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martedì 21 aprile 2015

LE CASCATE DI CITTIGLIO

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Il Parco delle Cascate di Cittiglio è uno dei luoghi più suggestivi della Valcuvia. E' un percorso che risale il torrente San Giulio che nel suo corso forma tre belle cascate. I tre salti d'acqua sono situati alle quote 324, 383 e 474 e sono alte rispettivamente 43, 51 e 56 m. Solo la prima cascata è facilmente raggiungibile. Il sentiero che porta alla seconda e alla terza cascata è interrotto da varie frane e sradicamenti di grossi alberi.  Per evitare che escursionisti occasionali possano trovarsi nei guai sono stati posti cartelli e segnalazioni di divieto di accesso sul sentiero che sale alla seconda e terza cascata.

Dopo Laveno e poco distante dal lago Maggiore, si estende una valle incontaminata con un bosco fitto che protegge le famose Cascate di Cittiglio, un’oasi dalla bellezza selvaggia da assaporare di passo in passo. La difficoltà nel raggiungere le tre cascate dipende dalla folta vegetazione con pini e castagni che nascondono queste acque, oggi tra le più limpide del territorio.

Le cascate nascono dal torrente San Giulio e sono unite tra loro mediante dei percorsi molto suggestivi da fare con estrema cautela e con l’abbigliamento adatto. Se la prima cascata, infatti, si può raggiungere mediante un agile sentiero, ideale da percorrere anche per i più piccoli, per le altre due cascate il sentiero lascia spazio ai boschi con un percorso più ripido fra gli alberi.

Su queste terre e su queste tre cascate esiste anche una leggenda, un racconto che da tempo immemore si tramanda di padre in figlio. Questo territorio, infatti, era ambito dalle legioni romane che volevano impossessarsene per poter attaccare il nemico sul fronte straniero. Le popolazioni del luogo, però, per difenderlo, cercarono di deviare il corso del torrente così da rendere il territorio troppo pericoloso. Un condottiero, Guidon, chiese aiuto al resto del villaggio per creare una diga in legno che fu realizzata in pochissimo tempo. All’arrivo dei romani, poi, la diga doveva essere aperta ma un giovane di nome Cardan, accompagnato dal suo cane, cadde e si ruppe una gamba. Il fedele amico a 4 zampe, intuendo il grande pericolo, abbaiò così da permettere alla popolazione di aprire la diga e salvare il territorio.


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lunedì 20 aprile 2015

VARARO



Vararo è una frazione del comune di Cittiglio, in provincia di Varese, situata a 725 m s.l.m.

Chi vuole vivere la montagna prealpina e scoprirne la bellezza può salire fino alla frazione di Vararo, Adagiato tra sogno e realtà, in una valle che ricorda gnomi, fate e folletti, consegna al turista una molteplicità di umori e fragranze, la possibilità di vivere una dimensione naturale dell'esistenza, lontano dai rumori assordanti del consumismo moderno. La suggestiva frazione di Cittiglio può essere di volta in volta poesia o racconto, studio o ricerca, amabile sintesi di valori usciti dalla bacchetta magica di un genio creativo. Vararo è un'isola felice, un luogo dov'è possibile riconciliarsi con se stessi e con l'ambiente, circondati dai silenzi di una montagna sempre nuova, sempre diversa, una sorta di scrigno che custodisce con cura i suoi tesori. Dai suoi vicoli contigui fino quasi a toccarsi, spiccano corti e portali, cascine, travi, balconi in legno, angoli riservati al silenzio, sentieri che salgono verso il Cuvignone, il Monte Nudo, il Sasso del Ferro, Sant'Antonio, Arcumeggia, zizaganti tra speroni rocciosi che emergono dal verde come la prua di una nave. Vararo è anche luogo scelto di artisti, scultori, amanti di un'antichità lignea che ha caratterizzato la cultura e l'architettura di fine ottocento. E' paradiso di cercatori di funghi, di castagne, di gente che vuole riappropriarsi di un artigianato scomparso, di amanti della natura, di chi è alla ricerca di un modo di vivere più umano. Baite sparse nel verde fanno da cornice alla vocazione narrativa del luogo. Greggi di pecore pascolano sotto l'occhio vigile del pastore, come una volta. Vararo è una bella realtà bucolica che mantiene intatti i suoi caratteri, regalando momenti di quiete e di serenità a chi ama il verde, la montagna, la sua cultura e la sua vita.

Un tempo comune autonomo, venne annesso al comune di Cittiglio nel 1927 (R.D. 12 agosto 1927, n. 2443).

Nel 1977 vi è stato girato il primo episodio del film Tre tigri contro tre tigri, con Renato Pozzetto.

Non é possibile datare i primi insediamenti umani nella zona, o la nascita di un nucleo abitativo perché non esistono i documenti, ma il testo più antico in cui viene nominato Vararo risale all'846, quando il nobile Eremberto concedette i propri terreni a pascolo agli abitanti del paese. Dopo questo documento Vararo rimase dimenticato per secoli, fino al 1558 quando ne vennero elencati i beni nel catasto di Carlo V. Nel 1636, i Lavenesi, spaventati dalla pericolosa e distruttiva avanzata francese, si rifugiarono a Vararo in massa portando con loro numerosi capi di bestiame (dai documenti sembra fossero più di duemila); questo arrivo improvviso, rese insufficienti i viveri ed il foraggio. Oltre a problemi di tipo alimentare si crearono anche problemi igienici, infatti per il gran numero di persone ed animali si scatenò una devastante epidemia di peste che decimò la popolazione. Tra la fine del 19° secolo e l'inizio del 20° si é raggiunto il picco storico di popolazione, con circa 300 abitanti, il cui numero però diminuì con la partenza dei ragazzi per vivere in altri paesi o per la 1° guerra mondiale, ormai alle porte.

Durante il ventennio fascista, nel 1927, Vararo, fino ad allora comune indipendente, venne annesso a quello di Cittiglio, come é tutt'oggi. negli anni della 2° guerra mondiale le montagne ed il paese divennero rifugio per i partigiani e, allo stesso tempo, vennero raggiunte dai nazisti. Infine nel 1986, Vararo é in tutto e per tutto parte di Cittiglio anche nella parrocchia.

La zona di Vararo gode di una biodiversità che spazia tra molte specie di animali e vegetali, al contrario della maggior parte delle zone abitate. Questa situazione è dovuta soprattutto alla presenza delle ampie zone boschive a ridosso dell'abitato, portando molti animali anche lungo le vie del paese.

Sono molto comuni scoiattoli e ghiri, che è facilissimo vedere correre tra i rami degli alberi e sui fili; inoltre è facile vedere, soprattutto nelle ore serali o mattutine, animali quali cervi, caprioli, cinghiali, mufloni e anche volpi o faine, o persino qualche lepre selvatica. oltre ai più comuni merli, passeri, pettirossi e tutte le specie di uccelli tipiche delle zone boschive, è facile notare anche falchi, poiane, civette e i piccoli codarossa. Oltre a questo accenno alla vita animale del posto (perchè la lista è esageratamente lunga), è utile sapere che è possibile incontrare orbettini, le cosiddette "ratere",serpenti non velenosi di media lunghezza di colore scuro, e vipere.

Anche nella flora si può spaziare tra moltissime specie, dai comuni faggi e castagni, fino ai cespugli di more e lamponi, passando per le tante varietà di fiori quali primule ,violette, segnatempo e molti altri.

L'attenzione di molte persone che vengono a visitare questa zona è invece focalizzata sulla gran varietà di funghi quali porcini, chiodini, mazze di tamburo, gambette, amaniti di tutti i tipi.

Il roseto di Vararo è un vecchio cascinale, situato a circa 500 m dal paese, che è stato ristrutturato e trasformato in edificio abitativo. Nel 1996 Martinello Dario, l'attuale proprietario, lo comprò, lo restaurò e si trasferì qui. Il terreno circostante all'edificio venne pulito dai rovi che l'avevano invaso, per coltivare la passione verso le piante (non solo in senso metaforico), fino ad arrivare ai quasi 3000 esemplari, tra rose e moltissime altre piante, che popolano il roseto. Le piante sono curate in maniera particolare dai proprietari  che assicurano loro diverse concimazioni l'anno (il terreno in quella zona è particolarmente roccioso) e molti altri trattamenti per mantenere le piante belle e rigogliose.

Una forte attrattiva per molti turisti è il "rally dei laghi", che annualmente corre sulla Strada Provinciale 8, tra Vararo e Castelveccana. Alla gara partecipano spesso auto di tutti i tipi, anche auto d'epoca, ma generalmente vetture di piccole dimensioni, più facili da controllare sulle strade strette.

La chiesa di San Bernardo è stata edificata nel 1796, dopo le continue suppliche degli abitanti del paese per la ristrutturazione della vecchia, all'ora in uno stato disastroso. E' posizionata in una posizione periferica rispetto all'abitato. La struttura architettonica è molto semplice, sviluppata su un'unica navata con una piccola abside semicircolare. Il campanile è addossato all'edificio e le campane sono ancora quelle della chiesa preesistente. All'esterno del portone principale è stato costruito un portico sorretto da due colonne e decorato da un affresco di san Bernardo. Altre decorazioni ad affresco sono posizionate sul lato esterno e all'interno sulla campata e sull'abside. In posizione retrostante all'altare si trovano le statue di San Bernardo, della Madonna con in braccio Gesù e di San Giuseppe. Ogni anno, nel mese di Agosto, si tiene la festa del santo patrono, alla quale, negli anni passati, partecipavano anche gli abitanti di Laveno, Cittiglio e di altri paesi.

Il parco giochi si trova in un'area sottostante alla chiesa e vi sono poste diverse giostre e anche dei tavoli per pranzare. La zona in cui adesso si trova il parco era ricoperta da rovi e arbusti e, solo grazie al lavoro degli abitanti del paese, è stata ripulita e vi sono state poste le giostre donate dall'associazione di Cittiglio "Amici di Vararo". Il parco è stato inaugurato nel 2005, dedicato a Diego Turuani, ragazzo deceduto negli anni novanta all'età di 19 anni per un incidente stradale.

La Madonnina è una statua rappresentante la Madonna, posizionata su un sasso a forma di torre (Sass de Turesela). Questa statuetta si trova nella località del Rü de Sela, punto d'incontro dei sentieri a nord ovest della Val Buseggia. La Madonna, posta in una zona sopraelevata al paese, ha lo sguardo rivolto verso esso, come a volerne proteggere gli abitanti. Il Rü de Sela è distante dal paese all'incirca 500 metri, quindi anche la Madonnina è facilmente raggiungibile attraverso un sentiero che inizia dalle ultime case del paese.

Il torrente San Giulio nasce dalla Fontana Mora, ultimi resti del Lago Moro, e scorre fino a valle, per confluire nel Boesio, a Cittiglio. Il torrente dà vita alle tre famose cascate di Cittiglio, che scendono a strapionbo lungo la valle scavata dallo stesso fiume. Nelle sue acque, come in quelle dei suoi affluenti, si possono trovare moltissime specie di animali, da insetti (per la maggior parte larve) a pesci (come trote e alborelle) e anfibi (principalmente girini di rane, rospi e salamandre).



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mercoledì 1 aprile 2015

IL SANTUARIO DI SUPINA

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Il santuario di Supina, dedicato alla Vergine Annunciata, è un esempio di architettura religiosa tardo quattrocentesca eretta sul terreno della contrada di Supina, località del comune di Toscolano Maderno, paese del bresciano affacciato sul lago di Garda.

Il nome dell'architettura deriva da quello del terreno su cui fu costruita ma l'interpretazione etimologica dello stesso è stata oggetto di recente dibattito. Infatti, supina deriva dal termine latino supina che significa "inclinata in dolce pendio" ma può anche richiamare alla mente il significato del termine supino dell'italiano moderno ovvero "sdraiato sulla schiena". La prima interpretazione risulta essere la più accreditata visto l’ubicazione della struttura e considerata la successiva conversione dell'edificio a luogo di devozione alla Vergine Annunciata rispetto alla data di costruzione; la seconda rispecchia l'esigenza di voler sottolineare l'importanza di un atteggiamento di penitenza che il voto alla Vergine richiede al fedele visitatore. Quest'ultima risulta tuttavia quella più ricordata dai fedeli che ancora vi si recano in pellegrinaggio.

La contrada di Supina, nel territorio del comune di Toscolano Maderno, è situata a circa 800 metri dal livello del lago esattamente dove si incontrano il monte Castello e la piana delle Brede. Così come all’epoca della costruzione del santuario, le frazioni più vicine con chiese attive al culto e alla celebrazione sono quelle di Cabiana, nell’area di Gaino e di Cecina. La conformazione montagnosa della zona e la dislocazione dei vari paesi che da sempre caratterizza questi luoghi, hanno reso e rendono tuttora la tale contrada un punto strategico di incontro per i residenti di Cabiana, Cecina, Cervano e Palada. Sembra infatti che sia stata proprio per questa ragione che il comune di Toscolano sulla fine del XIV secolo ordinò la costruzione della chiesa.

Non se ne conosce la data effettiva ma il nome della contrada compare per la prima volta in due trattati livellari risalenti al 1430. Si suppone quindi che in quell’anno il comune acquistò il terreno e successivamente fece costruire la chiesa, inizialmente quindi comunale e non di voto. Il cambiamento avvenne un secolo dopo, più precisamente intorno al 1567 o 1568 in attuazione di un voto emesso dal comune stesso durante un’epidemia di peste petecchiale che colpì la zona. A circa dieci anni più tardi risale la prima di una lunga serie di pellegrinaggi mensili che incominciarono a svolgersi da Toscolano a Supina ogni 25 del mese in memoria della festa dell’Annunciazione del 25 di marzo. Le processioni continuarono a questo ritmo fino alla fine del XVIII secolo, periodo nel quale da mensili diventarono annuali. Infatti la vita religiosa della chiesa fu alimentata a partire dal 1578 dal patrimonio della famiglia Sgrafignoli, ricchi commercianti della zona. Promotore di quest’iniziativa fu Battista Sgrafignoli fabbricante locale di carta che per devozione alla Vergine oltre a dar il via alla celebrazione quotidiana di una messa, dispose nel suo testamento che la cartiera di sua proprietà fosse venduta e che con parte del ricavato si incominciassero i lavori di ampliamento ed abbellimento della struttura. Con la restante parte si sarebbero dovute invece pagare le commissioni al sacerdote affinché le celebrazioni quotidiane continuassero. Il nipote Ippolito Sgrafignoli fu colui che nel 1583 diede effettivamente il via ai lavori che per i successivi due secoli forgiarono la struttura e l’aspetto della chiesa che si può tutt’oggi ammirare.

Tra il 1686 ed il 1889 la struttura accolse anche eremiti che si alternarono nella sua custodia. Due di essi, Giovanni Battista Archetti (in servizio in questo luogo dal 1711 al 1754) e Giovanni Battista Calcinardi (dal 1770 al 1789) furono sepolti nella chiesa, come risulta dai registri comunali dell’epoca la cui copia si trova tutt’oggi conservata nella cosiddetta "casa degli eremiti" sovrastante la cappella di destra, oggi saletta museale.

Molte iniziative si ebbero nel 1836 a proseguire, quando per esempio, nello stesso anno, si diffuse il colera e gli abitanti di Toscolano videro nella forma abbastanza lieve del morbo un segno di protezione della Vergine. Inoltre la loro devozione continuò a mostrarsi in periodi di siccità per invocare la pioggia o in concomitanza di calamità. L’apporto dato dal capitale della famiglia Sgrafignoli fu così fondamentale e vitale al mantenimento della chiesa e delle sue ricchezze artistiche che, quando l’ultimo erede della famiglia scomparve nel 1815, seguito poi dall’usufruttuario Giacomo Andreoli e dal suo erede, conte Giuseppe Bernini, iniziò per la chiesa un periodo di decadenza.

Le intemperie e l’elevato tasso di umidità della zona resero necessari diversi interventi di manutenzione e restauro, primi dei quali si effettuarono intorno al 1836 anno dell’epidemia di colera. I due interventi principali riguardarono il pavimento, lavoro che comportò la copertura o la distruzione delle tombe dei due eremiti, oggi non più localizzabili, ed il rimaneggiamento dell’arco trionfale secondo gusti dell’epoca che comportò la scomparsa della decorazione originale. Il secondo più significativo restauro incominciò invece nel 1997 e terminò nel 2005. Su iniziativa dell'Associazione Amici del Santuario di Supina (A.A.S.S.) in collaborazione con il comune di Toscolano, da sempre proprietario della chiesa, ci si occupò del restauro del tetto e dei dipinti su tela. L’opera fu finanziata anche dalla Regione Lombardia e dall'Unione europea. Grazie all’opera di un benefattore e sempre ai fondi raccolti dall’A.A.S.S. nel 2009 e nel 2010 furono eseguiti gli ultimi due interventi che chiusero definitivamente il ciclo di lavori di recupero e valorizzazione dell’antico aspetto dell'oratorio. In particolare l’attenzione fu rivolta alla cappella di sinistra rispetto all'abside dedicata a Santa Lucia. Il risultato sembra infatti aver reso all’edificio l’antico splendore originario che in parte il primo restauro aveva rovinato.

L’oratorio di Supina si presenta dalla strada costiera del lago come una costruzione di colore giallo grigio, quasi un’abitazione, che si staglia a circa metà altezza del versante ovest del monte Castello, circondata da boschi, ulivi e rocce. Il campanile, costruito nel 1664, fiancheggia la struttura sul lato sinistro in corrispondenza dell’antico abside, unica parte della chiesa che risulta completamente rivolta verso oriente, caratteristica che rispecchia il rispetto della tradizione cattolica di orientare gli edifici di culto nella direzione in cui si trova il luogo della nascita di Cristo.

La struttura centrale è a pianta rettangolare e risulta essere delimitata a nord, in corrispondenza del lato destro dell'abside, dalla sacrestia (oggi stanza con volta a botte adibita all'allestimento del presepio durante le festività natalizie), che fu fatta costruire in attuazione di un decreto di San Carlo Borromeo nel 1581, e dalla casa degli eremiti (1664), in parte innalzata a lato della chiesa ed in parte sopra la sacrestia. Attorno all'abside si notano due rigonfiamenti dovuti alla presenza delle due cappelle laterali inserite sulla fine del XVI secolo (1583 c.a.).

L'orientamento generale dell'intera struttura segue quello del campanile, anche se la direzione dell’abside risulta essere leggermente più a sud rispetto allo stesso. Probabilmente la pendenza del terreno rese difficile un orientamento più preciso. Allo stesso modo comportò l’inserimento di una scalinata in corrispondenza dell’entrata principale, posta sulla facciata ovest della chiesa durante i lavori di prolungamento della struttura. Difatti la pianta originaria dell’oratorio non prevedeva né la sacrestia, né le cappelle laterali, né la casa degli eremiti e né la parte iniziale dell’attuale navata centrale. La planimetria rettangolare risultava quindi assai più schiacciata di quella odierna. Il portale principale disposto sulla facciata ovest, semplice e lineare sulla quale si apre un oculo nella parte superiore dove si nota il profilo a capanna del tetto,fu costruito nel XVII secolo assieme al secondo portale disposto sul lato sud.

L'interno è costituito da un'unica navata suddivisa in tre campate da due grandi archi tardo romanici di leggere tendenza gotica che termina in un'abside sempre romanico poligonale, il cui soffitto è suddiviso a vele da una volta a crociera. Appena prima dell’abside si incontrano sui lati due cappelle tardo cinquecentesche: quella di destra rispetto all’abside fu dedicata in un secondo tempo a santa Lucia; mentre quella di sinistra un tempo fu custodia della raffigurazione dell’Assunzione in cielo e Incoronazione della Vergine. La pianta originale prevedeva solo una campata, che con gli ampliamenti disposti da Ippolito Sgrafignoli nel 1583 fu riprodotta altre due volte, rendendo la suddivisione che tutt’oggi si presenta. Questo, così come l’assenza di affreschi e ornamenti preziosi contemporanei alla costruzione della chiesa, dimostra l’originaria semplicità della struttura, luogo prima di tutto di culto e preghiera. L’unica ricchezza presente, e non successiva alla nascita della chiesa, è la statua della Madonna in trono ancora presente oggi databile infatti alla seconda metà del XV secolo. Il Bambino da lei sorretto fu invece aggiunto più tardi probabilmente in sostituzione di quello originale di cui non si hanno notizie. Alla base della balaustra di marmo (aggiunta nel XVIII secolo assieme alla cantoria, all’organo ed alla ancona dorata in cui ancor oggi si presenta la statua della Vergine) che separa l’ultima campata dall’abside sui due lati, si trova un’iscrizione fatta dipingere da Ippolito Sgrafignoli all’interno di cartigli affrescati che testimoniano la conclusione dei lavori il 3 luglio 1590 ad opera dello stesso. Le pareti laterali, sempre durante i primi lavori di abbellimento di fine XVI secolo, sono arricchite di decorazioni pittoriche realizzate secondo un progetto unitario che, procedendo da sinistra, una volta entrati dal portale principale, mostra una serie di episodi del ciclo di vita di Maria. Le rappresentazioni sono dipinte su tela eseguite con colori a tempera su fondo in calce che tende ad imitare gli affreschi parietali riproducenti arabeschi, finte architetture e le solenni figure statuarie dei telamoni-erme, rappresentanti, secondo le ultime interpretazioni, i dodici profeti minori. Non tutte le tele sono presenti oggi lungo le pareti, due tra quelle mancanti (raffiguranti la Crocifissione e la Pentecoste) vennero infatti rimosse nel XVIII per la collocazione della cantoria e dell’organo (la sua presenza è attestata solo fino al 1930), pezzi che furono introdotti per rendere più solenni le celebrazioni. Oggi, alla luce dell’ultimo intervento di restauro, si può notare la posizione in cui queste tele un tempo si mostravano in quanto si è deciso di richiamarne l’ubicazione riproducendo solo la continuità tonale con gli arabeschi di sfondo. Un altro dei dipinti mancanti fu sostituito perché troppo danneggiato tra il 1668 ed il 1756 dalla tela raffigurante Santa Lucia (nella cappella di destra) e rappresentava La Visitazione di Maria ad Elisabetta; un altro riproducente la Natività di Gesù era collocato accanto al portale laterale sulla parete sud, rimosso a causa della collocazione del pulpito, recentemente spostato.

Il soffitto originariamente era a capriate lignee con travatura in legno a vista e copertura con piastrelle di cotto mentre oggi si presenta la variante proposta durante i lavori disposti da Ippolito Sgrafignoli: l’intera superficie è ricoperta di 72 formelle di legno dipinte a tempera anch’esse come gli affreschi recentemente restaurate ed impermeabilizzate. Le infiltrazioni d’acqua sono infatti sempre state alcune della cause principali di danneggiamento dei colori e dei materiali nel corso dei secoli. Al centro di ogni formella è rappresentato il rosone classico di colore giallo scuro mentre attorno ad esso si sviluppano figure mitologiche alate e grottesche. Su entrambi i lati degli archi romanici divisori, in corrispondenza degli angoli sono rappresentate otto figure umane, quattro femminili e quattro maschili. Le prime si fronteggiano sui lati interni dei due archi e sono state interpretate come raffiguranti le sibille; ognuna regge un rotolo di pergamena su cui è riportata un’iscrizione purtroppo non leggibile, che non permette quindi di identificare le sibille con i propri nomi. Le seconde invece sono poste sui lati esterni e guardano quindi rispettivamente il portale principale e l’abside.

Un altro ciclo di affreschi particolarmente importante è quello dato dai cinque tondi presenti nelle vele sul soffitto dell’abside. In ciascun tondo sono rappresentati i profeti maggiori, rispettivamente nei due tondi di destra Ezechiele e Geremia, mentre in quelli di sinistra Isaia e Daniele. Il quinto tondo occupa una posizione centrale e rappresenta abbastanza stranamente il profeta minore Michea mentre sorregge una pergamena riportante la scritta latina “nella casa della polvere cospargetemi di polvere”. L’eccezione viene interpretata come la volontà di trasmettere al visitatore devoto entrando in chiesa un senso di penitenza immediato.

Il santuario può essere raggiunto in macchina, meglio se adatta a strade sterrate, seguendo le indicazioni che dalla Gardesana Occidentale, in prossimità del ponte Lefà, poco prima della frazione di Bogliaco, comune di Gargnano, salgono lungo la collina fino alla spiazo immerso nel verde che antecede la facciata principale. A piedi, può essere raggiunta seguendo l’antico percorso che in pellegrinaggio i primi devoti erano soliti seguire. Un bouquet di sentieri e segnalazioni si snodano da Cecina, Gaino e Fornico.

Dal parcheggio di Cecina si prende Via Cecina proseguendo per il centro storico. Dopo circa 150 mt prima del volto si sale a sinistra per delle scalette prima, e per un sentiero sterrato di scaglia rossa lombarda poi, fino in Via Caronte a Cussaga. Alla santella si gira a destra tra gli uliveti, percorrendo la stradina di Via Cussaga, e dopo circa 80 mt, si tiene la sinistra per la località Stignaga. Si prosegue diritti per la Bassa Via del Garda fino in località Scarpera, si prosegue  a sinistra salendo per Cervano. Superato il borgo di Cervano si prosegue fino alla santella dedicata alla Madonna degli Angeli, dopo 50 mt si sale a sinistra per la Chiesetta della Madonna di Supina. Si scende a destra e poi subito a sinistra fino alla Località Zenner, si prosegue sulla destra e si ritorna sempre tenendo la destra per Mornaga; l’itinerario prosegue per una stradina  sterrata con vista dall’alto del campo di Golf, si passa per la Cappella di Santo Nero dedicata a S. Agostino d’Ippona  fino al borgo di Cecina, attraversando tutto il caratteristico borgo fino al parcheggio.

La chiesa viene aperta solamente la prima domenica di ogni mese ad eccezione di novembre, in cui la celebrazione della messa avviene la seconda, o per rare occasioni di incontro tra esperti ed amanti di architettura religiosa.



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