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lunedì 26 ottobre 2015

POLITICA E COCA



Cocaina per politici e attori, la dama bianca chiede di parlare: trema la Roma dei festini - I suoi segreti fanno paura. E intorno al suo nome si fa il vuoto. Se davvero Federica Gagliardi, l'ex dama bianca al seguito di Silvio Berlusconi, fermata a Fiumicino con 24 chili di cocaina purissima stipati nel suo trolley, è stata reclutata da una rete di trafficanti internazionali, come ritiene la pubblica accusa, aveva tutte le carte in regola per diventare Lady droga. La dama preferita dai narcos, e forse anche da consumatori eccellenti di coca.

La tendenza dell'uomo ad usare droghe risale alla notte dei tempi. Per motivi mistici o religiosi e per avvicinarsi al soprannaturale è riscontrato che popoli come gli Incas già 3.000 anni fa utilizzavano droghe in riti religiosi. Spesso la droga diventava DIVINA ed il connubio tra l'alterazione sensoriale da essa prodotta e le credenze professate riconducevano sempre la droga in contesti spirituali. Per quanto riguarda la cocaina è risaputo che proprio gli Incas la diffusero in tutta l'America del Sud per le sue proprietà stimolanti. La masticazione delle foglie della pianta di coca è una pratica ancora oggi diffusissima in Sud America. La cocaina arrivò in Occidente molto recentemente, alla fine del 1800 e si diffuse in tutta Europa per demerito di Freud che ne promosse gli effetti antidepressivi, euforici e stimolanti in un suo libro dal titolo "Sulla cocaina".
Solo intorno alla prima quindicina del 1900 fu bandita dapprima negli Stati Uniti e poi in occidente.
Nel 1940 la cocaina era la droga utilizzata dagli artisti e divi di Hollywood. Negli anni '80 i prezzi della cocaina la resero la droga dei ricchi. Oggi è in rapida diffusione e a causa di prezzi molto ridotti e moderati è diventata una droga trasversale. Ragazzi di 14 anni, imprenditori di mezza età, manager, sportivi, artisti e politici creano una domanda tale da farne un vero e proprio flagello del terzo millennio.

Un onorevole su tre fa uso di stupefacenti, prevalentemente cannabis ma anche cocaina: è il risultato di un test eseguito, a loro insaputa, su 50 deputati.

Il test, eseguito con uno stratagemma, è il drug wipe, un tampone frontale che ha una percentuale di infallibilità del 100%. Il 32% degli «intervistati» è risultato positivo: di questo il 24% (12 persone) alla cannabis, e l'8% (4 persone) alla cocaina.



Un test 'serio e scientificamente valido, ma non sufficiente da solo a confermare la positivita' all'uso di droghe'. Cosi' il tossicologo Piergiorgio Zuccaro, direttore dell'Osservatorio Fumo, alcol e droga dell'Istituto superiore di sanita', definisce il 'drug wipe', ovvero il test con tampone frontale.
Inoltre, e' il giudizio dell'esperto, l'esiguita' del campione considerato non consente comunque di estrapolare un dato generale.
Si tratta di un test di laboratorio ampiamente utilizzato per esami preliminari, ha spiegato Zuccaro, 'piu' precisamente e' un test di screening: questo significa che, dinanzi ad un positivo, e' necessario confermare il risultato attraverso esami piu' sofisticati di sangue o urine'. Normalmente, ha sottolineato, 'se il drug-wipe e' negativo il risultato e' confermato come tale, ma se e' invece positivo e' necessaria la conferma ulteriore di laboratorio, dal momento che possono verificarsi dei falsi positivi'.
Importante e', poi, anche la metodologia di esecuzione: si tratta, avverte il tossicologo, di un esame che deve essere eseguito da personale specializzato, per non incorrere in possibili errori. Un test serio, dunque, ma utilizzato 'come test veloce per avere una prima risposta e che, per questo da solo, in mancanza di una conferma, non puo' dare la certezza del risultato positivo al consumo di stupefacenti'.
'E' necessaria quindi estrema attenzione nel considerare i risultati di un test che e', comunque, un test di screening di primo livello'. A cio' si aggiunge una valutazione relativa alla metodologia statistica: 'Considerando il campione ridotto di soggetti presi in esame non sarebbe corretto estrapolare un dato generale'.
Il drug-wipe, ha ricordato il responsabile dell'Iss, e' ad esempio utilizzato dalla polizia stradale per un primo accertamento circa l'eventuale consumo di droga da parte degli automobilisti ma, anche in questo caso, il soggetto risultato positivo puo' chiedere un ulteriore esame di conferma.

A mettere sotto accusa per primo il test, che si fonda su 'liquidi immediati' prodotti dal corpo umano -come sudore e saliva- sono stati gli esperti dell'Istituto di medicina legale di Berna, in base ad uno studio condotto in alcuni paesi dell'Unione europea.
Il 'drugwipe' di cui sopra non sarebbe in grado di rilevare la presenza di THC, la sostanza attiva della canapa. Il grado di inaffidabilità per quest'ultimo stupefacente sarebbe dell'80-90% dei casi. Il motivo è che la sostanza attiva THC non è idrosolubile e non si ritrova quindi nella saliva o nel sudore.
Secondo il professor Guido Blumir, sociologo, autore del libro scandalo 'Marihuana', e consulente per organismi internazionali, "questi test di solito vengono usati dalle polizie stradali, dai piccoli datori di lavoro che acquistano su internet il kit a meno di 90 euro. Non sono la verità, a volte ci vanno vicino, ma non indicano molto". Cosa servirebbe per incastrare l'onorevole drogato di turno? "Certamente con una analisi delle urine incrociata con una del sangue non si hanno dubbi. Anche a livello giuridico, anche per il consumo recente. Con l'analisi del capello si può arrivare a 30 giorni indietro e non si è esenti da una sorta consumo passivo". Si va ad un concerto, ad un dibattito in un centro sociale, e si potrebbe risultare positivi a test come quello del drugwipe? "C'è questo grado di rischio per chi indaga. Per questo forse le autorità giudiziarie italiane non ne fanno uso". Il dato che 12 parlamentari su 50 siano risultati positivi alla cannabis e 4 alla cocaina, cosa significa? "Questi dati sono in linea con le statistiche nazionali più accreditate. Aggiungo comunque che la politica non è esente da sospetti. Ricordo una inchiesta del settimanale tedesco Stern che  anni fa fece rilievi nei bagni del parlamento e trovò consistenti tracce di cocaina ed altro. In ogni caso l'errore che test come il drugwipe contiene non è certamente del 100 per cento. Queste indagini dicono sempre qualcosa"


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sabato 5 settembre 2015

CIAO GIUSEPPE Quando Ti Faranno Riposare in Pace?

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Il sindacato di polizia Coisp regisce duramente alla presentazione dell'ultimo film di Ascanio Celestini "Viva la sposa!", ispirato alla morte del carpentiere Giuseppe Uva avvenuta a Varese il 14 giugno del 2008 e per la quale la sorella chiede giustizia, convinta che determinanti siano state le percosse subìte nella caserma dei carabinieri dove fu portato quella notte.

Attualmente è in corso un processo per stabilire le vere cause della morte di Uva. Dopo un processo travagliato agli operatori sanitari, tutti assolti, ora è in corso un procedimento contro i due agenti e i cinque carabinieri che nella notte tra il 13 e il 14 giugno trascinarono l'operaio nella caserma di via Saffi e, stando alle parole dell'amico, lo picchiarono a sangue.

Giuseppe Uva aveva 43 anni quando morì a Varese, nel giugno del 2008, dopo essere stato fermato e trattenuto in caserma a Varese per alcune ore. Un’altra "vittima dello Stato", come si denuncia da anni.  L'amico, racconta di aver sentito che nella stanza vicina, Giuseppe Uva, grida, urla; e poi del fracasso, rumori. Col cellulare, che i carabinieri non gli hanno portato via, chiama di nascosto l’ospedale. Quando l’auto-lettiga arriva, viene rimandata indietro: "è tutto tranquillo assicurano, solo due ubriachi un po' agitati".Gli avrebbero somministrato farmaci che hanno provocato una letale intolleranza. Ma alle 5 del mattino che da via Saffi parte la richiesta di un Trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, viene poi trasferito al reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo, mentre il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici - gli unici indagati dell'intera storia - gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso, perché sarebbero incompatibili con l'alcol bevuto durante la notte. La sorella racconta" Su tutto il fianco era blu, quei segni erano lividi. Poi vedo il pannolone. E mi chiedo: perché aveva il pannolone? Mia sorella prende il sacchetto in cui c’erano i pantaloni e li guardiamo. Erano pieni di sangue sul cavallo. Gli slip non c’erano. Gli ho tolto il pannolone e ho visto il sangue. Gli sposto il pene e vedo che aveva tutti i testicoli viola e una striscia di sangue che gli usciva dall’ano. Da quel momento ho giurato che avrei fatto tutto il possibile per arrivare alla verità sulla sua morte, un simile scempio non può restare impunito".



Emorragia da emorroidi, sostengono in procura. Morte da tortura, per l'avvocato scelto dalla famiglia. La differenza che passa tra le due ipotesi è quella tra il dolore e l'orrore, tra un lutto accidentale e una "lezione a un ubriaco" finita male. Il "caso Uva" sta in bilico su questa linea di confine. Sono stati processati tre medici, poi prosciolti. Adesso stanno per finire davanti a un giudice 2 carabinieri e 6 poliziotti, fino a ieri sospettati solo per lesioni lievissime. A loro carico, ipotesi di reato che vanno dall'omicidio preterintenzionale (volevo fargli del male ma non fino al punto di), all'arresto illegale, al pestaggio ("indebita e violenta manomissione del corpo altrui"), al colpevole ritardo nell'affidarlo alle cure di un ospedale. Quasi tutto a rischio prescrizione, visto il tempo passato dai fatti.

Sulla lapide di Giuseppe c'è un Cristo in croce, una foto dove sorride felice con un pezzo di panettone in mano, e una gru a sbalzo color bronzo. Il gruista era il suo ultimo lavoro, ma ci andava a strappi, mollava e ritornava. Uno spirito libero, che dormiva a casa di un amico, di qualcuna delle sorelle, della donna del momento, qualche volta in albergo perché gli piaceva molto l'idea. Come gli piaceva bere, ballare, far casino, tenersi i capelli lunghi raccolti in una coda o sciolti e mossi, a seconda dell'umore.

Dopo la fine del matrimonio con Maria che se n’era andata col suo miglior amico, un commercialista, e questo l’aveva schiantato fino a spingerlo a fare il vagabondo per un anno e più, era tornato con l’aria di chi ha deciso di viversela un po’ alla giornata.

Per descrivere quella notte e l’alba successiva, basterebbe la cronaca. Il problema è che non ce n’è una sola. Ce ne sono due, opposte.

Quella ufficiale, nel senso che è stata assunta come vera dal pubblico ministero che gestisce il caso dal principio, comincia come l’altra con una bravata. È venerdì 13 giugno di un’epoca che sembra lontanissima.

Giusto a Varese, Pino Uva è a casa dal suo amico e vedono una partita della nazionale in tv, poi vanno per locali a tirar tardi. L’ultimo, Le Scuderie di via Cavallotti, chiude alle 3. I due, piuttosto ubriachi, non trovano di meglio che spostare transenne in mezzo alla strada e deviare il traffico.

Passa una Gazzella dei carabinieri, invitano la coppia a smettere. Ma Uva reagisce male, in parole e opere. Urla insulti (“toglietevi la divisa e poi vediamo”)“, i vicini si affacciano protestando, lui comincia a dare calci e pugni ai loro portoni. A quel punto, “onde evitare che la vicenda degenerasse”, i carabinieri chiamano in aiuto una Volante della polizia, ne arrivano due per sbaglio, poi se ne aggiungerà anche una terza (uno spiegamento di forze un po’ eccessivo per due balordi, visto che la città rimane a lungo sguarnita del presidio esterno di vigilanza, ma così è). Caricano Pino l'amico sulle auto e li portano nella caserma di via Saffi per il verbale, ore 3.50 (va sottolineato che questo orario, e gli altri successivi, sono quelli della versione ufficiale). Ma qui le cose degenerano per davvero.

Uva dà di matto, il lunedì successivo ha l’esame per riottenere la patente, teme che un verbale per alcolismo ne comprometta l’esito, perde quel poco di controllo di sé che aveva, rovescia una scrivania, poi “dalla sedia dove sedeva si dà una spinta all’indietro con i piedi, cadendo unitamente alla stessa per terra battendo il capo dapprima contro il muro e quindi volontariamente sul pavimento con il chiaro intento di lesionarsi”. Fortuna che un agente pietoso infila la scarpa tra la testa di Uva e il pavimento per attutire un po’ i colpi. Anche se in otto, gli uomini in divisa non riescono a contenere il suo forte stato di agitazione e convocano la guardia medica nella persona del dottor Augustin Desiré Noubissie che prova a fargli un’iniezione di calmante. Uva la rifiuta in malo modo, come rifiuta l’aiuto di un altro medico chiamato a rinforzo, Andrea Obert. Si decide di chiamare l’ambulanza del 118, che carica Pino non senza fatica (uscendo dà, darebbe diciamo così, un’ultima testata alla porta a vetri) e alle 5.48 lo deposita al pronto soccorso dell’ospedale dove, malgrado venga catalogato in “codice verde”, cioè non urgente, tre medici lo imbottiscono di farmaci e lo trasferiscono in psichiatria, dove cadrà in un sonno profondissimo e poi, dalle 10.30, eterno. Nel frattempo gli vengono tolti gli slip intrisi di sangue, che spariscono dalla scena per sempre. Causa del decesso, secondo il pm: “La combinazione, continuata per ore, di sedativi con l’alto tasso alcolico riscontrato nell’organismo”. Da qui, l’accusa, rivelatasi a processo non fondata, contro i medici.

È di fatto la seconda versione di quel venerdì 13. Anzi, di quel sabato 14, tra le 3 e le 10.30 di mattina. C’è una querela presentata il giorno dopo alla Procura di Varese, in cui l’amico che ha condiviso quelle ore con Giuseppe Uva, racconta una storia completamente diversa dalla cronaca ufficiale, in cui l’unica cosa che coincide sono le transenne spostate per fare una bravata.

I carabinieri che arrivano sul posto sono già molto arrabbiati. Pare anche ci sia stata una rissa recente con qualcuno di loro, in borghese, fuori da una discoteca. E che Uva, poche sere prima, abbia legato con una catena il cancello d’entrata della stazione di Caravate.

Uno dei carabinieri indica Pino e bestemmiando gli dice: “Proprio te stavo cercando. Adesso te la faccio pagare”. Pino si allontana, quello lo raggiunge, “lo scaraventa sul pavé”, lo carica sulla Gazzella in manette e comincia a menarlo. La scena si sposta nella caserma. Uva viene fatto entrare in una stanza dove c’è un via vai di carabinieri e poliziotti. Alberto resta fuori e lo sente gridare disperato, per tanto tempo gli sembra. “Ahi, basta, ahi, ahia”. E poi rumori sordi di colpi. Allora chiama lui il 118: venite, stanno massacrando un uomo. L’operatore dell’ambulanza chiede conferma in caserma prima di muoversi.

Gli rispondono che sono due ubriachi, di non preoccuparsi. Siamo intorno alle 4. Per il giudice, Uva è stato trattenuto “per un’ora e mezza in un presidio di polizia senza necessità operative”. Per ilp.m., “21 minuti d’orologio”, di cui solo 7 nella stanza da cui l'amico ha sentito le urla. Quando, dopo le 5, l’ambulanza arriva finalmente in caserma, l’amico Alberto viene portato a casa dal padre. Il giorno dopo denuncia quanto visto e sentito, ma passeranno più di 5 anni prima che il pm Abate lo convochi per ascoltarlo. Succede il 26 novembre 2013 ed è un interrogatorio di quasi 4 ore, considerato dal gip “degradante, atto a umiliare il cittadino e avvilirlo, in contrasto con la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo”.

Nonostante il p.m. non manchi di ricordargli che ha un invalidità del 100 per cento per problemi psichici e che quindi le sue parole hanno un peso relativo, anzi sono inattendibili, quel che l'amico cerca di dire è che in caserma hanno fatto del male a Giuseppe Uva, molto male, «perché forse, non saprei con precisione, vede dottore.. lui mi aveva confessato tempo prima di aver avuto una relazione con una donna che stava con uno dei carabinieri ».

Il pm gli intima di smetterla, che non lo lascerà infangare l’onorabilità dell’Arma, che Uva non è stato toccato se non per contenerne la furia autolesionista. La stessa linea, comprensibilmente, dell’avvocato di tutti i nuovi imputati, Luca Marsico, che è anche consigliere regionale lombardo nella giunta Maroni: «Ma certo che sono ancora tutti in servizio, e non cambierà niente neanche col rinvio a giudizio. Sono mortificati da quel che gli è caduto addosso. Vede, nella mia famiglia siamo carabinieri da tre generazioni, mio padre era comandante di stazione e io sono cresciuto in una caserma. Ho già presentato ricorso in Cassazione perché so che quegli 8 uomini tutte le sere possono tornare a casa e guardare i loro figli negli occhi con la coscienza più che a posto. Sono solo vittime di una campagna mediatica».

Il riferimento, implicito, è al legale della famiglia Uva come già lo è stato per altri casi molto simili. «Giuseppe è morto per lo stress fortissimo subito in via Saffi unito a un prolasso della valvola mitrale, di cui già soffriva. Il corpo è lì a dimostrare quel che ha patito, compresa l’ipotesi più orrenda: la Tac sul cadavere ha evidenziato aree gassose che sarebbero effetto di una lesione traumatica intestinale e del retto. C’è un particolare nella relazione dei carabinieri che colpisce. Scrivono di modeste escoriazioni alle gambe. Domanda: come facevano a vederle se Uva in caserma aveva addosso i jeans. Forse qualcuno glieli ha tolti? E per fare cosa? E comunque, per il nostro perito, il signor Uva di emorroidi non ne aveva».



Adesso sappiamo che a causare la morte di Giuseppe non sono stati i farmaci. Bene, è un primo passo. Lentissimo, ma lo è. Andiamo avanti con calma, perché il clima peggiorerà”.
È già partita una raccolta di fondi a favore dei poliziotti coinvolti, pubblicata dal quotidiano “La Prealpina” e promossa dal sindacato Cosip, per sostenere i colleghi nelle spese processuali e fare fronte “al tornado mediatico che ha condizionato la vicenda. Ora non manca occasione di accusare le forze dell’ordine per abusi e violenze, come se vestissimo la divisa per malmenare i cittadini e non per difenderli”.

Per fare maggiore chiarezza e verificare le reali cause della morte, successivamente, però, il tribunale decise per la riesumazione del corpo. La perizia testimonia che la morte del giovane sarebbe stata scatenata da "stress emotivo" dovuto "a uno stato di intossicazione etilica acuta, misure di contenzione fisica e lesioni traumatiche auto e/o etero prodotte".La sentenza emessa il 23 aprile 2012 assolve, quindi, il medico dell'ospedale di Varese che era stato accusato di aver somministrato cure sbagliate a Giuseppe Uva. Il giudice ordina, quindi, la trasmissione degli atti al pm con riferimento agli accadimenti accorsi prima dell'ingresso in pronto soccorso.

Io personalmente penso che fatti del genere lascino il segno e girare un film ispirato a una storia del genere sia come "non fare riposare in pace" la persona che ha subito torti. Piuttosto che girare film del genere penso che sia meglio fare beneficenza in quanto la gente le sue idee le ha già e determinate immagini  sono disturbanti per chi è già sensibile e al tempo stesso sono inutili per a far riflettere chi è insensibile a tali episodi, e di immagini simili ne ha già viste a bizzeffe senza cambiare di una virgola il suo pensiero..
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giovedì 11 giugno 2015

LA BASILICA DI SANT'ANDREA A MANTOVA

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La basilica fu iniziata, al tempo dei Gonzaga, su progetto di Leon Battista Alberti, nel 1472, anno della sua morte, da Luca Fancelli, che proseguì nei lavori fino al 1490, e fu completata nel secolo XVIII da Filippo Juvara che costruì la cupola. La basilica, a navata unica dilatata da profonde cappelle laterali e dalla maestosa volta a botte, servì da modello e prototipo per numerose chiese posteriori.

La facciata, che associa un arco di trionfo a un frontone di tempio classico, é l'elemento esterno più degno di nota. La concezione complessiva dimostra un'impostazione inscindibile dai modelli antichi. L'impressionante volta a botte, con decorazione a cassettoni, conferisce all'interno dell'edificio grande solennità e illustra in modo chiaro come l'Alberti, avvalendosi delle concezioni architettoniche dell'antica Roma, sia riuscito nell'intento di conferire il senso del Trionfo.

L'imponente campanile gotico ospita 5 campane ottocentesche, delle quali la maggiore, del peso di 2555 kg, è stata fusa dalla ditta Cavadini di Verona.

Le forti scosse del terremoto dell'Emilia del 20 e 29 maggio 2012 hanno provocato danni alla cupola della basilica.

L'interno è a croce latina, con navata unica coperta a botte con lacunari, e con cappelle laterali a base rettangolare, inquadrate negli ingressi da un arco a tutto sesto, che riprende quello della facciata. Tre cappelle più piccole, ricavate nel setto murario dei pilastri, si alternano a quelle maggiori e la loro alternanza venne definita dall'Alberti come tipologia di "chiesa a pilastri". L'impianto ad aula della chiesa fu dovuto probabilmente all'esigenza di un spazio ampio in cui la massa dei fedeli e dei pellegrini potessero assistere all'ostensione dell'importante reliquia.

Il prospetto interno della navata è dunque scandito da due ordini gerarchizzati, di cui uno minore ad arco, inquadrato nella trabeazione dell'ordine maggiore. Questo motivo che presenta l'alternanza di un interasse largo tra due stretti, è chiamato travata ritmica e trova un parallelo con il disegno della facciata. È qui che per la prima volta il ritmo interno di concatenazione degli ordini appare anche nella facciata, configurandosi come principio generatore e ordinatore di tutto lo spazio, sia interno che esterno. Dopo Alberti, che è il primo ad utilizzarlo, diventerà un elemento linguistico molto diffuso con Bramante e gli architetti manieristi.

La crociera tra navata e transetto è coperta con una cupola, sorretta da pilastri raccordati con quattro pennacchi. Si è dubitato facesse parte del progetto albertiano, tuttavia i pilastri della crociera risultano eretti durante la prima fase costruttiva quattrocentesca.

Dietro l’altare si trova una profonda abside che chiude lo spazio della navata.

Sulla cantoria destra del presbiterio è collocato l'organo a canne, costruito nel 1850 dalla Fabbrica Nazionale Privilegiata d'Organi Fratelli Serassi di Bergamo. Lo strumento ha due tastiere di 73 tasti ed una pedaliera dritta di 27 note la divisione bassi/soprani delle tastiere e L'organo, che è a trasmissione integralmente meccanica, è inserito all'interno della ricca cassa dorata scolpita, opera in stile neoclassico di Paolo Pozzo; la facciata è costituita da tre cuspidi del registro di Principale.

Per gli elementi della chiesa gli storici hanno proposto numerosi riferimenti e modelli antichi: il Pantheon per il rapporto tra pronao ed il resto dell'edificio; la basilica di Massenzio per la grande volta della navata e quelle del transetto e degli atri d'ingresso; gli archi di trionfo. Tuttavia risulta chiaro in quest'opera il rapporto che Alberti aveva con le fonti classiche, mai oggetto di semplice imitazione, ma analizzate nei componenti sintattici e utilizzate in modo autonomo. Inoltre Alberti non limitava il suo interesse agli edifici classici, ma utilizzò qui, come in altre sue opere, anche elementi desunti da monumenti medievali: la basilica di San Marco per la facciata vista come avancorpo e le cappelle ricavate all'interno dei pilastri e la Badia Fiesolana per la copertura a volta della navata.

La prima cappella a sinistra che ospita la tomba di Andrea Mantegna, fu decorata ad opera del Correggio sulla base di disegni dello stesso Mantegna. Del maestro rimangono comunque il Battesimo di Cristo sulla parete di destra, completato dal figlio Francesco, e la Sacra Famiglia e famiglia del Battista, sull'altare.

Tra le altre opere d'arte si segnalano una grande pala d'altare, la Madonna col Bambino in trono tra i santi Sebastiano, Silvestro, Agostino, Paolo, Elisabetta, Giovannino e Rocco, di Lorenzo Costa il Vecchio e gli affreschi della cappella di San Longino (sesta a destra), su disegno di Giulio Romano.

Dall'atrio provengono i quattro medaglioni con Ascensione (scuola di Mantegna, con sinopia del maestro), i Santi Andrea e Longino (scuola di Mantegna), la Sacra Famiglia con i santi Elisabetta e Giovannino (Correggio) e la Deposizione (Correggio), oggi nel Museo diocesano.

Nella cripta è collocato il tempietto ottagonale con l’altare sormontato dallo ‘scrigno’ per i vasi della reliquia (due copie dei vasi sono esposte ai lati della croce). Al di sopra di questo, su una montagnola è collocata la croce con il Crocifisso: sui bracci della croce, grappoli d’uva; sotto la montagnola, rametti d'ulivo.

La tradizione attribuisce al soldato romano Longino, che trafìsse con la propria lancia il costato di Cristo, la raccolta ed il trasporto di terra imbevuta del sangue del Salvatore nel luogo ove ora sorge la città di Mantova.

Longino muore martire della fede nel 37 d.C. Al fine di preservare la sacra reliquia, la stessa  viene sotterrata in un'urna e per lunghi secoli non se ne ha più notizia.

Nell'804 avviene il primo ritrovamento dell'urna contenente la reliquia su indicazione di Sant’Andrea, essendo papa Leone III (795-816) e imperatore Carlo Magno (768-814), che richiede e ottiene dal primo l'autenticazione della reliquia. Una piccola parte della stessa viene donata da Carlo Magno alla cappella reale di Parigi (Sainte Chapelle). Secondo una ipotesi condivisa da molti, Mantova viene contemporaneamente dichiarata sede vescovile e sul luogo del ritrovamento viene eretta una piccola chiesa in onore dell'apostolo Andrea. Da questa data decorre il novero degli anni (1200) che portano all'attuale giubileo della diocesi di Mantova (2004).

Nel 923 Mantova è invasa dagli Ungari. La reliquia viene interrata, una parte nel giardino dell'allora ospedale di S. Andrea (o nell'orto dell'oratorio dedicato al Sangue di Cristo), un'altra nell’antica chiesa di S. Paolo che era situata quasi accanto al duomo, nell'attuale seminario.

Per alcuni decenni si perde traccia della reliquia. Nel frattempo si afferma sulla città il dominio dei signori di Canossa.

Nel 1037 il vescovo di Mantova Itolfo fonda il monastero benedettino entro il quale si integra la chiesetta del IX secolo, di cui non restano né disegni né vestigia significative. Un'ala del monastero, nella forma modificata del XV secolo, recentemente restaurata, è visibile nell'attuale piazza L. B. Alberti.

Nel 1048, presente Beatrice di Canossa, avviene il secondo ritrovamento della parte maggiore della reliquia e delle ossa di S. Longino. Tale ritrovamento induce all'ampliamento della originaria piccola chiesa di Sant'Andrea ed alla costruzione della cripta sul luogo della seconda "inventio". Della chiesa non rimane alcuna traccia, così come della cripta, completamente rifatta alla fine del sec. XVI su progetto di Antonio Maria Viani.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-chiese-di-mantova.html




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martedì 28 aprile 2015

PERSONE DI VARESE : GIULIO BIZZOZERO

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Giulio Bizzozero (Varese, 1846 – Torino, 1901), medico e senatore del Regno d’Italia, è noto per essere stato il primo a descrivere le piastrine del sangue. Per i suoi studi sul tessuto connettivo e sul sistema linfatico è considerato il padre fondatore dell’istologia italiana. Ma ha svolto un ruolo decisivo nello sviluppo del sistema sanitario italiano.
Compiuti gli studi classici a Milano, s'iscrisse alla facoltà di medicina dell'università di Pavia dopo un'iniziale perplessità sulla scelta tra gli studi medici e quelli letterari. Allievo interno nel laboratorio di fisiologia sperimentale, fondato nel '60 da Oehl, vi portava a termine nel '62 la sua prima memoria di anatomia microscopica: Della distribuzione dei canali vascolari... Passato nel laboratorio di patologia generale diretto da Mantegazza, riusciva a pubblicare prima della laurea altri sei lavori sperimentali su problemi di istologia normale e patologica. Il 5 giugno 1866 conseguiva, ventenne, la laurea in medicina a Pavia, con il premio Matteucci destinato ai laureandi che avessero conseguito i massimi punti in tutte le materie d'insegnamento. Il mese successivo si arruolava volontario come medico militare. Tornato a Pavia nel '67, gli era conferito l'incarico dell'insegnamento della patologia generale e dell'istologia: alla riluttanza della facoltà medica di Pavia, motivata dall'età troppo giovane del Bizzozero, vennero incontro i buoni uffici del ministro della Pubblica Istruzione, Coppino, sollecitato dal Mantegazza. Una fonte biografica parla di un esordio del Bizzozero come anotomo-patologo e di un'infezione cadaverica, contratta al tavolo autoptico, che l'avrebbe indotto a passare agli studi di patologia generale: ma non precisa, la fonte anzidetta, se ciò avvenne prima o dopo la laurea ( Abba, in Almanacco igienico-sanitario, 1901). Viaggi scientifici lo condussero presso  Frey a Zurigo - dove si rese padrone della tecnica istologica, che avrebbe poi esposta sistematicamente nel fortunato Manuale- e presso  Virchow a Berlino, dove ebbe conoscenza diretta di quegli orientamenti teorici e sperimentali della "fisiologia patologica" - una disciplina nascente dalla confluenza di fisiologia e di patologia, che Virchow aveva identificata senz'altro con la "biologia", ovvero con la teoria dei fenomeni vitali nel più lato senso - cui si era aperto a Pavia, ancora studente, attraverso l'insegnamento dei maestri Oehl e Mantegazza, nonché attraverso Cantani, Tommasi e  Moleschott, tutti di formazione tedesca. Fece conoscere e riconoscere presto l'efficacia del suo magistero; nel '73, l'anno in cui vinceva il concorso per la cattedra di patologia generale ed era chiamato all'università di Torino, aveva già intorno a sé, come occasionali collaboratori o come allievi, alcuni tra i più valenti ricercatori della medicina italiana dei decenni successivi: Golgi, Foà, Bassini. A Torino, tra forti contrasti - quegli stessi, avrebbe successivamente ricordato il necrologio del n. 19 della Münchener Medizinische Wochenschrift del 1901, che si erano determinati tra il Virchow e gli anatomo-patologi di Vienna e di Parigi -, istituì un laboratorio di patologia generale annesso alla sua cattedra, assecondando l'esigenza cui si aprivano in quegli anni altri autorevoli insegnamenti delle facoltà mediche italiane. Venutigli meno i mezzi di cui in un primo tempo aveva potuto disporre, adibì per un certo tempo a laboratorio alcune stanze della sua abitazione. A Torino riprese un'iniziativa già tentata a Pavia - con la pubblicazione di un Giornale di scienze fisiche e naturali, che ebbe breve vita - e fondò l'Archivio italiano per le scienze mediche, che si accreditò ben presto anche all'estero come il più autorevole organo della medicina italiana a orientamento sperimentalistico.
L'annata prima dell'Archivio italiano per le scienze mediche "pubblicatoda una società di studiosi e diretto da  Bizzozero in Torino" vide uscire quattro nutriti fascicoli negli anni 1876-77: poi annate ed anni solari coincisero. Analogo negli intenti, e nella funzione che di fatto esplicò, all'Archiv für pathologische Anatomie fondato dal Virchow nel '47, l'Archivio del Bizzozero se ne distinse tuttavia per la mancanza di quella componente teorica e metodologica che dette alla rivista del Virchow un durevole significato nella storia della scienza. Privo finanche della consueta pagina di presentazione ai lettori, il nuovo periodico si apriva con un lavoro del Bizzozero e del Manfredi Sul mollusco contagioso. Importante per il carattere e la finalità della rivista la comparsa, nel fascicolo 3 dell'annata I, di una Rivista bibliografica italiana e di una rubrica di Nuove pubblicazioni, che giovarono, soprattutto all'estero, all'affermazione della giovane scuola medica del nostro Paese. Tra i collaboratori della prima annata figurano Foà, Grassi, Golgi, Forlanini, Moleschott, Albertoni.

Direttore della Scuola superiore di medicina veterinaria di Torino dal 1884, rettore dell'ateneo torinese nel 1885, membro del Consiglio superiore di sanità dal 1887, dal 1888 membro della Accademia delle Scienze di Berlino e dal 1890 senatore del Regno, Bizzozero nel '97 assumeva con  Pagliani la direzione della Rivista d'igiene e sanità pubblica. Negli ultimi anni di vita - la morte, dovuta a un'affezione pleuropolmonare acuta, lo colse prematuramente l'8 aprile 1901, all'età di cinquantacinque anni - non potendo applicarsi all'osservazione microscopica protratta perché sofferente d'una grave forma di coroidite, prese viva parte al dibattito su quei problemi dell'igiene pubblica, cui già all'inizio dell'attività torinese aveva dato un primo, significativo contributo con la memoria: Sui provvedimenti contro la trichina (1879).

Nel novembre 1882, inaugurandosi l'anno accademico dell'università di Torino, il discorso ufficiale era stato tenuto da Bizzozero sul tema: La difesa della società dalle malattie infettive.Bizzozero auspicò che l'igiene pubblica si adeguasse alle nuove vedute sul contagio e sulle epidemie, derivanti dalle esperienze di  Pasteur sulle fermentazioni e sulla diffusione di alcune gravi malattie, e sollecitò l'istituzione di un ufficio centrale di sanità presso il ministero dell'Interno, che sarebbe dovuto essere "un corpo eminentemente tecnico, munito di estesi poteri".

Scoppiata nell'84 una grave epidemia di colera, che serpeggiò fino al 1887, la Società d'igiene di Torino, per iniziativa del Bizzozero e di  Pagliani, denunziò l'inefficienza di un sistema di profilassi e di disinfezione ancora fondato sulle quarantene e sui cordoni sanitari. La giustezza dei rilievi formulati dagli igienisti piemontesi non sfuggì al Crispi, che istituì una direzione sanitaria, al livello tecnico, alle dipendenze immediate del ministro dell'Interno e varò la Legge sulla tutela dell'igiene e della sanità pubblica. Nel giugno '91 Bizzozero intervenne in Senato con due energici discorsi contro la minaccia d'un decentramento dei servizi sanitari, che sembrava fosse nelle intenzioni del primo governo di Rudinì. Nel '96 il secondo ministero di Rudinì, per realizzare economie di bilancio, prese l'iniziativa di un decentramento dei servizi sanitari e di una riduzione dell'organico centrale, che trovarono nel Bizzozero un deciso oppositore.

Dal 1896 alla morte nacquero i maggiori scritti del Bizzozero sui problemi della pubblica igiene. Nei due articoli: La vaccinazione e i suoi oppositori (1897), Il vaiolo e la vaccinazione a Milano (1898), Bizzozero riprendeva quell'opera di convincimento a favore della pratica jenneriana, ch'era stata incominciata agli inizi del secolo dallo "Jenner italiano",  Sacco, autore del noto Trattato di vaccinazione (1809). La cura e la profilassi della tubercolosi e della gonorrea, il problema della repressione dell'alcolismo, l'approntamento di misure difensive contro le epidemie di peste, la prevenzione della difterite, la propaganda a favore di misure igieniche elementari, come la bollitura dell'acqua, per contenere la diffusione del tifo, furono oggetto di articoli apparsi su periodici scientifici e sulla Nuova Antologia, nonché dei discorsi inaugurali tenuti ai congressi d'igiene di Torino (1898) e di Como (1899). Caratteristica del Bizzozero igienista fu la mediazione tra leggi e abitudini igieniche da una parte, e dall'altra il progresso delle conoscenze scientifiche, attinto alle più autorevoli fonti italiane e straniere.

Ma i contributi per i quali Bizzozero appartiene alla storia delle discipline biologiche sono quelli di argomento istologico e istopatologico: tra tutti spiccano i lavori sugli elementi figurati del sangue e sul meccanismo della coagulazione.

Le prime osservazioni originali del Bizzozero sul midollo delle ossa risalgono agli anni in cui egli frequentava come allievo interno il laboratorio del Mantegazza. Questi nel '65 riferiva all'Istituto lombardo che Bizzozero aveva osservato movimenti ameboidi delle cellule incolori del midollo delle ossa. Con i lavori che pubblicò tra il 1862 ed il '68 Bizzozero si qualificava intanto come l'istologo italiano più esperto delle nuove tecniche microscopiche e citochimiche: e i lavori del '68-'69 sulla funzione ematopoietica del midollo delle ossa (Sulla funzione ematopoietica del midollo delle ossa. Due comunicazioni preventive sul midollo delle ossa) poterono così portare decisivi elementi di prova a favore di un'ipotesi, ch'era già stata formulata da altri autori.

"È un fatto conosciuto già da molto tempo - affermava Bizzozero con la consueta obiettività (Sul midollo..., in Opere scientifiche, p. 196), che il midollo deve esercitare una grande influenza sull'ematopoiesi e sulla nutrizione generale dell'organismo". Tra le numerose memorie e comunicazioni preventive, apparse in quegli anni sullo stesso argomento, il citato lavoro del Bizzozero si segnala per l'esattezza e la metodicità delle osservazioni microscopiche, e per l'organicità della descrizione anatomo-fisiologica. Bizzozero distingueva il midollo osseo in rosso, gelatinoso e giallo; gli attribuiva senz'altro la funzione di "produzione di globuli rossi e bianchi, ed in particolari circostanze, distruzione di globuli rossi"; sosteneva l'analogia tra i globuli rossi nucleati del midollo, quelli del sangue embrionale e fetale e quelli del sangue anemico e leucemico; descriveva esattamente i vari tipi di "cellule midollari", insinuando fondati dubbi sulla presunta metaplasia dei globuli bianchi in globuli rossi, e la conformazione dei capillari intramidollari; iniziava un esame sistematico delle alterazioni del midollo in varie sindromi morbose.

Attraverso lavori di minore originalità - ad eccezione di quello del '79: Il cromocitometro. Nuovo strumento per dosare l'emoglobina del sangue, contenente la descrizione di un nuovo, semplice apparecchio costruito dal Bizzozero, che poteva fungere da citometro e da cromometro, e che ha tuttora la più larga applicazione negli studi ematologici e nella pratica clinica -, si giunge alle fondamentali memorie sulle piastrine, pubblicate dal B. nel 1883-84: Di un nuovo elemento morfologico del sangue e della sua importanza nella trombosi; Die Blutplaettchen im peptonisirten Blute; Sul terzo elemento morfologico del sangue; Sulla preesistenza delle piastrine nel sangue normale dei mammiferi.

Con questi lavori Bizzozero affrontava quei problemi ancora irrisolti dell'ematologia, con i quali si erano cimentati di recente Schultze (in Archiv für mikroskopische Anatomie, I), che considerava gli ammassi di globuli o granuli incolori, di forma irregolare e di diversa grandezza, talvolta isolati, osservati nel sangue di individui sani, come formazioni di natura albuminosa che egli chiamava "Körnchenbildungen", Ranvier (in Gazette médicale, 1873, pp. 93 s.) e G. Hayem (in Archives de Physiologie, 1878), il quale riteneva che gli elementi discoidi degli ammassi granulari dessero origine ai globuli rossi e li chiamava "ematoblasti".

Bizzozero progettò un nuovo tipo di esperimento: lo studio del sangue circolante nell'animale vivo. L'osservazione microscopica del mesentere di cavia o di coniglio gli permetteva di affermare che "veramente a lato dei globuli rossi e dei bianchi circola un terzo elemento morfologico". Esso è "rappresentato da piastrine pallidissime, a forma di disco a superfici parallele, o, più di rado, di lente, ovali o rotonde; di diametro uguale ad un terzo o alla metà di quello dei globuli rossi. Esse sono sempre incolori, e circolano disperse irregolarmente fra gli altri globuli... Sono in regola isolate l'una dall'altra, il che non toglie però che non di rado si veggano riunite in ammassi più o meno grandi. Ciò però è già un indizio della loro alterazione..." (Di un nuovo elemento..., in Opere scientifiche). Quanto alla funzione del terzo elemento morfologico, già lo Schultze e il Ranvier avevano osservato l'esistenza di un rapporto tra gli ammassi granulari del sangue e il reticolo fibrinoso della coagulazione: ma poteva trattarsi di una coincidenza fortuita, e Bizzozero, nel mostrarsi sensibile a tale rischio, rivelava altresì d'aver assimilato la lezione metodologica del Virchow, che sulla base d'una rigorosa analisi formale aveva confutato la teoria trombotica dell'infarto polmonare, proposta dalla scuola anatomopatologica francese. Bizzozero cercò di determinare il comportamento delle piastrine "in quelle condizioni in cui il sangue spontaneamente non coagula" (ibid., p. 687). E. Brücke aveva già dimostrato l'influenza della parete vascolare normale sul liquido ematico. "Era quindi importante per la questione che ci occupa di sapere come si comportino le piastrine per tutto quel tempo che il sangue si conserva liquido; poiché, se in questo frattempo esse subissero la trasformazione granulosa, noi avremmo un argomento di gran peso contro l'influenza loro sulla coagulazione" (ibid., p. 687). Bizzozero istituì due diverse serie di esperimenti. Nella prima eseguì prelievi di sangue a varia distanza di tempo dalla morte dell'animale, dimostrando che l'alterazione delle piastrine coincideva con l'inizio della coagulazione; nella seconda, con prelievi eseguiti da un tratto di vaso arterioso o venoso, isolato con una duplice legatura, di un animale vivo, Bizzozero ottenne lo stesso risultato d'una concomitanza tra inizio della coagulazione e modificazioni piastriniche.

Nell'importante memoria Sulla struttura degli epiteli pavimentosi stratificati (1886),  Bizzozero confermava e corroborava la sua scoperta di spazi ("intercigliari" o "interspinosi") esistenti tra le ciglia o spine degli elementi cellulari degli epiteli anzidetti, che costituiscono un vero sistema lacunare di notevole importanza fisiologica per capire come avvenga la nutrizione dell'epitelio: i primi risultati erano stati comunicati dal Bizzozero in un lavoro del 1870, dallo stesso titolo.

Si giunse così, attraverso il fondamentale articolo Sulla produzione e sulla rigenerazione fisiologica degli elementi ghiandolari (1887), all'ampia sintesi dei problemi di fondo dell'istofisiologia, contenuta nel discorso del Bizzozero all'XI Congresso medico internazionale di Roma (aprile 1894).

Con Virchow, la teoria cellulare aveva dato il massimo rilievo all'autonomia, potenziale o attuale, della cellula nel contesto dell'organismo dei Metazoi. Alle due funzioni attribuite alla cellula da Schwann, la nutrizione e l'accrescimento, Virchow ne aveva aggiunta una terza, l'eccitabilità, mentre aveva distinto l'accrescimento in riproduzione e sviluppo. Restava aperto il quesito dei limiti che l'organismo pone all'esercizio delle funzioni cellulari, e in primo luogo alla funzione riproduttiva. La risposta implicava problemi teorici di grande portata, che il Virchow aveva delineati, sia pure da lontano, nelle memorie degli anni seguiti alla Cellularpathologie (1858). Bizzozero, riluttante a salire a quegli elevati livelli teorici, dove la scienza trapassa in assiomatica e poi in filosofia naturale, generalizzò i risultati d'una trentennale esperienza istologica in una classificazione dei tessuti dal punto di vista del rapporto differenziamento-riproduzione cellulare, che è rimasta alla base di tutto l'edificio dell'istologia e dell'embriologia. L'anzidetta classificazione distingue tra i tessuti quelli a elementi labili, stabili e perenni.

L'impostazione stessa del problema nasceva, nel Bizzozero, dalla volontà di evitare i grandi problemi della teoria biologica, fermandosi a una problematica sperimentale espressa in modo rigoroso. "Preciso in poche domande il mio tema: per quali modificazioni istologiche crescono i tessuti del nostro organismo, e come decorre in essi quel processo continuo, fisiologico di rigenerazione che vale a conservarne immutate la costituzione e le proprietà? come possono i diversi tessuti riparare le perdite cui patologicamente vanno soggetti? quale parte nell'avviare e dirigere questi processi di accrescimento e di rigenerazione rappresentano i vasi sanguigni, quale i nervi, quale gli elementi stessi?" (Sulla produzione..., in Opere scientifiche, II, p. 1102). Nei tessuti a elementi labili le cellule hanno una vita breve, perché dopo il differenziamento subiscono processi degenerativi e muoiono: a sostituire le cellule morte provvedono elementi cellulari derivati per divisione da cellule indifferenziate. Merito grande del Bizzozero fu l'aver distinto gli epiteli ghiandolari delle ghiandole a secrezione apocrina e merocrina - a elementi cellulari stabili - dai comuni epiteli di rivestimento e da quelli delle cellule a secrezione olocrina. Le cellule stabili, diversamente dalle labili, durano per tutta la vita dell'organismo, ma in determinati casi possono differenziarsi e moltiplicarsi. Le cellule perenni durano tutta la vita dell'organismo, e non si dividono mai. Tessuti a elementi perenni sono i muscoli striati e il tessuto nervoso. Il B., per primo, segnalò l'esistenza di limitati e irregolari fenomeni cariocinetici nei muscoli e nei nervi, precorrendo analoghe segnalazioni, che sarebbero state fatte in seguito da altri autori per limitare il valore della classificazione del Bizzozero. Riferendoci all'ampia recente disamina di questi problemi, che trovasi in S. Leghissa, Citologia e istologia, Torino 1967, pp. 267-288, si può ribadire quanto abbiamo affermato, che la classificazione dei tessuti proposta dal Bizzozero resta ancor oggi a fondamento dell'istologia e dell'embriologia normali e patologiche.

Il Manuale di microscopia clinica (1879), tradotto in francese, inglese e russo, dette al mondo scientifico la misura dell'assoluta padronanza di tecniche e metodi d'osservazione con la quale Bizzozero aveva affrontato i compiti della fase "microscopica" - come l'aveva chiamata il Virchow - del pensiero biologico.

Nella prefazione alla prima edizione Bizzozero affermava d'essersi proposto di diffondere tra i medici l'uso del microscopio come strumento diagnostico. L'opera è organica, ma priva di quelle trattazioni che potevano avere un interesse soltanto scientifico. Dopo un capitolo sulla descrizione e l'uso del microscopio, i successivi sono dedicati all'esame del sangue, degli essudati, del pus, della pelle, del contenuto boccale, del vomito, delle feci, dello sputo, del muco nasale, dell'occhio e delle parti annesse, delle secrezioni dei genitali maschili e femminili, del secreto delle mammelle, dell'orina, degli schizomiceti patogeni.

Bizzozero, a considerarne in sintesi la vita e l'opera, assolse in Italia il compito che il Virchow aveva assolto in Germania già nei due decenni precedenti l'inizio dell'attività scientifica del giovane anatomopatologo di Pavia: correlare l'assiomatica delle discipline biologiche, e la stessa medicina pratica, con la nuova prospettiva d'osservazione aperta dal microscopio e definita dalle Ricerche microscopiche di Schwann. Egli fu l'autore al quale più deve la biologia italiana della seconda metà dell'Ottocento, che con Bizzozero riacquistò un prestigio europeo. A lui si deve, d'altra parte, quel trapasso della positività in agnosticismo e positivismo che nell'ambito biologico hanno caratterizzato buona parte della più seria scienza italiana di fronte al ricorrere di corrive ideologie, materialistiche o spiritualistiche, nella sede della scienza stessa, ma anche di fronte ad esigenze autentiche del pensiero scientifico. Privo dei vigorosi spunti metodologici che l'Archiv del Virchow offriva attraverso gli articoli del suo direttore, l'Archivio del Bizzozero rimase lo strumento editoriale di ricercatori abili e coscienziosi, ma incapaci di far udire la loro voce nel più ampio concerto della cultura nazionale.



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domenica 19 aprile 2015

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA RIVA A ANGERA

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Il Santuario della Madonna della Riva di Angera sorge sul lungolago della cittadina, sul luogo dove sin dal XV si trovava un affresco votivo raffigurante una Madonna col Bambino. Di fronte al santuario si trova il porto austriaco e lo sguardo spazia sulla zona meridionale del lago: la passeggiata lungo l’Allea passa proprio di fronte all’ingresso della piccola Chiesa, il cui esterno reca evidenti i segni di un’opera incompiuta.

« Nel 1657 alli 27 giugno seguì il miracolo di sudor di sangue, che si vede dalla fronte della beata vergine, quale era sopra d'un muro laterale della porta che serviva alla Casa Berna. Così come si postuama di preferire, avevano fatta la ghirlanda di fiori alla suddetta effigie le diverse donzelle di Angera. Ed una donna che era solita passando avanti inginocchiarsi a salutare con l'Ave Maria la divina immagine, osservava che mandava dalla faccia il sangue e poi sangue ancora. La donna, intimorita dal fatto, gridò al miracolo. Intervenne il Prevosto Sig.Giorgio Castiglioni, il quale asciugò il sangue miracoloso con un bianco lino »

Il prodigioso evento si ripeté l'8 settembre, festa della Natività di Maria, quando attorno all’effigie era già stata edificata una piccola cappella provvisoria.
"La Madonna fu osservata bagnarsi tutta di sangue... Sono prodigi questi mentre il giorno della Sua Nascita, che doveva essere festosa, si mostra così sanguinosa".
La grandezza e la popolarità dell’avvenimento convinsero l’arcivescovo, il prevosto Giorgio Castiglioni e il conte Renato Borromeo a costruire una chiesa proprio in quel luogo. Dopo aver acquistato l’edificio su cui esisteva il dipinto dall’oste Emanuele Berna, si diede incarico all’architetto milanese Gerolamo Quadrio di progettarne la costruzione.
Il 10 agosto 1662 il Vicario generale della diocesi, Cesare da Biandrate, delegato arcivescovile, assistito dal conte Renato Borromeo, feudatario della città di Angera, procedette alla posa della prima pietra del Santuario.
Negli anni seguenti numerose difficoltà economiche impedirono di proseguire i lavori e la chiesa rimase incompleta: furono costruiti così solo il coro e il presbiterio, inaugurati e benedetti nel 1667.
Si tratta di un progetto incompleto: l’imponenza dell’edificio, sproporzionato nelle dimensioni, ne è la testimonianza più evidente. Il progetto originario prevedeva un edificio ottagonale, con portici e colonnati attorno, due torri campanarie e due ampie sacrestie: se completato la sua facciata sarebbe arrivata a oltre la metà dell'attuale porto delle barche.
Nel 1735, sul lato posteriore del tetto, fu costruito un piccolo campanile e nel 1943 la facciata, che era diventata pericolante, fu rafforzata con un apparato murario di stile moderno, opera dell’architetto Rino Ferrini di Angera. L’interno, dall’ampia spazialità proiettata in altezza, è stato reso più luminoso con il restauro curato dall’architetto Vincenti di Milano (1980-81), che ha dato una chiara tonalità alle pareti, scandite dalle lesene e dai capitelli a stucco. Sopra l’ingresso, in alto, vi è una vetrata realizzata nel 1957 dal professor Bertuzzi di Milano, con l’Assunzione della Vergine.
Sulla calotta absidale sono state lasciate in evidenza alcune figure affrescate nel 1943 dal pittore Coccoli di Brescia rappresentanti l’Incoronazione della Vergine tra angeli musicanti. Al centro è l’elegante altare con la venerata Immagine della Madonna col Bambino, staccata dal muro originario e trasportata su tela ad opera del pittore Anselmi di Milano. Pregevole è l’anonima "Gloria d’Angeli" che incornicia l’immagine miracolosa: quest’opera seicentesca necessita di restauri. Sul retro dell’altare vi è una tela seicentesca con la Crocifissione proveniente dalla chiesa di Santa Maria Assunta.
Le pareti sono ornate con dipinti provenienti in gran parte dalle altre chiese angeresi: sulla parete sinistra la "Visita di San Carlo alle valli", che nel Seicento ornava le ante dell’antico organo della Chiesa parrocchiale, sulla destra le due tele dell'Ascensione e dell'Assunzione della Madonna. Ritenute prima del Morazzone, poi di Procaccini e di Isidoro Bianchi, queste opere sono state recentemente attribuite a Bartolomeo Roverio detto il Genovesino che probabilmente le dipinse attorno al 1623.

Il Santuario è da secoli il centro della devozione mariana di tutti gli Angeresi e delle popolazioni dei paesi limitrofi e meta di numerosi pellegrinaggi. I documenti conservati nell’archivio parrocchiale danno testimonianza di tre grandi grazie ottenute per il patrocinio della Madonna della Riva.

6 giugno 1745
Rianimazione di una bimba di otto mesi, rimasta soffocata sotto la culla che si era rovesciata durante la momentanea assenza dei genitori, i coniugi Simonelli Martino e Cattaneo Angela Giacomina.
Giugno 1746
Improvvisa guarigione da una grave infermità del canonico Baldassarre Contini, che ha potuto così attendere al suo ministero sacerdotale in preparazione della Festa della Madonna della Riva.
16 ottobre 1747
Improvvisa guarigione di Margherita Contini Corti, giudicata in fin di vita dai medici curanti.

Numerose altre grazie furono ottenute lungo il corso di questi tre secoli per l’intercessione della Madonna della Riva, come testimoniano gli "ex voto" posti nell’abside del santuario. L’immagine miracolosa della Madonna col Bambino, oltre all’importanza devozionale possiede anche un suo valore artistico. L’affresco, del 1443, nel nostro secolo è stato staccato dal muro originario e trasportato su tela.
L’inondazione del 1868 ha cancellato completamente la figura del Bambino e le mani della Vergine. Ciò che colpisce dell’opera sono soprattutto la dolcezza del viso della Madonna e la raffinatezza del velo, particolari che dimostrano la preparazione notevole dell’autore influenzato forse da qualche artista del centro Italia.
L'anniversario del miracolo è ricordato il 27 giugno e la Festa del Santuario è fissata per la prima domenica di luglio.



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lunedì 2 marzo 2015

QUARTIERI MILANESI : QUARTO OGGIARO

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Quarto Oggiaro (Quart Ogiée in milanese, pr. Quart Ugié) è un quartiere di Milano situato a nord-ovest della città, facente parte della zona 8.

Il nome di Quarto Oggiaro deriva da Quarto Uglerio: la parola Quarto fa palesemente riferimento alla distanza di quattro miglia romane dal centro di Milano, mentre la seconda parte del toponimo, Uglerio, potrebbe invece essere quello di una persona che fu rilevante nella zona, in tempi non documentati.

Nell'odierna suddivisione delle statistiche per il calcolo della popolazione, si ritiene l'asse Via Eritrea - Via Lessona come la via di demarcazione tra Quarto Oggiaro e Vialba, di fatto i numeri pari di queste vie appartengono a Quarto Oggiaro e i numeri dispari al quartiere Vialba. Il nucleo originario di Quarto Oggiaro giace lungo l'asse di Via Aldini dalla parte del quartiere ora ritenuto Vialba. Nulla vieta di riferirsi a quella parte e fino al confine con la Villa Scheibler con il nome originario, Quarto Oggiaro.

Villa Scheibler, l'antica dimora di caccia con il suo Parco, si trova anche storicamente in Vialba. La relazione tra i due quartieri è molto forte: entrambi si estendono dal ponte di Via Palizzi fino all'estrema periferia nord-ovest di Milano. La parte di Vialba confinante con Quarto Oggiaro ha avuto lo stesso piano di sviluppo urbanistico di edilizia popolare e spesso viene ritenuto come parte integrante di Quarto Oggiaro. I vecchi borghi divenuti quartieri con agglomerati urbani continui sono solo parzialmente distinguibili, la divisione tra aree è spesso assente e il confine virtuale tra le vecchie zone diventa di frequente la mezzaria di una via di grandi dimensioni.
Un tempo comunità autonoma, divenne la frazione orientale del Comune di Musocco in seguito alle riforme amministrative volute dall'imperatrice Maria Teresa negli anni Cinquanta del Settecento. La trasformazione da Uglerio a Oggiaro è riscontrabile sulle mappe del 1872.
A partire dal 1757 Quarto Oggiaro, o Quarto Uglerio, faceva parte del comune di Musocco ed era un gruppo di case e cascine intorno alla Villa Caimi-Finoli, una villa patrizia collegata alla più grande Villa Scheibler e alla chiesa dei Santi Nazaro e Celso costruita alla fine del Settecento. Lo sviluppo era attorno all'attuale Via Aldini.

Il comune di Musocco di cui Quarto Oggiaro faceva parte così come l'adiacente località di Vialba rimase autonomo fino al 1923, quando fu incluso in Milano.

Sul finire degli anni quaranta si sviluppò una grande immigrazione dal Sud verso i grandi centri industriali del Nord in cerca di lavoro e le aree di Milano incolte, come quella di Quarto Oggiaro, divennero il luogo per soddisfare il grande incremento demografico della città.

Quarto Oggiaro, come lo vediamo oggi, nacque negli anni cinquanta: nel 1954 furono realizzate le prime case popolari, e grazie agli sviluppi seguenti, in breve tempo questa zona divenne uno dei più grandi quartieri di edilizia popolare di Milano. Il quartiere si è ampliato attraverso una serie di lotti di costruzioni, soprattutto negli anni sessanta, diventando un grande quartiere-dormitorio; occorsero molti anni prima che gli abitanti della zona potessero godere dei servizi essenziali. Il quartiere ha sempre ospitato numerosi immigrati, prima dalle regioni meridionali, successivamente extracomunitari.

Il quartiere con il modello urbanistico pianificato di sole case popolari, i problemi connessi al tentativo di integrazione sociale e economico dei suoi nuovi abitanti nella città, la gestione dello spaccio della droga da parte di alcune famiglie anche con fatti di sangue, lo ha fatto più volte balzare agli onori della cronaca come un ambiente di difficile vivibilità, dimenticando talvolta gli immensi sforzi compiuti dagli abitanti e dalle associazioni per una sostenibilità sociale e ambientale del quartiere. Le immagini dei caseggiati e casermoni di Via Pascarella, Via De Pisis sono state prese dai media come simbolo dello sviluppo urbanistico e sociale di Milano degli anni 50 e 60. Commercialmente la zona si sviluppa in Via De Roberto con numerosi negozi, in Via Fratelli Antona Traversi con il Mercato Comunale e intorno all'incrocio Via Lessona - Via Amoretti.

Diversa la sorte della parte sud del quartiere, al confine con il quartiere Villapizzone: la vicinanza con la ferrovia dello stato e la Stazione di Milano Certosa rese l'area sfruttabile dal punto di vista industriale. L'azienda di carburanti Fina acquistò l'area nel 1926 facendone un grande deposito di stoccaggio per gli oli, trasportabili attraverso la ferrovia.

Nel processo di edificazione di Quarto Oggiaro è possibile distinguere diversi lotti di case con un unico costruttore e con un preciso progetto residenziale. Ogni progetto ha un nome:

Quartiere Gescal (Ex Ina Casa), il quartiere di Via Longarone, uno dei più grandi esempi di costruzione di case popolari, nel quale si è tentato di creare un piccolo paese autonomo sul modello dell'urbanistica popolare inglese. Questo quartiere è chiamato anche Vialba II
Quartiere IACP "Quarto Oggiaro" - Le case di Via Amoretti, Capuana e Pascarella
Quartiere Aldini I - Le case di Via Concilio Vaticano II
Quartiere Aldini II - Le case di Via Graf e De Pisis
Torri di Via Lessona - Le torri di Via De Roberto

Più di 50 anni sono passati dalla nascita di Quarto Oggiaro moderno e le generazioni di immigrati sono diventate di seconda e terza generazione o sostituite dall'immigrazione straniera. L'integrazione con la città ormai è avvenuta da anni, i problemi sociali ed economici sono gli stessi della città; nonostante questo Quarto Oggiaro continua ad avere una sua identità di quartiere propria, per la sua collocazione periferica e chiusa dal recinto di ferrovie e per il piano urbanistico iniziale che lo ha fatto nascere.

L'Associazione Quarto Oggiaro Vivibile, presente sin dagli anni 80, gestisce il prato compreso tra il parco dei Villa Scheibler e l'odierna Via Invernizio dalla parte del nucleo originario di Quarto Oggiaro; fino agli anni 70 il prato ospitava un campo nomadi. Il verde è stato attrezzato di un campo giochi, campi di basket, un campo di calcio regolamentare e uno per l'allenamento. È un punto di ritrovo molto frequentato ed è stato un segnale importante per la rinascita del quartiere.

Le case di edilizia popolare all'interno del quartiere sono state tutte ristrutturate, è stata creata un'isola pedonale nel 2008 in Via De Roberto all'altezza della chiesa di Santa Lucia. La Cava Cabassi ai margini del quartiere lungo la ferrovia Nord è stata chiusa nel 1997 e l'area risistemata è diventata il parco Simoni, con superficie circa 20.000 m².

L'opera più rilevante riguarda senz'altro la parte sud del quartiere nell'area della ex raffineria Fina e lungo la vecchia Via Castellamare con i suoi campi in parte coltivati ad orti e in parte incolti. La società EuroMilano, con progetto affidato alla designer inglese Diana Amstrong Bell, tra la fine degli anni 90 e l'inizio degli anni 2000, ha bonificato un'area di oltre 450.000 m², creando un nuovo quartiere residenziale di pregio. Il nuovo quartiere si affaccia sulla Via Eritrea con 6 torri di 15 piani mentre le palazzine più basse sono all'interno, nella Via Perini, per un totale di 1500 residenze. Quasi metà dell'area, 200.000 m², è diventata il Parco Verga che dai binari della Ferrovia dello Stato raggiunge le case, fino ad arrivare alla Via Chiasserini. Il parco è un vero polmone verde e l'opera nel suo complesso è un simbolo di modernità, integrazione con l'ambiente oltre ad essere un bel biglietto da visita per il quartiere.


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