigno est (2380 m s.l.m.), noto anche come Passo del Farno, che collega la valle con il lago Colombo.

La Val Sanguigno è una delle zone più incontaminate di tutta la Lombardia, con pochi eguali nelle valli prealpine, e ricchissima di acqua. Dai colori sgargianti, tendenti al rosso alla fine dell’estate (da qui il nome “Sanguigno”) è percorsa dal torrente Sanguigno che crea pozze, forre e cascate, alimentando la centrale idroelettrica di Aviasco.
In tutto il territorio del Parco delle Orobie Bergamasche, di cui fa parte, è un caso quasi unico di sostanziale integrità idrogeologica.

La valle accoglie una flora molto ricca di specie endemiche di elevatissimo interesse scientifico, oltre a faggete e boschi di tigli ed aceri, pascoli e praterie alpine. A circa 1425 m.s.l.m., in un ampio pianoro, si comincia a camminare su morbidi prati che paiono cuscini d’erba: sono le torbiere, accumuli continui di materiale vegetale saturi d’acqua e in lenta decomposizione. La torba spugnosa e soffice è abitata da specie vegetali rarissime come la Lycopodiella inundata e la Drosera rotundifolia, minuscola pianta carnivora che grazie ai lunghi tentacoli intrappola piccoli insetti.


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venerdì 20 maggio 2016

VALGOGLIO

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Valgoglio è un comune situato in una valletta che, bagnata dal torrente Goglio, si sviluppa perpendicolarmente alla Val Seriana, dista circa 44 chilometri a nord-est dal capoluogo orobico.

Posto ad un'altezza di 930 m s.l.m., presenta le caratteristiche di un borgo alpino con una natura circostante pressoché intatta.

Il nome del paese deriva dalla valle in cui esso è inserito, la quale a sua volta deve il nome al torrente che la bagna. Il Goglio, che sfocia nel fiume Serio nel territorio di Gromo, etimologicamente deriva da goi, che in dialetto bergamasco sta ad indicare un corso d'acqua con gole e forre profonde.
Il paese di Valgoglio, unitamente alle frazioni di Colarete e di Novazza, ha una storia con pochi eventi di rilievo, legati per lo più alle vicende del vicino comune di Gromo.

Difatti il borgo è rimasto estraneo sia alla colonizzazione romana che alle dispute medievali, legando il proprio nome soltanto alla grande capacità estrattiva che il sottosuolo garantiva.

La ricchezza di minerali ha da sempre fornito una sussistenza più che dignitosa per gli abitanti del luogo fin dai tempi del medioevo. In quel tempo quando gran parte delle armi, armature e corazze era prodotta con il ferro qui estratto, così come le monete della zecca di Bergamo, coniate con l'argento di Valgoglio. Unitamente a questi materiali veniva estratto anche l'oro, che contribuì a creare un certo benessere nella zona.

Recentemente, in una miniera dismessa nella frazione Novazza, sono state rinvenute modeste quantità di uranio, tanto da ipotizzare l'apertura di una miniera per l'estrazione di questo minerale da molti considerato pericoloso. Per questo motivo gran parte della popolazione, anche dei paesi circostanti, ha manifestato un forte dissenso, facendo rientrare il progetto.

Il paese tuttora vive grazie allo sfruttamento delle risorse che offre la natura, quali il turismo, l'industria idroelettrica e, in qualche caso, di pastorizia.

Il 17 luglio 2014, con seduta straordinaria il Consiglio Comunale approva lo Statuto Costitutivo dell'Unione di Comuni dell'Alto Serio con Gromo, Gandellino e Valbondione, per poter affrontare la situazione economica di criticità.

La chiesa parrocchiale del capoluogo, edificata nel XVII secolo, ma rifatta due secoli più tardi, è intitolata a Santa Maria Assunta, e custodisce affreschi e sculture di buona fattura, risalenti ad un periodo compreso tra il XIV ed il XV secolo. L’edificio è caratterizzato da un campanile a cipolla e da un tipico e ampio porticato che conserva pregevoli pitture a narrazione del Quattro-Cinquecento (Madonne, Santi, Cristo Crocifisso e Santissima Trinità) tra le quali un affresco, o forse più, attribuito a Jacopo de Busca, l’autore della Danza Macabra di Clusone. All’interno, sulla volta della navata belli e antichi affreschi e sul presbiterio, dietro l’Altare Maggiore, una magnifica “Ultima Cena” del XVI secolo. Splendido il polittico ligneo del primo Cinquecento e rilevanti le tele di Grazio Cossali, Saverio della Rosa e Antonio Brighenti. Sulla parete destra del presbiterio è la tela dell’Annunciazione di Grazio Cossali, opera seicentesca di pregiata fattura.
Più a valle, appare davvero grazioso il nucleo antico della frazione Colarete ove spiccano alcune case rustiche ben conservate e la locale chiesetta dedicata a San Michele, dal tetto in ardesia (XV secolo). All’interno conserva affreschi davvero unici, che coprono quasi integralmente il presbierio e la parete sinistra della navata, insieme a tele del Carpinoni. Lungo il sentiero verso i laghi, da vedere il nucleo agreste di Bortolotti, di antica formazione, con la chiesetta di San Rocco che custodisce graziosi affreschi e la miracolosa statua del Santo e, nel magnifico pianoro di Selvadagnone, la chiesetta dedicata a Sant’Antonio. Nella Frazione di Novazza, si trova invece, la chiesa dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo all’interno della quale il turista potrà ammirare stupendi affreschi di Ponziano Loverini.

Notevoli sono le escursioni che si possono compiere sul territorio comunale, adatte ad ogni tipo di utenza: si va dalla semplice passeggiata ad itinerari riservati a persone più esperte. Tra questi vale la pena segnalare la Val Sanguigno ed il cosiddetto Giro dei cinque laghi, che tocca i laghi artificiali di Aviasco, Nero, Campelli, Sucotto e Cernello.

Protagonista assoluto è l’ambiente. Le aree incontaminate presenti a Valgoglio sono davvero magiche e avvolgono i centri abitati abbracciandoli con dolcezza senza che le une prevalgano sugli altri. I panorami mozzafiato che si possono scorgere sono tra i più fiabeschi della Lombardia.

Da non perdere lo splendido e impegnativo giro dei cinque laghi, avvincente percorso che trova il suo punto di partenza nella contrada Bortolotti. Il sentiero, ben segnalato, sale dapprima su morbido terreno tra fitte conifere, e scavalca, dopo circa un’ora di cammino, un gradino roccioso, accanto all’imponente e storica condotta forzata. All’arrivo, ecco l’ampio altipiano segnato da numerose testimonianze dell’attività idroelettrica di valle (condotte forzate, canali, guardianie) ma soprattutto dalla poesia di cinque laghetti inseriti in un contesto alpino e insieme lunare. Ci riferiamo al Lago Nero, al Sucotto (1.854 m), al Cernello (1.954 m), al Campelli basso (unico bacino naturale) e al lago di Aviasco (2.070 m) dalla curiosa forma di pera allungata, coronato da pendii verdissimi, e infine un ambiente davvero singolare, circondato dalla magia di imponenti vette (pizzo Pradella - 2.626 m, Cabianca, Madonnino, Costa d’Agnone). Rinomate l’omonima Baita Cernello da cui raggiungere il Passo d’Aviasco o il Passo Portula (230 CAI) e la Capanna Lago Nero.


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LA VALLE DEL VO'

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La Valle del Vò è una diramazione occidentale della Val di Scalve che inizia nella frazione di Ronco nel comune di Schilpario, in provincia di Bergamo, nelle Prealpi Orobie.

La valle è percorsa dal torrente Vò, dal quale ne prende il nome.

La coronano il Monte Bognaviso (2287 m), il Pizzo Tornello (2687 m) ed il Monte Demignone (2586 m), montagne verdi che tuttora mantengono una natura incontaminata, e termina al Passo del Vo.

È percorsa da un'antica mulattiera, utilizzata per raggiungere un forno di fusione del minerale (del quale ne rimane traccia). La Val di Scalve, per secoli, sviluppò il lavoro in miniera che diede ferro già ai tempi dei Romani.

Ancora oggi i resti delle Baite del Brusa sono la testimoniare di un villaggio abitato in passato dai minatori.

La mulattiera che la percorre, è il tratto finale della Via dei contrabbandieri, che da Ponte Frera (1373 m) conduceva a Ronco di Schilpario, riedificata dalle donne scalvine in tempo di guerra.

La vegetazione alterna boschi di abete rosso, pino mugo, ontani e noccioli. La fauna è ricca di camosci.

Risalendo la mulattiera si incrociano: la Baita del Venano di sotto (1542 m), la Baita del Venano di mezzo (1679 m) e la Baita di Venano di sopra (1859 m) dislocate nell'alpeggio dal quale prendono il nome, mentre il Rifugio Nani Tagliaferri (2328 m) è situato nell'estremità settentrionale della valle.

Di interesse è la cascata del Vò che, durante il periodo invernale, ghiacciando diventa palestra meta apprezzata per gli arrampicatori.
Un tuffo di 25 metri del torrente Vò che si butta nel fiume Dezzo.






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giovedì 19 maggio 2016

GANDELLINO

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Gandellino è un comune situato prevalentemente sulla parte sinistra orografica del fiume Serio che lo attraversa, a 675 m s.l.m. in alta Val Seriana, circa a 44 chilometri a nord di Bergamo, ed è composto dal capoluogo sul fondovalle, che prosegue nella parte a nord lungo la strada provinciale con le frazioni Gromo San Marino, Bondo, Pietra e Grabiasca, sulla sua parte a est con la frazione Tezzi e sulla parte ovest con la frazione Foppi.

Salendo la Val Sedornia, uno strano masso sembra testimoniare la presenza dell'uomo sul territorio almeno due millenni a.C., in località Spiaz de Martisola.

Un parallelepipedo con incisi segni circolari che si susseguono su linee parallele, e coppelle, che non sono sicuramente di origine naturale. Un masso-altare usato per culto e sacrifici dei sacerdoti precristiani, i drudi celtici,come nelle vicina valle Canonica.

Il primo documento che riporta il nome Oltre il dragone, riconducibile al bergamasco "dargùn", 'torrente rovinoso', o "drag", 'frana', questo è infatti l'antico nome della località, risale al 774, documento in cui Carlo Magno re dei Franchi, dona tutta l'Alta Valle Seriana al Monastero di San Martino di Tours in Francia, a testimonianza di questo, Gandellino mantiene S. Martino quale santo patrono.

Nel 1267 ottiene l'autonomia dal Vicariato di Bergamo, che nel 1067 era subentrato al Monastero di S.Martino, partecipando con Gromo e Valgoglio all'espugnazione del paese di Covo con mezzi propri, sia economici che di uomini in qualità di soldati e di forza lavoro. Il documento, detto "Instrumento del privilegio", è ora conservato e consultabile presso il museo sito nel Palazzo Milesi di Gromo. Con l'autonomia i ricavati dell'estrazione e lavorazione di minerali, diventano l'economia del paese. Risale al 1396 invece il documento, un atto notarile di vendita, dove compare, per la prima volta, il nome di Gandellino, anche questo con ogni probabilità dalla voce bergamasca “ganda”, che significa “frana”.

Nel 1428, passando sotto il dominio veneto, il mercato e il lavoro delle armi, subiscono un notevole incrementato, come per tutti i paesi della valle, ma una terribile frana nel XV secolo, distrugge le fucine che erano presenti lungo il torrente Sedornia per la lavorazione dei metalli, e la successiva frana del 1834 ne cancella ogni traccia, rimangono consultabili solo gli atti notarili a testimonianza storica.
L'economia contadina, molto povera, data la posizione montana porta nei primi del '900 ad una migrazione corposa, in Francia e in Svizzera. Nel 1968 cedette le frazioni Ripa e Bettuno al comune di Gromo.

Sul territorio si sono susseguite frane anche nel 2000 che richiedono da anni interventi di prevenzione con canali di scolo acque e muri di contenimento con lavori che hanno richiesto studi approfonditi del territorio.

Le sempre difficili situazioni economiche porteranno ad una unione amministrativa di Gromo con i paesi confinanti e il 17 luglio 2014, con seduta straordinaria il Consiglio Comunale approva lo Statuto Costitutivo dell'Unione di Comuni dell'Alto Serio con Gromo, Valgoglio e Valbondione.

Immerso nel Parco Regionale delle Orobie, Gandellino è un verdeggiante borgo protetto dalle cime del Redorta, Grabiasca, Brunone, e Cardeto, e bagnato dalle acque del Serio e del suo affluente Sedornia. Il territorio comunale comprende, oltre al capoluogo, la frazione di Gromo San Marino e altre contrade, come Foppi, Tezzi, Bondo, Pietra e Grabiasca.

Dal paese è possibile collegarsi ai diversi sentieri alpini, il Sentiero dell'Alto Serio passa sui due versanti della valle: la terza tappa porta da San Giovanni di Gorno (punto di partenza) a Grabiasca passando per la Ripa sulla parte occidentale; la quarta tappa parte invece da Aprico (Fino del Monte) per arrivare ancora a Grabiasca, ma passando per i Tezzi Alti sulla parte orientale del paese.

Mentre attraverso il Sentiero delle Orobie, si possono raggiungere alcune cime delle prealpi bergamasche: i monti Redorta, Grabiasca, Brunone, e Cardeto.

Si possono così raggiungere i numerosi laghi alpini e rifugi: Laghi di Cardeto, Passo della Portula, Curò e Coca (da Valbondione), Brunone (da Fiumenero), Calvi (da Ripa di Gromo), Alpe Corte e Laghi Gemelli (da Valcanale); proprio da quest'ultimo ha inizio anche il sentiero dei rifugi delle Orobie, che si conclude all'Albani.

La pista ciclabile attraversa tutto il territorio di Gandellino, per lunghi tratti anche nel centro abitato. Sul territorio c'è un impianto sportivo comunale completo di campi di pallavolo calcetto e tennis, mentre nella frazione Gromo S. Marino si trova il campo comunale di calcio e di pallavolo.

Spias de Martisola è il mistero di un luogo, le cui tracce sono per noi oggi sempre di difficile interpretazione. Partendo dalla frazione Tezzi si percorre un sentiero, antico che sale una valle nel bosco, la Val Sedornia, nome che è una trasformazione del nome romano "Saturnia", Saturnus quindi un elemento religioso, il dio Saturno, dio della natura, della potenza e abbondanza. La valle che percorre un bosco, si apre poi in pascoli, ma è stranamente deserta.

Giunti in località detta Spias de Martisola, compare una radura con un masso a forma di parallelepipedo ora completamente ricoperto di muschio, le cui incisioni e coppelle lo rendono sicuramente riconducibile all'opera dell'uomo, e di un uomo preistorico. Lungo un lato del Masso erratico son ritagliati una serie di gradini, che conducono alla sua sommità. Un masso-altare per sacrifici, e questo secondo gli studi che sono stati fatti qui e in altre zone delle Alpi e Prealpi si ritiene che il masso altare sia stato utilizzato fra il terzo e il primo millennio prima di Cristo. Sulla superficie son ben visibili dei solchi chiamati coppelle. Mentre la faccia rivolta a Nord mostra una serie di incisioni circolari, e di linee oblique, forse indicanti costellazioni.

Un masso-altare usato dai druidi, sacerdoti dei Celti per riti sacrificali, le coppelle sembrano che potessero raccogliere il sangue di vittime, animali o addirittura umane, altri parlano di riti religiosi legati all'acqua che feconda la terra, anche questa possibilità attendibile essendo presente il torrente Sedornia.

Di pregevole interesse artistico sono le due chiese parrocchiali.

La chiesa, dedicata alla Natività di Maria,è risalente al 1350, situata sopra un dosso, è ben visibile dalla valle. Anticamente era annessa ad un convento di monache ora soppresso. Un porticato sui lati nord e ovest la contorna. Sul lato verso valle, presenta sette aperture ad arco a tutto sesto in pietra arenaria, complete di colonne in stile toscano che poggiano su di un alto parapetto in muratura coperto da piana in pietra come basamento.
L'interno è caratterizzato da una pianta a tre navate, di cui quella centrale più alta rispetto le due laterali. Le volte di sostegno poggiano su grosse colonne di pietra diverse tra loro per dimensione, ciò rende le arcate a loro volta diverse, creando un'asimmetria architettonica nella chiesa.
Tra le opere artistiche degne di nota vi sono da citare antichi affreschi, molto probabilmente riconducibili proprio alla chiesa primitiva poi ampliata, presumibile opera di Giacomo de Buschis detto il Borlone, che già aveva lavorato nella valle affrescando la Danza Macabra, mentre altri di epoca quattrocentesca rappresentano il "Il credo degli apostoli". Sia la navata centrale che il presbiterio sono decorati con medaglie e cornici in stucco di epoca barocca che raffigurano scene della vita di Maria mentre l'ancona lignea posta dietro l'altare è caratterizzata dalla scultura di un Cristo Risorto, opera della cerchia dello scultore Pietro Bussolo del 1510 circa.
L'edificio è stato restaurato tre volte: la prima nel 1877 e in seguito nel 1936 e infine1987.
Nel cimitero accanto è stato tumulato il missionario Alessandro Dordi, proclamato beato il 3 febbraio 2015 da Papa Francesco.

La Chiesa Parrocchiale di San Martino, del XX secolo, fu iniziata nel 1920 e terminata con la costruzione della torre campanaria nel 1984, si presenta all'esterno completamente rivestita in pietra, con ai lati due ambulacri aperti verso l'esterno con archi a tutto sesto, a cui si accede per mezzo di due scalinate. L'architettura dell'edificio da la sensazione di trovarsi davanti ad un edificio a tre navate. L'interno è a pianta rettangolare ad unica navata ripartita in sei campate uguali. Le pareti laterali sono interessate da un'alta zoccolatura in pietra, mentre la parte superiore s'imposta un matroneo con sei ordini di trifore per lato. Sopra, oltre il cornicione, si aprono dodici finestre circolari, due per campata, una per lato, che illuminano naturalmente l'interno della chiesa. Oltre la sesta campata inizia il presbiterio, una larga scalinata di sei gradini, nel cui mezzo spicca dominante il tiburio dell'altare centrale con ciborio proveniente dalla cappella dell'ex seminario di Clusone. La facciata opposta,sopra la porta d'ingresso, è interessata da una cantoria in muratura sorretta da quattro colonne con base e capitello. Alla base della torre campanaria posta nella parte occidentale della chiesa, vi è l'ingresso che porta all'interno della cripta. La cripta, usata per le funzioni nelle stagioni invernali, è a pianta rettangolare con un'unica navata e con copertura a volta a botte ed ha dimensione analoga alla chiesa soprastante. Ha un deambulatorio absidale e altare con colonne ed arcate in marmo rosso. Sulla parete rivolta a nord colpiscono gli intensi colori nella rappresentazione, di autore anonimo, raffigurante l'inferno, il purgatorio e il paradiso. Nella cripta è conservata la statua della Madonna del Carmine di opera fantoniana.

Altre chiese da visitare sono quelle di San Giorgio a Bondo, dedicata alla Madonna di Lourdes, di San Giovanni Battista in località Tezzi e di Santa Lucia in contrada Foppi. L'abitato di Tezzi offre anche alcuni esempi di architettura tipica della montagna bergamasca: un tempo contrada popolosa, oggi, ancora percorsa da viottoli e angusti acciottolati, ha ben conservato le case rurali con finestrelle e inferiate, ballatoi in legno e tetti con tipiche lastre di ardesia.

Pregevole esempio di archeologia industriale è invece la centrale idroelettrica Enel, risalente al 1920, di aspetto neogotico.

Malgrado il paese abbia come santo patrono S. Martino, è la festa della Madonna del Carmelo che cade il 16 luglio, quella maggiormente solennizzata. I numerosi emigranti, che dai primi del Novecento si sono allontanati dal paese alla ricerca di lavoro tornando solo durante le vacanze estive, hanno portato a posticipare i festeggiamenti al 15 agosto, giorno della Assunta.

Le vie e gli angoli del paese, che diventano il percorso della precessione, vengono addobbati di fiori e di simboli mariani, ma l'attrazione della festa è l'incanto al porto della statua della Madonna.

Pochi minuti prima della processione, infatti, sul sagrato della chiesa, si radunano i paesani e seguono l'incanto all'asta per il porto della statua durante la processione.

Dopo il susseguirsi di suggestivi lanci e rilanci di offerte, il banditore proclama chi si è aggiudicato il porto della statua lungo le vie del paese, tra i maridac e i suen, tra gli sposati e i giovani. Lo scoppio di botti segna l'inizio della processione.

Oltre al trekking, Gandellino può offrire ai suoi ospiti sfidanti percorsi per mountain bike lungo i numerosi sentieri montani presenti sul territorio come il tracciato tra Gromo e la Valsedornia, o il più tranquillo e recentissimo tracciato della ciclovia della Valseriana, che conduce a Gromo e Valbondione. Funzionale il locale Centro Sportivo Comunale, con campi di pallavolo, calcetto e tennis nel capoluogo mentre a Gromo San Marino si trovano un campo di calcio e uno di volley. Per gli amanti delle ciaspole e dello scialpinismo stupendi i percorsi da Tezzi a Vigna Vaga, Pizzo di Petto.


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VAL CERVIERA

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La valle della Cerviera è una valle laterale della Val Seriana; si diparte dal lato sud del lago del Barbellino in corrispondenza della prima cascata che si incontra provenendo dal Rifugio Antonio Curò. La valle è stretta nella parte bassa e si apre a sud, nella parte alta, in corrispondenza del salto d'acqua del torrente che l'attraversa.

Nonostante non sia molto ampia vi dimorano diversi animali selvatici, tra cui Camosci e Marmotte, e vi crescono diversi tipi di piante protette. Ospita nella parte sud-occidentale i Laghi della Cerviera ed è percorsa dai sentieri che portano al Pizzo Recastello, al Pizzo dei Tre Confini e al Rifugio Nani Tagliaferri lungo il Sentiero Naturalistico Antonio Curò. La valle in inverno e in primavera è percorsa da sci-alpinisti durante la salita al Pizzo dei Tre Confini.

I laghi della Cerviera sono alimentati dalle acque provenienti dallo scioglimento delle nevi e dalle frequenti precipitazioni, che si trovano nella valle della Cerviera, ad una quota media di 2326 m s.l.m.

I principali di questi misurano una superficie rispettivamente di 5.100, 2.900 e 2.400 metri quadrati, mentre gli altri hanno estensione trascurabile e variabile.

Il sentiero più breve per raggiungerli parte da Valbondione, in provincia di Bergamo. Si sale fino al rifugio Curò percorrendo la carrabile che parte a nord del paese e, arrivati al rifugio, si costeggia il lago del Barbellino fino alla cascata sulla destra. Qui si imbocca il Sentiero Naturalistico Antonio Curò, si prosegue lungo la valle della Cerviera e si costeggia a sinistra un secondo salto d'acqua. Arrivati in cima al salto bisogna prendere il sentiero a destra, ovvero quello che attraversa il torrente, e salire verso l'altopiano a sinistra. Il sentiero non è molto battuto e l'erba copre la via il più delle volte, ma ci sono dei segnavia che indicano il percorso, tra l'altro molto agevole.

In fondo all'ultimo lago, ovvero quello più a ovest, si ha un piacevole panorama sulle Cascate del Serio, sul Pizzo Coca, sul Pizzo Redorta, sulla Punta Scais, sul Pizzo del Diavolo di Tenda e sul Monte Grabiasca.


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CARONA

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Carona è un comune della provincia di Bergamo situato in Alta Val Brembana, il comune si trova a circa 50 chilometri a nord del capoluogo orobico.

Sull'origine del nome Carona, sono state avanzate parecchie ipotesi: potrebbe derivare dal latino, oppure da un patronimico.
La maggior parte degli storici propende per l'interpretazione, non del tutto convincente, che il nome Carona derivi dal prelatino “car” che significa pietra, luogo roccioso. Di certo il nome Carona è citato sulle antiche carte già nell'XI-XII sec. d.c

In tempi preistorici i ghiacciai di Valleve e di Carona, proseguivano fino a Branzi e prima di raggiungere il fronte comune di Lenna, ricevevano a Bordogna il contributo del ghiacciaio di Valsecca. La presenza di tali ghiacciai è testimoniata da alcune morene e da numerosi massi erratici, fra cui quello granitico di Carona, dal quale sono stati ricavati i paracarri della strada. Originati almeno in parte da questi ghiacciai, sono i numerosi laghetti e cascate che ingemmano la valle.
Questa grande abbondanza di acqua è stata sfruttata, tramite grossi interventi di ingegneria idraulica risalenti all'inizio del '900, per produrre energia elettrica. In particolare sono state costruite la Centrale idroelettrica di Carona, dighe, laghi artificiali, bacini di raccolta, condotte forzate e canali / gallerie.

Recenti studi riconducono i primi segni della presenza umana addirittura all'epoca etrusca, grazie alla scoperta di importanti reperti in località Foppa e lungo il sentiero che conduce ai laghi Gemelli. Si pensa che a questi ritrovamenti non corrispondessero insediamenti stabili, date le impervie condizioni territoriali in cui sono stati rinvenuti.

Le epoche successive videro l'arrivo della dominazione romana, che si spinse fin quassù al fine di sfruttare le grandi potenzialità minerarie della zona, installando anche un forno per la fusione del ferro.
Come per molti altri borghi vicini, si pensa tuttavia i primi insediamenti stabili in questa zona siano riconducibili all'epoca delle invasioni barbariche, quando le popolazioni soggette alle scorrerie si rifugiarono in luoghi remoti, al riparo dall'impeto delle orde conquistatrici.

Il primo documento che attesta l'esistenza di Carona risale all'anno 926, anche se scarse sono le notizie fino all'epoca medievale: si sa che il territorio venne assoggettato dal Sacro Romano Impero, che lo affidò alla diocesi di Bergamo. In seguito il borgo venne posto nel feudo facente capo alla famiglia Della Torre e in seguito a quella ghibellina dei Visconti, che diedero il permesso, ad ogni persona appartenente alla loro fazione, di uccidere un guelfo. In tal senso si verificarono scontri tra le opposte schiere anche nelle sperdute frazioni, che videro la morte di una decina di persone. Documenti del XIV secolo riferiscono che Carona faceva parte di un unico comune comprendente i vicini Valleve, Foppolo, Cambrembo e Fondra, mentre il secolo successivo fu aggregato a Branzi e Fondra a formare il comune di Valfondra Inferiore dalla cui divisione, nel 1595, nacquero i comuni di Carona, Branzi e Fondra.

Nel corso del XV secolo il paese, dopo essere entrato a far parte della Repubblica di Venezia, fu inserito nel distretto amministrativo della Valle Brembana Oltre la Goggia, che comprendeva tutti i comuni dell'alta valle, con capoluogo posto a Valnegra e godeva di sgravi fiscali e numerosi privilegi.

In questo periodo si sviluppò ulteriormente l'attività estrattiva, ma anche la produzione delle piodere, ovvero le pietre di ardesia utilizzate nella costruzione dei tetti. Tradizioni popolari raccontano che la zona fosse particolarmente ricca di minerali, in particolare la miniera in località Venina, tanto che era usanza dire che

« La Venina la al de piö de töta la Valtulina »
(la Val Venina da sola vale di più di tutta la Valtellina)
Con l'arrivo della dominazione austriaca, il territorio fu soggetto a forti dazi e tasse, che affossarono le esportazioni e fecero cadere in una crisi irreversibile l'economia del paese, costretto a far chiudere le miniere all'inizio del XIX secolo.

Al termine del primo conflitto mondiale, grande importanza assunse per il territorio e la popolazione di Carona lo sfruttamento delle acque del Brembo.
Tutto ebbe inizio nei primi anni del secolo scorso per soddisfare la crescente domanda di energia. A partire dal 1905 iniziarono gli studi da parte delle società Orobia e Prealpina e nel 1919 venne costituita la Società Forze Idrauliche Alto Brembo cui parteciparono l'Orobia di Lecco, l'Elettrica Bergamasca di Bergamo, la Vizzola di Milano e il Credito Italiano; da subito si diede inizio ai rilievi planimetrici ed altimetrici di tutta la vallata dal Comune di Lenna sino alle pendici del Monte Aga.
Vennero progettate e realizzate tra il 1925 al 1955 le dighe per i bacini dei laghi del Diavolo, Rotondo, Fregabolgia, Valle dei Frati, Sardegnana, Colombo, Gemelli, Marcio, delle Casere e del Becco.
Nel 1921 venne avviata la costruzione della centrale di Carona che iniziò a funzionare nel 1924 e nel 1931 fu costruita la diga del lago di Carona.
Complessivamente i bacini di raccolta delle acque destinate alla Centrale di Carona hanno una capacità di invaso di 22.350.000 mc.
Contemporaneamente alle dighe furono poi scavate due gallerie sotterranee di collegamento fra i vari bacini e il serbatoio di carico di Sardegnana: il canale del Diavolo e quello di Pian delle Casere.
Il primo ha una lunghezza di 4.486 metri e si diparte dalla presa di Valle Armentarga dove vengono convogliate le acque del Diavolo, del Fregabolgia e della Valle dei Frati. Il canale di Pian Casere è lungo 2.237 metri e raccoglie le acque del Colombo, Gemelli, Pian Casere, Marcio e Becco.
Furono inoltre costruite due altre gallerie: il canale Valleve – Carona lungo 4.316 metri che fa confluire nel Lago di Carona le acque del Brembo di Foppolo e Valleve e il Canale Carona – Baresi lungo 8.941 metri che parte a valle della diga di Carona e raccoglie le acque dei torrenti Borleggia, Valle dei Dossi, Valle Scura, Valle Pietra Quadra, Valle del Vendullo e Valle Secca.

Il territorio comunale, situato in un contesto naturalistico d'alto profilo, permette un'innumerevole quantità di escursioni adatte ad ogni esigenza. Tra le altre si segnalano l'ascesa al Monte Aga ed al Pizzo del Diavolo di Tenda, ma anche quelle al Rifugio Laghi Gemelli, al Rifugio Fratelli Calvi ed al Rifugio Fratelli Longo, questi ultimi due meta di numerose arrampicate in mountain-bike.

Durante il periodo invernale il paese, consorziato con i comuni vicini, vanta numerose opportunità per gli amanti dello sci alpino e sci alpinismo, con collegamenti con la stazione di Foppolo. A mezz'ora di cammino dal centro abitato, salendo verso il rifugio Fratelli Calvi, si trova il caratteristico borgo di Pagliari. Si tratta di un piccolo agglomerato urbano in stile rustico, con le case costruite in ardesia e senza le fondamenta, tanto da essere chiamato la contrada di pietra. Percorso per lungo tempo da viandanti e contrabbandieri che transitavano per evitare la dogana del Passo di San Marco, ha origini risalenti al XVI secolo.

I suoi caratteristici viottoli, la fontana e la chiesetta di San Gottardo (protettore dalle frane e dalle slavine) sono recentemente state al centro di un intervento di recupero dal degrado che lo aveva colpito dopo il costante spopolamento. Ora, nonostante disabitato, il borgo presenta più della metà degli edifici ristrutturati.

È inoltre da ricordare la parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista risalente al XV secolo. All'interno si possono trovare tre altari, unitamente a stucchi ed affreschi di buon pregio, frutto di artisti locali. Merita menzione anche la piccola chiesa di San Giovanni decollato che, consacrata nel 1450, fa bella mostra di sé con un grande campanile in pietra, all'inizio del centro abitato.
Carona nel 1331 era unificata, come comune, a Valleve. Il 21 giugno del 1450, la Chiesa, dedicata al Martirio di San Giovanni Battista, fu consacrata dal Vescovo Barozio, mentre si staccò da Branzi, divenendo Parrocchia, intorno al 1500. Si riferisce che nella Chiesa c'erano “tre altari molto vagamente decorati a stucco”.
L'altare maggiore della vecchia parrocchiale è quello che si trovava nella Chiesa dello Spasimo in Bergamo, quando questa fu soppressa dalla Repubblica Cisalpina.
Le opere migliori come la Madonna del Rosario del Ceresa e la Crocifissione di Giulia Lama, nonché il seicentesco armadio della sacrestia si trovano attualmente nella nuova Parrocchiale dedicata alla Natività di San Giovanni Battista, della quale fu posta la prima pietra nel 1909 dal vescovo Giacomo Radini Tedeschi e fu poi consacrata il 12 Giugno 1921.
La Frazione Porta il cui nome deriva dal fatto che in antichità era passaggio obbligato per chi dovesse raggiungere la parte alta del territorio di Carona e/o, da una parte, proseguire per la Valtellina e dall'altra scendere nella Valseriana attraverso il Passo Portula e la Valle dei Frati. Il termine “porta” poteva anche connotare un'opera fortificata che comprendesse un qualche dispositivo di difesa. Pare che la frazione sia stato teatro di uno scontro armato tra Guelfi e Ghibellini.
Attualmente nella frazione Porta, le vecchie e caratteristiche case in pietra sono quasi totalmente scomparse; si può tuttavia ancora vedere qualche antico manufatto come la chiesetta di San Rocco, edificata dopo la peste e consacrata nel 1636.

Tra la flora spontanea possiamo trovare l'Atragene alpina dai grandi fiori di colore azzurro, la Campanula, il Dente di Cane, la piu' nota Stella Alpina, il Rododendro, la Genziana Clusius e quella Punteggiata, il Giglio Croceo, il Giglio Martagone, la Nigritella Comune, la Peonia Selvatica, la Primula Minima ed il Raponzolo di Roccia. Sono presenti anche numerose piante ed erbe della salute, delle quali, alcune possono essere adoperate in cucina per preparare gustose ricette, altre vengono utilizzate come erbe officinali. Possiamo trovare il Tarassaco, la Bistorta, la Borraggine, il Timo Serpillo, il Ginepro, la Barba di Becco, lo Silene, il Pungitopo, il Pino mugo, e ancora la Fragola Selvatica, la Mora di rovo, i lamponi, il Mirtillo nero.

Nei dintorni di Carona e sui monti che la circondano, si possono avvistare molti esemplari della fauna locale, quali lo scoiattolo, il capriolo, il camoscio delle Alpi, lo stambecco delle Alpi che vive in alta quota, la diffusa marmotta, e ancora la volpe, l'ermellino, la vipera comune o aspide ed il raro marasso. Tra i volatili che popolano i boschi e le cime montane troviamo il pettirosso, la cincia mora, il picchio nero, il picchio rosso maggiore, la coturnice delle Alpi, il fagiano di monte, il gufo reale, lo sparviero, il gheppio ed anche la maestosa aquila reale. Nella acque cristalline dei torrenti e dei laghetti alpini vivono la trota fario ed il raro salmerino.


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mercoledì 13 aprile 2016

FIUMENERO

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Fiumenero è una frazione che occupa la parte meridionale del territorio comunale di Valbondione ad un'altezza di circa 800 m s.l.m. Attraversata dal fiume Serio, si sviluppa su entrambi i versanti della val Seriana, comprendendo per gran parte un territorio dalle caratteristiche montuose, con il nucleo abitativo posto interamente nel fondovalle.

L'origine del nome, al contrario di quanto potrebbe apparire scontato, non deriva dal colore del fiume che vi scorre. In base a questa errata teoria, perorata per secoli da studiosi locali, l'etimo avrebbe dovuto essere legato alla presenza di lastre di granito ed ardesia di colore olivastro, non certo dal colore delle acque del torrente, peraltro limpidissime.

La corretta interpretazione viene fornita dalla dicitura in dialetto bergamasco: Föm negher, ovvero fumo nero, indirizza le ricerche verso la presenza, peraltro testimoniata da Giovanni Maironi da Ponte nel suo Dizionario Odeporico, di un forno di fusione, accompagnato da una fucina di riduzione, utilizzati per lavorare il ferro estratto in zona, che provocava continui ed intensi fumi di colore nero fin già da tempi antichi.

Poche sono le informazioni riguardanti questo piccolo borgo montano. Si presume che sul fondovalle fossero presenti sporadici insediamenti già nell'epoca romana, quando venne scoperta nella zona la presenza di miniere di ferro. Queste portarono un ingente numero di schiavi (i cosiddetti Damnata ad Metallam), le cui abitazioni avrebbero appunto creato il primo agglomerato urbano.

Nei secoli successivi alla caduta dell'impero romano, la zona venne abitata da gruppi di persone che si spinsero fin qui per trovare scampo alle scorrerie ed alle incursioni delle tribù guerriere che imperversavano nei fondovalle.

Da sempre posto in una posizione defilata, Fiumenero infatti non ha mai vissuto sul proprio territorio episodi storici di rilievo, "subendo" le trasformazioni politiche che avvenivano nel resto della provincia o della regione. Tra i primi documenti storici che riguardano la zona, vi è quello datato 957, nel quale l'imperatore Ottone II di Sassonia assegnava in feudo la valle Seriana, inclusa la valle Bondione, al vescovo di Bergamo.

Tuttavia per gran parte del periodo medievale Fiumenero, al pari degli altri piccoli centri della Valle Bondione, gravitò costantemente sia in ambito amministrativo che in quello religioso nell'ambito della Val di Scalve. Nonostante questa fosse posta sull'opposto versante orografico e difficilmente raggiungibile, legò a sé Fiumenero nell'istituzione denominata Comunità Grande di Scalve, facendolo inoltre dipendere dalla chiesa prepositurale di Vilminore.

Nel corso del XVI secolo vi fu un discreto sviluppo del borgo, al punto che nei primi anni del secolo la locale chiesa di sant'Antonio abate venne elevata a rango di parrocchiale, con la popolazione che nella seconda parte del secolo raggiunse circa trecento unità, come riportato dalla relazione del comandante della Repubblica di Venezia Giovanni da Lezze.

Il numero degli abitanti scese drasticamente negli anni compresi tra il 1629 ed il 1631 per via della peste di manzoniana memoria che decimò i residenti: la crisi demografica che ne conseguì fu notevole, dal momento che nel 1666 vennero censite sole 130 persone.

In quegli anni la comunità cominciò a spingere affinché le venisse riconosciuta maggiore autonomia: il primo passo fu quello di svincolarsi dalla valle di Scalve in ambito religioso, passando dalla vicaria foranea di Scalve a quella di Ardesio, preludio dell'indipendenza amministrativa, arrivata nel 1740 circa.

Il passaggio dalla Serenissima alla napoleonica Repubblica Cisalpina, avvenuto nel 1797, vide Fiumenero incluso nel Circondario di Clusone, mentre nella successiva riorganizzazione territoriale del 1805 perse l'autonomia, venendo accorpato a Bondione (nelle carte di allora citato come Dieci Denari) e Lizzola nell'entità denominata Valbondione, dipendente a sua volta dal comune di Castione.

In seguito alla Restaurazione, nel 1816, l'intera regione passò all'austriaco Regno Lombardo-Veneto, che definì nuovamente i confini ripristinando il comune di Fiumenero. Questa entità durò oltre un secolo, fino a quando nel 1927 il regime fascista, nell'ambito di un'opera di soppressione dei piccoli centri in favore dei più grandi, ne decise la fusione con Bondione, andando a formare l'attuale Valbondione.

Tuttavia a partire dal termine della prima guerra mondiale cominciò ad entrare in crisi l'industria estrattiva, con pesanti ripercussioni sulla vita degli abitanti. Gli anni seguenti videro quindi una progressiva diminuzione dei residenti, che scesero dalle 348 unità rilevate nel censimento del 1911, alle 150 attuali. Soltanto negli ultimi decenni del XX secolo il territorio comunale venne interessato da uno sviluppo edilizio dovuto all'incremento dell'industria turistica, grazie alla presenza di itinerari naturalistici ed alla tranquillità del posto.

La porzione che si estende sul lato orografico destro della valle, che interessa la parte Nord-Ovest del territorio censuario, comprende tutto il bacino idrografico del torrente Nero, con le piccole valli dell'Aser, del Salto e Valsecca.

In questo ambito confina ad Ovest con il comune di Gandellino mediante la cresta del Pizzo Ceppo, a Nord-Ovest con Carona tramite il passo di Valsecca, a Nord con la Valtellina lungo lo spartiacque che va dal Pizzo del Diavolo di Tenda al Pizzo Scais, mentre a Nord-Est dalla linea che va dal Pizzo Redorta al fondovalle, antico confine comunale con Bondione.

Quella sul lato orografico sinistro della vallata confina a Sud con Gromo, a Sud-Est con Colere ed Est con l'altra frazione Lizzola, e comprende le cime dei monti Vigna Soliva e Vigna Vaga ed il laghetto Spigorel. La rete viaria è molto semplice ed è composta da una sola arteria, la strada provinciale SP49 dell'alta val Seriana, che proviene da Gandellino, attraversa longitudinalmente l'abitato e lo unisce al capoluogo di Valbondione, da cui dista circa cinque chilometri.

Vi sono inoltre numerosi sentieri e mulattiere che collegano il borgo con i centri vicini. Per ciò che concerne l'idrografia numerosi sono i piccoli corsi d'acqua che bagnano il territorio: per lo più si tratta di torrenti che si gonfiano solo in seguito ad abbondanti piogge e che raccolgono le acque in eccesso provenienti dai monti circostanti. Il principale di questi è il fiume Nero, che prende il nome dal paese e si getta nel Serio da destra.

Questa frazione offre innumerevoli opportunità per chi volesse passare un po' di tempo immerso nella natura, con molti sentieri che si snodano sulle pendici delle propaggini circostanti. Il principale è quello che, contrassegnato con il segnavia del CAI numero 227, sale dal centro abitato costeggiando il torrente Nero, inoltrandosi nella valle dell'Aser ed allacciandosi al Sentiero delle Orobie, di rilevanza extra-provinciale. Quest'ultimo transita nel territorio di Fiumenero per un lungo tratto che va dal Passo di Valsecca alle pendici del pizzo Redorta, toccando il Bivacco Frattini ed il più noto rifugio Baroni al Brunone. Da qui è possibile raggiungere alcune delle principali vette delle Orobie, tra le quali il pizzo Redorta, la punta Scais, il pizzo Brunone, la cima Soliva ed il Pizzo del Diavolo di Tenda.

Oltre al trekking ed all'alpinismo, negli ultimi anni del XX secolo lungo il torrente Nero ha cominciato a prendere consistenza il fenomeno del canyoning (detto anche torrentismo), che sfrutta le cascate, le strette gole e le forre entro le quali scorre.

Altra disciplina per la quale molteplici sono le soluzioni offerte dal territorio è la mountain bike, per la quale è disponibile anche la pista ciclabile, inaugurata nel 2013, che percorre il fondovalle e collega tutti i centri dell'alta valle Seriana.

Per ciò che riguarda le tradizioni, degno di nota è il presepio vivente, che riporta alla memoria antichi mestieri, inscenato nel periodo natalizio con la partecipazione di oltre cento comparse.

A livello architettonico, merita menzione la piccola ma caratteristica chiesa di sant'Antonio Abate. Risalente al XVI secolo circa, presenta opere di buon pregio, tra le quali spicca un dipinto di Domenico Carpinoni. Poco distante si trova anche il piccolo ma caratteristico oratorio dedicato a san Rocco, recentemente ristrutturato, che venne edificato nel 1637 in seguito alla pestilenza di manzoniana memoria.






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sabato 2 aprile 2016

LE ALPI OROBIE



Le Alpi Orobie sono una sottosezione delle Alpi e Prealpi Bergamasche. La vetta più alta è il Pizzo Coca che raggiunge i 3.052 m s.l.m.

Sono limitate a nord dalla sponda meridionale della Valtellina inferiore che dal passo dell'Aprica si spinge in direzione ovest sino all'insenatura di Piona, all'estremità settentrionale del lago di Como.

Si trovano principalmente in provincia di Bergamo e sono comprese tra la Valsassina (Lecco) a ovest, la Valcamonica (Brescia) a est e la Valtellina (Sondrio) a nord.

A sud sono separate dalle Prealpi Bergamasche da una serie di valli secondarie della val Brembana, val Seriana e val Camonica: la Valsassina, la Valtorta, la val Secca, la Valcanale, la val Nembo, la val di Scalve e la val Paisco.

Mentre verso Nord si incide in precipiti ma brevi valli, la catena riserva verso Sud potenti contrafforti che delimitano le testate delle valli di Scalve, Seriana, Brembana, Varrone e Valsassina.

Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo dell'Aprica, Valle di Corteno, Val Camonica, Val Paisco, Passo del Vivione, Val di Scalve, Val Nembo, Passo della Manina, Val Seriana, Valcanale, Passo della Marogella, Val Secca, Val Brembana, Valtorta, Passo di Bobbio, Valsassina, Lago di Como, Valtellina, Passo dell'Aprica.

Anticamente questi monti furono considerati un tutt'uno con le Prealpi Bergamasche, ma da tempo è definitivamente prevalsa anche dai geografi, una partizione tra Prealpi Bergamasche e Alpi Orobie, che segue grosso modo la linea di passaggio tra la struttura alpina e quella prealpina, strutture caratterizzate da una diversa altitudine, forme diverse del terreno e un diverso rivestimento vegetale.

Le Alpi Orobie sono ben individuate dal punto di vista geologico, essendo comprese tra due grandi sistemi di faglie che le separano dalle Alpi Retiche e dalle Prealpi Bergamasche e costituite quasi esclusivamente da rocce molto antiche, modellate in forme comuni alle Alpi Retiche vere e proprie.

Il Pizzo Coca è una montagna situata a cavallo tra la Val Seriana e la Valtellina. Si erge lungo lo spartiacque che divide la provincia di Bergamo dalla provincia di Sondrio. È la montagna più alta delle Alpi Orobie.

Ha due sommità distanti parecchie decine di metri: la meridionale, quotata sulla carta ed appena a nord dell'incontro degli spigoli sud e sud-est, sommità compresa nel versante seriano; la settentrionale sulla linea orografica principale di elevazione appena minore.

È raggiungibile dal lato sud (cioè dalla provincia di Bergamo) partendo da Valbondione. Da qui si imbocca il sentiero n° 301 che porta al Rifugio Coca, gestito dal CAI di Bergamo, quindi si prosegue verso il Lago di Coca: da qui, prima di arrivare sulla riva del lago, si sale su per il ghiaione ad est in direzione della Bocchetta del Camoscio. Passato un primo salto il sentiero sale velocemente per una costa piuttosto ripida fino ad arrivare a una colonna radio per chiamate d'emergenza, quindi si percorre a semicerchio l'anfiteatro naturale posto ai piedi della Bocchetta del Camoscio. Da qui comincia la parte più ripida del sentiero che vi permetterà, dopo circa 300/400 metri di dislivello, di raggiungere il Pizzo Coca.

La forte pendenza di questo sentiero permette a chi è allenato di raggiungere in un tempo relativamente breve la vetta, dopo un dislivello abbastanza considerevole (oltre 2.100 m). Un'altra via di accesso dal lato bergamasco prevede la risalita dal rifugio Curò, ma da qui si deve superare una salita a forte pendenza con terreno friabile, e quindi piuttosto scivoloso.

Dalla vetta si può godere di un panorama sulle Orobie orientali e sulla zona circostante. Si può ammirare il Gruppo del Bernina e il Monte Disgrazia e la catena delle Alpi Retiche che li collega a nord, il lago del Barbellino, il Pizzo del Diavolo della Malgina, il Monte Torena, il Pizzo Strinato, il Monte Costone, il Monte Trobio, il Monte Gleno e il Pizzo Recastello con sullo sfondo l'Adamello ad est, il Monte Grabiasca, il Pizzo Poris, il Pizzo Redorta, la Vedretta del Marovin, la Punta Scais (3.038 m) e il Pizzo del Diavolo di Tenda a ovest, la Presolana e il Pizzo Arera a sud oltre a diverse altre vette, nonché sul lato della valle Seriana che dà verso Valbondione.

Lungo la risalita da Valbondione via Rifugio Coca ci sono diverse fonti d'acqua, l'ultima della quale si trova in prossimità del Lago di Coca. Si incontra dell'acqua anche presso il nevaio sotto la Bocchetta del Camoscio, ma è acqua semi-stagnante e quindi meno buona. Salendo invece dal Lago del Barbellino l'ultima sorgente di acqua si trova sull'altopiano che si adagia ai piedi della Valmorta.

Il Pizzo Redorta è la seconda vetta più alta della provincia di Bergamo. Situato nel territorio del comune di Valbondione, il Pizzo Redorta si erge dal corpo montuoso che comprende le cime più elevate delle Alpi Orobie.

Il suo nome è riconducibile, secondo l'Olivieri, al latino Rotundus (da redondus), probabilmente riferito alla marcata curva che la Val Seriana compie in corrispondenza delle sue falde.

Per raggiungere la vetta si parte da Fiumenero, in alta val Seriana, e ci si dirige per il sentiero che a nord va verso la Valle del Salto e poi curva a destra in direzione del Rifugio Baroni al Brunone. Agevole fino ai Piani del Campo, il sentiero diventa più ripido man mano ci si avvicina al rifugio Baroni.

Dal rifugio si prende il sentiero che conduce verso il Rifugio Coca, e al bivio poco più avanti si prosegue per il sentiero alto che attraversa tutto il lato sud del Pizzo Redorta. Noto anche come Sentiero del Simàl, questo è senza dubbio uno dei più bei sentieri alpini. Poco dopo aver imboccato il bivio, prima di procedere verso il primo avvallamento, il sentiero si divide: qui bisogna prendere a nord verso la vedretta di Scais.

La "via normale" prevede la risalita lungo il lato sinistro del salto che si trova in fondo alla valletta e, una volta sorpassato il salto, l'attraversamento del ghiacciaio dello Scais. Raggiunta la bocchetta che divide il Pizzo Redorta dalla Punta Scais si prende a destra (verso est) e si supera un salto di 5 metri circa dove è necessario arrampicarsi.

Questo tratto è piuttosto rischioso soprattutto nella discesa a causa della forte pendenza e della roccia sdrucciolevole. Si prosegue quindi in cresta fino alla cima.

Un'altra via d'accesso, particolarmente ripida e costituita da ghiaioni, prevede la risalita per il lato destro della valletta ai piedi del salto sopra descritto, ma da qui l'accesso è pericolosissimo, soprattutto d'estate.

È inoltre possibile raggiungere la vetta partendo dalla Centrale di Vedello a Piateda (Sondrio), da dove si sale in direzione della Diga di Scais, si prosegue salendo la vallata fino a raggiungere il Ghiacciaio di Scais dove il sentiero si unisce all'itinerario di risalita precedentemente descritto.

La vetta offre una visuale sulla valle Seriana, sul Pizzo del Diavolo di Tenda, sul Pizzo Coca, sulla Punta Scais e sulla valle del torrente Nero.

La Punta Scais è una vetta  alta 3.038 m s.l.m. Insieme al Pizzo Redorta, è la seconda vetta in ordine di altezza delle Orobie Bergamasche.

Seconda celebratissima vetta delle Alpi Orobie, sorge come un'aguzza cuspide dalla linea orografica principale, sulla quale ha un breve sviluppo verso nord con una bella spalla, e maggiore sviluppo verso sud, con un'ardita torre, il Torrione Curò e un'elevazione dalle linee più modeste (2997 m) non di rado nominata Fetta di Polenta, delimitante a settentrione la bocchetta di Scais.

La prima salita risale al 1881 e venne effettuata dai pionieri dell'alpinismo bergamasco Luigi Albani, Giuseppe Nievo, dalle guide Ilario Zamboni, Isaia Bonetti e dalla più esperta guida bergamasca dell'epoca, Antonio Baroni, cui verrà dedicato in seguito il rifugio omonimo.

Posizionata a nord del Pizzo Redorta, è raggiungibile partendo dalla val Seriana dal rifugio Coca o dal Rifugio Baroni al Brunone mentre da quello valtellinese è raggiungibile dalla Vedretta di Scais o dalla Cresta Corti partendo dal Rifugio Mambretti (2003 m).

Dal rifugio Baroni è possibile raggiungerla per la cresta sud integrale, scavalcando la Fetta di Polenta e la Torre Antonio Curò, con difficoltà di III grado, ed un passo di IV grado, non esposto ma abbastanza 'tecnico', sul celebre passaggio della cosiddetta Placca Baroni, o Piodessa, una ripida e assai liscia placca spiovente sul versante del Ghiacciaio di Scais.

Dal rifugio Coca invece è possibile raggiungerla risalendo (nei periodi idonei) dal Lago di Coca il ripido e lungo (ma pressoché facile) Canalone Orientale, che conduce ad una bocchetta, alla base della Torre Curò. Da questa, superato il Torrione, si giunge in vetta dove sono sorgono due piccole croci, l'ultima delle quali è stata dedicata a Mario Merelli, l'alpinista deceduto il 18 gennaio 2012 nel tentativo di raggiungere la cima.

Il Pizzo del Diavolo della Malgina è situato a est del Pizzo Coca, e come il Coca fa da spartiacque tra la provincia di Bergamo e quella di Sondrio. Dall'alto dei suoi 2.924 m s.l.m. è la sesta vetta in ordine di altezza della provincia di Bergamo.

La via normale per raggiungere la vetta è lunga ma agevole. Si parte da Valbondione seguendo il sentiero che conduce al Rifugio Curò.

Arrivati al rifugio si può optare per due vie: la prima, più breve ma più ripida, prevede l'attraversamento della diga dell'ENEL del lago del Barbellino passando per il sentiero sottostante e proseguendo per il lago di Valmorta. Giunti al lago si prende a destra, cioè in direzione est, e ci si arrampica su per la Valmorta fino al nevaio principale che è proprio sotto il Pizzo del Diavolo della Malgina. Si attraversa quindi il nevaio tenendo la sinistra (lato nord) e, arrivati alle rocce, ci si arrampica lungo il sentiero, molto ripido e costituito per lo più da pietraie scoscese, fino a raggiungere la vetta.

Il sentiero consigliato è comunque il secondo, la via normale, molto più agevole e panoramica, che prevede, una volta raggiunto il rifugio Curò, il proseguimento per il sentiero che conduce al Lago del Barbellino Naturale, costeggiando a sud tutto il lago del Barbellino e proseguendo per il sentiero fino a raggiungere la deviazione per il lago della Malgina, sentiero che va a sinistra in direzione nord. La deviazione si trova a metà strada tra il lago del Barbellino e il Lago del Barbellino Naturale.

Si continua quindi per il sentiero fino a raggiungere il lago della Malgina: da qui si prende il sentiero a sinistra, in direzione nord-ovest, e si sale lungo la pietraia fino al nevaio. Si segue quindi il sentiero che va a destra verso il passo a est del Diavolo della Malgina (Falso passo della Malgina). Arrivati al passo si segue lungo il sentiero che si arrampica lungo la pancia sud del pizzo fino a raggiungere la vetta.
Dalla vetta, quando il cielo è terso, si può godere di un panorama indimenticabile. Verso sud appare maestoso il Monte Gleno con ai lati il Pizzo Recastello e il Pizzo Strinato, e più in basso il lago della Malgina e il lago Gelt. Ad est si vede il monte Torena, oltre il quale si apre la Valle di Belviso, con a nord le sorgenti del Serio. Ad ovest invece si ha una splendida visuale della bocchetta dei camosci e del Pizzo Coca, mentre a nord si apre la Valtellina.

Il Dente di Coca si trova lungo lo spartiacque che divide la Val Seriana dalla Valtellina, ed è situato lungo la dorsale che collega il Pizzo Coca al Passo di Coca.

È raggiungibile dal lato sud (cioè dalla provincia di Bergamo) con un percorso di tipo alpinistico. Da Valbondione si imbocca il sentiero che porta al Rifugio Coca, quindi si prosegue per il canale nord verso il lago di Coca. Si costeggia il laghetto sul lato est e si segue il sentiero 302 in direzione del Passo di Coca. Arrivati al passo si prosegue in direzione est lungo il sentiero che percorre la cresta fino a raggiungere l'ultimo salto, che prevede una arrampicata piuttosto ripida, e la cui discesa è da affrontare in corda doppia.

Esistono altre vie di salita, tutte più o meno vetuste ma di bassa difficoltà, localizzate principalmente sui versanti Ovest e Sud Ovest; sono caratterizzate da una roccia quasi sempre friabile, tranne che nei tratti più ripidi, dove la roccia è più salda.

Sulla parete nord di sviluppa una sola via, aperta dai fratelli Longo nei primi decenni del '900, e ripetuta solo 3 o 4 volte, con una sola ascensione invernale. La via presenta passi continui con grado di difficoltà di IV grado, e tratti di V+; inoltre, si sviluppa su una roccia estremamente friabile, soggetta a numerosi crolli, il che l'ha sempre resa una via estremamente pericolosa. L'ultima salita di questa via si ebbe all'inizio degli anni ottanta, quando P. Merelli e socio la percorsero in prima invernale; da allora la via viene considerata impraticabile.

Il Pizzo del Diavolo di Tenda è situato lungo lo spartiacque che divide la Provincia di Bergamo dalla Provincia di Sondrio, e segna il punto di demarcazione tra val Brembana a sud-ovest, valle Seriana a sud-est e Valtellina a nord.

La via più rapida per raggiungere la vetta da sud parte da Carona, in Val Brembana, dove si prende il sentiero per il Rifugio Fratelli Calvi (strada carrabile parzialmente cementata in alcuni tratti). Giunti al rifugio si scende al Lago Rotondo e si prende il sentiero che dà verso nord in direzione del Passo di Valsecca - Rifugio Baroni al Brunone. Raggiunta la vallata che si apre verso il Passo di Valsecca, anziché seguire in direzione del passo (direzione est) bisogna salire verso nord. Si segue quindi il sentiero tracciato in mezzo ai detriti sui quali giaceva la vedretta del Diavolo di Tenda, ormai completamente sciolta, e si prosegue su per la pietraia fino a giungere alla cresta che segna il confine tra le provincie di Bergamo e Sondrio.

Una volta arrivati alle rocce ci si arrampica seguendo la costa nord/ovest della montagna fino a raggiungere la vetta.

Il percorso, che prevede un dislivello di circa 1.800 metri, è fattibile in circa 4 ore per l'andata e in 3 ore per il ritorno camminando di buon passo.

Il monte Torena, alto 2.911 m s.l.m., divide l'alta valle Seriana dalla valle di Pila, dove il lago che dà il nome alla valle si allunga in direzione della Valtellina.

Il percorso che da Valbondione, in provincia di Bergamo, porta verso il Torena, è piuttosto lungo. Si imbocca il sentiero per il rifugio Curò, quindi si costeggia il lago del Barbellino e si prosegue in direzione del lago del Barbellino Naturale. Giunti a questo punto vi sono due sentieri che conducono alla vetta del Torena.

Il primo punta a Nord, in direzione cime di Caronella / sorgenti del Serio. Al rifugio che si incontra prima del lago bisogna prendere il sentiero che si arrampica a nord, costeggiare il lago sul sentiero più in alto, a circa 100 m di distanza dalla costa del lago, e quindi proseguire verso le cime di Caronella / passo del Serio. Arrivati al bivio, prendere per il passo del Serio e, prima di raggiungere il passo, attraversare il ghiaione e arrampicarsi lungo il sentiero che ritroverete salendo su per la cresta alla fine del ghiaione stesso. Si raggiunge una prima vetta, quella più bassa, e si prosegue poi in cresta fino a raggiungere la croce.

Per il rientro è anche possibile tornare alla prima vetta (quella più bassa) e scendere per ripida pietraia in direzione del sottostante Passo del Serio: raggiunto quest'ultimo, se ne discende il sottostante ghiaione e ci si riallaccia al percorso di andata.

Il secondo sentiero costeggia il lago in basso e conduce prima al passo di Pila, poi sale a sinistra, cioè verso nord, attraverso dei prati, e si prosegue in piano fino a raggiungere il ghiaione attraverso il quale ci si arrampica fino in vetta.

Dalla vetta si gode di un maestoso panorama sulla vallata dei laghi Barbellino e Barbellino naturale.

Il Pizzo Recastello è situato in alta val Seriana, sul lato sud della conca del Lago del Barbellino.

Per raggiungerlo dalla via più breve si parte da Valbondione, in provincia di Bergamo, si prende il sentiero per il rifugio Curò, quindi si costeggia il lago del Barbellino fino alla prima cascata sulla destra, dove bisogna prendere il Sentiero Naturalistico Antonio Curò.

Una volta saliti lungo il sentiero che costeggia a ovest la prima cascata si prosegue diritto seguendo l'avvallamento che sale per la Val Cerviera fino a un secondo salto, anch'esso da superare ma sulla sinistra. A questo punto, piegando a destra si giunge ai Laghi della Cerviera, mentre proseguendo per il sentiero Curò si raggiunge, dopo un'altra ripida salita, la deviazione per il Pizzo Recastello. Si sale quindi per la vallata e si oltrepassa un ghiaione fino a raggiungere il canalino attrezzato che vi permetterà di arrampicarvi fino in cresta al lato ovest. Da qui per arrivare in vetta si può seguire la cresta o proseguire lungo il sentiero, facendo attenzione agli smottamenti, lungo il sentiero che dal lato nord porta in cima.

Dalla vetta si vede il Pizzo Coca, parte del Pizzo Redorta, il Pizzo del Diavolo della Malgina, il Monte Gleno, il Pizzo dei Tre Confini e si ha un'ampia visuale sulla vallata che si apre attorno al lago del Barbellino.

Il Monte Gleno è situato lungo lo spartiacque che separa l'alta val Seriana dalla contigua Val di Scalve, in provincia di Bergamo. Ai suoi piedi si estende un ghiacciaio che negli ultimi anni si sta ritirando.

La zona è frequentata dai camosci che, soprattutto d'inverno, si spostano sulla pancia nord del Pizzo Recastello, nascondendosi nelle vallate che salgono verso la vetta. La vegetazione spontanea della zona è ricca di piante rare e protette tra cui la nigritella e la stella alpina.

Per raggiungere la vetta si può partire da Valbondione, in val Seriana, o da Pianezza/Vilminore in Val di Scalve, entrambe in provincia di Bergamo.

Partendo da Valbondione si prende il sentiero per il rifugio Antonio Curò e, passato il rifugio, si costeggia il lago del Barbellino a sud fino quasi in fondo al lago dove, verso sud, si dirama il sentiero che sale per la valle del Trobio.

Il sentiero sale con un buon grado di pendenza fino a raggiungere la Vedretta del Trobio, da dove si ha una splendida visuale del Monte Gleno con annessi ghiacciai, Pizzo dei Tre Confini e Pizzo Recastello.

Si prosegue lungo il sentiero che attraversa la vedretta. Il posto è coperto di neve e ghiaccio da metà novembre fino a inizio giugno, mentre in agosto la scarsa vegetazione riesce a malapena a macchiare il colore grigio/marrone della terra e delle rocce lasciate dal ghiacciaio in ritirata.

Si prosegue a sinistra e si sale verso il ghiacciaio alto del Gleno. Una volta passato il torrente Trobio e passato il primo salto si percorre il sentiero tra le rocce o tra la neve, a seconda del periodo, fino a raggiungere il ghiacciaio alto. Se si vuole attraversare il ghiacciaio d'estate sono necessari i ramponi: in alternativa si può fare il giro attorno al ghiacciaio facendo molta attenzione a non scivolare. Alcune pietre possono inoltre nascondere il ghiaccio sottostante e far scivolare giù di parecchi metri!

Arrivati al passo del Gleno si segue la cresta fino alla vetta. Quest'ultima parte del sentiero è poco scoscesa.

Dalla vetta si vede il Pizzo Coca, il Pizzo dei Tre Confini, il Pizzo Redorta, il Pizzo del Diavolo della Malgina, la Valle del Gleno che scende verso le rovine della vecchia diga del Gleno e la val di Scalve.

Clima freddo d'alta montagna con inverni particolarmente nevosi e valori negativi molto al di sotto dello zero ed estati fresche e temporalesche. Il vento è presente con una certa frequenza e forza tutto l'anno.

Presso il rifugio Curò, sulla sponda ovest del Lago del Barbellino, è possibile vedere le fotografie che mostrano le varie fasi della ritirata del ghiacciaio del Gleno a partire dall'inizio del XX secolo. Formato allora da un maestoso corpo di ghiaccio unico, il ghiacciaio è ora diviso in due parti: quella più alta, sotto la vetta del Monte Gleno, è ormai molto ridotta, mentre quella più bassa, sotto il lato nord della cresta che collega il Pizzo dei Tre Confini al Monte Gleno, è più estesa ma anch'essa in rapido scioglimento. Il quadro con le fotografie sopra descritte è appeso sulla parete delle scale che portano agli alloggi.

Il 1º dicembre del 1923 la diga situata nella valle del Gleno (versante sud del monte) cedette, e l'inondazione che ne conseguì causò nelle sottostanti Valle di Scalve e Val Camonica circa 356 vittime.

Il monte Trobio ( m s.l.m.) è una montagna situata ta l'Alta valle Seriana, in provincia di Bergamo, e la val Belviso, in provincia di Sondrio

La via più breve per raggiungere la vetta parte da Valbondione. Si prende il sentiero che conduce al rifugio Curò e, una volta giunti in prossimità del rifugio e in vista del lago del Barbellino, si costeggia il lago lungo il sentiero che lo percorre sulla sponda sud fino a giungere alla deviazione per il monte Gleno, che si dirama sulla destra una volta giunti quasi in fondo al lago, poco prima dell'avvallamento che racchiude le acque del torrente Trobio. Da qui si sale fino alla Vedretta del Trobio e, attraversato l'avvallamento, si sale verso sinistra in direzione del Monte Gleno.

La cima può essere raggiunta sia salendo verso l'avvallamento che si dirige verso il monte Costone (più a sinistra per chi sale), raggiungendo così la cresta che lo divide dal monte Costone e percorrendola fino in cima, sia salendo verso il monte Gleno (più a destra per chi sale) e, una volta arrivati al ghiacciaio sottostante il passo del Gleno, arrampicandosi sulle rocce a sinistra.

Il Monte Trobio, dall'alto dei suoi 2865 m di altezza, offre una piacevole visuale sul Pizzo Coca, sul pizzo Recastello, sul pizzo dei Tre Confini e sulla sottostante Vedretta del Trobio.

La cima è allineata lungo la cresta che unisce, da nord-est a sud-ovest, il monte Torena, il pizzo Strinato, il monte Costone, la cima del Trobio, il monte Gleno e il pizzo dei Tre Confini. L'intera cresta è parzialmente percorribile: Il tratto che collega il pizzo Strinato al monte Costone è molto pericolosa, e il tratto che collega la cima del Trobio al monte Gleno è percorribile parzialmente (l'ultimo tratto di discesa dal Trobio al Gleno deve essere anticipato costeggiando il lato del monte esposto a Sud in direzione del ghiacciaio onde evitare il dirupo più avanti)

Il monte Costone si trova in alta valle Seriana, sul confine tra i comuni di Teglio (SO) e Valbondione (BG).

Poco distante dalla cima del monte Trobio, il monte Costone offre un'ottima veduta delle principali vette dell'alta valle Seriana. Da qui infatti si possono ammirare, in ordine di altitudine, il pizzo Coca, il pizzo Redorta, la punta Scais, il pizzo del Diavolo della Malgina, il pizzo del Diavolo di Tenda, il monte Torena, il Pizzo Recastello, il monte Gleno, il monte Trobio, il pizzo Strinato, il pizzo dei Tre Confini e le cime di Caronella, oltre ad offrire un'ampia panoramica del Gruppo del Bernina e del monte Disgrazia in Valtellina, e delle cime del gruppo dell'Adamello.

La via più breve per raggiungere la vetta parte da Valbondione. Si prende il sentiero che conduce al rifugio Curò e, una volta giunti al rifugio si costeggia il lago del Barbellino lungo il sentiero che lo percorre sulla sponda sud fino a giungere alla deviazione per il monte Gleno, che in fondo al lago si dirama sulla destra, poco prima dell'avvallamento che racchiude le acque del torrente Trobio.

Da qui si sale fino alla vedretta del Trobio e, una volta attraversato l'avvallamento, si sale verso sinistra in direzione del monte Costone. Il sentiero non è segnato: il modo migliore per identificare la zona dove salire è localizzare il ghiacciaio sotto il Passo del Gleno: il monte a sinistra è il monte Trobio e quello successivo è il Costone. Salire fino in cresta e proseguire a sinistra fino al salto sul quale bisogna arrampicarsi per giungere in vetta.

Il monte Costone è raggiungibile anche partendo dal rifugio Barbellino, presso il lago del Barbellino Naturale. In questo caso si sale per la valle che dà a sud in direzione del pizzo Strinato. Il sentiero è lungo e arriva alla cresta che divide lo Strinato dal Costone. La via più semplice per raggiungere il Costone, comunque, si dirama verso destra all'altezza della conca da cui parte l'ultimo tratto di sentiero che va verso la cresta.

Il versante dell'arrampicata che dà sul ghiacciaio del Trobio è sciabile da novembre inoltrato. Attenzione agli smottamenti.

Il Pizzo Strinato si innalza sopra il Rifugio Barbellino, in alta valle Seriana, in provincia di Bergamo.

La vetta si raggiunge nel modo più breve partendo da Valbondione (BG). Si segue il sentiero che conduce al rifugio Curò e si prosegue per il sentiero che costeggia a sud il Lago del Barbellino in direzione del Rifugio Barbellino e del lago del Barbellino naturale. Arrivati al rifugio si segue lungo la vallata scoscesa che sale a sud, la via è ben segnata. Si prosegue quindi costeggiando la pancia dello Strinato e si raggiunge la cresta. A questo punto si prende a sinistra (verso nord) lungo il sentiero che, seguendo la cresta dello Strinato, diventa di volta in volta più visibile.

Una volta raggiunta la vetta, se si vuole arrivare alla croce bisogna scendere altri 20 metri sul lato nord. La croce è stata posizionata più in basso per poter essere visibile dal sottostante rifugio Barbellino. Scendendo è possibile seguire la cresta che collega lo Strinato al Monte Costone, ma è molto pericoloso, sia perché è necessario rocciare che per il fatto che in alcuni punti della cresta la roccia si sfalda. Dall'alto si vedono molto bene il Monte Torena, le Cime di Caronella, il Pizzo del Diavolo della Malgina il Pizzo Coca e il gruppo che comprende il Monte Costone, il Monte Trobio, il Monte Gleno, il Pizzo dei Tre Confini e il Pizzo Recastello.

Il Pizzo di Rodes (2.829 m s.l.m.) è una cima quasi estrema del grande contrafforte che si dirama dalla linea orografica principale in corrispondenza dell'anticima del Pizzo Porola.

Domina le val d'Arigna, la val di Caronno e del Serio valtellinese: dalla sua vetta si ha un amplissimo giro d'orizzonte su tutte le Alpi Retiche occidentali, sulle Alpi Orobie e sulle lontane montagne dell'Appennino, del Gran Paradiso, del Canton Vallese, dell'Oberland Bernese, dell'Adamello e delle Dolomiti. È facilmente accessibile da tutti i suoi lati.

Nella discesa dalla vetta si ha una vista sui laghi di Santo Stefano, sulla val d'Arigna.

Il Pizzo dei Tre Confini è situato in alta val Seriana, sul lato sud della conca del Lago del Barbellino.

Per raggiungerlo dalla via più breve si parte da Valbondione, in provincia di Bergamo, si prende il sentiero per il rifugio Curò, quindi si costeggia il lago del Barbellino fino alla prima cascata sulla destra, dove si prende il Sentiero Naturalistico Antonio Curò che sale a ovest della cascata fino all'imbocco della Valle della Cerviera.

Una volta saliti per il sentiero che costeggia a ovest la prima cascata si prosegue lungo il sentiero che segue l'avvallamento e sale su per la Valle della Cerviera fino a un secondo salto da superare ma sulla sinistra. A questo punto, seguendo il sentiero di destra si va ai Laghi della Cerviera, mentre proseguendo per il sentiero Curò si giunge, dopo un'altra ripida salita, al bivio per il Pizzo Recastello. Qui si prosegue in direzione del Passo di Bondione. Arrivati al passo, anziché scendere in direzione del Rifugio Nani Tagliaferri si sale lungo il sentiero sotto cresta che, dopo un dislivello di 200 metri, conduce alla vetta.

La vetta si può inoltre raggiungere da Lizzola di Valbondione e, se ben attrezzati, anche dalla Valle del Trobio.

A dispetto del nome, il pizzo è situato interamente in provincia di Bergamo, lungo il crinale che collega il Pizzo Recastello al Monte Gleno. Il nome deriva dal fatto che originariamente questo segnava la linea di demarcazione tra i confini amministrativi di Vilminore di Scalve, Bondione e Lizzola, questi ultimi due raggruppati nel 1927 nell'entità amministrativa di Valbondione.

Le Cime di Caronella sono un corpo montuoso delle Alpi Orobie con due punte principali: la punta occidentale, alta 2.796 m s.l.m., e la punta orientale, alta 2.871 m s.l.m.

Il gruppo montuoso si trova in alta val Seriana, presso l'alto circo del Barbellino Superiore, sul confine tra i comuni di Valbondione (BG) e Teglio (SO).

Le punte sono localizzate tra il Passo di Caronella e il Passo del Serio, sotto il quale sono site le sorgenti del Fiume Serio.

Per raggiungerle dalla via più breve si parte da Valbondione, in provincia di Bergamo. Si imbocca il sentiero per il rifugio Curò, quindi si costeggia il lago del Barbellino e si prosegue in direzione del Lago del Barbellino Naturale.

Giunti al rifugio Barbellino, presso l'omonimo lago Naturale, si segue il sentiero per il passo di Caronella. Pochi metri prima del valico, si risale a destra un ripidissimo canale di sfasciumi che posta in cresta. Da qui si piega a sinistra e si prosegue lungo il crinale per poi raggiungere, con un'ultima risalita ripida, la vetta orientale. Si prosegue lungo la cresta Est scendendo ad un intaglio (2.750 m circa), per poi risalire con passi su roccia friabile di II grado, che porta in breve alla cima Ovest (2.796 m). Da qui si discende lungo il ghiaione del versante opposto che riporta in breve al Passo di Caronella, da cui per sentiero segnato, si ritorna a valle.

Il monte Aga ha forma allungata da nord a sud, e la vetta ha due punte unite da una cresta facilmente percorribile. Il lato est è più ricco di vegetazione, mentre sul lato ovest vi è una sassaia.

Il monte è situato lungo lo spartiacque che divide l'alta valle Brembana dalla val Venina, tra il pizzo Cigola e il pizzo del Diavolo di Tenda, in provincia di Bergamo.

Per raggiungere la vetta dalla via più breve si parte da Carona e si imbocca la carrabile in direzione Rifugio Fratelli Calvi.

Passato il paesino di Pagliari si prosegue sulla carrabile fino alla deviazione per il Rifugio Fratelli Longo lungo il sentiero che si diparte sulla sinistra. Si prosegue fino a sbucare su una deviazione della carrabile lasciata in precedenza e si procede fino al Rifugio Fratelli Longo. Continuando sempre sulla stessa strada si arriva poco più avanti al Lago del Diavolo, formato da uno sbarramento artificiale spesso frequentato da stambecchi.

Qui si può proseguire a sinistra in direzione del Passo di Cigola e quindi seguire il sentiero che si inerpica su per lo sfasciume fino a raggiungere la cresta che unisce le due punte, oppure si può prendere il sentiero a destra e, dopo il passo, si prosegue su per il ripido tracciato che sbuca sotto la Madonnina.

Nonostante la punta più alta sia quella a nord, la Madonnina è stata posizionata sulla punta sud per poter essere vista dal Rifugio Fratelli Longo.

Il monte Grabiasca, alto 2.705 metri, è posto sullo spartiacque che divide la valle Brembana dalla valle Seriana. La via più breve per raggiungerlo parte da Carona, in provincia di Bergamo.

Da Carona Alta si prende il sentiero per il rifugio Fratelli Calvi (strada carrabile parzialmente cementata in alcuni tratti) e, una volta al rifugio, si scende al lago Rotondo costeggiandolo sulla destra (lato est) e, una volta dall'altro lato, si prosegue lungo il sentiero che si dirama dai piedi del lago verso il canale situato a nord. Si sale fino all'avvallamento da dove si diramano due canali all'interno dei quali scorrono due ruscelli.

Un sentiero poco battuto e quindi difficile da trovare conduce attraverso il canale di sinistra (quello più a nord) ad un altro avvallamento dove il sentiero è leggermente più riconoscibile. Quindi si segue in direzione nord fino alla cresta. Il sentiero sulla cresta, anch'esso non molto visibile, segue a tratti la pancia della montagna per evitare la zona più rocciosa per poi ricollegarsi più in alto alla cresta a meno di cento metri dalla vetta.

Alternativamente si può salire anche dal versante opposto, che appartiene alla val Seriana. La partenza è posta a Grabiasca, frazione di Gandellino e si sviluppa nell'omonima valle mediante la traccia numerata con segnavia del CAI numero 255. Una volta raggiunta la baita alta di Grabiasca, il sentiero si inerpica sulle pendici del monte con andamento impervio.

Dalla vetta si gode di una buona visuale sulla conca del rifugio Calvi, sul monte Aga, su parte della valle del torrente Fiumenero in valle Seriana e sul pizzo Redorta. La vista sul lato nord è invece coperta.

Il Pizzo Tornello è situato lungo lo spartiacque che separa la valle del Gleno dalla contigua Valle del Vo, entrambe laterali da destra della Val di Scalve, in provincia di Bergamo.

Il sentiero più utilizzato per raggiungere la vetta del pizzo Tornello è quello che sale lungo la piccola valle del Tino, percorsa dall'omonimo torrente. Contrassegnato con il segnavia del CAI numero 412, ha due differenti punti di inizio: il primo dalla chiesa di Vilmaggiore (frazione di Vilminore), il secondo presso la località Ronchi, entrambi posti nel comune di Vilminore di Scalve e che si ricongiungono tra loro dopo alcune centinaia di metri. Dopo aver superato la località Cascinetti (1719 m s.l.m.) il sentiero si dirama in due tracce, una delle quali raggiunge la baita di Varro ed il lago di Cornalta (2181 m s.l.m.), che si ricollegano nuovamente presso il pianoro in cui è situato il lago di Varro (2236 m s.l.m.). L'ultimo tratto prosegue su una pietraia che conduce alla sella tra il pizzo Tornello ed il monte Tornone, prosecuzione del pizzo stesso. Qui si interseca il segnavia numero 430 che conduce al Rifugio Nani Tagliaferri, e proseguendo in direzione Nord in breve si guadagna la vetta.

Alternativamente è possibile salire tramite il sentiero numero 410, che prende vita nei pressi dell'abitato di Bueggio (anch'esso frazione di Vilminore) e risale la valle del Gleno, toccando l'omonimo lago, tristemente noto per la tragedia legata al cedimento della propria diga.
Proseguendo sul versante sinistro della vallata, si superano alcune baite fino a raggiungere i ruderi del rifugio Bissolati e quindi la baita Alta di Gleno (2.050 m s.l.m.). Da qui si percorre un tratto in mezzacosta fino a raggiungere la vetta tramite le pendici poste ad Ovest.

Dalla vetta, spartiacque tra i comuni di Vilminore di Scalve e Schilpario, è possibile ammirare un panorama a 360° che comprende la Presolana, il Pizzo del Diavolo di Tenda, il Pizzo Redorta, il Pizzo Recastello, il Pizzo dei Tre Confini ed il monte Gleno, nonché l'alta val di Scalve con il Pizzo Camino, il Cimone della Bagozza e la Concarena.

Il Monte Masoni è la montagna più alta delle Alpi Orobie Occidentali; si trova lungo lo spartiacque che divide l'alta Val Brembana dalla Valcervia, tributaria della Valtellina. Seguendo il crinale ad est si incontra il Pizzo Zerna, mentre ad ovest vi è il Passo di Venina.

Si parte da Carona, in alta val Brembana, da dove si prende il sentiero per il Rifugio Fratelli Calvi (strada carrabile parzialmente cementata in alcuni tratti). Si attraversa l'abitato di Pagliari e si prosegue lungo la carrabile.

Si passa una cascata e poco più avanti, passato un doppio tornante, si lascia la carrabile e, in prossimità della fontanella, si prende il sentiero a sinistra in direzione val Sambuzza - Passo di Publino. Si prosegue lungo il sentiero attraverso un bosco e si passano diverse baite fino a superare definitivamente l'ultimo tratto di bosco in prossimità del Baitone.

Il sentiero prosegue su per la val Sambuzza fino a raggiungere un primo pianoro. Attraversato il prato si prosegue sul sentiero che continua in salita fino al Lago di Valle Sambuzza. Si attraversa il torrente emissario del lago sul ponticello di legno e si prosegue per il sentiero che costeggia il lago a ovest. Poco più avanti, prima di raggiungere il Bivacco Pedrinelli, si costeggia il lato sud-ovest del Pizzo Zerna salendo man mano fino a giungere ai piedi della vetta. Il canalino finale si percorre in arrampicata con piccozza e ramponi.

A causa della forte pendenza del Pizzo Zerna e del Monte Masoni l'itinerario di risalita è soggetto a frequenti cadute di valanghe, ed è quindi da affrontare solo quando la neve è ben assestata.

Il Monte Masoni è raggiungibile inoltre seguendo un altro itinerario, ovvero proseguendo sulla carrabile che da Carona va in direzione del Rifugio Fratelli Calvi fino alla deviazione che, a sinistra, si dirige verso il Rifugio Fratelli Longo. Si prosegue lungo un sentierino e si rientra sulla carrabile più avanti, per poi lasciarla definitivamente e imboccare sentiero che a sinistra (direzione nord) si dirige verso il Passo di Venina. Arrivati in cresta si segue in direzione ovest fino alla croce.

Il monte Pradella è situato in Val Seriana, in provincia di Bergamo.

Completamente situata nei limiti amministrativi del comune di Valgoglio, domina la val Sanguigno e la suddivide dalla zona del lago di Aviasco.

Cima poco frequentata per via sia della distanza dai principali itinerari della zona, che per la lunghezza, può essere raggiunta da più parti.

La prima prevede la partenza poco a monte dell'abitato di Valgoglio, da cui si prosegue lungo la traccia contrassegnata dal segnavia C.A.I. numero 232 che si addentra lungo la val Sanguigno. Dopo circa tre ore di cammino, presso la baita di Presponte, si abbandona il sentiero e si seguono gli omini ed i bollini sulle pietre che, senza una traccia obbligata, raggiungono il lago Gelato e, dopo circa due ore, permettono di raggiungere la vetta.

La seconda via si diparte invece dal passo di Aviasco, a sua volta raggiungibile da Valgoglio (prima mediante il sentiero numero 268 e poi il 229) e dalla val Brembana (alternativamente dal lago Colombo, traccia 214, e dalla zona del rifugio Fratelli Calvi, sentiero 236), da cui in poco più di ora si giunge alla cima. Una terza opzione offre la possibilità di raggiungere la vetta passando dal passo di val Sanguigno Est, posto a fianco del pizzo Farno (spartiacque tra le valli Seriana e Brembana), lungo una traccia (non segnalata C.A.I.) che lambisce le cime di Valsanguigno.

Il Corno Stella è situato in alta val Brembana, in provincia di Bergamo.

Nonostante la sua altezza non sia particolarmente elevata, il Corno Stella offre una vista ampia su diverse vette alpine, soprattutto grazie alla morfologia delle montagne circostanti.

Il sentiero più rapido e sicuro per raggiungere la vetta parte da Foppolo alta, alla partenza degli impianti di risalita. Si può proseguire lungo il sentiero che attraversa i campi, che d'inverno diventano piste da sci, oppure si può percorrere la carrabile che sale dopo l'avvallamento a destra (direzione sud) e che più in alto, ovvero in prossimità della baita di Montebello, si unisce al sentiero.

Si sale quindi lungo il tracciato lasciando la baita sulla sinistra, e si percorre il sentiero che, costeggiando il Montebello sul lato est, arriva al lago Moro. Il sentiero, in questo tratto, è per lo più pianeggiante e offre un'ampia veduta della sottostante valle di Carisole, che ospita gli impianti sciistici di Carona. Arrivati in vista del lago Moro salire lungo il sentiero a destra (direzione est) e proseguire lungo il sentiero fino a raggiungere la cresta.

Si prosegue quindi lungo la cresta e, poco più avanti, si continua sul tracciato che costeggia il lato sud del Corno Stella e che infine si arrampica fino in vetta. In vetta vi è la croce e un disco direzionale che vi aiuterà a riconoscere le varie montagne circostanti. Dall'alto è possibile ammirare il Monte Disgrazia, il Gruppo del Bernina, la Valle del Livrio con il sottostante Lago di Publino, parte della Val cervia, il Pizzo Zerna e, nelle giornate limpide anche il Monte Rosa.

L'escursione in vetta da Foppolo non presenta difficoltà particolari, con un dislivello di 1000 m. circa. È possibile raggiungere la vetta del Corno Stella anche partendo dalla Valle del Livrio, ma il sentiero non è battuto e in diversi tratti si corre il rischio di perdere la via. Nel caso si volesse salire dal lato della provincia di Sondrio (lago di Publino / valle del Livrio) per la prima volta è consigliabile farsi accompagnare da qualcuno che conosce la zona

Il Monte Legnone è la cima più alta della provincia di Lecco e del settore più occidentale delle Alpi Orobie. La vetta del Legnone si eleva a punto tale da essere chiaramente visibile da Milano e dalla Brianza.

Di bella forma piramidale con linee regolari, rappresenta il poderoso pilastro d'angolo tra il bacino del Lago di Como e la Valtellina, separando quest'ultima dalla Val Varrone, solco vallivo adiacente alla Valsassina.

Non risulta alpinisticamente molto interessante, dacché formata su tutti i suoi versanti soprattutto da sfasciumi ad eccezione del versante nord, che sprofonda per quasi 2.500 metri sulla piana di Delebio, peraltro in modo piuttosto irregolare e senza una vera e propria parete rocciosa. È però assai frequentato dagli escursionisti, anche perché la vetta offre in assoluto uno dei migliori panorami della Alpi Centrali, non avendo alcuna sommità di simile altitudine nelle vicinanze e protendendosi sul lago e sulla bassa Valtellina tanto da restare isolata rispetto alla cresta orobica di cui è parte.

Nel massiccio del Legnone è presente una cima secondaria, posta ad occidente della vetta principale, che prende il nome di Legnoncino (1.711 m).

Il monte Cabianca è situato lungo lo spartiacque che divide la Val Brembana dalla Val Seriana, a cavallo tra i comuni di Carona e Valgoglio in provincia di Bergamo.

Il monte Cabianca può essere raggiunto sia dal comune di Carona che da Valgoglio.

Da Carona si sale verso il rifugio Calvi, situato a quota 1.990 m. s.l.m., si prosegue per il sentiero direzione passo della Portula e, prima della baita Pian dell'Asino, si sale a destra (ovest) in direzione lago dei Curiosi. Presso il lago si prende per il canalone e si sale fino al Naso di Cabianca (2.475 m). Si prosegue lungo la cresta che conduce prima alla Spalla e quindi in vetta.

Da Valgoglio invece si sale fino la località Bortolotti, dalla quale si segue il segnavia del CAI numero 268, che permette poi di raggiungere le case ENEL nei pressi della diga del lago Sucotto. Da qui proseguire verso la capanna Lago Nero, posta nei pressi dell'omonimo lago, per arrivare quindi al lago di Aviasco. Poche decine di metri dopo la diga dello stesso, seguire la traccia che sale a monte e, in circa un'ora, permette di arrivare in vetta.

Un'altra via alternativa si dirama dal passo di Aviasco (a sua volta raggiungibile dal versante della valle Seriana dall'omonimo lago e da quello della valle Brembana mediante la valle dei Frati) e sale al monte dei Frati (2.502  m) e, tramite una facile cresta, tocca la cima del monte Valrossa (2.550  m) da cui in breve si arriva alla cima del monte Cabianca.

Il Pizzo dei Tre Signori è una montagna (2.554 m s.l.m.) sulla cresta principale delle Alpi Orobie, ove questa si pone tra i solchi orografici della Valtellina (con la tributaria Val Gerola), della Val Brembana (con le tributarie Valtorta e Valle d'Inferno) e della Valsassina (con la tributaria Val Biandino).

Gode di una particolare fama "geografica" che il nome ricorda, essendo da secoli il punto geografico di spartizione fra tre diverse giurisdizioni politiche: un tempo tra lo Stato di Milano, la Repubblica di Venezia e il Canton dei Grigioni nella Confederazione Elvetica, quand'essa occupava la Valtellina; oggi tra la Provincia di Sondrio, la Provincia di Lecco e la Provincia di Bergamo.

I versanti principali della vetta sono quelli che scendono verso le valli sopracitate e presentano itinerari di salita sempre agevoli, ancorché lunghi; il più interessante risulta tuttavia quello che raggiunge la sommità del lato valsassinese per la cresta ovest, presentando poco sotto la vetta un pittoresco passaggio roccioso attrezzato con catene denominato "Il Caminetto", il che ne denota la particolare morfologia.

Dal versante valtellinese è anche una meta scialpinistica, il cui interesse è mitigato dalla lunghezza dell'itinerario e dalla scarsa sciabilità generale. La cima frequentata per quasi tutto l'anno, offre un panorama molto vasto ed interessante, notevole soprattutto sulle vette retiche del Masino e del Bernina, nonché verso i solchi vallivi bergamaschi.

Il versante valsassinese ospita il noto rifugio Grassi, tra quelli storici per l'alpinismo lombardo, altre strutture che possono agevolare la salita alla vetta sono, ancora sul lato valsassinese il rifugio Santa Rita, sul versante valtellinese il rifugio FALC e il rifugio Trona Soliva, su quello bergamasco il rifugio Benigni.

Numerosi sono i rilievi costituenti la dorsale delle Orobie.

Il gruppo del "Tre Signori" che si estende dal Passo di Salmurano alla Bocchetta di Trona. È alto 2.554 metri e prende il nome dagli antichi confini politici che la sua cima individuava: tre stati, quali il Ducato di Milano, la Repubblica Veneta e la Repubblica dei Grigioni si incontravano sulla cima; oggi a questa altitudine si incontrano le province di Bergamo, Lecco e Sondrio.
Procedendo verso est, troviamo il gruppo del Ponteranica, il quale si estende tra il Passo San Marco e il Passo Salmurano. La vetta orientale, nella stagione invernale, è la classica meta di sciatori e alpinisti provenienti sia dal versante bergamasco che da quello valtellinese. Il gruppo prende il nome dal Comune di Ponteranica, proprietario dal XVI secolo dei pascoli che si estendevano alla base dei versanti meridionali della montagna. Al giorno d'oggi, quegli alpeggi vengono utilizzati dai pastori nella stagione estiva.
Il Pizzo Coca, alto 3.050 metri è la cima più elevata delle Orobie. Apprezzato dagli alpinisti è il ripido canalone che incide il versante nord e che scende dalle due vette costituenti la cima della montagna. Su uno sperone roccioso, dominante l'omonima Val di Coca, sorge un rifugio che offre una vista spettacolare sulle valli circostanti. È l'ideale base d'appoggio per escursioni al Lago di Coca o al gruppo Scais-Redorta.

Caratteristica importante della dorsale orobica è la scarsità di valichi transitabili. La maggior parte dei passi, infatti, è situata a quote piuttosto elevate (specialmente nel settore orientale) e risulta servita solo da sentieri o mulattiere.

L'unica strada che valica la dorsale è quella del Passo di San Marco (1991 m), che ricalca in parte il percorso dell'antica Via Priula, realizzata nel XVI secolo e collega Mezzoldo, in Val Brembana, con Morbegno, in Valtellina.

La metamorfosi delle Alpi Orobie comprende un periodo lungo quasi 300 milioni di anni. Pochi sono i luoghi della terra che raccolgono così tante e così diverse situazioni geologiche. Nel periodo più antico della loro esistenza, il Permiano, il complesso montuoso, simile alle Ande dei nostri giorni, fu interessato da un'intensa attività vulcanica. Le eruzioni di tale periodo portarono alla formazione di Collio, situata nell'omonima località dell'alta Val Trompia nel bresciano. Il materiale eruttato dai vulcani e quello derivante dall'erosione delle rocce metamorfiche dei rilievi, fu trasportato a valle dai corsi d'acqua e sedimentato, in forma di limi, sabbia e ghiaia, in vasto bacino alluvionale. In questo enorme bacino sedimentario, laghetti di acqua dolce erano abitati da anfibi e rettili.
Durante la fine del Permiano, si costituì una formazione di rocce definita verrucano lombardo, ovvero una successione di rocce, ben evidente perché di colore rossastro. Il nome verrucano deriva dal Monte Verruca, nella zona del Monte Pisano in Toscana, dove si trova un conglomerato di rocce simili.
La regione fu raggiunta, nel Triassico Inferiore, dal mare. Possiamo individuare come antichi sedimenti marini rocce arenarie e marne, indicate con il nome di Servino o formazione di Werfen. A partire dal Triassico Medio si sono depositati calcari e dolomie che, formando barriere coralline, hanno dato origine ai gruppi montuosi a sud delle Orobie. A parte i depositi del Quaternario, le rocce più recenti risalgono a circa 30 milioni di anni fa e sono di tipo intrusivo.

Oggi la disposizione delle rocce non è più quella originaria in seguito alle trasformazioni operate dall'orogenesi alpina. Si è assistito ad un generale accorciamento della crosta primitiva, il quale ha portato a piegamenti e accavallamenti (chiamati sovrascorrimenti) di rocce che in origine seguivano un andamento nord-sud. Sono proprio gli accavallamenti l'aspetto più interessante della zona, poiché caratterizzati dalla sovrapposizione di rocce più antiche a rocce più recenti. Il principale sovrascorrimento è delimitato dalla faglia orobica, che in unione a faglie minori presenta un andamento est-ovest nella zona centrale. In definitiva, la struttura delle Orobie sarebbe il raccorciamento della crosta terrestre di un centinaio di chilometri.
Sono i ghiacciai del Pleistocene, il più antico periodo del Quaternario, ad aver contribuito al modellamento delle Orobie: durante tale periodo, occuparono gran parte dei monti, incidendo il fondo delle vallate. L'azione glaciale ha portato alla formazione di conche, valli a "U", valli cinte da versanti con ripidi pendii (valle Seriana), fondivalle lisciati e arrotondati, ricchi di conche, alcune delle quali ancora occupate da laghi piccoli e grandi. Sono proprio queste conche ad aver assorto alla funzione di serbatoi artificiali d'acqua per la produzione di energia idroelettrica.
Bruschi pendii, in corrispondenza di rocce resistenti all'erosione e in epoca glaciale occupati da cascate di ghiaccio (ice-falls), sono oggi sede di cascate come quelle del Serio a Valbondione, le più alte d'Italia attivate solo per qualche ora all'anno. I ghiacciai non hanno solo scavato parte della superficie della crosta terrestre ma anche accumulato il materiale che essi trasportavano: vi sono ovunque depositi morenici, anche di notevole spessore. Ricordiamo i ghiacciai di pietra (rock-glaciers): corpi detritici accumulatisi sui versanti o originari depositi morenici fluiti lentamente verso il basso nel corso dei secoli e dei millenni.

Un caso anomalo rispetto alla formazione generale delle Orobie, riguarda la zona di Zogno, in Valle Brembana: le rocce di quest'area, sotto l'azione di spinte, invece di fratturarsi come avviene nel caso di rocce più compatte quali le dolomie, si sono piegate e talvolta accartocciate su sé stesse.

Oltre al parco delle Orobie Valtellinesi ed al parco delle Orobie Bergamasche, le aree protette delle Alpi Orobie sono la riserva naturale delle Valli di Sant'Antonio e la riserva naturale orientata Bosco dei Bordighi.




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