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giovedì 11 giugno 2015

PALAZZO D'ARCO A MANTOVA

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Il Palazzo, splendida residenza dei conti d'Arco, come oggi si presenta nella sua imponente facciata e nelle strutture interne, fu eretto fra il 1784 e gli anni immediatamente seguenti dall'architetto neoclassico Antonio Colonna per un ramo della casata trentina dei conti d'Arco.
A Mantova la presenza e l'importanza dei conti d'Arco erano rilevanti già prima del Rinascimento. Nel 1740 un ramo della famiglia era venuta ad insediarsi stabilmente, avendo ereditato in questa città la dimora dei conti Chieppio, che si trovava nel luogo stesso in cui ora si erge la parte anteriore del Palazzo d'Arco. L'idea di una ricostruzione radicale dell'edificio dove avevano abitato i Chieppio si affacciò poco dopo il 1780 nella mente del conte Giovanni Battista Gherardo d'Arco.

La bella facciata si ispira all'arte del Palladio. Mostrano soluzioni d'arte pure interessanti e solenni l'atrio d'ingresso, il cortile, lo scalone e gli ambienti interni. Chi percorre poi l'adiacente via Portazzolo può vedere lungo il fianco del Palazzo i resti di strutture precedenti al rinnovamento. Nel secolo scorso e precisamente nel 1872 la proprietà corrispondente alla vecchia residenza dei Chieppio fu ampliata da Francesco Antonio d'Arco che acquistò dai marchesi Dalla Valle l'area situata al di là dell'esedra, che comprende il giardino e alcuni corpi di costruzione rinascimentale.

Recentemente, come viene ricordato dalla lapide applicata nell'atrio, Giovanna dei conti d'Arco, per matrimonio marchesa Guidi di Bagno, con illuminato atto testamentario ha voluto che l'assieme costituito dal Palazzo e dalle raccolte in esso contenute divenissero un pubblico Museo, a beneficio della città e del mondo della cultura. L'edificio è stato legato alla città di Mantova attraverso una fondazione che ne mantiene inalterato il fascino sette-ottocentesco di dimora patrizia. E' completamente arredato come ai tempi dell'ultima discendente della nobile famiglia.
Di notevole valore artistico e storico la pinacoteca. Interessante la cucina ottocentesca ricca di oggetti di rame. Al di là dell'inusuale esedra che chiude il cortile d'onore è visitabile il grande ciclo di affreschi della Sala dello Zodiaco opera di G.M. Falconetto degli inizi del XVI secolo.

La collezione di dipinti di palazzo d’Arco si configura anzitutto come una tra le più ricche (se non la più ricca in assoluto) di tutto il territorio mantovano, splendida di oltre trecento dipinti. Da un punto di vista storico è però necessario precisare come l’attuale collezione sia da un lato frutto della fusione di più raccolte familiari, dall’altro veda innestarsi su questo “corpus” un’attenta ricerca collezionistica dedicata soprattutto all’ambito mantovano e condotta in particolar modo nell’Ottocento con Carlo d’Arco. Analizzando con maggiore attenzione queste istanze emerge anzitutto il compito delle famiglie che hanno posseduto il palazzo, ed in particolar modo dei Chieppio. La loro collezione è in gran parte perduta, ma alcuni dipinti sono ancora presenti nelle sale del palazzo. Gran parte delle tele si deve poi ai d’Arco (e basti pensare ai sessanta ritratti nella Sala degli Antenati), ma sono presenti anche opere portate in dote dalle mogli dei d’Arco. Significative a questo proposito sono le tele un tempo appartenenti alla famiglia Ardizzoni di Pomà, della nobiltà monferrina, qui giunte grazie a Teresa, moglie di Francesco Eugenio d’Arco e madre di Giovan Battista Gherardo. Importanti furono gli acquisti sul mercato, soprattutto nell’Ottocento, volti a recuperare opere d’arte in particolar modo appartenenti all’ambiente artistico mantovano. Pittori furono infine Carlo d’Arco (sue, ad esempio, le tele oggi in portineria) e la marchesa Giovanna. La collezione comprende dipinti dalla fine del Trecento all’Ottocento. Anticamente era presente anche un’opera di Andrea Mantenga, oggi dispersa. Da un punto di vista stilistico, accanto agli artisti che hanno operato a Mantova, nelle opere in palazzo emerge un attento interesse per la pittura veneta e lombarda, con notevoli spunti fiamminghi, emiliani e romani. L’attuale disposizione ricalca un certo interesse iconografico. Almeno tre ambienti sono infatti dedicati ad accogliere ritratti (ed emergono soprattutto personaggi delle casate legate ai d’Arco). A sé stante è poi la raccolta dei teleri di Giuseppe Bazzani. Disposti in maniera meno ordinata nelle sale sono un discreto numero di dipinti di genere. L’Ottocento trova soprattutto luogo nella Sala Rossa, con ritratti di personaggi della famiglia d’Arco.

Il complesso degli arredi di Palazzo d’Arco appare ad un primo esame sostanzialmente omogeneo e temporalmente collocabile intorno al periodo della renovatio tardosettecentesca. Ad un più attento esame invece l’insieme degli arredi appare abbastanza variegato e legato a diverse provenienze: dagli acquisti fatti sul mercato italiano e straniero (basti pensare ai mobili veneziani o all’arredo della Sala Rossa) alle acquisizioni del palazzo in seguito al trasporto nella dimora cittadina di mobilio presente nelle proprietà del contado, come la villa dell’Olmo Lungo. Numerose d’altra parte sono le testimonianze del mobilio d’alta epoca, giunto nelle sale con acquisti mirati di gusto antiquario o tramite eredità e acquisizioni per via dotale da parte delle famiglie confluite in quella dei marchesi d’Arco: basti pensare ai quattro stipi con tarsie in avorio o alle decine di panche disseminate in vari ambienti e databili a partire dal Cinquecento.

Ricchissima è la collezione di disegni del palazzo. Sono conservate circa 150 opere comprendenti anche composizioni di grandi maestri. Tra questi ricordiamo: Giulio Campi (Cremona 1507 ca. – 1573), Angeli con i simboli della passione (studio per la volta del transetto di San Sigismondo in Cremona); Jacopo Negretti, detto Palma il Giovane (1548-1628), Mercurio e le tre Grazie, studi per le Grazie in piedi e sedute (recto) e studio per la caccia al toro (verso); Giovanni Mauro della Rovere detto il Fiamminghino (Milano 1475 ca. – 1540 ca.), Santo francescano in piedi fra gli appestati, Santo francescano in gloria fra gli appestati (recto); due santi nel deserto (verso). Altre opere sono autografe o assegnate ad Aurelio Luini (Milano 1530 ca. – 1593), Carlo Bononi, Carlo Antonio Procaccini (Bologna 1571 – Milano 1630), Giacomo Cavedone (Sassuolo 1577 – Bologna 1600), Johann Carl Loth (1632 –1698). Un nucleo consistente di disegni è quello legato a Carlo d’Arco (Mantova 1799-1872), storico dell’arte e artista. Tra i suoi disegni molti sono accademici e raffigurano soggetti vari, soprattutto opere d’arte. Non è possibile concludere la sezione dei disegni senza citare i cinque rari disegni raffiguranti altrettante Stazioni della Via Crucis opera Giuseppe Bazzani (Mantova 1690 - 1769).

Nel contesto delle collezioni della Fondazione d’Arco ha posto una notevolissima raccolta di ceramiche meritevole d’esser conosciuta dagli appassionati di questo settore artistico. Si tratta di un complesso piuttosto disomogeneo sotto l’aspetto tecnico (ceramiche graffite, maioliche, porcellane, terraglie) e storico (vi sono rappresentate produzioni d’ogni fabbrica e d’ogni epoca tra le più importanti) nato, più che da esigenze di collezionismo, dalle necessità d’uso e perciò frutto di scelte casuali e pratiche. Accanto ai grandi servizi da tavola in maiolica, degli Antonibon delle Nove di Bassano e della manifattura di Faenza, vi sono anche quelli in porcellana della produzione Ginori di fine Ottocento, vari esemplari di manifatture orientali, alcuni della manifattura lodigiana di Antonio Ferretti del secolo XVIII mentre altri rimandano ad officine pesaresi. Accanto a questi esemplari prestigiosi figurano anche testimonianze della grande tradizione ceramica mantovana, la lavorazione graffita dei secoli XV, XVI e XVII, ben rappresentata nel museo grazie ai numerosi reperti raccolti dalla marchesa d’Arco durante i lavori di sterro nella vicina zona occupata un tempo dallo scomparso convento di san Giovanni delle Carrette. Infine non si può negare che il valore della raccolta trovi il suo fulcro in due pezzi acquistati dai Gonzaga presso le più importanti botteghe del tempo, il boccale faentino con il simbolo del crogiolo e la coppa raffigurante “La pesca miracolosa” attribuibile alla cerchia di Nicola d’Urbino.

Estremamente eterogenee sono le sculture ed i rilievi presenti nelle collezioni d’Arco, sia come provenienza, sia come qualità. La maggior parte della consistente collezione di rilievi e marmi greci e romani di proprietà della famiglia venne donata al costituendo museo dell’Accademia delle scienze, lettere e arti ed ora compaiono nelle collezioni di Palazzo Ducale.

Non amplissima ma comunque interessante è la collezione di strumenti musicali di palazzo d’Arco. Gli ambienti della dimora che li ospitano sono il passetto che collega la Sala degli Antenati con la saletta Neoclassica, la cosiddetta Sala da Musica e la Sala Hofer. È comunque necessario ribadire che nessun esponente della famiglia d’Arco è stato un appassionato e valido musicista: la presenza di questi strumenti si deve pertanto al gusto collezionistico e ad acquisti sporadici.

Nell’insieme delle collezioni della Fondazione d’Arco è custodito anche un gruppo di armi antiche, una sessantina di pezzi in totale, che sono quello che resta di una importante sala d’armi, dispersa nel passato. Il gruppo è costituito da una ventina di armi bianche giapponesi e da una quarantina di armi bianche e da fuoco occidentali di varie epoche. Delle armi giapponesi citiamo alcune armi in asta, tradizionali esemplari delle lance “Yari” del periodo che va dal XVII al XIX secolo, tra le quali tre “Naginata”, che fu detta arma delle donne, due coppie di lance tra le più diffuse del periodo “Tokugawa” le “Magari-Yari” a forma di croce, e due coppie di armi corte “daisho”, costituite da “Katana” e “Wakizashi” complete del classico “Kozuka”, lo stiletto inserito nel fodero. Delle armi occidentali la più antica è una “Ronca” o “Roncone” (primi del secolo XVI). Di circa cento anni più giovane, fine del secolo XVI, è la lama di fabbricazione bresciana che sui due gusci reca inciso “Sandrinus Scaschus”, che era uno degli pseudonimi usati dallo spadaio Giovanni Scacchi Sandri di Brescia. Sempre degli ultimi decenni del secolo XVI sono classificabili le sette pezze difensive: i resti di un elmo, un pettorale, tre pezzi di scarsellone a lame, un mezzo bracciale ed un manichino con manopola a cinque lamine. Interessante è la balestra a pallottole da sala. Solo sei sono le armi da fuoco: una coppia di pistoletti bresciani, due pistole con acciarino a pietra detto “a focile” e da una coppia di pistole del tipo “alla balcanica”.

Sono circa diecimila i volumi della biblioteca d’Arco, più riviste e quotidiani. Tra le pubblicazioni più pregiate ricordiamo incunaboli (15), cinquecentine (500), tutta l’opera scientifica di Ulisse Aldrovandi, manoscritti (15). È presente l’intera Enciclopedie ou dictionnaire raisonnè des sciences, des arts et des metiers di Didierot e D’Alembert (Parigi 1751-1772 in 17 volumi + 11 di tavole, 5 di supplementi nel 1777 e 2 di indici nel 1780), la descrizione dei paesi del Guicciardini e l’erbario del Mattioli (solo per citare i più noti). La maggior parte dei volumi è collocata in Biblioteca e nelle sale attigue; alcuni libri pregiati sono in una vetrinetta nel passetto tra la Sala degli Antenati e la saletta Neoclassica, altri negli ambienti dell’Archivio.

Splendida e nutritissima è la collezione delle stampe. Qui sono conservati circa tremila esemplari di importanti maestri, tra cui Mantegna, Sadeler, Dürer, Marcantonio Raimondi, Agostino ed Annibale Carracci, Guido Reni, Antoine Van Dyck, Rembrandt, Callot, Salvator Rosa, Giandomenico Tiepolo. Notevole pure la collezione di stampe geografiche.

Nella prima sala della palazzina Dalla Valle, Sala di Apollo, troviamo sei vetrine che contengono uccelli imbalsamati (alcuni sono esposti sotto due campane di vetro nella Sala Hofer). Particolare attenzione è data alla fauna locale del mantovano, ma non mancano esemplari alloctoni. Alla destra dell’ingresso è un mobile che contiene parte della collezione malacologica. Negli altri mobili sono collocati gusci di tartarughe, ossa e teschi di animali di piccola taglia.
Gli animali imbalsamati sono stati restaurati nel ’93 da specialisti del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, mentre le altre collezioni sono state riordinate l’anno successivo. Non mancano inoltre strumenti scientifici. Nella sala successiva, Camera di Seth, è conservata la seconda parte della collezione malacologica (riordinata nel ’95) e la collezione di minerali e fossili (di grande interesse i pesci fossili provenienti da Bolca). Soprattutto ricordiamo però il coccodrillo imbalsamato posto al centro dell’ambiente (uno dei quattro conservati a Mantova) e i diversi teschi di animali, in particolar modo i due palchi di corna di Megalocerus giganteus e di Alces alces (quest’ultimo accompagnato da una stampa francese dell’Ottocento che lo ritrae).
Palazzo d’Arco accoglie il più importante dei quattro erbari mantovani (gli altri sono l’erbario ora al liceo classico “Virgilio” composto da Paolo Barbieri, quello all’istituto tecnico commerciale “Pitentino” allestito dal conte Antonio Malaguti e quello di Giuseppe Acerbi).L’erbario d’Arco fu creato dal conte Luigi con l’aiuto del farmacista Giacinto Bianchi. Si suddivide in 28 buste che raccolgono le piante del mantovano e delle vicine province di Cremona, Brescia, Verona e Pavia. Accanto all’erbario mantovano è presente anche l’erbario generale d’Italia, nato per una pubblicazione che non ebbe mai la luce.



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giovedì 9 aprile 2015

PIETRO BELLOTTO

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Bellotto Pietro nacque a Volciano, sulla riva bresciana del lago di Garda, nel 1627, morì a Gargnano del Garda nel 1700 fu un pittore italiano, attivo durante il periodo Barocco.

Studiò a Venezia nella fiorente scuola del padovano Girolamo Forabosco, che seguì specialmente come ritrattista e come figurista. Dipinse soprattutto vecchi e vecchie, con accuratezza, ma con minore pastosità del maestro e con predilezioni per le tinte ceree e notturne, in cui precedette Bernardo Bellotto, che si deve ritenere suo nipote, al pari di un altro Pietro Bellotto vedutista, forse di lui fratello, che si era trapiantato a Nantes intorno al 1768, detti entrambi Canaletto per via della madre, sorella del celebre Antonio. Il suo fare si vede specialmente nell'Uomo che legge della Pinacoteca di Brera, assegnatogli per antica attribuzione, e nella Vecchia che fila, la cosiddetta Lachesi di Stoccarda (firmata e datata 1654), a cui corrispondeva una mezza figura di vecchio, conservataci in copia nel museo di Feltre. Agli Uffizî se ne ha l'autoritratto, del pari firmato e datato 1651. Ed è sua in Palazzo Ducale, nella sala dello scrutinio, la Storia di Margaritino.

La sua prima produzione di ritratti e di figure fantasiose venne accolta favorevolmente e gli garantì una certa notorietà anche al di fuori del capoluogo veneto.

Tra i suoi protettori figurarono importanti personaggi dell'epoca, come ad esempio il cardinale Mazzarino, il papa AlessandroVIII, la principessa Adelaide di Savoia.

Dopo un soggiorno all'estero, a Monaco di Baviera, ottenne l'incarico di soprintendente alle Gallerie di Città da parte del duca di Mantova Ferdinando Gonzaga.

Tra le sue opere più emblematiche si annoverarono la Presa e distruzione del castello turco Margariti in Albania, su ambientazione storica ed eseguito seguendo l'influenza del maestro Forabosco, pur senza eguagliarne la qualità per le tinte, per i particolari e per l'impostazione compositiva.

Le doti del Bellotto si espressero al meglio nelle raffigurazioni fantasiose, che valorizzarono i chiaroscuri, le analisi dei dettagli e soprattutto la novità di un realismo quasi caricaturale, come evidenziarono Autoritratto (1658) e Luchesi (1654). Nella chiesa di San Domenico, a Capodistria, con il pittore Stefano Celesti, realizzò i Misteri del Rosario.

Nella sua ricerca di una realizzazione artistica veristica, Bellotto venne influenzato dalla pittura popolaresca del Keil, anche se nell'ultimo periodo tenderà verso un humour talvolta grottesco e brutale.

Sebbene il nome di Pietro sia da tempo conosciuto agli studiosi, le sue opere non sono mai state oggetto di un'analisi che ponesse in risalto le peculiari caratteristiche stilistiche, mettendole a confronto con quelle dei dipinti degli altri componenti il clan dei Canal: Bernardo Canal, Antonio Canal, Bernardo Bellotto.
A Tolosa dove il 25 marzo 1749 si unì in matrimonio con Françoise Lacombe, dalla quale aveva avuto una figlia, Barbe, battezzata alla vigilia delle nozze (Mesuret 1952, p. 170). Dal matrimonio nacquero altri due figli di cui uno, dal nome sconosciuto, fu pittore di anatomia e ritrattista. Negli anni 1755, 1760, 1765, 1774 e 1790 i dipinti di Bellotti (il cognome venne francesizzato anche in Beloty) furono esposti al Salon dell'Académie Royale de Peinture, Sculpture et Architecture di Tolosa. Il più importante Salon fu quello del 1765 nel quale vennero presentati, sotto il n. 35 del catalogo, «Vingt petits Tableaux, par Belloti, peintre, qui sont de Vues en perspective». Di questo nutrito gruppo di vedute ben diciassette tele, tutte misuranti 37x48 cm, sono state individuate da Robert Mesuret nel castello di Merville, presso Tolosa, nella collezione del marchese di Beaumont.
Le vedute, finora pubblicate solo in piccola parte, raffigurano varie città europee, tra cui Venezia, Firenze, Roma, Milano Genova, Malta, Marsiglia, Versailles, L'Aia, e sembrano quasi tutte derivate da stampe. Altri dipinti della stessa serie mostrano l'interno di una chiesa, un lago, un porto di mare al tramonto con edifici d'invenzione capricciosa.
Tra le vedute di Venezia esposte al Salon del 1765, quella raffigurante Il molo con la Piazzetta e il palazzo Ducale si basa sul prototipo di Antonio Canal nella collezione del duca di Norfolk (Constable, Links 1989, n. 104), mentre quella con San Giorgio Maggiore verso la riva degli Schiavoni deriva, con minime variazioni nelle figure, dalla corrispondente acquaforte di Michele Marieschi facente parte della serie pubblicata nel 1741.
I dipinti di Bellotti sono quasi sempre derivati da stampe. Per quanto riguarda le vedute veneziane, il pittore utilizzò le raccolte di Michele Marieschi (1741), di Antonio Visentini (1742) e del Canaletto (1745-1746), mentre per i capricci si avvalse anche delle incisioni di Fabio Berardi derivate da dipinti del Canaletto.

Lavorò in Germania (a Monaco specialmente), a Milano e a Mantova, oltreché nel Veneto, ma, ad onta dei guadagni, morì in miseria.


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