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lunedì 28 settembre 2015

BUON ONOMASTICO MICHAEL

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Gloriosissimo Principe della Milizia Celeste, Arcangelo San Michele, difendeteci in questa ardente battaglia contro tutte le potenze delle tenebre e la loro spirituale malizia.
Venite in soccorso degli uomini creati da Dio a sua immagine e somiglianza e riscattati a gran prezzo dalla tirannia del demonio.
Voi siete venerato dalla Santa Chiesa quale suo custode e patrono, ed a Voi il Signore ha affidato le anime che un giorno occuperanno le sedi celesti. Pregate, dunque, il Dio della pace a tenere schiacciato satana sotto i nostri piedi, affinché non possa continuare a tenere schiavi gli uomini e a danneggiare la Chiesa.
Presentate all’Altissimo, con le Vostre, le nostre preghiere, perché scendano presto su di noi le Sue Divine Misericordie e Voi possiate incatenare il dragone, il serpente antico satana ed incatenarlo negli abissi. Solo così non sedurrà più le anime.



L'origine di questo nome utilizzato in Germania e nei Paesi Anglosassoni è ebraica: ricorda infatti il grido dell'Arcangelo che ha scacciato gli angeli ribelli dal Paradiso. Le sue parole furono 'Michael?!', vale a dire 'Chi è come Dio?!' L'onomastico viene festeggiato in suo onore, cioè dell'Arcangelo Michele, il 29 settembre, giorno della consacrazione del Santuario Gargano effettuata, secondo la leggenda, personalmente da egli stesso.

Per significato ed etimologia, è affine ai nomi Misaele e Michea; la forma ceca e slovacca Michal coincide inoltre con la forma ebraica originale di Micol, ma i due nomi non sono correlati. Il nome inglese Mitchell, infine, è un derivato di Michele.

La figura dell'arcangelo, popolarissima, portò notevole fortuna al nome, che è assai diffuso nell'Europa occidentale sin dal Medioevo, e in Inghilterra dal XII secolo; è stato portato da numerosi sovrani, fra i quali nove imperatori bizantini e svariati re di Russia, Polonia, Romania e Portogallo.

L'onomastico viene festeggiato il 29 settembre in ricordo della consacrazione del santuario dedicato all'arcangelo Michele sul monte Gargano; effettuata secondo una pia leggenda, personalmente da San Michele Arcangelo. Patrono degli agenti di PS, armaioli, arrotini, bancari, commercianti, giudici, paracadutisti, pasticcieri, merciai, radiologi, radioterapisti, di Feletto (To), Caltanissetta, Caserta, Cuneo, Verduno, Argelato, Arisio e Arpaia.

In un’epoca in cui le forze del male hanno enorme libertà di azione, fuorviando e rapendo anime, la figura di San Michele assume un valore di prim’ordine. Il suo nome deriva dall’espressione «Mi-ka-El», che significa «chi è come Dio?» e poiché nessuno è come l’Onnipotente, l’Arcangelo combatte tutti coloro che si innalzano con superbia, sfidando l’Altissimo.  Nella Sacra Scrittura è citato cinque volte:  nel libro di Daniele, di Giuda, nell’Apocalisse e in tutti i brani biblici è considerato «capo supremo dell’esercito celeste», ovvero degli angeli in guerra contro il male.
Nella Tradizione Michele è l’antitesi di Lucifero, capo degli angeli che decisero di fare a meno di Dio e perciò precipitarono negli Inferi. Michele, generale degli angeli, è colui che difende la Fede, la Verità e la Chiesa. Dante (1265-1321) illustra mirabilmente la bellezza e la potenza di questo Principe celeste e la sua solerzia nel proteggere il genere umano dalle insidie di Satana. Nelle litanie dei Santi pregate in Purgatorio da coloro che in terra furono invidiosi, San Michele è il secondo nominato, dopo Maria Santissima, segno del suo grande potere di intercessione (Purgatorio XIII, 51).
Maria Vergine e l’Arcangelo Michele sono associati nel loro combattimento contro il demonio ed entrambi, iconograficamente parlando, hanno sotto i loro piedi, a seconda dei casi, il serpente, il drago, il diavolo in persona, che l’Arcangelo tiene incatenato e lo minaccia, pronto a trafiggerlo, con la sua spada. Il suo culto è molto diffuso sia in Oriente che in Occidente, ne danno testimonianza le innumerevoli chiese, santuari, monasteri e anche monti a lui intitolati. In Europa, durante l’alto Medioevo, furono edificati in suo onore tre gioielli di devozione, di storia, di architettura ed arte: l’abbazia di Mont Saint-Michel in Normandia, La Sacra di San Michele sul Monte Pirchiriano, in Piemonte e il santuario del Monte Gargano in Puglia. Difensore della Chiesa, la sua statua compare sulla sommità di Castel Sant’Angelo a Roma ed egli è protettore del popolo cristiano, come un tempo lo era dei pellegrini medievali contro le insidie che incontravano lungo la via.
Leone XIII (1810-1903), il 13 ottobre 1884, dopo aver terminato di celebrare la Santa Messa nella cappella vaticana, restò immobile una decina di minuti in stato di profondo turbamento. In seguito si precipitò nel suo studio. Fu allora che il Papa compose la preghiera a San Michele Arcangelo.



Successivamente racconterà il Pontefice di aver udito Gesù e Satana e di aver avuto una terrificante visione dell’Inferno: «ho visto la terra avvolta dalle tenebre e da un abisso, ho visto uscire legioni di demoni che si spargevano per il mondo per distruggere le opere della Chiesa ed attaccare la stessa Chiesa che ho visto ridotta allo stremo. Allora apparve San Michele e ricacciò gli spiriti malvagi nell’abisso. Poi ho visto San Michele Arcangelo intervenire non in quel momento, ma molto più tardi, quando le persone avessero moltiplicato le loro ferventi preghiere verso l’Arcangelo».
Dopo circa mezz’ora fece chiamare il Segretario della Sacra Congregazione dei Riti, ordinandogli di far stampare il foglio che aveva in mano e farlo pervenire a tutti i Vescovi della Chiesa: il manoscritto conteneva la preghiera che il Papa dispose di far recitare al termine della Santa Messa, la supplica a Maria Santissima e l’invocazione al Principe delle milizie celesti, per mezzo del quale si implora Dio affinché ricacci il Principe del mondo nell’Inferno. Tale supplica è caduta in disuso. Nessun Pontefice ha abrogato questa preghiera dopo il Santo Sacrificio e neppure il Novus Ordo la nega, anche se dagli anni Settanta si prese a non più recitarla, privando la Chiesa di una preziosa arma di difesa.

In altre scritture, il dragone è un angelo che aveva voluto farsi grande quanto Dio e che Dio fece scacciare, facendolo precipitare dall’alto verso il basso, insieme ai suoi angeli che lo seguivano.
Michele è stato sempre rappresentato e venerato come l’angelo-guerriero di Dio, rivestito di armatura dorata in perenne lotta contro il Demonio, che continua nel mondo a spargere il male e la ribellione contro Dio.
Egli è considerato allo stesso modo nella Chiesa di Cristo, che gli ha sempre riservato fin dai tempi antichissimi, un culto e devozione particolare, considerandolo sempre presente nella lotta che si combatte e si combatterà fino alla fine del mondo, contro le forze del male che operano nel genere umano. Dopo l’affermazione del cristianesimo, il culto per san Michele, che già nel mondo pagano equivaleva ad una divinità, ebbe in Oriente una diffusione enorme, ne sono testimonianza le innumerevoli chiese, santuari, monasteri a lui dedicati; nel secolo IX solo a Costantinopoli, capitale del mondo bizantino, si contavano ben 15 fra santuari e monasteri; più altri 15 nei sobborghi.
Tutto l’Oriente era costellato da famosi santuari, a cui si recavano migliaia di pellegrini da ogni regione del vasto impero bizantino e come vi erano tanti luoghi di culto, così anche la sua celebrazione avveniva in tanti giorni diversi del calendario.
Perfino il grande fiume Nilo fu posto sotto la sua protezione, si pensi che la chiesa funeraria del Cremlino a Mosca in Russia, è dedicata a S. Michele. Per dirla in breve non c’è Stato orientale e nord africano, che non possegga oggetti, stele, documenti, edifici sacri, che testimoniano la grande venerazione per il santo condottiero degli angeli, che specie nei primi secoli della Chiesa, gli venne tributata.



La celebrazione religiosa era all’8 maggio, data praticata poi nella Sabina, nel Reatino, nel Ducato Romano e ovunque fosse estesa l’influenza della badia benedettina di Farfa, a cui i Longobardi di Spoleto, avevano donato quel santuario.
Ma il più celebre santuario italiano dedicato a S. Michele, è quello in Puglia sul Monte Gargano; esso ha una storia che inizia nel 490, quando era papa Gelasio I; la leggenda racconta che casualmente un certo Elvio Emanuele, signore del Monte Gargano (Foggia) aveva smarrito il più bel toro della sua mandria, ritrovandolo dentro una caverna inaccessibile.
Visto l’impossibilità di recuperarlo, decise di ucciderlo con una freccia del suo arco; ma la freccia inspiegabilmente invece di colpire il toro, girò su sé stessa colpendo il tiratore ad un occhio. Meravigliato e ferito, il signorotto si recò dal suo vescovo s. Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto (odierna Manfredonia) e raccontò il fatto prodigioso.
Il presule indisse tre giorni di preghiere e di penitenza; dopodiché s. Michele apparve all’ingresso della grotta e rivelò al vescovo: “Io sono l’arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, è una mia scelta, io stesso ne sono vigile custode. Là dove si spalanca la roccia, possono essere perdonati i peccati degli uomini…Quel che sarà chiesto nella preghiera, sarà esaudito. Quindi dedica la grotta al culto cristiano”.
Ma il santo vescovo non diede seguito alla richiesta dell’arcangelo, perché sul monte persisteva il culto pagano; due anni dopo, nel 492 Siponto era assediata dalle orde del re barbaro Odoacre (434-493); ormai allo stremo, il vescovo e il popolo si riunirono in preghiera, durante una tregua, e qui riapparve l’arcangelo al vescovo s. Lorenzo, promettendo loro la vittoria, infatti durante la battaglia si alzò una tempesta di sabbia e grandine che si rovesciò sui barbari invasori, che spaventati fuggirono.
Tutta la città con il vescovo, salì sul monte in processione di ringraziamento; ma ancora una volta il vescovo non volle entrare nella grotta. Per questa sua esitazione che non si spiegava, s. Lorenzo Maiorano si recò a Roma dal papa Gelasio I (490-496), il quale gli ordinò di entrare nella grotta insieme ai vescovi della Puglia, dopo un digiuno di penitenza.
Recatosi i tre vescovi alla grotta per la dedicazione, riapparve loro per la terza volta l’arcangelo, annunziando che la cerimonia non era più necessaria, perché la consacrazione era già avvenuta con la sua presenza. La leggenda racconta che quando i vescovi entrarono nella grotta, trovarono un altare coperto da un panno rosso con sopra una croce di cristallo e impressa su un masso l’impronta di un piede infantile, che la tradizione popolare attribuisce a s. Michele.
Il vescovo san Lorenzo fece costruire all’ingresso della grotta, una chiesa dedicata a s. Michele e inaugurata il 29 settembre 493; la Sacra Grotta è invece rimasta sempre come un luogo di culto mai consacrato da vescovi e nei secoli divenne celebre con il titolo di “Celeste Basilica”.
Attorno alla chiesa e alla grotta è cresciuta nel tempo la cittadina di Monte Sant’Angelo nel Gargano. I Longobardi che avevano fondato nel secolo VI il Ducato di Benevento, vinsero i feroci nemici delle coste italiane, i saraceni, proprio nei pressi di Siponto, l’8 maggio 663, avendo attribuito la vittoria alla protezione celeste di s. Michele, essi presero a diffondere come prima accennato, il culto per l’arcangelo in tutta Italia, erigendogli chiese, effigiandolo su stendardi e monete e instaurando la festa dell’8 maggio dappertutto.



Intanto la Sacra Grotta diventò per tutti i secoli successivi, una delle mete più frequentate dai pellegrini cristiani, diventando insieme a Gerusalemme, Roma, Loreto e S. Giacomo di Compostella, i poli sacri dall’Alto Medioevo in poi.
Sul Gargano giunsero in pellegrinaggio papi, sovrani, futuri santi. Sul portale dell’atrio superiore della basilica, che non è possibile descrivere qui, vi è un’iscrizione latina che ammonisce: “che questo è un luogo impressionante. Qui è la casa di Dio e la porta del Cielo”.
Il santuario e la Sacra Grotta sono pieni di opere d’arte, di devozione e di voto, che testimoniano lo scorrere millenario dei pellegrini e su tutto campeggia nell’oscurità la statua in marmo bianco di S. Michele, opera del Sansovino, datata 1507.
L’arcangelo è comparso lungo i secoli altre volte, sia pure non come sul Gargano, che rimane il centro del suo culto, ed il popolo cristiano lo celebra ovunque con sagre, fiere, processioni, pellegrinaggi e non c’è Paese europeo che non abbia un’abbazia, chiesa, cattedrale, ecc. che lo ricordi alla venerazione dei fedeli.
Apparendo ad una devota portoghese Antonia de Astonac, l’arcangelo promise la sua continua assistenza, sia in vita che in purgatorio e inoltre l’accompagnamento alla S. Comunione da parte di un angelo di ciascuno dei nove cori celesti, se avessero recitato prima della Messa la corona angelica che gli rivelò.
I cori sono: Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù, Principati, Arcangeli ed Angeli. La sua festa liturgica principale in Occidente è iscritta nel Martirologio Romano al 29 settembre e nella riforma del calendario liturgico del 1970, è accomunato agli altri due arcangeli più conosciuti, Gabriele e Raffaele nello stesso giorno, mentre l’altro arcangelo a volte nominato nei testi apocrifi, Uriele, non gode di un culto proprio.
Difensore della Chiesa, la sua statua compare sulla sommità di Castel S. Angelo a Roma, che come è noto era diventata una fortezza in difesa del Pontefice; protettore del popolo cristiano, così come un tempo lo era dei pellegrini medievali, che lo invocavano nei santuari ed oratori a lui dedicati, disseminati lungo le strade che conducevano alle mete dei pellegrinaggi, per avere protezione contro le malattie, lo scoraggiamento e le imboscate dei banditi.
Per quanto riguarda la sua raffigurazione nell’arte in generale, è delle più vaste; ogni scuola pittorica in Oriente e in Occidente, lo ha quasi sempre raffigurato armato in atto di combattere il demonio.
Sul Monte Athos nel convento di Dionisio del 1547, i tre principale arcangeli sono così raffigurati, Raffaele in abito ecclesiastico, Michele da guerriero e Gabriele in pacifica posa e rappresentano i poteri religioso, militare e civile.





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giovedì 21 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO A BUSTO ARSIZIO

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Il canonico Antonio Crespi Castoldi, nel 1614 realizzò una “storia di Busto Arsizio” basata sulla tradizione dell’epoca e su documenti allora consultabili ed oggi andati perduti. Egli racconta che sull’area ove oggi sorge la chiesa di San Michele, vi era un castello e che in esso, nell’anno 1242 si svolse un atto ufficiale alla presenza del console milanese. Nel 1276 il castello venne distrutto per vendetta da Napo Torriani a causa della partecipazione di Busto alla guerra fra Visconti e Torriani, ovviamente, a detta del Crespi Castoldi, dalla parte dei Visconti. Saranno poi i Visconti a ricostruire le mura ed il fossato del borgo, ma non il castello che, pertanto, rimase diroccato per secoli. Una primitiva piccola cappella, forse adiacente il castello, forse inserita in esso, era stata eretta certamente sin dall’epoca longobarda. Presumibilmente, con la distruzione del castello nel 1200 andò perenta anche questa cappella. Sulle rovine del castello venne edificata una nuova chiesa, e venne recuperata la base della torre del castello stesso per sopraelevarci il campanile, di cui diremo in seguito. La prima ricostruzione della chiesa in forma basilicale, a navata unica con tre absidi semicircolari e tetto a capriate, è pertanto da far risalire alla fine del ’200 o inizio del ‘300. Nel Liber notitiae sanctorum Mediolani, compilato fra il 1290 e il 1310 viene elencata anche la chiesa di San Michele a Busto. Nel 1343 venne eretto un beneficio curato, ossia l’assegnazione di beni sufficienti per garantire la “cura” di un sacerdote fisso.
Crespi Castoldi ci informa che nel 1494 la chiesa venne ornata con pitture e nel 1512 venne eretto un secondo beneficio “curato”.
Risale al 1566 una descrizione dettagliata della chiesa, con un altare principale, 4 altari minori, pavimentata. Adiacente vi era il cimitero. Nel 1580 venne redatta una nuova descrizione con piantina, e si disse che la chiesa era in buono stato. Dal disegno emerge come il fosso e i bastioni delle mura cingessero di fatto la chiesa stessa, il cimitero e le case dei curati.
Ancora agli inizi del ‘600 vi erano dieci sepolcri interni, ridotti ad otto nel 1622.
Nel 1641 la chiesa viene detta pericolante in diversi punti, e così si darà corso alla realizzazione della nuova.

Il Campanile è certamente, almeno nella parte inferiore, l’edificio più antico tuttora esistente a Busto. Già basamento di torre del castello longobardo, o comunque basamento di parte del castello stesso, fu “riciclato” per realizzare la torre campanaria della chiesa. Si tratta di un basamento di pietre e ciotoli, del IX-X secolo.
La parte intermedia ha lesene angolari di mattoni, quattro campi sovrapposti, rientranti, in ciottoli con archetti e finestre a tutto sesto, e si concludeva con le quattro bifore con colonnina intermedia, dapprima murate e solo recentissimamente riportate alla luce. Nel 1559 venne realizzata una ulteriore elevazione coincidente con l’attuale cella campanaria, alta 11 cubiti. Ne deriva che in epoca imprecisata venne realizzata una ulteriore sopraelevazione intermedia corrispondente all’attuale alloggiamento dell’orologio.
A fine ‘700 verrà dotato di tre campane provenienti da San Giovanni, mentre nel 1889 accolse ben 12 campane su un castello in ghisa.
Pur essendo stato realizzato in almeno quattro fasi separate, questo campanile ha un fascino ed una omogeneità tutte proprie. Solo il campanile di San Giovanni, terminato nel 1418, supererà questa torre, che, pertanto, coi suoi “100 cubiti” (40 metri) resterà un elemento fondamentale fino al XX secolo dello “skyline” cittadino.

L’edificio attuale venne realizzato, nella sua struttura di base, nel periodo fa il 1653 ed il 1679 su un disegno dell’arch. Francesco Maria Richino (o Richini), ad unica navata. La prima visita pastorale nel nuovo edificio risale al 1656 ad opera di mons. Filippo Maria Visconti che data l’inizio dei lavori al 1653. La prima grande novità è data dal rovesciamento del tradizionale orientamento delle chiese con abside ad Ovest. Poiché lasciare quell’orientamento avrebbe costretto a realizzare la facciata a ridosso dei bastioni delle fortificazioni del borgo, si decise di posizionare la facciata laddove la vediamo oggi.
La volta era a botte, il pavimento era di marmo e conteneva 30 sepolcri. Solo nel 1785 il coro, dietro all’altare, accolse degli stalli, provenienti dalla chiesa di santa Maria di Abbiategrasso. L’altare maggiore fu per oltre un secolo lo stesso della chiesa precedente in legno, e venne sostituito da uno nuovo solo nel 1753, probabilmente realizzato da Biagio Bellotti. Interessante notare la scritta la latina “quis ut deus” (chi come Dio ?) che corrisponde alla traduzione dell’ebraico “mi cha el” (da cui Michele). Il nome Michele, pertanto, fa espresso riferimento al ruolo avuto dall’Arcangelo nello sconfiggere gli angeli ribelli che ritenevano, appunto, di essere come Dio. Il nome Michele, dunque, è un monito continuo anche alla arroganza degli uomini, affinchè ricordino di non essere come Dio.
Il Battistero venne realizzato nel 1884.
Nel 1931 la volta della chiesa, fatta di incannucciato, viene sostituita con una nuova di mattoni.
Negli anni 1937-39 il presbiterio e l’abside vengono demoliti e ampliati, su progetto dell’architetto Giovanni Maggi, con l’aggiunta del transetto, della cupola, di una nuova sagrestia, della cosiddetta penitenzieria (oggi cappella invernale), con la realizzazione della controfacciata che guarda su piazza Manzoni, la cosiddetta grotta della Madonna di Lourdes con stalattiti di cemento dipinto. Queste modifiche sono state assoggettate a notevoli critiche in quanto no rispetterebbero le valenze formali dell’edificio preesistente e ne avrebbero pertanto stravolto l’immagine complessiva.
L’attuale organo di oltre tremila canne è del 1945.
Di grande pregio le opere custodite nell’adiacente museo di arte sacra.

Gran parte delle decorazioni pittoriche sono piuttosto recenti anche se nel loro insieme forniscono una sensazione di grandiosità. Risalgono infatti agli anni fra il 1932 ed il 1950 la grandiosa decorazione pittorica della controfacciata (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Mosè, Aronne), della volta (al centro Dio creatore, l’arcangelo Michele sconfigge gli angeli ribelli, Annunciazione, ai lati Michea, Abdia, Gioele, Osea, Malachia, Zaccaria, Aggeo, Abacuc) del transetto destro (alle pareti Elia confortato dall’angelo, Il miracolo di Torino, Ultima cena, sulla volta del transetto: gloria di san Felice), nel transetto sinistro (alle pareti martirio di san Tarcisio, miracolo di sant’Antonio, moltiplicazione dei pani e dei pesci, sulla volta del transetto: Assunzione), della cupola (Cristo vincitore della morte), dei pennacchi (Evangelisti), dell’abside (primato di Pietro, Spirito Santo, Fede, Speranza, Carità, Giustizia, santa Cecilia, san Gregorio), del battistero (alle pareti battesimo di Gesù, mandato di Gesù agli Apostoli, nella volta del battistero: Spirito Santo tra angeli). Sono opere di Mario Chiodo Grandi, Angelo Galloni, Gerolamo Polloni e A. Bonfanti,
La vetrata sopra l’ingresso principale (Madonna con Bambino e san Giovannino) è del 1949. Tele di rilievo: nei primi due vani laterali si trovano: a destra il battesimo di Cristo (fine’600), vita del Battista; a sinistra la guarigione di Tobia di Pietro Antonio Magatti (1731 circa) proveniente dalla chiesa di San Rocco.
La chiesa di San Michele Arcangelo si trova nel centro di Busto Arsizio, in piazzetta Don Pio Chieppi.

L'esterno dell'edificio è caratterizzato dalla facciata barocca. Questa è a capanna ed è suddivisa in due fasce orizzontali da un alto cornicione. La fascia inferiore, con paraste ioniche, presenta al centro il grande portale, posto fra due semicolonne marmoree e sormontato da un tondo a bassorilievo raffigurante la Madonna con il Bambino. La fascia superiore, invece, è con lesene corinzie e al centro di essa vi è un finestrone rettangolare con semplice cornice marmorea. La facciata è coronata da un timpano triangolare sormontato da quattro statue di Angeli (ai lati) e di San Michele Arcangelo (al centro).

Alla sinistra della chiesa sorge il campanile, unica struttura della fortificazione preesistente longobarda e costruzione più antica di Busto Arsizio. La torre, costruita in pietra e ciottoli, viene fatta risalire al IX secolo o al X secolo. La parte superiore presenta lesene angolari di mattoni e quattro campi rientranti in ciottoli con archetti e finestre a tutto sesto. Il campanile si conclude con quattro bifore, di cui due murate.

La torre venne sopraelevata in un primo momento del segmento corrispondente all'orologio e successivamente (nel 1559) della cella campanaria. Inizialmente le campane erano tre e diventarono dodici nel 1889, per mano della fonderia Barigozzi di Milano.

L'indagine sulla tenuta della fondazioni del 1997 ha portato alla conclusione che esse sono solide e quindi le fessure presenti nella parte superiore del campanile devono essere imputate a problemi delle strutture sovrastanti, relazionati anche con le vibrazioni indotte dal movimento delle campane.

Nel 2007 sono iniziati i conseguenti lavori di restauro della torre campanaria, che si sono conclusi l'anno successivo. Dopo questo restauro, le campane non poggiano più sulle mura del campanile ma su una struttura metallica interna che scarica direttamente sulle fondazioni.

Internamente, la chiesa è a pianta a croce latina, con navata unica coperta con volta a botte lunettata lungo la quale si aprono dieci cappelle laterali, cinque per lato.

Sul lato destro della navata si trovano:

La Cappella del Crocefisso situata presso la terza arcata. In essa è presente un crocefisso ligneo risalente al XVI secolo e una tela della fine del secolo XV attribuibile alla scuola di Ambrogio da Fossano detto il Borgognone (1481-1522) raffigurante la Vergine con il Cristo deposto e gli angeli. All'interno della cappella è inoltre presente una croce cesellata in argento attribuita a Biagio Bellotti che conserva una reliquia della Santa Croce. Ai lati dell'altare si trovano invece gli affreschi della Maria Maddalena e della Veronica.
La Cappella di San Felice e delle Reliquie situata presso la quarta arcata. In essa sono presenti l'urna di San Felice e, conservati in una nicchia sopra l'altare, i reliquiari risalenti ai secoli XVI e XVII. Uno è a forma di croce, due a forma di busti di santi e altri di lavorazioni diverse. Si trova inoltre una tela di Giovan Mauro della Rovere detto il Fiammenghino (1575-1640) raffigurante San Carlo in adorazione del Santo Chiodo. Ai lati dell'altare vi sono gli affreschi dei primi martiri cristiani e delle catacombe.
Cappella di San Francesco di Paola: realizzata nel 1738, è situata presso la quinta arcata. In essa si trovano due dipinti, entrambi con autore ignoto: uno, di forma rettangolare, rappresenta l’apparizione di San Michele Arcangelo a San Francesco di Paola, l’altro, ovale, mostra un miracolo di quest’ultimo. Ai lati dell’altare vi sono affrescate le immagini di Sant'Agostino e di San Giovanni Battista.
Sul lato sinistro della navata centrale si trovano:

La Cappella di San Giuseppe situata presso la terza arcata. In essa è presente un gruppo ligneo che venne ordinato nel 1903 alla ditta Mayer di Monaco di Baviera. Sulla volta della cappella è raffigurata la gloria dei Santi Cosma e Damiano. Ai lati dell'altare, due affreschi mostrano Giuseppe l'Ebreo e Davide.
La Cappella del Sacro Cuore situata presso la quarta arcata. Fino al 1882 era dedicata ai Santi Innocenti martiri, il cui ricordo rimane nel cartiglio presente sulla volta della cappella. La statua del Sacro Cuore è della ditta Mayer di Monaco di Baviera e venne posta nella nicchia nel 1882. Ai lati dell'altare sono raffigurati San Tommaso d'Aquino e Santa Margherita Maria Alacoque.
La Cappella della Madonna situata presso la quinta arcata. Oltre alla statua dell'Immacolata, nella lunetta sovrastante l'altare è raffigurato un angelo con le parole tratte dal versetto alleluiatico del Tota pulcra: et macula originalis non est in te.
Gli affreschi della cupola, che illustrano il trionfo di Cristo sulla morte su una superficie di cinquecento metri quadrati, furono iniziati nel 1942 e portati a termine l'anno successivo da Angelo Galloni ed Ettore Chiodo Grandi. Quest'ultimo pittore è figlio di Mario Chiodo Grandi, che tra il 1932 ed il 1934 decorò la grande volta della chiesa con le rappresentazioni della creazione, della battaglia degli angeli in cielo e dell'Annunciazione, oltre alla serie dei dodici profeti sui fianchi e sulla controfacciata.

Gli affreschi dell'abside (con la missione del Salvatore), del catino (con il primato di San Pietro) e delle volte dei transetti (in quello di sinistra con la gloria della Vergine ed in quello di destra con il trionfo di San Felice) vennero invece eseguiti tra il 1945 e il 1946 sempre da Angelo Galloni e da Enrico Chiodo Grandi. Nel transetto di destra è presente un grande affresco dedicato a L'Ultima Cena, e nel transetto di sinistra un altro grande affresco dedicato al Miracolo dell'Eucaristia di Torino, opere del pittore Gerolamo Poloni di Martinengo (1948).

Alle spalle dell'altare maggiore, a ridosso della parete fondale dell'abside, si trova l'organo a canne Mascioni opus 603, costruito nel 1945.

Lo strumento è a trasmissione elettrica e la sua consolle, indipendente, dispone di due tastiere e pedaliera concavo-radiale. La mostra, del tipo ceciliano, è fuori cassa ed è composta da canne di Principale disposte a palizzata.

Edificato entro l'area cimiteriale tra il 1761 e il 1764 su progetto di Biagio Bellotti, il mortorio, con una struttura originalissima che si ispira al barocchetto teresiano, collega i due volumi della chiesa e delle case parrocchiali e, allo stesso tempo, permetteva l'attraversamento dell'antico cimitero (oggi piazzetta don Pio Chieppi, primo parroco di San Michele).

Il passaggio centrale è sovrastato da una cupoletta semiellissoidale su pennacchi sferici. Ai lati di questo vi sono due vani quadrati coperti con volta a botte destinati all'esposizione delle ossa. Nei due prospetti di est e di ovest si trovano finestre ellittiche (unico esempio negli edifici del Bellotti di questa forma), mentre sull'andito sono quasi rettangolari, ma con architravi molto elaborati.

Di pregevole fattura sono inoltre le inferriate, realizzate con esili ferri battuti a sezione quadra e foglie (un tempo dorate). Se sulle finestre rettangolari le volute sono sovrapposte ad una serie di barre verticali, su quelle ellittiche la cancellata perde ogni rigidità essendo costituita dalle sole volute, che divergono in fasci dall'asse verticale avvolgendosi in prossimità della cornice e cambiando frequentemente direzione con guizzi improvvisi.

Delle decorazioni originarie realizzate sia sulle pareti esterne che su quelle interne dallo stesso Biagio Bellotti, a causa delle intemperie e dell'incuria degli uomini, sono rimaste soltanto quelle del voltino che raffigurano la Giustizia (sotto forma di donna recante in mano una bilancia) circondata da angioletti. Grazie ai disegni del Bellotti, all'interno delle due cappelle laterali il pittore Carlo Farioli ha potuto realizzare nel 1978 due dipinti che ripropongono le antiche raffigurazioni.

La reliquia più importante presente all'interno della chiesa prepositurale è il corpo intero del martire romano San Felice, estratto dalle catacombe di Priscilla e concesso da papa Innocenzo X con atto di donazione del 5 aprile 1650 al padre gesuita Giovanni Battista Crespi, con facoltà di trasportarlo ed esporlo alla pubblica venerazione dei fedeli nella chiesa di San Michele Arcangelo.

Rivestito da una tunica bianca e da un manto rosso, per volere del Cardinale Schuster, dal 1938 il minuto corpo del martire è conservato in un'urna vetrata sotto l'altare della cappella a lui dedicata, sul lato destro della navata.

San Felice è, insieme all'Arcangelo, compatrono della chiesa di San Michele.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-busto.html



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giovedì 14 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MICHELE A MONZA



La chiesa di San Michele Arcangelo era la più antica di Monza, posteriore solo alla teodolindea basilica di San Giovanni (oggi duomo di Monza).

Secondo la tradizione la sua fondazione fu datata nell’anno 628 e, dunque, in piena epoca longobarda. In effetti la dedicazione all’arcangelo guerriero, da questo popolo molto venerato, ne risulta una conferma. Un più tardo documento del 903 ne comprova l’esistenza nella città.

La chiesa di San Michele, insieme al duomo, fu subito legata alla storia monzese e alla cerimonia delle incoronazioni con la corona Ferrea. Nel 1128 l’imperatore Corrado III vi fu incoronato re d’Italia dall'arcivescovo di Milano Anselmo V Pusterla.

Gestito dagli Umiliati, il tempio venne decorato (probabilmente agli inizi del XIV secolo) con un grande affresco che copriva un’intera parete laterale: vi è raffigurata la celebrazione di una messa a cui assistono il Redentore e la Vergine, vari santi tra cui appunto san Michele che reca uno scettro gigliato, la corte longobarda nelle persone della regina Teodolinda avvolta nel mantello e incoronata, del re Agilulfo e dei loro figli Gundeperga e Adaloaldo.
Il dipinto, che potrebbe rappresentare la consacrazione del Santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano (il santuario "nazionale" dei Longobardi) o un raro esempio di "messa aurea" (la messa del mercoledì delle Tempora d'Avvento), è di chiara derivazione giottesca e «possiede una esigenza plastica ed una vena descrittiva realistica affrontata con rigidezze e pesanti manierismi. Esso è certamente non posteriore alla metà del XIV secolo e certamente di un pittore locale piuttosto impacciato».

L’affresco, staccato dalla parete prima dell'abbattimento della chiesa, è oggi conservato nel Museo del duomo di Monza.

Nel 1922 l’antico edificio, insieme all’adiacente convento degli Umiliati di Sant'Agata, fu demolito dalla giunta socialista dell'epoca per creare l’odierna via Francesco Crispi. Per ricordarne l’esistenza, il 29 settembre 2004, ricorrenza della festa di san Michele, venne collocata in piazza San Paolo, in prossimità del luogo in cui sorgeva la chiesa, una statua del santo.
Nel 2004, in memoria dell’edificio abbattuto, venne eretta una statua commemorativa. Il monumento, in bronzo, è stato forgiato da Benedetto Pietrogrande. La figura del santo è alta 3,8 metri e poggia su di un basso basamento. La sensazione che deve dare allo spettatore è quella che aleggi sul pavimento. L’arcangelo è raffigurato nell’atto di pestare un drago. In mano regge uno scettro coronato da un fiore di giglio. L’immagine del santo condottiero, tipica del mondo occidentale, viene abbandonata in favore di quella del santo dignitario di corte, tipica del mondo bizantino. Ciò ha suscitato notevoli polemiche.



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sabato 7 marzo 2015

IL GIGLIO SELVATICO GIALLO

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Il giglio (Lilium L., 1753) è un genere di piante appartenente alla famiglia Liliaceae.

Come l'iris, il genere Lilium è originario dell'Europa, dell'Asia e del Nord America; comprende piante con un'altezza da 80 cm a 2 m, dotate di bulbo a scaglie imbricate, disposte intorno ad un disco centrale, da cui originano inferiormente le radici, e superiormente lo stelo. Le scaglie, a seconda della specie, sono più o meno larghe, acuminate, serrate tra loro.

Le radici del bulbo sono perenni e non si rinnovano tutti gli anni come succede solitamente nelle piante bulbose; solo i gigli di origine cinese e giapponese, alla ripresa vegetativa, formano un palco di radici avventizie sullo stelo sopra il bulbo a fior di terra, che contribuiscono alla nutrizione delle parti aeree.

Le foglie generalmente lanceolate, più o meno strette con venature parallele, sono disposte attorno al fusto eretto, a volte in palchi, solitamente in ordine sparso.

I fiori hanno sei tepali (tre petali e tre sepali petaloidi), e sono terminali, spesso riuniti in numerose infiorescenze portate da lunghi steli, con forme e colori diversissimi, e spesso profumatissimi.

Il genere comprende circa 80 specie e numerosi ibridi e cultivar.

I Lilium, volgarmente noti col nome di Giglio, vengono coltivati per lo più come piante ornamentali, nei giardini per l'eleganza e il profumo dei fiori portati da fusti eretti, in vaso per i terrazzi, e industrialmente per la produzione del fiore reciso.

Il giglio di San Giovanni compare, con un’inattesa fiammata di colore, fra i prati di montagna, nei pascoli abbandonati e sui versanti dirupati dove si accumula terreno di risulta, sassoso e ben drenato, reso caldo dal sole estivo. È un fiore protetto e non deve essere raccolto in alcun modo, come fiore o come bulbo. Pianta longeva si ripresenta con puntualità nei soliti luoghi e, in condizioni ottimali, tende a formare piccole colonie dove le piante distano generalmente da uno a pochi metri una dall’altra. Noto anche come giglio rosso, anche se rosso non è, ma è piuttosto arancione, qualche volta diventa così chiaro da sembrare giallo.

Lilium bulbiferum, indicato talvolta nei testi come Lilium bulbiferum var. croceum, è pianta erbacea perenne bulbosa, diffusa in tutta l’Europa centrale, s’incontra spontanea nella fascia altimetrica compresa fra i 500 ed i 1900 metri, anche se talune colonie, ubicate in luoghi riparati e ben esposti, si spingono fino ad un’altezza di 2400 m. s.l.m. Sempre in luoghi caldi e assolati, preferibilmente in terreni calcarei, ben drenati. Nei terreni di risulta sulle pendici dirupate o ai piedi di queste, fiorisce con un certo anticipo ed esaurisce il suo ciclo vitale prima dell’arrivo del caldo estivo e del periodo siccitoso, entrando in un periodo di quiescenza che dura sino alla primavera successiva. Nei prati con terreni ricchi e freschi fiorisce quando l’erba è già alta e, anche a fioritura terminata, mantiene le foglie verdi ancora a lungo.

L’altezza della vegetazione circostante con cui deve competere per la luce influenza quella dello stelo, compresa fra i 30 e gli 80 cm. Gli esemplari coltivati in giardino possono raggiungere e superare il metro, presentano fiori più chiari della forma spontanea, di diametro superiore ai 10 cm, portati sette-otto per singolo stelo.

Le foglie che crescono lungo lo stelo sono sparse, alterne, di forma lanceolata e con nervature parallele abbastanza evidenti. Il colore verde cupo permette di distinguerle dall’erba dei prati anche quando la pianta non è in fiore. Sono lanose nella pagina inferiore. Le dimensioni si riducono progressivamente lungo lo stelo, quelle alla base sono picciolate. Nelle piante mature e vigorose, in annate favorevoli, all’altezza dell’ascella delle foglie poste lungo lo stelo, prossime al fiore, si sviluppa un piccolo bulbillo di colore verde o nero.

Il bulbo misura circa 1,5 cm, piccolo se paragonato a tulipani e narcisi, a sezione triangolare e con squame appuntite candide. Per superare il freddo dell’inverno si trova ad una profondità di 10-15 cm.

Il fiore può essere solitario, ma una sola pianta può arrivare a produrne anche cinque. Si compone di sei elementi: tre tepali esterni ellittici ed acuminati e tre interni subspatolati. Gli stami eretti sono in numero di sei, le antere sono grigie, l’ovario è cilindrico, lo stilo è aranciato e lo stimma violetto. Il fiore è ermafrodito, ma l’impollinazione avviene grazie alle api e ad altri insetti pronubi. Non è profumato.

Il colore è arancione, variando da toni molto chiari a tinte più cariche, minutamente punteggiati di nero. La fioritura, nelle stazioni meglio esposte, inizia a maggio.

Al fiore succede una capsula ovoide che contiene più semi, matura già nel mese di agosto, ma più spesso in settembre.

Si utilizzano i semi, raccolti solo dopo l’ingiallimento di tutte le foglie della pianta, e piantandoli in vasi singoli o ad una distanza di poco superiore ai 10 cm uno dall’altro. Possono poi essere messi a dimora in piena terra non prima di tre anni di coltivazione. I tempi di attesa per salire a fiore sono di tre anni. Le colonie che non riescono a rinnovarsi nell’arco di quattro anni sono spesso destinate ad esaurirsi. Altri bulbilli possono essere prodotti dalla porzione sotterranea di fusto caratterizzata dalla capacità di produrre radici.

In giardino può essere posto negli stessi spazi delle bulbose invernali, al posto di muscari o tulipani perché i bulbi si pongono ad una profondità maggiore e possono convivere senza darsi fastidio, rinnovando, anzi, vegetazione e fioritura. Il segreto della loro coltivazione si basa sul giusto tipo di terreno, sempre ben drenato, sull’esposizione, in sole pieno con terreno caldo, e sulla profondità dei bulbi che deve garantire un terreno fresco e umido nel periodo di vegetazione della pianta. La profondità del bulbo, 15 cm, si misura non dal fondo della buca di deposizione, ma dalla punta dell’apice del bulbo.

Per favorirne la crescita non lasciarsi prendere dalla tentazione di letamare con generosità il terreno d’impianto o usare concimi organici freschi, ma preferire sempre terricciati prodotti a partire da materiale vecchio, senza forti fermentazioni in corso (almeno 24-36 mesi). In terreni carenti è meglio utilizzare un prodotto liquido per piante da fiore diluito nell’acqua di bagnatura.

Il Giglio di San Giovanni è una pianta protetta e non deve essere raccolto in alcun modo, come fiore o come bulbo.

Il giglio stilizzato, utilizzato come emblema dalla famiglia Farnese, è noto come Giglio farnesiano. È utilizzato ancor oggi nello stemma di molti comuni ed è usato come simbolo dallo scautismo; il cosiddetto Giglio di Firenze, che è anche il simbolo della squadra di calcio della città, la Fiorentina, è in realtà un iris, ovvero l'Iris germanica var. florentina.

Nell'iconografia cristiana, è uno dei simboli associati alla Madonna, all'Arcangelo Gabriele e a Sant'Antonio di Padova, più in generale, alla castità e alla purezza.


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