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sabato 4 luglio 2015

ESPLORANDO BORNO

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Borno è situato su di un altopiano, in una conca montana di formazione glaciale.
È limitato a nord dal gruppo del Pizzo Camino, a sud dal Monte Altissimo, mentre si apre ad ovest sulla Val di Scalve, dominata dalla Presolana, e ad est sul paese di Ossimo e sulla Media Valcamonica con ampia vista sulla catena del Tredenus, il Pizzo Badile, il Frerone ed il colle di San Glisente.
Le montagne che circondano l'abitato sono in maggioranza costituite da formazioni sedimentarie del Trirassico. Gli sconvolgimenti delle stratificazioni hanno avuto luogo ad intersecazioni di strati di ere diverse: marne, argilliti mesozoiche, calcari e calcari dolomitici fessurati, con terreni di media profondità, che si rivelano aridi a causa dell'eccessivo drenaggio. Nelle aree al solivo prevalgono formazioni mesozoiche con marne nerastre, arenarie e calcari marnosi, determinanti la formazione di terreni di media o buona profondità e tendenzialmente fertili. È presente in un'area il fenomeno geologico delle doline.
L'altopiano funge da punto di comunicazione tra la Valcamonica e la Val di Scalve attraverso il passo di Croce di Salven.

Dal punto di vista idrografico l'altopiano è percorso da numerosi corsi d'acqua. I due laghi presenti sono entranbi artificiali: il Lago di Lova, situato a nord di Borno, e il Lago Giallo, che si trova tra il passo di Croce Salven e la frazione di Paline.

L'area di Borno è prevalentemente a carattere boschivo, principalmente costituita da conifere. Si tratta di estese peccete di abete rosso con limitate aree di abete bianco e pino silvestre. È presente, anche se in parte minima, il larice puro. Tra le latifoglie troviamo il tiglio, il faggio, la betulla, il sorbo, la robinia, il noce, il castagno e il ciliegio.
Il sottobosco è caratterizzato dalla presenza di edera, mirtillo, fragola, lampone, mora, ginepro, felce, ontano, sambuco, nocciolo, rovo, e di numerose specie di fiori: la rosa di Natale, il bucaneve, la genzianella, il ciclamino, il mughetto, per citarne solo alcuni. In alta montagna prevale la presenza del rododendro e della stella alpina.

Le doline sono le forme superficiali (o epigee) più caratteristiche del paesaggio carsico, costituito da rocce calcaree. Si tratta di depressioni ad imbuto, a calice, a scodella, con pianta circolare o allungata, il cui diametro può variare da pochi a 500/600 metri.
Il parco delle doline di Croce di Salven si caratterizza per la presenza di depressioni carsiche (dette doline) formatesi in seguito allo scioglimento della roccia calcarea per reazione chimica con l’acqua piovana, resa acida dall’anidride carbonica presente nel terreno e dall’humus. Un fenomeno d’interesse scientifico che certamente merita d’essere osservato: i periodi migliori per visitare il parco sono la primavera e l’estate, quando la neve, ormai sciolta, rende nuovamente visibili le formazioni carsiche.
La vegetazione all’interno delle doline è particolarmente rigogliosa proprio per la presenza di abbondanti sali minerali e la protezione offerta ai semi dalla tipica concavità.

Il percorso dei frutti di bosco è rilassante in primavera per il tepore che fa sbocciare i primi fiori, dirompente in estate quando il forte profumo del fieno ci accompagna col frinire dei grilli; in autunno i colori accecano contro il blu del cielo e avvolgente come abbraccio in inverno.
Il tragitto è ricco di piante da frutto tipiche delle latitudini: troviamo piante di noce, cespugli di nocciole, nespole, lamponi e more.
Il percorso inizia all’inizio del paese. Si incontra subito l’opus quadratum, un’urna cineraria di epoca romana, e si imbocca una stradicciola semipianeggiante che lascia le ultime case del paese e si inoltra tra i prati verso la valle del Pànzen.
Lungo tutto il percorso si possono osservare numerose piantine di fragole, more, lamponi.

Il Percorso della memoria inizia la dalla Chiesetta della Dassa, al cui interno si trova un affresco raffigurante l’incendio di Borno avvenuto alla fine del XV secolo.

Il “percorso dell’acqua” è un itinerario sentieristico che si sviluppa nella zona a sud-ovest dell’abitato di Borno, nell’Altopiano del Sole.

Il Montanarium è un polo espositivo e dimostrativo sui mestieri e sui saperi innovativi delle Alpi ubicato a Borno, presso le superfici dell’ex vivaio forestale, integrato con il centro visitatori della vicina Riserva Naturale del Giovetto, dove è possibile approfondire le tematiche relative alle attività produttive e della cultura rurale caratteristiche del territorio alpino.

La Biblioteca del bosco è una piccolissima struttura situata in punto suggestivo e panoramico del bosco, sempre aperta, che raccoglie un’antologia di brani letterari che narrano di boschi e degli uomini che ci vivono, “per leggere di boschi, stando nel bosco”.

La Riserva Regionale dei Boschi del Giovetto nasce nel 1983, ma già in precedenza questa zona aveva destato l’interesse dei ricercatori, a causa della presenza di una particolare specie di formica. Il territorio su cui si estende la Riserva parte dal Comune di Borno e sale da 1200 m. di altitudine fino a 2300. L’area protetta è di 650 ettari, quasi completamente ricoperti da abeti rossi, e popolati da varie specie di animali: volpi, faine, scoiattoli, lepri, caprioli e diversi tipi di uccelli. Ma l’animale più interessante è un insetto particolare: la formica rufa. La Riserva del Giovetto è la prima area in Europa ad aver creato un ambiente di protezione per queste formiche, che svolgono una funzione di difesa del bosco, contrastando l’attività di specie dannose all’ecosistema. La formica rufa è preziosa per l’equilibrio biologico del bosco, al punto che alcuni formicai (che possono contenere da 200.000 a 500.000 esemplari) vengono esportati in zone in cui non sono presenti.

La facciata della Torre dei Re, posta a nord del lungo caseggiato, si presenta come una serie di muri contigui che, per l'utilizzo dello stesso tipo di pietrame e della medesima tecnica costruttiva, appare come un muraglione uniforme. Soltanto nella parte centrale della muraglia, prima della facciata che presenta un ridotto barbacane alla base, si scorgono file di pietre più grosse e ben allineate, disposte all'incirca fino a metà altezza della facciata, che fanno supporre si trattasse di una costruzione più solida e più antica rispetto alle porzioni di caseggiato antecedenti e susseguenti.
È ipotizzabile che questa parte centrale costituisse una torre difensiva visto che è posta su un dosso roccioso sottostante lo spiazzo che, prima dell'attuale parrocchiale, ospitava la cappella di S. Martino da cui dominava tutta la vallata sud d'ingresso al paese.

La Torre dei Pagà è collocata in prossimità della Piazza, nel tratto iniziale di Via Vittorio Veneto, un tempo Via Toresela (toponimo derivato dalla torre stessa), nella seconda metà degli anni '80, dopo una completa demolizione e rifacimento ex novo, si è tramutata in un falso storico e architettonico.
Misurava circa 8 m. in altezza e m. 8 x 8 alla base, mentre lo spessore dei muri raggiungeva il metro. La sua denominazione deriva dal cognome della famiglia Pagani, una delle ultime proprietarie della torre.
Il lato nord, che si affaccia su Via Veneto, presenta a piano terra una vetrina espositiva, al primo piano due finestre e una terza finestra al secondo piano. Un'altra vetrina e due finestre, una per piano, sono state ricavate anche sul lato sud, opposto a quello stradale.

La Torre dei Barète è inserita in un isolato di caseggiati, un tempo estrema periferia ovest dell'abitato bornese.
In origine la struttura sorgeva isolata, solo più tardi si sono addossati altri corpi di fabbrica, tuttavia trovandosi proprio di fronte alla torre dei Sagrestà poteva costituire parte del sistema difensivo all'ingresso del paese. Si distingue dai caseggiati attigui per la diversa dimensione delle pietre impiegate nella costruzione.
All'interno le pietre sono squadrate, grandi e l'angolo è a bisello, mentre all'esterno il muro che si affaccia su via Vittorio Veneto, ha pietre grezze e sbozzate con il metodo a ribassino solo agli angoli.
Attualmente la torre supera i 5 m. d'altezza, ma viste le misure della base di m. 7 x 7 si suppone che in origine fosse più elevata.

I resti della Torre dei Sagrestà non sono visibili dall'esterno della via omonima, ma solo dalla corte interna, dalla quale si scorge solo la facciata posta ad oriente che, a sud, è contigua alla casa e, a nord, fa angolo con il muro di un'altra abitazione.
La torre misura oltre 5 m. in altezza e m. 6 x 6 alla base. Non si conosce la data di costruzione, tuttavia se fosse coeva alla torre dirimpettaia dei Barète risulterebbe assai probabile che le due torri costituissero l'ingresso fortificato del paese.

Torrione Montanari è ubicato nel centro storico, in una posizione strategicamente importante poiché controlla il transito di Via S. Fermo e di Via Trieste, attualmente è inglobato nell'edificio denominato "Casa delle Suore". Dato che i muri delle facciate sud ed est (costruiti con conci di arenaria, granito e pietre calcaree di grandezza decrescente man mano che si sale nelle parti più alte) presentano uno spessore doppio rispetto a quelli delle rimanenti, si pensa che anche in passato doveva avere un edificio adiacente che proteggeva i due lati più deboli.
In origine, dunque, poteva essere sorto come casa-torre o come fortilizio appartenente a signorotti locali. Il torrione è alto circa 8 m. e misura m. 6 x 6 alla base. Sia il portone d'ingresso sia il balconcino del secondo piano sono realizzazioni più recenti (XVII-XVIII sec.) e sicuramente in origine tale ingresso non esisteva.
Quasi certamente il torrione era in comunicazione visiva con le altre torri del centro storico. Databile intorno ai secoli XII-XIII ha subito notevoli rimaneggiamenti nei secoli successivi. Dapprima di proprietà della famiglia Montanari, nei primi decenni del secolo XIX venne utilizzato dai frati francescani, poi divenne di proprietà della famiglia Dabeni che, trasferitasi nel Piano di Borno, lo affittò. Verso la fine dell'800 fu adibito ad albergo e dopo un periodo di abbandono (in cui secondo la tradizione bornese divenne la Casa degli Spiriti), nell'anno 1909 venne recuperato dalle suore Dorotee di Cemmo che, unitamente all'edificio adiacente, ne fecero una nuova sede della loro congregazione.

La torre detta degli Agnellini è ubicata nel centro storico in una posizione di mezza costa e su terreno in declivio. È incorporata nella casa dei Romalge che si trova anch'essa in posizione strategica in quanto controlla le due vie sopra menzionate.
Misura 8 m. in altezza, 7 m, di fronte e quasi 8 di lato. Dall'interno è visibile parte della facciata ovest. La muratura esterna è costituita da grossi conci in calcare e granito lavorati grossolanamente a bugnato. Dalle dimensioni dei conci all'estremo superiore è ipotizzabile che la torre fosse più alta.
Costruita in epoca medioevale XII-XIII secolo, faceva parte del sistema difensivo del paese (baluardo verso la Valle di Scalve) e si collegava al borgo del "castello".

La Torre dei Michéi è inglobata in un piccolo isolato costituito da più edifici di proprietà della famiglia Miorini soprannominati appunto "Michéi". La posizione non sembra strategicamente importante, la via però si trova sulla direttrice per il Lago di Lova.
Misura più di 4 metri in altezza e metri 5 per 5 alla base: è la più piccola delle torri del paese. Non si hanno notizie storiche specifiche sulla torre, tuttavia sulla spalla del portale d'ingresso della cantina adiacente si trova scolpita un'aquila imperiale che richiama il dominio milanese sulla Valcamonica.

Villa  Guidetti è circondata da due splendidi parchi in cui, accanto a specie botaniche di elevato interesse naturalistico, è facile imbattersi in colonne, fregi e capitelli, testimonianza della vivacità culturale che, fin dalla sua fondazione, contraddistingue questo luogo.
Il visitatore che giunge a Borno, percorrendo la strada provinciale nonché crono-scalata Malegno-Ossimo-Borno, al bivio per Ossimo superiore volgendo lo sguardo verso Borno alla sua sinistra, potrà osservare meravigliato e compiaciuto l’eccezionale e unico polmone verde ubicato all’interno dell’abitato.
Questa macchia verde imponente e rigogliosa è il parco inferiore di “Villa Guidetti” che sviluppa, su un’area di circa 12.000 mq., alberi e arbusti cresciuti folti ed austeri grazie ad un naturale habitat di clima e di esposizione alla luce del sole, che li ha arricchiti per varietà di specie e di colore.
Appena si varca la soglia d’ingresso alla “Villa Guidetti”, di pregevole gusto architettonico edificata tra il 1927 e il 1937 da Piero Guidetti nativo di Brescia, il parco superiore vasto circa 5.000mq. e diviso per mezzo di Via Creppi di sotto dal parco inferiore, accoglie l’ospite con la piacevole ombra e protezione dei suoi alberi centenari, alpini e non oltre che da frutto.

Passeggiando per i vicoli e lasciando scorrere lo sguardo, si ha come l’impressione che a Borno il tempo si sia fermato: stele con incisioni dell’età del Rame, resti di necropoli romane, fortilizzi e torrioni medievali, palazzi e caseggiati sei-settecenteschi; e ancora, chiese ed edicole, testimoni della religiosità popolare locale ed espressione artistica di tutto rispetto.
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Casa Rivadossi è del XV secolo e seguenti con loggiato ornato da eleganti decorazioni e riportante una meridiana a numerazione araba, presenta una struttura portante in muratura continua in pietra e malta, pilastri intonacata completamente. Orizzontamenti in muratura legno, solaio piano a volta a botte copertura con struttura lignea e manto in coppi, pavimentazioni interne cotto legno pietra e ceramica, pavimentazioni esterne in pietra.

Nel centro storico, Borno, conserva ancora intatti edifici di antica origine e pregiati particolari architettonici, testimonianza di un’arte antica che aveva raggiunto alti livelli.
Tra questi, si affaccia sulla Piazza Giovanni Paolo II, il bel Palazzo Franzoni, con la data 1690 incisa su un pilastro del portico e dal bel portale seicentesco con lo stemma della nobile casata dei Federici.
In realtà, si tratta di un’abitazione rustica, probabilmente edificata sui resti di un’antica fortificazione. Al suo interno, di particolare pregio sono la fontana esagonale in pietra di Sarnico con maschera per il doccione, databile XVI-XVII secolo, e la colonnina in pietra calcarea raffigurante una maschera di fattura popolaresca.
Ballatoi in legno, antiche loggette, portali che, socchiusi, fanno intravedere fontane e cortili dal fascino antico; passeggiando per i vicoli e lasciando scorrere lo sguardo, si ha come l’impressione che a Borno il tempo si sia fermato.
Oggi palazzo Franzoni, riporta nella chiave d’arco del portale (del XVII secolo) uno stemma con camoscio rampante.

L'Ex Albergo Franzoni è decorato da moderni affreschi (che ricordano la leggenda di S. Fermo) e da una meridiana con motto. Le graziose loggette ed il portico della facciata retrostante sono del XV secolo.

Casa Bassi con affaccio sia sulla Piazza che sulle vie Don Pinotti e Fonte Pizzoli, il cui portale d’accesso al cortile reca la data 1503.

La piazza si allarga attorno alla fontana, del XVII secolo, realizzata in pietra di Sarnico e caratterizzata da una vasca principale a forma ottagonale che raccoglie gli zampilli che scendono dalle bocche di mascheroni posti a decorare le due vasche minori.

Nella Valle Camonica romana, l’abitato di Borno era uno dei centri più importanti, anche grazie alla posizione strategica, a controllo della via di collegamento con la Val di Scalve. Le restituzioni più importanti sono una necropoli ed un edificio di culto nell’area dell’ex Villa Baioni, in via Marconi, da cui derivano numerosi e preziosi oggetti di corredo (anche in oro ed argento) oggi esposti al Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica (Cividate Camuno); a Borno, del periodo romano, restano oggi visibili alcuni elementi architettonici murati all’esterno della Chiesa di S. Fiorino e un’epigrafe funeraria sulla facciata di una casa privata nel centro storico. Nella località Laghetto Giallo infine le tracce di un imponente scarico di laterizi romani testimoniano la pratica di attività artigianali, forse legate ad una fornace produttiva.

Borno rivela le sue origini più antiche nei ritrovamenti di siti cerimoniali con stele e massi incisi che si distinguono per importanza nell’intero arco alpino.
Si tratta di reperti provenienti da siti cerimoniali dell’età del Rame (IV/III millennio a.C.) oggi esposti presso il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (Capo di Ponte).
Di tali testimonianze, a Borno, resta solo il frammento di stele incastonato nel muro esterno di un’abitazione.

La Chiesa parrocchiale santi Giovanni Battista e Martino fu realizzata fra il 1771 ed il 1781, le volte e l’altare maggiore sono decorate da dipinti di Sante Cattaneo di Salò (1780-1781). Pregevoli le tele di Lattanzio Quarena (1829) collocate su due altari laterali, il ligneo settecentesco Cristo morto della bottega dei Fantoni e il paliotto, pure settecentesco, dello scalvino Giuseppe Piccini.

L’edificio attuale della Canonica, ristrutturato alcuni decenni fa, presenta un porticato realizzato con colonne quattrocentesche in pietra di Sarnico, provenienti da un edificio demolito in piazza Roma. Inoltre nel lato che si affaccia sulla Chiesa Parrocchiale è stata inserita una lapide che riporta la data 1347.

La Chiesa di S. Antonio da Padova è l’edificio più antico presente sul sagrato, costituito da un insieme di strutture, erette e modificate in diversi periodi storici. All’interno della graziosa Chiesa di S. Antonio di Padova (XV secolo) si conservano testimonianze pittoriche fra le più antiche di Borno: le raffigurazioni cinque-seicentesche di Santi e la suggestiva lunetta affrescata da Callisto Piazza da Lodi (“Sacra Conversazione”, Madonna e Bambino tra i Santi, 1528 circa ).

In estate è possibile praticare numerosi sport all'aria aperta, tra cui il tennis, la pesca sportiva, il nuoto in piscina, il pattinaggio su rotelle, il calcio, l'equitazione, il deltaplano e il parapendio. Possibilità di effettuare anche gite in famiglia ed escursioni attraverso i numerosi sentieri vicini al comune.

Gli ospiti di Borno in inverno hanno la possibilità di praticare lo sci alpino, da discesa e di fondo, nonché il pattinaggio su ghiaccio.

A Borno si trova una piccola stazione sciistica, situata sul versante nord del Monte Altissimo. Nonostante la quota non elevata (950-1700 metri) l'esposizione nord delle piste permette alla neve di conservarsi per tutta la stagione, anche grazie ad un impianto di innevamento programmato. Caratteristica principale della località è di essere interamente immersa in un bosco di abeti, ciò favorisce la sciabilità anche in caso di brutto tempo e scarsa visibilità.

La gastronomia del territorio della Vallecamonica è ricca e varia: sono sapori antichi quelli proposti da trattorie e ristoranti locali; elaborazioni culinarie semplici e genuine che attingono alla tradizione.
Tra i primi piatti gli immancabili “casoncelli”, ravioli ripieni di carne e verdure e altri ingredienti, tagliatelle, maltagliati, talvolta con farina di castagne, gnocchi, minestre d’orzo e trippa.
Tra le carni lo stracotto d’asino, la carne salata, le salsicce dette “strinù” e i salumi di puro suino. Non mancano conigli, pollame e selvaggina, lepri e cinghiali.
Oltre alla carne, il pesce di fiume di lago, talvolta essiccato secondo metodi tradizionali. La polenta di mais o di grano saraceno è il contorno per eccellenza di molti secondi piatti così come i funghi, porcini e finferli su tutti, che si trovano in abbondanza nei boschi dell’Altopiano.
L’allevamento di bovini, caprini e ovini garantisce la produzione di ottimi formaggi. La varietà è davvero sorprendente: formagelle, “silter”, “casolet”, ricotte, “fatulì”, “bagoss” e caprini, naturali o aromatizzato con erbe.
Nelle zona del lago Sebino, ad una quota ideale, viene prodotto un olio dalle importanti caratteristiche così come nella zona dell’Annunciata, poco distante da Borno.
Da apprezzare i diversi tipi di pane, bianco o di segale, e i dolci, semplici e genuini; “spongade”, biscotti e torte con farina di castagne. Una menzione particolare va fatta per i due dolci tipici di Borno, il Bosolà e la Chisòla, che sono gli unici due prodotti ad aver ottenuto la De.C.O. (denominazione di origine comunale) a Borno.
Non mancano vini IGT, liquori e grappe, classiche o aromatizzate con bacche, frutti di bosco, erbe alpine o miele.

L'8 agosto vigilia di San Fermo si tiene festa con falò e fiaccolata;la leggenda dei tre fratelli eremiti Fermo, San Glisente e Cristina. Pellegrinaggio al santuario sul monte con discesa in notturna con fiaccole. Protezione del bestiame.



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BORNO

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Borno è un comune della Val Camonica situato sul cosiddetto Altopiano del Sole, ovverosia la valle percorsa dal torrente Trobiolo, tributaria della media Valle Camonica e dominata dalle vette più orientali delle Prealpi Orobiche. Il comune comprende però, a occidente, anche un tratto del settore bresciano della Val di Scalve.

Recenti studi di etimologia hanno riscontrato che ci sono parecchi nomi di luoghi somiglianti in zone molto diverse e distanti tra loro: ciò indica che gli antichi abitanti parlavano una lingua comune o con caratteristiche alquanto simili. Si è notato che il suono o la radice comuni “br” nelle lingue indeuropee indicava acqua, torrente, fiume, stagno, ecc. e che si trova attualmente in numerose lingue moderne, come ad esempio nell’inglese brook (torrente); in tedesco, con lo stesso significato, vi sono Brunnen, Bronn e Born (fonte, sorgente); in inglese c’è poi burn (sorgente), in ceco, bulgaro e sloveno brod (guado) e in serbo-croato bara (palude).

C’è pure un’altra antica radice, molto simile - “br” o le sue varianti “brn”, “brd”e “brg” - che invece indicano un’altura, un monte, un luogo abitato fortificato, un passo, una selva, ecc.; radice che possiamo ritrovare nelle lingue moderne: il gaelico bar (monte), l’inglese barrow (tumulo), il tedesco Berg (monte), il ceco brdo (collina), il danese borg (castello), di nuovo l’inglese boroug (città) e il polacco bor (bosco); anche i toponimi di Brescia e del Brennero hanno in sé questa radice antica.

Si può allora ipotizzare che gli antichi camuni indicassero questa zona come un luogo abitato in altura o un altopiano separato dalla circostante Valle Camonica. Queste radici le possiamo riconoscere tuttora in alcuni paesi vicini come Berzo, Breno, Braone, Bienno e Prestine ed indicano che i primitivi abitatori volevano identificare varie zone abitate più elevate rispetto al territorio sottostante.

Secondo lo studioso Gnaga in cenomane, lingua parlata da una popolazione celtica stanziatasi nel V secolo a.C. tra i fiumi Oglio e Adige e il lago di Garda, la parola bùrnich significa luogo abitato e ad essa si può far risalire il toponimo Bùren. In numerose zone dell'altopiano sono stati scoperti alcuni massi istoriati dagli antichi camuni, con inciso il disco solare; i celti chiamavano il dio sole Bormo: il luogo potrebbe aver tratto il nome dalla divinità che si venerava in questi luoghi, ma questa ipotesi è abbastanza difficile da verificare.

Con l’avvento della dominazione romana il nome antico potrebbe essersi cristallizzato nel tempo, con deboli variazioni fonetiche, perdendo però il suo contenuto semantico, cioè il significato originario primitivo; oppure, a detta di alcuni storici, i romani avrebbero imposto alla popolazione locale nuovi toponimi, causandone una modifica radicale. Analogamente il nome di Borno potrebbe derivare dal latino eburneus (bianco, candido), da intendersi come luogo splendido ed incantevole, oppure da boreus (settentrionale), in quanto luogo posto a nord rispetto alla Civitas Cammunorum, centro principale dell’occupazione romana; alcuni ne riconducono l’origine ad un nome gentilizio latino, come Burno o Burnus. Fino ad ora, comunque, non sono stati trovati reperti od epigrafi che possano suffragare l’ipotesi latina del nome.

Con le invasioni barbariche molti popoli si insediano nelle valli e, quindi, molte lingue si sovrappongono e si mescolano tra loro: proprio al lungo periodo medievale sono riconducibili varie congetture che indicano un’ipotesi, credibile o fantasiosa, per il nome del paese. Lo studioso Odorici lo fa risalire alla voce del latino medievale burnus, inteso come luogo abitato sull’orlo della valle; dalle parole del latino classico burgens e burgensis (abitante del borgo) pare siano derivate nel Medioevo le parole bùren e bùrengus, che indicherebbero l’abitante del borgo.

In un antico germanico la parola Burn indicava il ferro; già dal periodo pre-romano Borno era situato sulla via di comunicazione con la Valle di Scalve, dove c’erano numerose miniere di questo minerale, che veniva poi trasportato nei vicini forni fusori di Lozio, Malegno e Bienno: il luogo, costituendo un’importante area di scambio, potrebbe avere tratto il nome dal metallo. L’Olivieri lo fa addirittura provenire dalla voce provenzale e piemontese burna (buco).

Un’altra parola tardo-latina è burna, indicante termine o pietra di confine, il che fa ipotizzare che Borno fosse un’importante zona di confine tra vallate. In italiano antico esiste la parola bornio, che significa pietra, roccia sporgente o balza rocciosa, parola usata anche da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia. Questo termine deriva dal francese borne (cippo, termine, limite, confine), a sua volta probabilmente derivato dal celtico botina, che voleva dire pietra di confine; pure in inglese troviamo la parola bourne (frontiera) e a Bormio, nella vicina Valtellina, la parola born si riferisce ancora oggi ad una rupe o balza rocciosa. In questo caso il termine indicherebbe un abitato costruito sulle rocce, oppure vicino o confinante con i dirupi, come possiamo notare risalendo dal fondovalle lungo la strada vecchia che da Cogno conduce all’Annunciata.

Si giunge infine al primo documento scritto, datato 1018, che attesta in modo definitivo il nome del luogo: si presume, perciò, che il toponimo fosse già in uso da alcuni secoli. Si legge infatti nel documento, redatto in latino, che dirime una lite tra feudatari e liberi uomini di Borno, questa frase: in villa quae dicitur Burnum. Il nome che in seguito è stato italianizzato in Borno, così come lo conosciamo adesso.

Le più antiche testimonianze delle presenza dell’uomo a Borno, partono dal Paleolitico Finale, un lasso di tempo compreso tra i 15.000 e 10.000 anni fà, dopo lo scioglimento dei ghiacciai pleistocenici che avevano ricoperto la Valle impedendone l’accesso.
Il territorio di Borno è importante per il periodo del IV e del III millenio a.C., l’età del Rame, a testimonianza del quale troviamo stele e massi con incisioni. Tra questi vi è anche il masso noto come “Masso di Borno” il primo ad essere rinvenuto dagli studiosi nel 1953 nella zona dell’altopiano. Detta roccia si può ammirare oggi nel Museo Archeologico di Milano.
A Borno, oltre hai resti di queste necropoli, vi sono dei resti di strutture murarie di un possibile insediamento. Nel periodo longobardo, sotto il regno di Liutprando, all’incirca verso il 735, dovrebbe collocarsi l’inizio dell’astio tra i Bornesi e gli Scalvini per il possesso del monte Negrino, una plurisecolare contesa con omicidi e incendi dolosi d’ambo le parti, terminata nel 1682.
A seguito dell’arrivo dei Franchi in Italia nel 764, la Valcamonica venne donata in feudo, da Carlo Magno, al Monastero benedettino di San Martino di Marmoutier. Proprio negli anni che seguirono la donazione carolingia fu costruita in Borno la Cappella Santi Martini. Dall’anno 893 al 953, a seguito delle invasioni degli Ungari e dei Saraceni, i Camuni edificarono numerosi fortilizi, rocche e torrioni per rifugiarvisi durante le scorrerie. A questi si fanno risalire le presunte 12 antiche torri medioevali di Borno molte delle quali riedificate su fortificazioni preesistenti (attualmente sono state individuate soltanto sette torri).
Nel Medio Evo la comunità bornese fu al centro delle maggiori lotte coni comuni limitrofi. Nel 1156 avvenne una rissa tra due schiere di Bornesi e Loziesi, nei pressi di Malegno, durante una comune processione di catecumeni alla Pieve di Cividate, in seguito alla quale nel 1186 i Bornesi ottennero il sacro fonte battesimale divenendo chiesa autonoma. Nell’anno 1166 un fatto d’armi, che portò all’uccisione di 11 uomini, avvenne in zona di Confine tra Borno ed Esine, scaturito per il possesso di una palafitta sull’Oglio, installata dai Bornesi per la pesca. Nel 1386 le famiglie dei Fostinoni, Lanzoni e Gerboni, del partito guelfo, si ribellarono al vescovo di Brescia per ragioni fiscali e vennero ammonite assieme ai reggenti del comune. Feudatari di Borno furono i Federici, Camozzi, Gandellini, Fostinoni, Montanari, Gerboni, lanzoni, lazzaroni, Curti, Gheza, Magnoli, lupi, Negri, Guarnieri, Pernici, Dabeni. Sebbene le famiglie guelfe risultino più numerose di quelle della fazione avversa, la Comunità di Borno resterà sempre ghibellina, sia per il predominio della famiglia Federici in Valle, sia per la controversia con gli Scalvini di parte guelfa.
Nel primo periodo della dominazione veneta Borno divenne il primo comune della Valcamonica per numero di abitanti con circa 1500 anime e 330 fuochi, possedeva 812 bestie grosse e 1652 bestie minute, possedeva 6 fucine a maglio 19 mulini, 2 folli e 2 raseghe. Forniva legname da opera e manufatti in ferro a Venezia ed armava l’esercito della Serenissima con decine di Cernide (militi ausiliari locali). La parrocchia, sia pure in tempi diversi, disponeva di tre romitori con altrettanti romiti: la Chiesa di S. Cosma, la chiesa campestre di S. Fiorino e I’eremo montano di S. Fermo. Per interessamento del frate Amedeo Mendez da Silva negli anni 1467-69 sorse, poco distante dalla località Rocca, il convento che ospitò dapprima i frati del Terz’Ordine della Penitenza, poi gli Amadeiti, i Minori Osservanti, i Minori Riformati e infine i Frati Minori Cappuccini, che nel ‘900 tennero il noviziato, le scuole elementari, il servizio mensa per i poveri e prestarono servizio ai Sanatori di Croce di Salven.
Nel 1580 cessò la contesa tra Borno ed Erbanno per il possesso di boschi e pascoli in località Calvarina e nello stesso anno la comunità ricevette la visita pastorale del cardinal Borromeo. Nell’anno 1630 la peste bubbonica mietè 38 vittime, l’ospedale degli appestati venne edificato in località lazzaretti, ai margini dell’abetina sottostante l’attuale località Corna Rossa. Il 3 agosto del 1688 un vastissimo incendio distrusse oltre 200 case su 300, tutto il grano, mietendo 8 vittime. Durante la cosiddetta guerra di Gradisca, tra Venezia e Austria, i Bornesi, in soccorso della Repubblica marinara, armarono ben 270 Cernide capitanate da Stefano Magnolo. Con l’avvento napoleonico e della Repubblica Cisalpina Borno, appartenente al dipartimento del Serio, divenne sede di Municipalità e di Giudicatura di pace. Sorse la Congregazione di Carità e fu edificato il cimitero per la sepoltura collettiva dei morti.
Durante il periodo austriaco si abbatterono sulla comunità numerose carestie, pestilenze e calamità naturali. Tra 1905 e il 1907 la prima società elettrica valligiana diffuse l’elettrificazione in Borno e nel vicino Ossimo. Sorsero in questo periodo le ville signorili e prese consistenza il turismo estivo d’elite. Nelle guerre italo-abissina, di Libia e d’ Africa Orientale, caddero 7 soldati bornesi. Durante la grande guerra perirono 33 soldati. Durante il periodo fascista, nel 1923, venne costruita la strada provinciale Malegno-Ossimo-Borno che sostituirà il vecchio percorso delle viti. Nel 1928 iniziarono i lavori per la costruzione dei Sanatori antitubercolari in località Croce di Salven. Negli anni 1930-31 venne realizzato dalla Società Olcese, in località Prati di lova, un bacino artificiale con relativo canale di derivazione e condotta forzata che scende dalla centrale della Rocca. Il secondo conflitto mondiale richiese altro tributo di sangue bornese: caddero 20 soldati e 1 8 risultarono dispersi in Russia, Grecia e Dalmazia.
Durante la Resistenza un gruppo di ufficiali tedeschi rocciatori fu fatto oggetto d’imboscata, in località Sedulzo, da parte di una brigata delle Fiamme Verdi della Valle di Scalve. Nello scontro perirono 14 tedeschi e 2 partigiani. Il paese dovette sopportare una cruenta rappresaglia. Furono bruciate numerose cascine sul versante di Lova, rastrellato il bestiame dei contadini e deportati un centinaio di giovani nel campo di concentramento di Villafranca. A partire dagli anni ‘60 l’economia bornese si trasforma da agrosilvo- pastorale in economia turistica. Nel 1962 si stacca da Borno la frazione di Piamborno che unitamente a Cogno di Borno e Cogno di Ossimo costituisce la nuova municipalità di Piancogno. Negli anni ‘70 Borno diviene stazione turistica invernale, viene realizzata la funivia-bidonvia Ogne-Monte Altissimo. Dalle circa 900 abitazioni degli anni ‘60 si passa alle 2900 censite nel 1991; nel periodo estivo la popolazione varia dai 2.700 residenti a circa 20.000 persone. Da ricordare, nel luglio 1998, la storica visita a Borno del Papa Giovanni Paolo II.



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