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lunedì 17 ottobre 2016

LA TOGA

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La toga - il cui nome è collegato con il verbo latino tego,"ricoprire" - era una veste usata dagli antichi romani. Si indossava sopra la "tunica" e  avvolgeva la persona passando sotto l'ascella destra in modo da lasciare libero il braccio destro e si annodava sopra la spalla sinistra formando, così, ricche pieghe trasversali.
Senza dubbio, la toga era una veste signorile e, comunque, non veniva indossata dalla plebe. Nell'Antica Roma era l'emblema delle cariche pubbliche, del potere civile, dell'attività politica.

Nell'Antica Roma si distinguevano diversi tipi di toga:
- la "toga praetexta" - cioè orlata di porpora - era considerata la veste nazionale romana ed era diversificata per colore e per tipo di orlatura a seconda delle cariche e delle circostanze; la "toga virilis" era il simbolo della maggiore età ( i fanciulli la indossavano a 17 anni ); la "toga purpurea", infine, era privilegio dell'Imperatore.
A seguito del  crollo dell'Impero Romano la toga cadde in disuso per comparire nel Medio Evo come abito solenne per magistrati, patrizi, persone di rango e, perfino, per i medici.
Nel corso dei tempi la toga subì profonde modifiche rispetto al modello originale romano. Essa divenne più ampia e più lunga, venne corredata di maniche e altri accessori, come il colletto e il copricapo.
In tal modo la toga è giunta fino ai giorni nostri divenendo la veste tradizionale dei giudici e degli avvocati nei dibattiti processuali, nonché il paramento solenne degli accademici e dei docenti universitari nelle cerimonie pubbliche.
Nel tempo sono state più volte fissate precise regole perché la foggia delle toghe rendesse chiaro, evidente il grado o il rango di chi le indossava.
Gli artt. 104 e 105 del R.D. del 26.08.1926, riguardanti le toghe e i tocchi degli avvocati, così dispongono:
Art. 104. – “Le divise degli avvocati e dei procuratori sono conservate nella foggia attuale, con le seguenti modificazioni: per i procuratori la toga è chiusa ed abbottonata in avanti con colletto largo cinque centimetri e orlato da una leggera filettatura in velluto e cordoni e fiocchi di seta nera; cravatta di battista bianca con merlettino e tocco in seta senza alcun distintivo. Per gli avvocati la toga è aperta, con larga mostratura in seta, colletto largo venti centimetri ed orlato da fascia di velluto dell'altezza di tre centimetri, maniche orlate da fascia di velluto dell'altezza di dieci centimetri, cordoni e fiocchi d'argento misto e seta nera, o d'oro misto a seta nera, (nelle proporzioni di due terzi ed un terzo) a seconda che siano iscritti nell'albo di un collegio o nell'albo speciale di cui all'art. 17 della legge 25 marzo 1926, n.453, cravatta di battista bianca con merlettino e tocco in seta, fregiato da una fascia di velluto.



Gli avvocati ed i procuratori debbono indossare le divise nelle udienze dei tribunali e delle corti, nonché dinanzi alle magistrature indicate nel capoverso dell'articolo 4 dalla predetta Legge e dinanzi ai consigli dell'ordine ed al Consiglio Superiore Forense. Si procede in via disciplinare contro coloro che contravvengono alla presente disposizione”.
Art. 105. – “Il tocco dei membri dei consigli degli ordini dei procuratori è fregiato di un cordoncino di argento misto a seta nera; quello dei presidenti in città non sedi di corte di appello, di un gallone di argento portante nel mezzo un cordoncino di argento misto a seta nera; e quello dei presenti in città sedi di corte di appello, di due galloni di argento misto a seta nera.
Il tocco dei membri del consiglio dell'ordine degli avvocati è fregiato di un cordoncino di oro misto a seta nera, quello dei presidenti in città non sedi di corte di appello di un gallone d'oro portante nel mezzo un cordoncino d'oro misto a seta nera, quello dei presidenti in città sedi di corte di appello e dei membri del consiglio superiore forense di due galloni portanti nel mezzo di ciascuno di essi un cordoncino d'oro misto a seta nera, e quello del presidente del consiglio stesso di tre galloni di oro portanti anche nel mezzo di ciascuno di essi un cordoncino d'oro misto a seta nera.
L'argento e l'oro sono in correlazione alla seta nella proporzione di due terzi e di un terzo.
Il tocco dei dirigenti delle associazioni di avvocati e procuratori legalmente riconosciute è egualmente fregiato di speciale distintivo che per il segretario nazionale è costituito di due galloni di oro misto ad argento in eguali proporzioni, per il segretario dei sindacati di un gallone di oro misto ad argento in eguali proporzioni, per i membri del direttorio di un cordoncino d'oro misto ad argento anche esso in eguali proporzioni. I cordoncini sono per larghezza ed altezza alquanto più piccoli di quelli degli ufficiali inferiori del regio esercito e i galloni simili a quelli degli ufficiali superiori.
Il tocco con i fregi predetti si usa nelle cerimonie ufficiali e nelle udienze del consiglio superiore forense. Nelle altre circostanze si usa il tocco di seta con fascia di velluto per gli avvocati e il tocco di seta per i procuratori”
Si ricordi che la figura del procuratore legale è stata soppressa.

Anche alcuni pastori protestanti, soprattutto quelli di tradizione luterana e calvinista, indossano normalmente una toga durante il culto evangelico, in particolare per la predicazione. Questa prassi fu voluta dai primi riformatori in esplicita polemica con l'uso cattolico-romano dei paramenti liturgici: la toga era un abito laico (come laico è a tutti gli effetti un pastore), ma era anche il segno di chi aveva visto pubblicamente riconosciuta (normalmente con il conseguimento del dottorato) la propria formazione accademica. Il pastore riformato, quindi, continua ad essere un membro di Chiesa non rivestito di particolari funzioni sacerdotali, e però, in virtù dei suoi studi teologici pubblicamente riconosciuti, viene scelto per una funzione ecclesiastica per molti versi analoga a quella civile del magistrato, il quale applica ai casi concreti una legge (per il pastore, la Scrittura) non stabilita dal magistrato stesso.



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sabato 5 settembre 2015

CIAO GIUSEPPE Quando Ti Faranno Riposare in Pace?

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Il sindacato di polizia Coisp regisce duramente alla presentazione dell'ultimo film di Ascanio Celestini "Viva la sposa!", ispirato alla morte del carpentiere Giuseppe Uva avvenuta a Varese il 14 giugno del 2008 e per la quale la sorella chiede giustizia, convinta che determinanti siano state le percosse subìte nella caserma dei carabinieri dove fu portato quella notte.

Attualmente è in corso un processo per stabilire le vere cause della morte di Uva. Dopo un processo travagliato agli operatori sanitari, tutti assolti, ora è in corso un procedimento contro i due agenti e i cinque carabinieri che nella notte tra il 13 e il 14 giugno trascinarono l'operaio nella caserma di via Saffi e, stando alle parole dell'amico, lo picchiarono a sangue.

Giuseppe Uva aveva 43 anni quando morì a Varese, nel giugno del 2008, dopo essere stato fermato e trattenuto in caserma a Varese per alcune ore. Un’altra "vittima dello Stato", come si denuncia da anni.  L'amico, racconta di aver sentito che nella stanza vicina, Giuseppe Uva, grida, urla; e poi del fracasso, rumori. Col cellulare, che i carabinieri non gli hanno portato via, chiama di nascosto l’ospedale. Quando l’auto-lettiga arriva, viene rimandata indietro: "è tutto tranquillo assicurano, solo due ubriachi un po' agitati".Gli avrebbero somministrato farmaci che hanno provocato una letale intolleranza. Ma alle 5 del mattino che da via Saffi parte la richiesta di un Trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, viene poi trasferito al reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo, mentre il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici - gli unici indagati dell'intera storia - gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso, perché sarebbero incompatibili con l'alcol bevuto durante la notte. La sorella racconta" Su tutto il fianco era blu, quei segni erano lividi. Poi vedo il pannolone. E mi chiedo: perché aveva il pannolone? Mia sorella prende il sacchetto in cui c’erano i pantaloni e li guardiamo. Erano pieni di sangue sul cavallo. Gli slip non c’erano. Gli ho tolto il pannolone e ho visto il sangue. Gli sposto il pene e vedo che aveva tutti i testicoli viola e una striscia di sangue che gli usciva dall’ano. Da quel momento ho giurato che avrei fatto tutto il possibile per arrivare alla verità sulla sua morte, un simile scempio non può restare impunito".



Emorragia da emorroidi, sostengono in procura. Morte da tortura, per l'avvocato scelto dalla famiglia. La differenza che passa tra le due ipotesi è quella tra il dolore e l'orrore, tra un lutto accidentale e una "lezione a un ubriaco" finita male. Il "caso Uva" sta in bilico su questa linea di confine. Sono stati processati tre medici, poi prosciolti. Adesso stanno per finire davanti a un giudice 2 carabinieri e 6 poliziotti, fino a ieri sospettati solo per lesioni lievissime. A loro carico, ipotesi di reato che vanno dall'omicidio preterintenzionale (volevo fargli del male ma non fino al punto di), all'arresto illegale, al pestaggio ("indebita e violenta manomissione del corpo altrui"), al colpevole ritardo nell'affidarlo alle cure di un ospedale. Quasi tutto a rischio prescrizione, visto il tempo passato dai fatti.

Sulla lapide di Giuseppe c'è un Cristo in croce, una foto dove sorride felice con un pezzo di panettone in mano, e una gru a sbalzo color bronzo. Il gruista era il suo ultimo lavoro, ma ci andava a strappi, mollava e ritornava. Uno spirito libero, che dormiva a casa di un amico, di qualcuna delle sorelle, della donna del momento, qualche volta in albergo perché gli piaceva molto l'idea. Come gli piaceva bere, ballare, far casino, tenersi i capelli lunghi raccolti in una coda o sciolti e mossi, a seconda dell'umore.

Dopo la fine del matrimonio con Maria che se n’era andata col suo miglior amico, un commercialista, e questo l’aveva schiantato fino a spingerlo a fare il vagabondo per un anno e più, era tornato con l’aria di chi ha deciso di viversela un po’ alla giornata.

Per descrivere quella notte e l’alba successiva, basterebbe la cronaca. Il problema è che non ce n’è una sola. Ce ne sono due, opposte.

Quella ufficiale, nel senso che è stata assunta come vera dal pubblico ministero che gestisce il caso dal principio, comincia come l’altra con una bravata. È venerdì 13 giugno di un’epoca che sembra lontanissima.

Giusto a Varese, Pino Uva è a casa dal suo amico e vedono una partita della nazionale in tv, poi vanno per locali a tirar tardi. L’ultimo, Le Scuderie di via Cavallotti, chiude alle 3. I due, piuttosto ubriachi, non trovano di meglio che spostare transenne in mezzo alla strada e deviare il traffico.

Passa una Gazzella dei carabinieri, invitano la coppia a smettere. Ma Uva reagisce male, in parole e opere. Urla insulti (“toglietevi la divisa e poi vediamo”)“, i vicini si affacciano protestando, lui comincia a dare calci e pugni ai loro portoni. A quel punto, “onde evitare che la vicenda degenerasse”, i carabinieri chiamano in aiuto una Volante della polizia, ne arrivano due per sbaglio, poi se ne aggiungerà anche una terza (uno spiegamento di forze un po’ eccessivo per due balordi, visto che la città rimane a lungo sguarnita del presidio esterno di vigilanza, ma così è). Caricano Pino l'amico sulle auto e li portano nella caserma di via Saffi per il verbale, ore 3.50 (va sottolineato che questo orario, e gli altri successivi, sono quelli della versione ufficiale). Ma qui le cose degenerano per davvero.

Uva dà di matto, il lunedì successivo ha l’esame per riottenere la patente, teme che un verbale per alcolismo ne comprometta l’esito, perde quel poco di controllo di sé che aveva, rovescia una scrivania, poi “dalla sedia dove sedeva si dà una spinta all’indietro con i piedi, cadendo unitamente alla stessa per terra battendo il capo dapprima contro il muro e quindi volontariamente sul pavimento con il chiaro intento di lesionarsi”. Fortuna che un agente pietoso infila la scarpa tra la testa di Uva e il pavimento per attutire un po’ i colpi. Anche se in otto, gli uomini in divisa non riescono a contenere il suo forte stato di agitazione e convocano la guardia medica nella persona del dottor Augustin Desiré Noubissie che prova a fargli un’iniezione di calmante. Uva la rifiuta in malo modo, come rifiuta l’aiuto di un altro medico chiamato a rinforzo, Andrea Obert. Si decide di chiamare l’ambulanza del 118, che carica Pino non senza fatica (uscendo dà, darebbe diciamo così, un’ultima testata alla porta a vetri) e alle 5.48 lo deposita al pronto soccorso dell’ospedale dove, malgrado venga catalogato in “codice verde”, cioè non urgente, tre medici lo imbottiscono di farmaci e lo trasferiscono in psichiatria, dove cadrà in un sonno profondissimo e poi, dalle 10.30, eterno. Nel frattempo gli vengono tolti gli slip intrisi di sangue, che spariscono dalla scena per sempre. Causa del decesso, secondo il pm: “La combinazione, continuata per ore, di sedativi con l’alto tasso alcolico riscontrato nell’organismo”. Da qui, l’accusa, rivelatasi a processo non fondata, contro i medici.

È di fatto la seconda versione di quel venerdì 13. Anzi, di quel sabato 14, tra le 3 e le 10.30 di mattina. C’è una querela presentata il giorno dopo alla Procura di Varese, in cui l’amico che ha condiviso quelle ore con Giuseppe Uva, racconta una storia completamente diversa dalla cronaca ufficiale, in cui l’unica cosa che coincide sono le transenne spostate per fare una bravata.

I carabinieri che arrivano sul posto sono già molto arrabbiati. Pare anche ci sia stata una rissa recente con qualcuno di loro, in borghese, fuori da una discoteca. E che Uva, poche sere prima, abbia legato con una catena il cancello d’entrata della stazione di Caravate.

Uno dei carabinieri indica Pino e bestemmiando gli dice: “Proprio te stavo cercando. Adesso te la faccio pagare”. Pino si allontana, quello lo raggiunge, “lo scaraventa sul pavé”, lo carica sulla Gazzella in manette e comincia a menarlo. La scena si sposta nella caserma. Uva viene fatto entrare in una stanza dove c’è un via vai di carabinieri e poliziotti. Alberto resta fuori e lo sente gridare disperato, per tanto tempo gli sembra. “Ahi, basta, ahi, ahia”. E poi rumori sordi di colpi. Allora chiama lui il 118: venite, stanno massacrando un uomo. L’operatore dell’ambulanza chiede conferma in caserma prima di muoversi.

Gli rispondono che sono due ubriachi, di non preoccuparsi. Siamo intorno alle 4. Per il giudice, Uva è stato trattenuto “per un’ora e mezza in un presidio di polizia senza necessità operative”. Per ilp.m., “21 minuti d’orologio”, di cui solo 7 nella stanza da cui l'amico ha sentito le urla. Quando, dopo le 5, l’ambulanza arriva finalmente in caserma, l’amico Alberto viene portato a casa dal padre. Il giorno dopo denuncia quanto visto e sentito, ma passeranno più di 5 anni prima che il pm Abate lo convochi per ascoltarlo. Succede il 26 novembre 2013 ed è un interrogatorio di quasi 4 ore, considerato dal gip “degradante, atto a umiliare il cittadino e avvilirlo, in contrasto con la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo”.

Nonostante il p.m. non manchi di ricordargli che ha un invalidità del 100 per cento per problemi psichici e che quindi le sue parole hanno un peso relativo, anzi sono inattendibili, quel che l'amico cerca di dire è che in caserma hanno fatto del male a Giuseppe Uva, molto male, «perché forse, non saprei con precisione, vede dottore.. lui mi aveva confessato tempo prima di aver avuto una relazione con una donna che stava con uno dei carabinieri ».

Il pm gli intima di smetterla, che non lo lascerà infangare l’onorabilità dell’Arma, che Uva non è stato toccato se non per contenerne la furia autolesionista. La stessa linea, comprensibilmente, dell’avvocato di tutti i nuovi imputati, Luca Marsico, che è anche consigliere regionale lombardo nella giunta Maroni: «Ma certo che sono ancora tutti in servizio, e non cambierà niente neanche col rinvio a giudizio. Sono mortificati da quel che gli è caduto addosso. Vede, nella mia famiglia siamo carabinieri da tre generazioni, mio padre era comandante di stazione e io sono cresciuto in una caserma. Ho già presentato ricorso in Cassazione perché so che quegli 8 uomini tutte le sere possono tornare a casa e guardare i loro figli negli occhi con la coscienza più che a posto. Sono solo vittime di una campagna mediatica».

Il riferimento, implicito, è al legale della famiglia Uva come già lo è stato per altri casi molto simili. «Giuseppe è morto per lo stress fortissimo subito in via Saffi unito a un prolasso della valvola mitrale, di cui già soffriva. Il corpo è lì a dimostrare quel che ha patito, compresa l’ipotesi più orrenda: la Tac sul cadavere ha evidenziato aree gassose che sarebbero effetto di una lesione traumatica intestinale e del retto. C’è un particolare nella relazione dei carabinieri che colpisce. Scrivono di modeste escoriazioni alle gambe. Domanda: come facevano a vederle se Uva in caserma aveva addosso i jeans. Forse qualcuno glieli ha tolti? E per fare cosa? E comunque, per il nostro perito, il signor Uva di emorroidi non ne aveva».



Adesso sappiamo che a causare la morte di Giuseppe non sono stati i farmaci. Bene, è un primo passo. Lentissimo, ma lo è. Andiamo avanti con calma, perché il clima peggiorerà”.
È già partita una raccolta di fondi a favore dei poliziotti coinvolti, pubblicata dal quotidiano “La Prealpina” e promossa dal sindacato Cosip, per sostenere i colleghi nelle spese processuali e fare fronte “al tornado mediatico che ha condizionato la vicenda. Ora non manca occasione di accusare le forze dell’ordine per abusi e violenze, come se vestissimo la divisa per malmenare i cittadini e non per difenderli”.

Per fare maggiore chiarezza e verificare le reali cause della morte, successivamente, però, il tribunale decise per la riesumazione del corpo. La perizia testimonia che la morte del giovane sarebbe stata scatenata da "stress emotivo" dovuto "a uno stato di intossicazione etilica acuta, misure di contenzione fisica e lesioni traumatiche auto e/o etero prodotte".La sentenza emessa il 23 aprile 2012 assolve, quindi, il medico dell'ospedale di Varese che era stato accusato di aver somministrato cure sbagliate a Giuseppe Uva. Il giudice ordina, quindi, la trasmissione degli atti al pm con riferimento agli accadimenti accorsi prima dell'ingresso in pronto soccorso.

Io personalmente penso che fatti del genere lascino il segno e girare un film ispirato a una storia del genere sia come "non fare riposare in pace" la persona che ha subito torti. Piuttosto che girare film del genere penso che sia meglio fare beneficenza in quanto la gente le sue idee le ha già e determinate immagini  sono disturbanti per chi è già sensibile e al tempo stesso sono inutili per a far riflettere chi è insensibile a tali episodi, e di immagini simili ne ha già viste a bizzeffe senza cambiare di una virgola il suo pensiero..
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giovedì 9 aprile 2015

ELISEO BARUFFALDI

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Eliseo Baruffaldi, figlio del contadino Baruffaldo Baruffaldi e di una certa Marzadri, nacque attorno all'anno 1581 nel villaggio di Turano nella Val Vestino, territorio della Contea di Lodrone e del Principato vescovile di Trento.

Eliseo Baruffaldi compare per la prima volta nelle cronache nella primavera del 1603 quando, con il fratello Teodoro, uccise il 14 aprile, a Armo, Giacomo Sette detto il Chierico per vendicare la morte dei tre fratelli Antonio, Giovan Domenico e Orazio assassinati "in un giorno et in un hora sola, affidati a lui come amici e poi atrocissimamente trucidati per prezzo de danari" dallo stesso. Il Chierico era nato a Vigole di Monte Maderno il 30 agosto del 1578 ed era un nemico giurato di Giovanni Beatrice in quanto figlio di Riccobono Sette, nipote di Bernardino Bardelli arciprete di Gargnano, noto fuorilegge colpito da ben cinque bandi della Serenissima e il Baruffaldi ne portò la testa per il rituale riconoscimento al fine di poterne incassare la taglia al provveditore veneto della Riviera di Salò.

Per l'uccisione del Chierico i due fratelli Baruffaldi ottennero la "voce liberar bandito", ossia la possibilità di togliere un bando ad un fuorilegge di pari grado, ma dovettero subire nei mesi successivi la spietata vendetta della potente parentela del Chierico organizzata dal noto Bernardino Bardelli, arciprete di Gargnano, difatti saranno aggrediti da "una moltitudine di giente armata" nella stessa Venezia il 23 giugno dello stesso anno, ove si erano recati per ottenere i benefici richiesti: Teodoro fu colpito gravemente e spirò il 30 giugno "a San Paternian, in casa de madonna Isabeta Chiozotta" mentre Eliseo, anch'egli ferito gravemente, riuscì a salvarsi. Nel frattempo la loro casa a Turano fu bruciata il giorno 29 dello stesso mese e la loro madre, di settant'anni d'età, uccisa ad archibugiate, assieme ad una donna del paese che coraggiosamente era intervenuta per difenderla da Bernardo Manino, Giovan Battista Feltrinello detto Marano, Giovanni Antonio Tamagnino, tutti e tre di Gargnano, dal sacerdote Giovan Antonio Marzadri, parroco della stessa pieve di Turano e pure originario di Gargnano, ed altri complici.

Nel 1604, Eliseo Baruffaldi richiederà la possibilità di "liberar bandito" nella figura del conte vicentino Alvise Trissino ma gli fu negata dal Consiglio dei Dieci. Successivamente inoltrerà un'altra richiesta per liberare un bandito dal profilo criminale minore, un certo Bernardino Piacentino, ma fu respinta per la scadenza del termine previsto dalla legge.

Affiliandosi nel 1605 alla banda dei Beatrice, conosciuta con il soprannome degli “Zannoni”, Eliseo si inserì violentemente nella faida sorta tra la famiglia dei Beatrice contro quella dei Riccobono Sette detta dei Riccoboni di Vigole di Monte Maderno. Questo conflitto vedeva le due principali famiglie del luogo contrapposte per motivi non solo d’onore ma anche per lo sfruttamento delle risorse economiche al fine di ottenere la supremazia politica locale.

A seguito dell’assassino di Giovan Maria Beatrice, capostipite della famiglia e padre del Zanzanù, avvenuta il 4 maggio 1605, a Gargnano, ad opera di affiliati dei Sette, si riaccese violentissima la faida locale. Nelle cronache giudiziarie della Serenissima risalenti all’8 agosto 1605 e contenute in un proclama del provveditore veneto di Salò, Lunardo Valier, si formalizzavano le accuse contro i cinque banditi Giovanni Francesco Beatrice detto Lima, il nipote Giovanni Beatrice detto Zanzanù di Gargnano, Giovanni Pietro Sette detto Pellizzaro di Maderno, Ludovico Cacchiotti pure di Gargnano e lo stesso Eliseo Baruffaldi ritenuti colpevoli di una serie di atti criminali contro esponenti della famiglia avversa dei Riccobono Sette di Maderno.

Difatti il 26 giugno in un agguato teso nel cimitero di Gargnano nel tentativo di assassinare l’arciprete Bernardino Bardelli, cognato di Riccobono Sette e sospettato dal provveditore Leonardo Valier di essere il mandante dell’assassinio del padre del Zanzanù, fatto per il quale scontò sei mesi di carcere a Salò, i cinque complici ferirono i sacerdoti Samuele Donato parroco di Roina, Salustio Ortigello parroco di Muslone e Gioan Tonolo. Nella stessa sera proseguirono la loro vendetta uccidendo fra Gargnano e Villa nella contrada Gambarera, Giuseppe Manino della fazione dei Riccobono Sette e ferirono con una archibugiata nella piazza di Villa Girolamo Chiereghino. Il 2 di luglio i cinque banditi attentarono presso il porto di Gargnano alla vita dell’arciprete di Maderno Giovanni Battista Alchero che transitava in barca, il quale rimase solamente ferito, mentre nel mese di luglio uccisero con due archibugiate, a Gargnano, Piero Calliera detto Gavardo mentre giocava a palla. Il 2 agosto proseguirono imperterriti nell'esecuzione dei loro piani criminali con l’uccisione, in prossimità del confine di stato con il Trentino, di Antonio figlio del defunto Morgante Orlando, di Giuseppe Feltrinello e di Giulio Bonavia di dieci anni d’età intenti a caricare una barca di sabbia.

Il 4 ottobre 1605 il provveditore Lunardo Valier informava il Senato che la banda degli “Zannoni” avevano commesso altri delitti: il 29 settembre, travestiti da cappelletti, avevano ucciso a Toscolano Alvise Pilato e Agostino Laterza , ferito Giovan Maria Bressanin, e nonostante il bando contro di loro pronunciato, che pure prevedeva la loro uccisione o cattura in “terre aliene” con una ricompensa di 4.000 lire, i banditi avevano trovato rifugio sicuro a Riva del Garda, protetti dal signore locale Gaudenzio Madruzzo, fratello del principe vescovo di Trento.

Che l’attività criminale di Eliseo Baruffaldi fosse particolarmente attiva lo dimostra il fatto che, tra il 1605 e il 1606, anno della sua morte, fu colpito ripetutamente da alcuni bandi emanati da tribunali di stato della Serenissima. Il primo bando risale al 17 agosto 1605 e fu sentenziato dal Senato che gli imponeva il divieto di risiedere perpetuamente in tutte le terre e luoghi del Serenissimo Dominio di Venezia, compreso il Dogado, e relativa confiscazione dei beni appartenuti; il secondo al 26 novembre 1605; il terzo al 6 dicembre 1605; il quarto al 14 gennaio 1606 per mezzo del Consiglio dei Dieci a seguito dell’assassinio di Alessandro de Faustin a Piovere di Tignale avvenuto nella notte tra il 23 e 24 novembre 1605; il quinto e sesto al 10 febbraio e al 24 aprile 1606. Nel settembre sempre dello stesso anno, con la complicità di Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro di Maderno, uccise Piero Giacomini di Gargnano.

La carriera criminale di Baruffaldi terminò nell'inverno del 1606 quando fu ucciso assieme al bandito Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro da alcuni cacciatori di taglie, Orazio Balino, Giovan Battista Duse e Agostino de Andreis detto Giacomazzo, tre pericolosi banditi di Desenzano del Garda, Giuseppe Ton, altro sicario della Riviera di Salò, e da alcuni nemici del Beatrice di Toscolano, Gargnano e Tignale che conoscevano molto bene i luoghi ove si nascondevano, che il provveditore generale in Terraferma di Verona, Benedetto Moro, in tutta segretezza, aveva inviato sulle loro tracce fornendoli di salvacondotto, armi e denari.

Per il ricercatore Claudio Povolo dell'Università Ca' Foscari Venezia la caccia all'uomo sembra pure essere finanziata da alcuni facoltosi mercanti di Desenzano del Garda e di Salò, tra cui il noto e spregiudicato Alberghino Alberghini, i cui traffici commerciali erano continuamente minacciati dalle imprese dei fuorilegge, e in questo modo intendevano chiudere definitivamente la partita contro la banda degli "Zannoni".

I due banditi vennero sorpresi in un agguato notturno teso al Covolo del Martelletto, nel territorio di Droane, venerdì 10 novembre alle ore 2 in compagnia di Giacomino Sette, bandito e nipote di Giovan Pietro. Il Pellizzaro fu subito ucciso a colpi di archibugio mentre Eliseo e Giacomino, quest'ultimo ferito, riuscirono invece a fuggire seppure braccati da decine di persone.

Il giorno successivo, sabato 11 novembre, alle ore 22, Eliseo Baruffaldi non riuscì a rompere l'accerchiamento dei suoi inseguitori in quanto ogni via di fuga attraverso i passi che conducevano alla riviera del Garda e alla Val Vestino era preclusa, fu catturato a pochi chilometri di distanza nei pressi dei cascinali di Lignago. Dopo essere stato confessato dal parroco della Costa, fu ucciso sul posto da Orazio Balino e Giovan Battista Duse con tre colpi di archibugio sparati a distanza ravvicinata, uno al torace che lo trapassò da parte a parte e due alla schiena, mentre Giacomino riuscì a dileguarsi fra i monti e a salvarsi. Decapitati in presenza di numerosi testimoni, le loro teste vennero portate e esposte sugli scalini della colonna di San Marco nella piazza di Salò per il rituale riconoscimento di legge.



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