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lunedì 4 maggio 2015

PERSONE DI PORLEZZA : ANTONIO DELLA PORTA

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Della Porta Antonio detto Tamagnino è figlio di Giacomo, scultore presso la certosa di Pavia dal 1477, si ignora la sua data di nascita.

Scultore ed ornatista, appartenente ad una nota famiglia di artisti di Porlezza, era fratello di Guglielmo e di Bartolomeo (1460-1514). Sua madre era sorella di Maddalena Solari, figlia di Guiniforte Solari, ingegnere capo del Duomo di Milano. Compare a Brescia all'inizio del 1499, quando consegna un ciclo di dodici Angeli per la prima cupola della chiesa di Santa Maria dei Miracoli a Brescia, di cui sono pervenuti solo dieci esemplari, eseguiti approssimativamente nello stesso periodo in cui Gasparo Cairano eseguiva i suoi dodici Apostoli di contrappunto, pagati il 24 dicembre 1489.

In generale, tutta la produzione lapidea del cantiere di Santa Maria dei Miracoli eseguita nel decennio successivo al ciclo degli Apostoli, limitatamente a quanto presente all'interno dell'edificio, è riconducibile al Cairano e ai suoi collaboratori. Non è da escludere che quest'opera propedeutica portasse in seno proprio il diritto a proseguire i lavori, in un vero e proprio confronto disputato tra Cairano e il Tamagnino. Notare, comunque, che il ciclo di Angeli del Tamagnino si pone a un livello di qualità artistica decisamente superiore a quello degli Apostoli del Cairano, fosse solo per la relativa modernità dei primi, rivolti verso il nuovo classicismo veneziano di Antonio Rizzo, ma anche per la superiore qualità tecnica. È probabile, quindi, che a supporto di Gasparo vi fosse un qualche favore locale che gli consentì di affermarsi sul Tamagnino indipendentemente dalle proprie iniziali capacità artistiche, ancora in fase di sviluppo. Oltre agli Angeli, il Tamagnino consegna anche tre dei quattro busti clipeati per i pennacchi della prima cupola con i Dottori della Chiesa, più due tondi minori per il fregio della navata centrale: per questi cinque manufatti, tre dei quali molto grandi, e per i dodici Angeli, lo scultore riceve dalla Fabbrica del santuario un compenso inferiore a quello corrisposto al Cairano per i soli Apostoli.

Può essere ricercata in questa palese differenza di trattamento la più plausibile spiegazione all'immediata partenza dell'artista da Brescia, a cantiere del santuario ancora aperto, trovando evidentemente il suo lavoro sottovalutato, nonché sottopagato, in relazione addirittura con la produzione di un artista molto meno capace di lui. L'alternativa del Tamagnino al non gratificante cantiere bresciano è la prestigiosissima commessa per la facciata della Certosa di Pavia, da seguire sotto la direzione del padrino Amadeo e di Antonio Mantegazza. Il patto societario tra l'artista e i due scultori viene stretto nel maggio 1492 e apre al Tamagnino un'esperienza formativa unica, nonché un notevole salto di carriera.

Nel 1499 il ducato di Milano viene conquistato dai francesi, provocando una diaspora di artisti dalla città verso tutto il nord Italia e oltre. È forse questa la ragione del ritorno a Brescia del Tamagnino, al quale gli si presenta comunque l'allettante commessa dell'apparato lapideo dell'erigendo palazzo della Loggia, al quale egli partecipa tra il novembre 1499 e il giugno 1500. La fabbrica, aperta nel 1492 alla dipartita dello scultore dalla città, è in quel momento ormai egemonizzata dalla figura di Gasparo Cairano, già da qualche anno incoronato alla stregua di scultore di corte dalle alte cariche bresciane, pubbliche e private. I due artisti, pertanto, un decennio dopo il comune esordio, tornano a confrontarsi sulla scena del più importante cantiere bresciano del momento.

All'arrivo del Tamagnino nel 1499, il Cairano ha già consegnato almeno cinque Cesari e diverso altro materiale lapideo, tuttavia in quell'anno è registrato solamente il pagamento di una protome virile, dato che il lavoro dell'artista è completamente assorbito dai due Trofei angolari giganti, da poco cominciati. Nel novembre 1499, il Tamagnino si insidia rumorosamente nel monopolio del concorrente, consegnando ben quattro Cesari e tre protomi leonine e mettendo in mostra le sue capacità e il suo calibro. Tuttavia, nei sette mesi successivi le consegne dello scultore prendono uno strano andamento: mentre al Cairano si susseguono anticipi e saldi per i soli Trofei, in una vera e propria cesura produttiva che non registra altri suoi lavori, il Tamagnino realizza due soli Cesari e ben diciassette protomi leonine, la più ingente quantità di questi pezzi registrata nel cantiere della Loggia in un periodo così ristretto. Notare che il ciclo delle protomi leonine prevedeva manufatti molto più seriali e ripetitivi di quello delle protomi virili, tanto da essere considerato secondario e al quale operarono molti altri lapicidi di bassa levatura. Inoltre, ogni opera del Tamagnino viene pagata palesemente molto meno rispetto ai saldi medi per i manufatti dello stesso tipo.

I suoi Cesari, sei in totale e pure assolutamente pregevoli, vengono praticamente relegati sui due fianchi sud e ovest, di fatto sul retro del palazzo e nell'angolo meno frequentato. Davanti a tale deprezzamento del proprio lavoro, diventa plausibile l'idea che con il sesto e ultimo Cesare consegnato, identificabile nell'esemplare più scadente dell'intero ciclo, il Tamagnino intendesse schernire collega e committenti, che per la seconda volta a Brescia ne avevano sabotato il successo, o quantomeno il giusto riconoscimento, ignorando e sottostimando il suo lavoro. Dopo questi eventi, il Tamagnino abbandona Brescia probabilmente per sempre, lasciando Gasparo Cairano unico protagonista del panorama artistico scultoreo locale.

Del 1500 è il busto di Acellino Salvago, suo capolavoro, conservato al Kaiser Friedrich Museum di Berlino.



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PERSONE DI PORLEZZA : LIVIA BIANCHI

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«Nel settembre 1943, accorreva con animo ardente nelle file dei partigiani, trasfondendo nei compagni di lotta il fuoco della sua fede purissima per la difesa del sacro suolo della Patria oppressa. Volontariamente si offriva per guidare in ardita ricognizione attraverso la impervia montagna una pattuglia che, scontratasi con un grosso reparto nemico impegnava dura lotta, cui essa, virilmente impugnando le armi, partecipava con leonino valore, fino ad esaurimento delle munizioni. Insieme ai compagni veniva catturata e sottoposta ad interrogatori e sevizie, che non piegarono la loro fede. Condannati alla fucilazione lei veniva graziata, ma fieramente rifiutava per essere unita ai compagni anche nel supremo sacrificio. Cadde sotto il piombo nemico unendo il suo olocausto alle luminose tradizioni di patriottismo nei secoli fornite dalle donne d'Italia.»
— Cima Valsolda, settembre 1943 - gennaio 1945.


Nata a Melara (Rovigo) nel 1919, fucilata il 21 gennaio 1945 a Porlezza (Como), casalinga, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Si sposò a soli sedici anni con un giovane di Revere (Mantova) che, chiamato alle armi e spedito al fronte durante la II guerra mondiale, cadde prigioniero degli Alleati. Rimasta sola con un figlio piccolo, senza marito e senza lavoro, sul finire del 1942 Livia raggiunse la propria famiglia, che si era frattanto trasferita a San Giacomo Vercellese. Qui trovò lavoro come bracciante in risaia, per poi trasferirsi a Torino, ove entrò in contatto con ambienti antifascisti.

In coincidenza con l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unì alla lotta antifascista, inquadrata con il nome di battaglia di "Franca" nel gruppo "Umberto Quaino" della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", fu operativa come staffetta porta-ordini e combattente nella regione montuosa del Lago di Lugano. Alla fine di novembre 1944, il centro antiribelli di Menaggio organizzò nella zona una vasta azione di rastrellamento impiegando 1400 uomini: lo scopo era di eliminare le formazioni partigiane nelle valli occidentali del basso Lario.

Per sfuggire alla cattura insieme ai compagni del distaccamento Quaino della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" Giuseppe Selva Falco, comandante, Angelo Selva Puccio, Angelo Capra Russo, Ennio Ferrari Carlino e Gilberto Carminelli Bill riuscirono a rifugiarsi in una baita all'Alpe vecchio. Riuscirono a sopravvivere in condizioni disumane alle intemperie dell'alta montagna fino a metà gennaio 1945. Stremati, scesero a valle rifugiandosi in casa di un antifascista loro conoscente. In seguito ad una soffiata, i militi circondano la casa nella notte del 20 gennaio e all'indomani, dopo un violento combattimento costringono alla resa il gruppo dallo scarseggiare delle munizioni e dalla falsa promessa di aver salva la vita.

Il gruppo di partigiani asserragliato nell'abitazione fu invece speditamente condotto al locale cimitero e schierato di fronte al muro di cinta per essere sommariamente passato per le armi. A Livia Bianchi fu offerta la grazia e la libertà in quanto donna, ciò che - come recita la motivazione della Medaglia d'oro al valore militare che le fu concessa alla memoria - ella rifiutò per la sua dignità di donna e di partigiana, restando unita ai compagni nel supremo sacrificio.




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LE CITTA' DEL LAGO DI LUGANO : PORLEZZA




Sull'estremo golfo orientale del lago di Lugano, il paese è circondato da verdi montagne meta di varie escursioni e passeggiate. Oltre al centro principale compongono il comune di Porlezza le frazioni di Tavordo, Begna, Agria e Cima.

Il paese, importante centro turistico e commerciale, è situato in territorio italiano all'estremità nord-orientale del Lago di Lugano (Ceresio).Vi si può arrivare sia attraverso la Svizzera, costeggiando il Ceresio, sia restando in territorio italiano, percorrendo la statale Regina fino ad Argegno per poi attraversare la Val D'Intelvi, oppure fino a Menaggio da dove parte la deviazione per Porlezza.

La località è molto frequentata soprattutto nel periodo estivo, poiché oltre ad essere un centro balneare ricco di attrezzature turistiche, offre la possibilità di compiere diverse escursioni sui monti circostanti.

Di notevole interesse storico è la frazione Cima, che ha mantenuto una tipica struttura medievale con resti di antiche mura e fortificazioni.
A pochi chilometri dal paese, in direzione di Menaggio si possono visitare il Lago del Piano e l'Orrido di Corrido e in direzione della Val d'Intelvi le grotte di Rescia, ricche di suggestive stalattiti e stalagmiti, e l'Orrido di Osteno.

I primi abitanti queste zone furono i Gauni, i quali battezzarono le rive del lago denominandole Gaune sponde. Porlezza, nell'antichità, è indicata con Porletia, spesso Prolectia e Proletia, in diversi scritti anche col nome di Porlexe e Portolexe; si trova anche Portus Laetitiae, toponimo che indicava l'antico porto.

Nel X secolo Porlezza, fino ad allora feudo dei marchesi Corradidi di Lecco, Attonidi, passò sotto il controllo dell'Arcivescovo di Milano. Durante la guerra tra Milano e Como (1117-1127), Porlezza fu una piazzaforte milanese e, dopo la sconfitta della città lariana, rimase parte del contado di Milano. (Stessa sorte ebbero, dal XIII secolo, anche il Varesotto ed il Lecchese). Tale compartimentazione amministrativa sopravvisse per secoli, fino alle riforme illuministe dell'imperatore Giuseppe II; nel 1786 il comune del Ceresio fu incluso nella provincia di Como. Il fratello dell'imperatore, Leopoldo II, annullò l'atto di trasferimento nel 1791, ma i rivoluzionari giacobini lo riproposeo nel 1798, salvo poi revocarlo nuovamente l'anno dopo.

Fu solo il 13 maggio 1801 che il governo della Repubblica Italiana deliberò la definitiva annessione di Porlezza alla provincia comasca. Dal punto di vista religioso, tuttavia, Porlezza rimase - e così è tuttora - sotto la Diocesi di Milano. Alla caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna sancì nel 1814 la nascita del Regno Lombardo-Veneto, concepito dal Metternich; Porlezza venne designato come capoluogo del distretto VI della provincia di Como, istituita l'anno successivo. Nel 1859, in seguito alla seconda guerra d'indipendenza, la Pace di Zurigo dispose l'annessione della Lombardia (esclusa Mantova e gran parte della sua provincia) al Regno di Sardegna.

Nel 1928, allorché il regime fascista decise di sopprimere numerose entità comunali, furono annesse le due frazioni di Cima e Tavordo. Tavordo costituiva un antico comune del Milanese e, dal 1801, del Comasco, analogamente a quanto accadde a Porlezza; nel 1807 il comune di Tavordo fu una prima volta unito a Porlezza a seguito di un regio decreto napoleonico e, in seguito, venne ripristinato dal ritorno degli Austriaci. Cima venne invece slegata dall'appena soppresso comune di Cressogno, il quale confluì nel neonato comune della Valsolda, istituito con la volontà di restaurare l'antica unità della valle omonima.

Il 1º dicembre 2013 un referendum consultivo sulla fusione tra i comuni di Porlezza, Valsolda, Claino con Osteno, Corrido e Val Rezzo ha ottenuto un esito negativo.

La chiesa prepositurale di San Vittore il Moro: all'interno, nel presbiterio presenta affreschi di Giulio Quaglio di Laino con Episodi della vita del Santo e un altare barocco, stucchi del Settecento, arredi, dipinti e sculture lignee. Il campanile possiede un concerto di cinque campane in tonalità di Si2 fuse nel 1938 dalla Fonderia Carlo Ottolina di Seregno.
La chiesetta romanica di San Michele del secolo XII, conserva l´affresco dell'Ultima Cena del 1347.
Il santuario di Nostra Signora della Caravina, a Cressogno, edificato nel 1663: l'interno è decorato da affreschi del sec. XVII.
Il tempietto di San Carlo Borromeo fu eretto su progetto di Pellegrino Tibaldi da Puria.
L'oratorio di San Maurizio martire è esempio di architettura romanica comacina dei secoli XI e XII, coperto da una frana nel secolo XIV) fino al 1966, è stato riportato alla luce e restaurato.

Celebri artisti di Porlezza furono alcuni membri della famiglia Della Porta, che tra il XVI e il XVII secolo eccelsero nella scultura, nella pittura e nell'architettura.

Porlezza è inoltre spesso citata nel romanzo Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro; in particolare a Porlezza risiedeva l'Imperial Regio Commissario dell'omonimo distretto.

Persone legate a Porlezza:
Livia Bianchi, partigiana, medaglia d'oro al valor militare
Giovanni da Porlezza (XVI secolo), architetto e scultore presso cui lavorò il giovane Andrea Palladio
Antonio Della Porta detto Tamagnino, scultore
Giacomo Della Porta (Porlezza, 1532 – Roma, 1602), architetto e scultore, autore della cupola di San Pietro per papa Sisto V
Giovanni Giacomo Della Porta, architetto e scultore
Guglielmo Della Porta, scultore
Francesco Muttoni (Cima di Porlezza, 1667 – Vicenza, 1747), architetto
Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio








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