Visualizzazione post con etichetta mura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mura. Mostra tutti i post

martedì 1 settembre 2015

MURA

.


Mura è un comune bagnato dalle acque del torrente Tovere e appartiene alla Comunità Montana della Valle Sabbia.

La storia di Mura si identifica, per molto tempo, con quella della sua Pieve, rimasta intatta fino al secolo XIV.
Infatti, fino a quel periodo la struttura della Pieve di S. Maria Assunta della Corna rimase un'unità omogenea, pur attraversando tutti gli avvenimenti vissuti dall'istituzione pievana in generale. Ad essa erano sottoposti i borghi del vastissimo territorio che va da Nozza a Lavino, da Alone a Presegno.
Tutta questa zona, chiamata Savallo (Summa Valli, poiché Bagolino era sotto la giurisdizione di Trento), aveva il suo primo centro in Posico.
La scoperta, effettuata proprio in questo borgo nel 1960, di una tomba romana del III-IV secolo d.C., del tipo ad inumazione, formata da otto embrici in cotto, e la famosa lapide romana murata nella finestra settentrionale della parrocchiale sono elementi più che sufficienti a dimostrare che i Romani, con molta probabilità, posero dei veterani a colonizzare questa terra.
Posico fu, d'altronde, la sede del primo comune e in seguito della Universitas di Savallo, attorno alla quale si formarono, poi, gli altri nuclei abitativi di Olsano, Olsenago, Veriano, Breda (Braedium), costituenti un insieme di toponomastica romana, l'unica del vasto Pagus.
Nel territorio di questo Pagus non ci sono altre tracce di romanità: i nomi dei diversi altri centri abitati trovano origine nel latino rustico bassomedioevale e indicano una formazione più recente, così come Mura e altre contrade.
Per interi secoli, la vita religiosa, sociale, economica, giurisdizionale dell'esteso territorio della Summa Vallis (Savallese) ruotò attorno alla Pieve di Mura, che via via venne ridimensionandosi con un progressivo, inarrestabile frazionamento e ricerca d'autonomia della altre comunità o ecclesiae.
Barbaine, comprendente Prato, Livemmo, Avenone, fu sicuramente la prima chiesa a rendersi autonoma, cui fecero seguito quelle di Nozza, Ono, Lavino, Levrange, Comero, Alone, Casto e Malpaga.
Accanto a questa storia religiosa, nel Savallese, non mancò la lotta politica, sia per avvenimenti esterni, legati al tramonto del feudalismo e all'emancipazione comunale, sia per questioni interne, più familiari e concrete.
All'inizio del 1200 la figura di Oberto da Savallo si inserì nel contesto delle lotte scoppiate in città, schierandosi con il vescovo Giovanni Palazzi, che parteggiava per il partito cosiddetto popolare.
Durante una scorreria in città, il guerriero savallese, catturò nobili e nemici dei popolari, traducendoli prigionieri nel castello della valle.
Guidò altre discese a Brescia per soccorrere i capi del partito popolare e, in seguito ad alterne vicende, sempre nel tentativo di dare maggior autonomia alla Valle, finì i suoi giorni, isolato, nel castello di Comero.
L'azione di Oberto si inquadra nel vasto cambiamento in atto in quei tempi. Proprio pochi anni dopo le varie Vicinie si riuniranno in Universitas, dando vita alle prime forme comunali, come nel caso della Universitas Savalli; e della Universitas Comunis Perticae Vallis Sabii.
Dopo Oberto da Savallo, Mura e il Savallese non conobbero più l'influenza feudale dei signori della città, non dovettero pagare le Decime ad altri feudatari valligiani, investiti dai beni di queste terre dai re o dal governatore di Venezia, pur in presenza di legami organizzativi delle vicinie.
Nel 1401 Roberto di Baviera, re di Germania, guidato da Alberghino da Fusio, scese a Brescia. In seguito a ciò, al nobile mercante venne concesso in feudo il Savallese, oltre alle terre di Bione, Odolo, Agnosine, Barghe, la Pertica, Sabbio Chiese, Preseglie, Caino, Lumezzane, con diploma dato a Bolzano il 3 novembre 1401.
Nel 1440, come ricompensa per la fedeltà dimostrata a Venezia da Galvano della Nozza, il nome di Mura ritornerà come parte di un territorio dato a lui in feudo dalla stessa Serenissima, che si era impossessata dell'intera Valle nel 1427.
Interessante, per capire anche l'evoluzione economica del Savallese, la descrizione di Giovanni Da Lezze redatta nel 1609: "Il Commun di Savallo è diviso in quattro Communi, cioè Alone, Comero, Osico, et Mura con alcune contradelle chiamate Posico, Malpaga, Auro, Fameglia, Casto, et Ulsinago, che in tutto possono esser fuoghi in questo Commune n. 700 in c/a et anime 4500 de quali utili c/a 800.
Ha fucine 35 dove si lavora il ferro, come di sopra, fabricandosi delle lamine, et di ogni altra sorte di ferramenta d'Agricoltura, et simili.
Nel qual Commune, terre, et contrade vi si fabricano dei panni bassi al n. di 500 in 600 pezze all'anno de brazza 60 l'una, per il qual effetto vi sono anco cinque folli, che lavorano sopra alcuni fontanoni che nascono in quel commune per folar detti panni; si vendono in 16 gazette il brazzo di color bianco solamente et tanè, nei quali dui essercitj vivono molte persone prevalendosi dette lane di Venetia, et di altre del paese.
Confina con Lodrino di Valtrompia, et molti di questi pratticano a Venetia nel fachinar, et vi sono à ponto a Venetia quattro, o cinque fonteghi di malvasie de quali sono padroni quelli del predetto Commun, et in particolare il sig.r Benetto, et fratelli Soldi, sono ricchi di trecento, et più mille scudi.
Questo Comune si governa sotto la giurisdizione della Valle, et in particolare col suo proprio conseglio, o vicinanza, havendo ogni commune beni proprij, et communali, che per esser beni antichi non è possibil poter discender la sorte di essi, basta che detti Communi godono la gratia et benignità del Prencipe, né s'impone in questo Commune particolarmente alcuna sorte di taglie, o gravezze, ma quelle si pagano di proprie entrate di legna, et molini di raggione di essi, essendoche ogni Commune fà il suo Molin proprio, li affittano, et sono sopra li fontanoni, li quali finiscono in Chies...".
Fra periodi di relativo benessere, pestilenze, carestie, fervori religiosi, ecc., Mura si accompagnò al dominio veneto sino alla fine del 1700, non accettando di buon grado, nonostante il difficile momento economico e fiscale della Serenissima, l'avvento francese.
Nel 1797, con l'annessione della Repubblica Bresciana alla Repubblica Cisalpina, il territorio venne diviso in Dipartimenti, a loro volta suddivisi in Distretti.
Mura, col nome di Savallo, ancora distinta da Posico (che faceva comune a sè), entrò nel Distretto delle Fucine (XV), con Nozza capoluogo.
Dopo il 1806, con il Regno d'Italia, si costituì, fra Mura, Comero, Posico, un unico comune, con centro in Posico: Comune di Posico con Mura e Comero.

Con la disfatta di Napoleone, ritornò il Governo austriaco; Mura venne a far parte del Distretto di Vestone.
I fermenti libertari portati dai Francesi lasciarono molti proseliti nel Savallese, ove si sviluppò una vivace resistenza alle imposizioni austriache.
Il 1859 segnò la data, come per tutta la Valle, di ingresso nel Regno d'Italia e l'arciprete di Mura, pur a malincuore, intonò nella grandiosa chiesa plebana il Te Deum di ringraziamento.
Le elezioni politiche del 1861, nel Collegio elettorale di Salò, riservate ancora a pochissimi, segnarono l'inizio di un nuovo percorso, intessuto di conquiste democratiche e popolari, ma anche corredato da eventi tristi e tristissimi, come il fascismo e la guerra, che tutti conosciamo.

Sia nel capoluogo che nelle frazioni esistono ancora abitazioni signorili sopravvissute alle ristrutturazioni selvagge della seconda metà del ‘900, che testimoniano la ricchezza e il prestigio raggiunto dai suoi abitanti sotto il dominio veneto.
In particolare si ricordano casa Crescini in via Castello e casa Caggioli in piazzetta Cavour nell’abitato di Mura; casa già Guffanti a Veriano; cà de becc (già casa Montini a Olsano e la splendida casa Pilotti (de’ Marchi) a Posico.
Tuttavia gli elementi più importanti del patrimonio storico – artistico del nostro paese sono gli edifici di culto.

Collocata in posizione panoramica poco sopra il paese troviamo l’elegante ed imponente mole della chiesa parrocchiale dedicata alla Vergine Assunta.
La chiesa plebana si offre alla vista come simbolo stesso del ruolo di preminenza che le garantiva la giurisdizione ancora esercitata all’epoca della sua costruzione sul vasto territorio del piviere, che comprendeva oltre a Casto e le sue frazioni, anche le parrocchie delle Pertiche fino a Presegno e Bisenzio.
La chiesa venne edificata per volere dell’arciprete Matteo Travaglioli negli anni tra il 1693 e il 1706; nel 1715 veniva consacrata dal vescovo Barbarigo. Il progetto richiama quelli del Bagnadore per la distrutta chiesa di S. Domenico a Brescia e quello del Lantana per la parrocchiale di Bagolino. La struttura esterna si slancia leggera, grazie soprattutto all’alternarsi di chiari e di scuri, data dagli arconi che smuovono le superfici, alla presenza degli eleganti portichetti laterali e all’armonia compositiva di tutto l’insieme.
La facciata pulita e lineare è scandita da paraste. Nella parete nord-est della costruzione troviamo l’elegante struttura della torre campanaria. Essa venne realizzata nelle forme attuali tra il 1796 e il 1809, anno in cui fu approntato il castello delle campane.
L’interno si presenta luminoso ed elegante, scandito dalle otto cappelle laterali e da lesene sormontate da capitelli corinzi. La decorazione della volta con i tre grandi medaglioni raffiguranti l’Incoronazione della Vergine, l’Adorazione dei pastori e quella dei Magi fu realizzata nei primi anni del XVIII secolo da Antonio Capello e Giò Batta Ottino, mentre la restante decorazione fu realizzata negli anni ’20 del ‘900 dai Trainini.
Gli altari laterali offrono esempi delle prestigiosa tradizione valsabbina dell’intaglio ligneo, spaziando dal XVI al XVIII sec.; mentre le pale sono originarie sia dell’area veneta (il Bassano e il Palma) sia di quella bresciana (Paglia, Scalvini e Voltolini)
L’ancona lignea dell’altare maggiore è di grandioso effetto scenico; venne realizzata da Giovan Battista Poccia già in spirito neoclassico, sotto la sovrintendenza di Pietro Scalvini. Essa ha la funzione di incorniciare ed esaltare la grande pala del Palma, appositamente ampliata dallo Scalvini stesso.
Sempre nel presbiterio vi è l’organo realizzato da Luigi Amati nel 1802 e in seguito più volte rimaneggiato, è oggi in cattive condizioni di conservazione.
In sagrestia ricordiamo i medaglioni della volta affrescati dal Voltolini nel 1712 con gli episodi della vita della Vergine e la Trasfigurazione sul monte Tabor.

La chiesa di San Domenico è di origine incerta, forse dovuta alla predicazione dei Padri Predicatori, viene citata già negli atti della visita del vescovo Bollani del 1566.
La chiesa è a navata unica e presentava fino agli anni ’60 del secolo scorso un elegante portichetto in seguito demolito.
Rimaneggiata nella prima metà del XVII sec., periodo in cui venne dotata dell’unico altare, si presenta nell’insieme curata e ben tenuta.
Gli affreschi della volta sono della prima metà del XVIII secolo, di buona mano, e raffigurano episodi della vita di S. Domenico.
La chiesa fu sede di Cappellanie e fino agli anni ’60 del secolo scorso vi risiedeva il curato. Essa seppur subì una profanazione e spogliazione nel 1797 da parte delle truppe giacobine, che ne depredarono le suppellettili e sfregiarono la graziosa pala.

La Chiesa della Santissima Trinità venne edificata verso la fine del XVI sec. come oratorio privato, amministrato da una cappellania, discioltasi negli anni ’30 del ‘900.
E’ dotata di un'unica navata. L’unico altare presenta una discreta pala incorniciata da una soasa tardo settecentesca..
Originariamente era dotato di un organo, purtroppo disperso nella seconda metà dell’Ottocento, probabilmente realizzato dal veneziano Gaetano Callido.
La navata, il presbiterio e la sacrestia sono ornati da eleganti stucchi primo secenteschi, che incorniciano affreschi coevi. Nel medaglione del presbiterio si trova l’Incoronazione della Vergine, mentre in quelli della navata il Sacrificio di Isacco e il Sacrificio sull’ara di Ornan.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/08/la-valle-sabbia.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



domenica 28 giugno 2015

GRANTOLA

.


Grantola è un comune della provincia di Varese.

Grantola, attestato come Grantora nel XIII, è un nome nato in epoca indoeuropea (allorché esistevano entrambe le parole che formano il composto, ghrnto (terreno) e olah (curva, svolta, piega), si è poi trasformato in ghrnt-olâ (epoca tardoindoeuropea), poi in grantolâ (epoca celtica), rimasto tale e quale in gallico e assunto in latino come Grantola.

La nascita dello Stato Italiano riconobbe a Grantola lo status di Comune sotto la Provincia di Como. Tale condizione perdurò fino al 1927. Infatti con il Regio Decreto 11 dicembre 1927, n. 2480,  i comuni di Grantola, Bosco Valtravaglia e Montegrino furono riuniti in un unico comune, denominato Montegrino Valtravaglia.

Nel 1957, con il Decreto del Presidente della Repubblica 29 novembre 1956, n. 1562, il comune di Grantola fu ricostituito, a seguito di istanza presentata dai cittadini in data 15 febbraio 1948.

Il caratteristico centro storico conserva le testimonianze del passato medioevale.

La chiesa di San Pietro fu edificata nel XII secolo, divenne col tempo parrocchia delle comunità di Grantola e Mesenzana.
Al centro dell’abside è presente un pregevole affresco, delle dimensioni di 140x90 cm, raffigurante la “Madonna del Buon Consiglio”, raffigurata seduta su un trono, mentre tiene sulle ginocchia il Bambin Gesù, ritto in piedi. Sopra il dipinto, contornato da due colonne a spirale, risalta una grossa corona, elevata da due angeli che stanno per poggiare sul capo della Vergine.
Nel 1567, San Carlo Borromeo, in vista pastorale nella vallata, notò che le comunità di Grantola e Mesenzana si trovavano costrette a condividere la parrocchia. Decise dunque di separarle, ordinando di far erigere in entrambi i paesi una nuova chiesa, relegando alla Chiesa di San Pietro la funzione di santuario.
Nel 1596, il Cardinale Federico Borromeo, anch’esso in visita pastorale, trovò immutata la situazione. Inoltre fu informato del fatto che il curato, che aveva l’obbligo di alternare la propria  dimora un anno a Grantola e un anno a Mesenzana, risiedeva sempre a Mesenzana, poiché la casa parrocchiale di Grantola era lontana dal centro abitato, in una zona paludosa e malsana. Il Cardinale rinnovò quindi l’ordine imposto da San Carlo.

La chiesa di San Carlo fu costruita su progetto dell’architetto Francesco Maria Richini, fu Chiesa Parrocchiale dal 1634, anno di fondazione della Parrocchia di Grantola, al 1965, con la conclusione della costruzione della nuova Chiesa dei SS. Pietro e Paolo.
La struttura è composta da tre navate, suddivise da colonne. L’interno dimostra la totale assenza di interventi successivi alla costruzione; l’esterno, al contrario, presenta interventi postumi che hanno comportato l’innalzamento del lato nord del presbitero e il rifacimento della facciata in stile neoclassico.
Con la costruzione della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, la Chiesa di San Carlo fu depredata di tutti i suoi decori, dell’altare e dell’antico organo: oggetti destinati ad essere collocati nella nuova chiesa.

Palazzo De Nicola fu edificato nel XVII / XVIII secolo e successivamente modificato. Presenta al suo esterno, oltre a numerosi simboli massonici, anche una raffigurazione del locomotore Stephenson, a ricordo dell’attività di costruttore ferroviario di Gaspare De Nicola (XIX secolo).
Si ipotizza che il Palazzo sia stato costruito sui resti della fortificazione distrutta nel XVI secolo dai Lanzichenecchi.

La Madonna delle nevi è un affresco datato 17 novembre 1618 e raffigura la Vergine con il Bambino, visibile a lato del lavatoio comunale (località Pasquè).

La Chiesa dei SS. Pietro e Paolo fu edificata fra gli anni '50 e '60 dello scorso secolo.

"Le Mura", resti di un antico edificio, sotto certi aspetti ancora misterioso, che sorgono sulla riva del torrente Grantorella. Si presume - senza alcuna prova - si tratti di resti del colossale castello distrutto dai Lanzichenecchi nel '500. La costruzione, fra le più importanti dell'altro varesotto, realizzata con tipica pietra del posto, si sviluppava su entrambe le sponde del torrente Grantorella, interessando anche l'area attualmente occupata dal Palazzo De Nicola.
In realtà si tratta di uno sfondo neogotico dei primi del Novecento, di giardini uniti al Palazzo De Nicola da un ponte in seguito crollato, come tramandato da una zia-testimone al Sig. Franco Broggini,con la conferma di non-antichità da parte dello studioso Prof. Franco Brichetti.

Il pozzo scoperto qualche anno fa in paese e profondo 100 metri sarebbe un cunicolo di origine vulcanica. Un mistero riguarda la provenienza delle mura che sono ancora in piedi in centro. «Le mura che noi chiamiamo forse impropriamente “medievali”, e che abbiamo inserito in un progetto di recupero, sono lì da chissà quanto tempo, ma ma nonostante incarichi a storici locali e studiosi della materia, non sappiamo a che periodo appartengono, nè da chi vennero erette», Non si hanno notizie in merito: origine ignota anche per l’affresco che da tempo immemore – ma più recente – campeggia su di una facciata del paese: qui si cerca non solo l’autore, ma anche il soggetto, che raffigura una sorta di castello di cui non si hanno notizie: frutto della fantasia o replica di altre mura? E poi il cunicolo. Nel corso di lavori nel centro storico, quello che a tutti gli effetti sembra un manufatto è stato riportato alla luce: si tratterebbe di un pozzo. Singolarmente a Grantola, che trovasi dopo Montegrino e Bosco, tutto è sparso di tomoli conici arsicci, che credonsi fumaiuoli di vulcani estinti, dal che danno indizio anche le scorie che abbondano a Cassano sull’altra riva del fiume”. Vulcani in Valcuvia? Può darsi. Anche se verificare la notizia pare un tantino difficoltoso. L’interno del “pozzo” in centro a Grantola, in una foto appare foderato di mattoni. Potrebbe davvero essere un buco nel terreno realizzato per i rifornimenti idrici (anche se la zona, oggi, è ricca d’acqua); oppure davvero costituire un cunicolo naturale nato dalla tettonica della zona e successivamente sfruttato per altri scopi.

Da Grantola transitava la tranvia Varese-Luino, inaugurata ai primi del Novecento e dismessa negli anni cinquanta, il cui tracciato si snodava strettoie prealpine e della Valganna.
Tutti i ciclisti, dilettanti e non, ben conoscono “la Grantola” , quei duri tornanti della provinciale che da Grantola salgono verso Cunardo, e sempre inclusi nelle classiche Tre valli varesine.
Grantola è spesso citata dal cantautore Biagio Antonacci, perché luogo di soggiorno delle sue estati in età adolescenziale. Se pur non nominata direttamente, Grantola è spesso richiamata nei testi delle sue canzoni.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-prealpi-varesine.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



martedì 2 giugno 2015

LE MURA DI CASTEL GOFFREDO

.


Le mura di Castel Goffredo erano il complesso di opere difensive che nel corso dei secoli furono erette per difendere la città da attacchi ostili. Si possono distinguere due cinte murarie edificate in epoche differenti. La prima cinta muraria di Castel Goffredo, dotata di fossato a difesa, si formò entro le rovine del castrum romano e fu eretta tra il 900 e il 1000. Al suo interno sorse il primo nucleo urbano e si chiamò Castellum vetus, ovvero “Castelvecchio", conservato quasi integro ai giorni nostri. Del luogo si parla in un documento del 12 giugno 1480 nel quale Ludovico Gonzaga, vescovo di Mantova e signore di Castel Goffredo, stipulò degli accordi con il comune sul possesso di alcune terre del luogo. Della prima fortificazione facevano parte anche: il castello medievale, ora scomparso; la Porta di Sopra, formata da una grossa torre rettangolare, divisa in tre piani, ora scomparsa; il Rivellino, addossato alla Porta di Sopra, ora scomparso; la Torre civica, alta 27 metri, che fungeva di porta d'accesso (chiamata porta castelli veteri) e chiudeva l'accesso a Castelvecchio; il Palazzo Gonzaga-Acerbi, residenza castellata, con fossato antistante di difesa; il Torrazzo medievale. Della prima cinta si conserva ancora un importante tratto corrispondente al lato nord del Palazzo Gonzaga-Acerbi. All'inizio del Quattrocento, sotto il marchesato di Alessandro Gonzaga, l'abitato costruito a ridosso di "Castelvecchio" fu circondato da un secondo ordine di mura e dal rivellino. Tutto attorno alle mura si estendeva un fossato originato dal corso dei torrenti Fuga e Tartarello, mentre una strada di circonvallazione percorreva tutto il perimetro. Nella città fortezza vi erano sette torrioni difensivi ad arco circolare e quattro porte di accesso: Porta Picaloca, a est, all'ingresso dell'attuale via Mantova; Porta di Sopra, a nord, all'ingresso dell'attuale via Manzoni, a ridosso della quale nel 1460 fu costruito a maggiore difesa il rivellino; Porta del Povino, a sud, all'ingresso dell'attuale via Botturi; Porta di Poncarale, a ovest, all'ingresso dell'attuale via Poncarali; Ludovico Gonzaga, vescovo di Mantova e signore di Castel Goffredo, nel 1480 affidò l'incarico di potenziare le mura difensive all'architetto militare Giovanni da Padova. Anche il marchese Aloisio Gonzaga (1540) provvide a rafforzare le porte di accesso alla città. Dopo il marchesato di Alfonso Gonzaga, che apportò solo piccoli miglioramenti alle fortezza, iniziò il decadimento delle mura difensive a causa dell'abbandono in cui furono lasciate dai duchi di Mantova e dalle guerre. Tra il 1757 e il 1771 iniziò il progressivo abbattimento delle opere di difesa, iniziando dal rivellino. Nel 1817 prese avvio la demolizione della seconda cinta muraria che progressivamente venne conclusa nel 1920. Di questa seconda cinta muraria si conserva ancora traccia del Torrione di Sant'Antonio sul quale, nel 1930, venne costruito un edificio adibito a colonia estiva elioterapica (Parco La Fontanella) e di un tratto di fossato che cingeva le mura a ovest del borgo; una costruzione di civile abitazione sorta sul Torrione dei Disciplini assieme a un tratto di fossato a sud-ovest del centro abitato. Delle porte che chiudevano la città rimane traccia in due pilastri in marmo della Porta Picaloca all'ingresso di via Mantova.

Il castello di Castel Goffredo sorgeva presumibilmente nella zona occupata, dalla metà del XIII secolo, dalla chiesa di Santa Maria (o chiesa in Castello), abbattuta nel 1986, a ridosso di Castelvecchio. Durante gli scavi per la realizzazione di un edificio di civile abitazione, vennero alla luce i resti di un edificio fortificato medievale che farebbero supporre all'esistenza del castello, sulle rovine del quale sorse la predetta chiesa. Un manoscritto del Seicento fa riferimento al castello nel punto in cui si trovava la Chiesa in Castello.

Di fronte alla roccaforte, nella stessa piazza Gonzaga, sorge la torre civica, che chiudeva il borgo medievale di "Castelvecchio" nella parte meridionale. L'ipotesi avvalorata dal Bonfiglio indica che «...il castello vecchio stava a monte della torre e della loggia, circoscritto a tramontana e ad occidente dalla fortezza nuova», senza specificare se la struttura era all'interno o fuori del palazzo del signore.

Anche il poeta Matteo Bandello, nei Canti XI de le lodi de la s. Lucretia Gonzaga... Le III parche, al tempo in cui fu ospite a Castel Goffredo del marchese Aloisio Gonzaga (dal 1538 al 1541), citò un «castello altiero» e un «buon castello» e ancora riferito ad Aloisio, «'l suo castello ha fatto così forte, qual altro che più forte Italia addite». In questo contesto, probabilmente, il Bandello si riferiva alla residenza del marchese (palazzo Gonzaga-Acerbi) con rocca al suo interno e alle fortificazioni erette nel 1520 a difesa del borgo.
Una lapide segnavia posta in via Cannone riporta anche l'antico nome "già della rocca", il che fa supporre l'esistenza della rocca nelle vicinanze.





LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/in-giro-per-castel-goffredo.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



domenica 31 maggio 2015

IL CASTELLO DI SONCINO

.


Il Castello di Soncino è uno dei più tipici castelli lombardi dell'area del cremonese, eretto a partire dal X secolo ed avente un ruolo fondamentale nella difesa dell'area sino al Cinquecento
Le origini della rocca risalgono al X secolo quando venne realizzato un primo cerchio di mura attorno ad una primitiva struttura difensiva per contrastare la calata degli Ungheri. Nel Duecento il castello venne assediato diverse volte sia dai milanesi che dai bresciani alleati e altrettante volte ricostruito sino al 1283 quando il comune di Soncino deciderà la costruzione di una nuova rocca. Nel 1312 il castello viene occupato dai cremonesi e nel 1391 i milanesi lo utilizzano per la loro guerra contro i veneziani, il che portò dal 1426 a nuovi rafforzamenti sul cerchio esterno di mura.

Nel 1283 si trova menzionata una nuova Rocca, mentre nel 1312 il castello è occupato dai Cremonesi e nel 1391 i Milanesi ne faranno una testa di ponte contro i Veneziani la cui politica di espansione in terraferma avveniva ormai a danno del Ducato Milanese. Dopo la conquista di Brescia, avvenuta nel 1426, da parte della Serenissima le mura ed il castello vennero rinforzati intorno al 1427 per sostenere gli attacchi dei veneti. La pace di Lodi del 1454 sancì definitivamente i confini tra la Repubblica di Venezia ed il Ducato di Milano, assegnando a quest'ultimo anche Soncino. Nonostante ciò, Francesco Sforza fece rinforzare le mura ed il castello. Nel 1468 i Soncinesi avanzarono al Duca la richiesta di costruire una nuova rocca presso l'angolo di sud-ovest, in sostituzione della precedente. Francesco Sforza, ancora dubbioso della fedeltà degli abitanti, non accolse la proposta e si limitò a costruire un nuovo torrione. Galeazzo Maria Sforza nel 1469 inviò a Soncino gli architetti Serafino Gavazzi da Lodi ed il cremonese Bartolomeo Gadio, quest'ultimo autore anche del Castello Sforzesco di Milano, per approntare i progetti della nuova Rocca. I lavori però non ebbero inizio. Nel 1471 gli ingegneri ducali Benedetto Ferrini da Firenze e Danese Maineri, responsabile delle fortezze di Soncino e Romanengo, intrapresero delle opere di manutenzione dell'antica rocca, oltre alle mura, alle porte ed alla torre civica. Al Ferrini venne pure ordinato di stimare la spesa per la costruzione della rocca gadiana, ma i lavori non iniziarono che nel 1473 sotto la direzione del protomastro Bartolomeo Gadio il quale aveva richiesto la presenza del Maineri e del maestro da muro Giacomo De Lera, di Cremona, esponente della nota famiglia di architetti. I lavori verranno compiuti proprio dal De Lera. Lo stato di avanzamento dei lavori è testimoniato dalle due missive ducali del 1474 nelle quali è contenuta la richiesta di collocare un'insegna con l'impresa sforzesca sopra la porta della rocca. Insieme alla cerchia muraria la rocca costituiva un importante complesso fortificato, anche se non proprio all'avanguardia. Nonostante fosse stata interamente costruita dagli Sforza, la rocca risente degli influssi viscontei: il suo impianto quadrato con torri singolari sporgenti deriva dai castelli di pianura di Pandino, Pavia ed altri. La difesa si limita a potenziare alcuni elementi quali lo spessore dei muri, la maggiore altezza delle torri, la profondità del fossato, ecc. La torre circolare costituiva una novità, un elemento aggiornato che venne edificato però su un preesistente torrione circolare e non intenzionalmente. Anche il castello di Lodi presentava un'unica torre circolare, ancor'oggi visibile, innestata su impianto quadrato ed inserita nella cerchia muraria. Nel 1499 la rocca diverrà possedimento dei veneziani fino al 1509. In seguito passerà dai francesi nuovamente agli Sforza e nel 1535 al dominio Spagnolo. Nel 1536 Carlo V di Spagna elevò Soncino a Marchesato infeudandolo agli Stampa e da allora un lento declino interesserà la rocca: gli Stampa lo trasformeranno progressivamente in residenza, costruendo nuovi corpi di fabbrica addossati alle mura interne e trasformando le strutture esistenti, come la camera superiore della torre di sud-est che diverrà cappella. Nel XVI secolo pittori di fama quali Bernardino Gatti, decorarono alcune sale ottenute chiudendo gli spalti. Vincenzo Campi realizzò al pala d'altare della cappella con una perduta Deposizione di Cristo, mentre Uriele Gatti dipinse alcune sale al piano terreno. Purtroppo la decorazione è quasi completamente sparita e non ne rimangono che poche tracce. Nonostante alcuni tentativi di rafforzare le difese in occasioni d'interventi minacciosi, la rocca cadde in un progressivo abbandono, tanto da divenire magazzino di legname. Nel 1876 Massimiliano Stampa, ultimo marchese di Soncino, cedeva il complesso alla Municipalità per legato testamentario. Nel 1883 l'architetto Luca Beltrami venne incaricato di eseguire un rilievo e nel 1886 iniziò i lavori di restauro che comportò la demolizione di porticati ed altre strutture addossate agli spalti. Le merlature, i tetti delle torri vennero in gran parte ripristinati, mentre il ponte levatoio veniva sostituito da uno un muratura. I lavori terminarono nel 1895 con il restauro del rivellino. Situata in una piazza raccolta, si presenta con un rivellino un tempo chiuso da saracinesca. Al di sopra del portale vi è una finestrella con profonda strombatura dalla quale la sentinella poteva controllare la piazza d'armi. Oltrepassato il rivellino, si entra nella rocca vera e propria, preceduta da una piccola corte che fungeva da disimpegno per i movimenti delle truppe. Due scale addossate alle pareti interne conducono agli spalti, protetti da merlature poggianti su caditoie le quali venivano utilizzate per lanciare pietre e liquidi bollenti quali pece ed olio. Sul lato ovest del rivellino un tempo v'era un ponte levatoio che veniva, in caso di emergenza, calato sul ponte fortificato in modo da permettere l'evacuazione della rocca verso la campagna. L'accesso alla rocca era permesso da due ponti levatoi, uno pedonale ed uno carraio, per il passaggio di cavalli e carri. In caso di attacco e conquista del rivellino, la rocca poteva essere facilmente isolata. Varcato il secondo ingresso si giunge al cortile del castello. Al centro del cortile v'è una vera da pozzo, ricostruita nel XIX secolo, così come è stato messo in luce l'accesso ai sotterranei. La torre di nord-ovest, detta anche Torre del Castellano perché residenza del capitano della fortezza, ha anch'essa un ingresso alla quota del cortile, ma a differenza delle altre due quadrangolari, attraversate dal cammino di ronda posto alla quota degli spalti, presenta un passaggio interrotto da due passerelle levatoie in modo da consentire l'isolamento in caso di assedio. La torre diveniva così l'ultimo baluardo di difesa che poteva garantire la via di fuga degli assediati attraverso i sotterranei della torre ed un passaggio segreto posto sul lato ovest del fossato. Dal cortile, tramite un piccolo atrio con due porte che potevano essere saldamente chiuse dall'interno, si accede ad una stanza coperta da volta a botte. Sulla parete di fronte si apre una finestra, mentre sulla parete di sinistra possiamo ammirare un camino con cappa piramidale. Sulla destra si apre la scala che conduce ai sotterranei mentre vicino alla finestra, in un angolo, si trova un pozzo. Posta simmetricamente, all'ingresso si apre la porta della scala scavata nel muro perimetrale della torre, che conduce alla stanza superiore, anch'essa con volta a botte lunettata. La sala, un tempo decorata con affreschi, presenta un'ampia finestra con sedili in mattoni posti nell'ampio sguancio, era dotata di latrina ricavata nello spessore del muro. Lungo le pareti si trovano le uscite che conducono sugli spalti. Dall'atrio che conduce allo spalto occidentale, parte una scaletta che porta al piano della merlatura, ora coperto dal tetto. Ritornati al piano del cortile, è ora possibile scendere al pozzo interno. Si giunge ad una sorta di atrio che dà accesso alla prima sala sotterranea coperta da volta a botte ed illuminata da una finestrella, mentre un lato della stanza é interamente occupato da un rialzo a forma di bancone. Proseguendo, giungiamo ad un secondo andito che conduce al secondo sotterraneo, a destra, che poteva essere inondato in caso di necessità e che conduceva a due camminamenti, probabilmente vie di fuga. A sinistra si entra in una sala con volta a botte che conduceva, mediante la porta levatoia, al pontile a due arcate sul fossato e da qui ad un'uscita segreta. Mediante una scala sotterranea si risale alla corte centrale e raggiungiamo gli spalti tramite la scala addossata al lato est. Lo spalto orientale mette in comunicazione due torri quadrate, dotate di una stanza al piano terra coperte da volte e finestra strombata. Due porte portano rispettivamente al sotterraneo su due livelli ed al piano superiore aperto sugli spalti con due archi e volte a crociera. Da qui parte un'altra scaletta che conduce al livello degli spalti della torre sud - orientale, dove si possono notare ancora tracce di affreschi, utilizzata nella seconda metà del XVI secolo come cappella. Il più antico di questi affreschi raffigura una Madonna con il Bambino, probabilmente un ex-voto, della fine del XV secolo. Sotto uno strato d'intonaco è possibile ammirare un frammento d'affresco raffigurante il Leone di S. Marco, ricordo della breve dominazione veneziana. Sul terzo strato d'intonaco, risalente alla dominazione sforzesca, è possibile vedere un grande stemma sforzesco fiancheggiato da tizzoni accesi cui sono appese delle secchie, che dovevano illustrare il motto "Accendo e spengo", mentre ai lati, ripetuta controparte, possiamo ammirare l'altra impresa araldica raffigurante una mano nell'atto di sciogliere il cane alla catena legato all'albero. L'impresa araldica, che in seguito venne venduta agli Stampa, significava la libertà che fu portata al Ducato di Milano dagli Sforza. La volta è decorato con un motivo a pergolato, analogo a quello dipinto nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Soncino. Il tema del pergolato non è infrequente nelle fortezze sforzesche: basti ricordare quello celebre che da il nome alla Sala delle Assi in Castello Sforzesco a Milano.

La Torre circolare è l'unica ad avere questa caratteristica forma e presenta al livello dei camminamenti una sala rotonda con calotta circolare al centro della quale si trova un pilastro a forma di cilindro che conduce sul tetto del baluardo, di forma conica e di molto sopraelevato rispetto alle altre torri, di modo che l'area potesse essere usata come torre d'avvistamento. Questa torre, eretta nel Cinquecento, presenta altresì molte tracce ad affresco di stemmi e di una crocifissione oggi in forte stato di degrado. La presenza di questo particolare affresco fa pensare che qui un tempo fosse posta la cappella che, a seguito delle trasformazioni volute dai marchesi Stampa, venne trasferita in un'altra torre. Al livello degli spalti la torre presenta un andamento cilindrico, ma verso l'interno presenta un angolo rientrante con le pareti allineate agli spalti stessi. All'incrocio di queste pareti si apre una porta che immette in una stanza rotonda coperta da calotta sferica e con due aperture a doppia strombatura che servivano per puntare le spingarde a difesa del lato sud e del ponte. Vicino alla porta vi è una scaletta con andamento elicoidale che conduce alla merlatura con ordine di piombatoi. Nel pilastro cilindrico posto al centro della stanza vi è una scaletta a chiocciola che conduce alla sommità del tetto conico della torre, una sorta di belfredo che assolveva alla funzione di torretta d'avvistamento. Questa dislocazione, al di sopra dei tetti, permetteva una visione più ampia del territorio circostante. La parte inferiore della torre è costituita da una stanza bassa coperta da volta ed appena illuminata da aperture poste a filo del terreno, probabilmente un magazzino di munizioni. Tra la volta ed il pavimento della stanza superiore vi è uno spessore di circa tre metri, il che fa supporre che vi esistesse una stanza intermedia. La tradizione la vuole identificata come la sala del tesoro, ma che però potrebbe essere, forse, una struttura di consolidamento del bastione della cinta muraria a sostegno della torre cilindrica. Anche durante i restauri ottocenteschi eseguiti da Luca Beltrami, non si è mai trovata l'apertura per questa stanza. A differenza delle altre torri, questa presenta una sola sala sotterranea, di forma circolare e coperta da volta. Tornati in cortile, ammiriamo il corpo di fabbrica addossato alla cortina muraria meridionale. L'edificio è un'aggiunta cinquecentesca tesa a trasformare la rocca in residenza signorile. Le pareti recano tracce di stemmi sforzeschi, mentre la parete occidentale presenta una nicchia ad arco entro cui è affrescata una Crocifissione, ormai sbiadita. Probabilmente questa era la parete di fondo della cappella e l'affresco doveva assolvere alla funzione di pala d'altare. In seguito alle trasformazioni subite dalla rocca nella metà del XVI secolo, la cappella venne demolita per far posto ai nuovi corpi di fabbrica destinati a residenza e fu in quell'occasione che il luogo sacro venne spostato sugli spalti della torre sud orientale.





LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-soncino.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : SONCINO

.

Soncino è un paese dentro la cerchia muraria e nella ragnatela delle viuzze medievali dove la vita fluisce in un'atmosfera assorta, quasi trasognata. L'impianto urbanistico e il paesaggio architettonico, entrambi modesti ma singolari, fanno da sfondo e palcoscenico ad una storia lunghissima, originalissima e forse unica.
Il borgo di Soncino sorge al centro della pianura lombarda, sulla sponda destra del fiume Oglio che lo separa dalla vicina Provincia di Brescia. Proprio questa sua posizione strategia ne ha sempre fatto un ambito oggetto di conquista da parte delle potenze allora dominanti.
Il 18 novembre 2004 è stato riconosciuto il titolo di città dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ha tre frazioni: Gallignano, Villacampagna e Isengo. Il 18 luglio 2008 è ufficialmente entrato a far parte del Club "I borghi più belli d'Italia".

Dista circa 35 km da Cremona, 32 km da Brescia, 34 km da Bergamo e 59 km da Milano.

Soncino si trova nella Pianura Padana, al centro della Lombardia al confine tra le province di Cremona, Brescia e Bergamo. Sorge sulle rive del fiume Oglio in una zona ricca di fontanili e risorgive. È sede culturale del Parco dell'Oglio Nord.

Il toponimo Soncino viene fatto risalire all’epoca delle invasioni germaniche dopo la disgregazione dell’impero romano: periodo in cui secondo la tradizione si collocherebbe la fondazione di Soncino. Il significato più probabile è “re delle acque”. Tuttavia non ci sono attualmente resti materiali, né si possiedono fonti documentarie che attestino questa tradizione.

L'origine di Soncino non è del tutto chiara: alcuni ritrovamenti archeologici sporadici (punte di freccia, raschiatoi in selce e un tesoretto in bronzo e rame) possono solo presumere un passaggio, un transito di popolazioni preistoriche attraverso il territorio soncinese, che in quest'epoca (dal periodo neolitico all'inizio dell'età del ferro) era bagnato dalle acque paludose del lago Gerundo. Il dosso su cui sorge l'odierno centro storico di Soncino doveva allora emergere dalle acque e, quindi, poteva essere un luogo molto ben protetto e sicuro.

L'arrivo dei celti (V-III secolo a.C.) coincide, probabilmente, con la nascita di una zona di confine. Inizialmente tra i celti e gli etruschi, che erano per lo più stanziati sulla sponda bresciana e mantovana del fiume Oglio. In seguito l'Oglio fu confine per due popolazioni celtiche gli Insubri ed i Cenomani.

Risalgono all'epoca romana (II secolo a.C.-IV secolo d.C.) numerosi ritrovamenti di materiale laterizio oltre che due ville ed alcune fornaci sempre nella zona settentrionale del comune di Soncino presso la frazione di Gallignano, che sembra essere la prima veramente abitata. Questo perché si trova ad un'altitudine superiore e, quindi, non interessata dalle acque del Lago Girondo. Anche in questo periodo il territorio soncinese si trova lungo una zona di confine, infatti è ancora incerto se appartenesse alla regione augustea X (Venetia et Histria) o XI (Transpadana). L'invasione delle popolazioni germaniche che provocò la caduta dell'Impero romano d'Occidente, coincide con il periodo tradizionale della fondazione di Soncino. Secondo i principali storici soncinesi furono i Goti, una popolazione di origine germanica, a stabilire un primo insediamento sul dosso attuale.

All'epoca delle invasioni ungare (IX-X secolo) nel Nord Italia si assiste alla nascita di numerose fortificazioni, fenomeno che probabilmente ha interessato anche Soncino, determinando una progressiva frammentazione del territorio. Il 1118 è una data fondamentale, infatti Soncino viene istituito a "borgo franco" segnando il passaggio dalla zona d'influenza bergamasca a quella cremonese. Questa istituzione comporta una notevole espansione demografica ed economica. Il controllo dell'attraversamento del fiume Oglio permette di incamerare notevoli ricchezze. Incominciarono, però, i violenti contrasti con i bresciani che nel 1118 fondarono il borgo franco di Orzinuovi per limitare il potere cremonese nella zona; divenne il secondo borgo franco in Italia ottenendo un proprio potere autonomo.

Nel XIII secolo, sotto la guida di Buoso da Dovara, avviene la prima importante militarizzazione di Soncino. Viene risistemata la vecchia rocca e si costruisce interamente in muratura la cinta muraria. È uno dei periodi più floridi di Soncino, così come in gran parte dei comuni del Nord Italia. L'aumento della ricchezza consente anche migliorie dal punto di vista dei pubblici servizi come la grandiosa costruzione del sistema idrico-fognario che permette anche il funzionamento dei numerosi mulini.

Con il privilegio del 1311 Soncino viene sottoposto direttamente all'Impero (diventa terra separata) senza il controllo di nessuna altra città, come lo era stato prima con Cremona. È il periodo, quindi, di maggiore indipendenza. I privilegi concessi erano di natura prettamente economica che intendevano favorire l'espansione commerciale di questo territorio. Nel 1313 lo stesso Enrico VII, con diploma imperiale, investe in feudo Soncino a Giovanni I conte del Forese. Un'infeudazione più sulla carta che reale e, certamente, non impedì l'assoluta indipendenza e libertà della comunità soncinese.

Nel periodo visconteo (1385-1454) Soncino diventa la più importante roccaforte di difesa lungo la linea di confine del fiume Oglio tra Milano e Venezia. Per ben tre volte nel XV secolo la Repubblica di Venezia riuscì ad impadronirsi di Soncino, dando sempre prova di buon governo. Si sviluppa grandemente l'attività imprenditoriale sia con la famiglia degli ebrei che con alcune famiglie locali, soprattutto Amadoni e Azzanelli continuando anche nel secolo XVI. Ciò permette una diffusione maggiore dei famosi pannilana soncinesi, ormai richiesti su tutti i mercati europei.

La seconda grande militarizzazione del borgo soncinese avviene nell'epoca sforzesca (1454-1536) con il rifacimento completo della cerchia muraria e con la costruzione della nuova rocca. Gli Sforza ebbero grande considerazione di Soncino per la sua posizione strategicamente importante all'interno dello scacchiere militare dell'Italia settentrionale, per questo lo dotarono di imponenti strutture difensive.

Con l'arrivo degli spagnoli (1536) inizia il periodo di decadenza del comune soncinese. L'infeudazione ad opera di Carlo V in favore dei marchesi Stampa limita i numerosi privilegi avuti nei secoli passati da Soncino. Lo stanziamento di numerose truppe militari spagnole contribuisce, inoltre, all'impoverimento del territorio ed alla progressiva e costante perdita di vitalità economica. Tra il XVIII e la prima metà del XIX secolo avviene la completa smilitarizzazione ad opera prima degli austriaci mediante l'abbattimento delle quattro porte medioevali e poi di Napoleone. Questi ultimi avvenimenti determinarono la fine della storia indipendente del borgo soncinese.

Soncino è un borgo con un centro storico di impronta medioevale ancora completamente racchiuso in una cinta di mura del XV secolo.

La Rocca sforzesca (XV sec.) è un importante struttura militare formata da un cortile principale attorniato da quattro torri, tre a pianta quadrata ed una cilindrica. Antistante al cortile principale, verso il borgo, sorge un caratteristico rivellino separato dalla Rocca e dal borgo da quattro ponti levatoi.
Cerchia delle mura e sotterranei. Lungo i due chilometri di mura medioevali sorgono sei torrioni ed in diversi punti si stanno recuperando interessanti strutture sotterranee che facevano parte della difesa militare quattrocentesca.
Il museo bellico è collocato al piano terra della torre di Nord-Ovest del castello e conserva una collezione di divise garibaldine, cimeli e documenti della I e II guerra mondiale: elmetti di varie forme, mostrine, fotografie, lettere, piccoli diari, gavette e borracce segnate dai proprietari con il proprio nome. Sono esposte inoltre sciabole, pugnali, pistole, medaglie, proiettili e una mitragliatrice con raffreddamento ad acqua.

Ospitato all’interno della splendida cornice della Rocca Sforzesca, il Museo civico ripercorre, attraverso un percorso cronologico e tematico articolato in diverse sezioni, le tappe del popolamento nel territorio dalla preistoria fino al XVII secolo inoltrato.
La scelta della sede espositiva si rivela particolarmente adeguata per le caratteristiche dell’edificio, palinsesto strutturale e simbolo storico della città.
Pregevole la sezione dedicata alla seconda età del Ferro che si caratterizza per la presenza di splendidi corredi celtici di armati databili alla metà del III secolo a.C.; alla fase più recente della medesima epoca si collocano invece le sepolture di Isengo (fine II- metà I secolo a.C.), testimoni della progressiva romanizzazione delle popolazioni a seguito alla conquista della Gallia Cisalpina.
L’età romana è documentata dai numerosi reperti recuperati in località Bosco Vecchio a Gallignano, uno tra i pochi siti pluristratificati della Provincia di Cremona; l’esistenza di una villa rustica con annessi impianti produttivi per la fabbricazione di materiale laterizio è confermata dai marchi di fabbrica impressi, recanti i nomi dei produttori (F.P.Q., Q.DELLI, Q.VAL, Q.V.H.).
Il percorso di visita si chiude con una sala dedicata al Borgo e alla Rocca Sforzesca dove trova spazio la selezione di ceramiche rinascimentali recuperate durante gli interventi di pulitura e sgombero dei cunicoli e dei bastioni delle mura.

All’interno delle mura, testimoni della ricchezza idrica di Soncino e dello sviluppo del commercio manifatturiero, ci sono i mulini ad acqua distribuiti sul territorio come quello di S.Angelo ancora esistente, che utilizzavano la forza motrice idrica; ma era soprattutto sotto al tratto meridionale delle mura che si concentravano gli insediamenti produttivi grazie alla presenza di una segheria affiancata al  mulino di San Giuseppe, la quale sfruttava l’ultimo salto delle acque che andavano poi ad irrigare le bassure dell’Oglio

La Torre Civica è una struttura difensiva edificata nel 1128, al Palazzo Vecchio fu affiancato il Palazzo dei Consoli con una nuova torre civica, a canna quadrata con un'altezza di 31,50 m (successivamente rialzata fino agli attuali  41,80 m ).

A metà '200, il podestà e signore Buoso da Dovara vi aggiunse il Palazzo Pretorio sotto le cui arcate trovò sepoltura Ezzelino da Romano (1249).

Al breve dominio veneziano si deve la torretta dei Matéi (o Mori 1506) che il terremoto del 1802 abbatté assieme a due campate del fabbricato, risparmiando però l'ala meridionale della metà '400 che s'affaccia sulla piazza maggiore del borgo.Durante la succesiva ricostruzione, la facciata venne integrata con l'orologio zodiacale  (il quadrante con i simboli astrologici in terra cotta è del 1977.
             
Secondo la tradizione nel palazzo venne rinchiuso Ezzelino da Romano, dopo che fu sconfitto nella battaglia di Cassano il 27 Settembre 1259 dal soncinese Giovanni Turcazzano. Narrano le cronache che Ezzelino si lasciò morire dopo pochi giorni. Per tradizione ogni mercoledì mattina alle ore 9:00 (in origine a mezzo giorno) il campanone della torre civica fa risuonare i lugubri rintocchi dell'agonia che ricordano la fine del tiranno.
L'interno del palazzo ospita nella bella sala della giunta l'importante Archivio Storico Civico, con documenti al partire dal 1311 e una raccolta di quadri.

Lungo i due chilometri di mura medioevali, nella parte settentrionale, sorgono sei torrioni a intervalli regolari, a pianta circolare con alta scarpa e tamburo cilindrico separato da una cornice a toro, che servivano quale strumento di difesa. Al loro interno vi erano ricavati dei magazzini dove potevano essere concentrati gli strumenti di difesa.Al contrario, la parte meridionale delle mura non presenta torrioni difensivi.

Si può osservare oggi  la particolare conformazione della struttura fortificata, alta sul piano di campagna con andamento prima rettilineo e poi inflesso delle mura. La tessitura non sempre uniforme dell'apparato murario e gli sporti su beccatelli che a tratti si evidenziano, testimoniano i molti rifacimenti e le numerose riparazioni
                                 
Oggi alcuni tratti di mura sono stati riutilizzati come base d'appoggio per costruire alcune case.

La Casa degli Stampatori,secondo la tradizione era la casa della famiglia di ebrei che a Soncino stamparono nel 1488 la prima bibbia ebraica completa al mondo ad opera di Ghershom Nathan Soncino e poi presero il nome dal borgo di Soncino. Attualmente è sede del Museo della Stampa..

Il quatrrocentesco Palazzo degli Azzanelli è il risultato della trasformazione di un precedente palazzo, acquistato dalla famiglia di mercanti soncinesi.
Il palazzo presenta un'elegante facciata decorata da monofore trilobate in cotto con putti e modanature a tortiglione, con cornice a marcapiano in cotto, decorata da festoni, ghirlande e putti reggi ghirlanda. Il cortile assume invece una monumentalità seicentesca nell'ampiezza degli archi ribassati e nella solidità delle colonne con entasi. Un tempo il palazzo presentava una ricca decorazione costituita da piastrelle in ceramica policroma.

La Pieve di S. Maria Assunta (XII sec.) è la chiesa più importante del borgo, fondata nel XII sec. fu una delle prime chiese della diocesi di Cremona. Venne rimaneggiata a più riprese, di cui l’ultima nel XIX sec. diede l’impostazione attuale. Rilevanti al suo interno un affresco raffigurante la trinità ariana, un dipinto di Mathias Stormer e due sculture lignee.
La Chiesa di San Giacomo (XIV sec.) nasce originariamente come un luogo di sosta dei pellegrini diventa poi un convento degli agostiniani (che vi ergono la torre eptagonale). Il culmine della sua importanza lo raggiunge con i domenicani che si insediano nel XV sec. e poco alla volta creano tre chiostri e soprattutto insediano una farmacia ed un importante biblioteca. Il convento fu retto come priore da Michelangelo Ghislieri divenuto poi Papa San Pio V. Pregevoli all’interno una pietà in terracotta policroma dello De Staulis e le vetrate di Fra Ambrosino da Tormoli. Contiene le spoglie di Stefana Quinzani, domenicana, venerata come beata dalla Chiesa cattolica.
Chiesa di Santa Maria delle Grazie (XV sec.) notevole esempio di architettura rinascimentale, eretta nel 1492 per i Carmelitani. Ancora oggi appare completamente affrescata con notevoli dipinti tra i quali emergono il Giudizio universale sulla controfacciata e le opere di Giulio Campi. Da ammirare anche l'elegante interno che presenta una preziosa decorazione in terracotta nello stile dello scultore Giovanni Antonio Amadeo in collaborazione con Agostino De Fondulis. Attualmente è retta dalle suore dell’Istituto Sacra Famiglia.

La chiesa di S. Pietro Martire si trova nel quartiere Ghibellino; situata nella via omonima, fu sede della Confraternita dei Crocesignati che si costituì nel 1451 ed ebbe quale prima sede la distrutta chiesa di S.Lino.

In seguito venne ospitata nell'Oratorio di S.Pietro Martire dei Disciplini, che erano già insediati nel castro davarese da circa un secolo.

I primi contrasti sorsero nel XVI secolo, ma divennero insanabili nel Settecento, allorché i Crocesignati denunciarono apertamente la pratica medioevale della flagellazione che i Disciplini ancora praticavano. L'autorità civile intervenne per vietare quella pratica, ma nel 1762 i Crocesignati dovettero lasciare la sede dei Disciplini che verò loro metà del valore dell'antica chiesa affinché potessero costruirne una nuova.

Nel 1765 venne eretto il nuovo Oratorio dei Crocesignati i quali ottennero di potervi traslare la dedicazione a S.Pietro Martire, mentre l'Oratorio dei Disciplini fu intitolato al Santo Crocefisso. Nel 1771, quando la confraternita fu soppressa, la chiesa passò sotto la giurisdizione della pieve. La chiesa presenta un'elegante facciata a doppio ordine con lesene e frontone triangolare.

L'interno, a navata unica, presenta due cappelle laterali. Sulla parete di fondo dell'abside possiamo ammirare la Madonna col Bambino tra Santa Caterina da Siena, S.Raimondo da Penyafort ed il Beato Francesco Cropello da Soncino, opera eseguita nel 1601 dal manierista cremonese Cesare Ceruti.

Notevoli sono pure le sculture lignee policrome raffiguranti S.Rocco ed il Cristo Morto, eseguite nel XVIII secolo. Quest'ultima è ospitata nell'urna che sino al 1784 aveva accolto le spoglie della Beata Stefana Quinzani e che, dopo la sua traslazione a Colorno, venne qui collocata.

L'area su cui sorge la chiesa corrisponde all'antica area incolta inglobata all'interno della nuova cinta muraria voluta da Buoso da Dovara nel XIII secolo. Qui si trovava, un tempo, un Oratorio dedicato a S.Giorgio.

La chiesa di S. Pietro Apostolo edificata nel XII, posta fuori le mura, subì un pesante rifacimento nel XVII secolo, mentre nel 1915 venne allungata di una campata con conseguente ricostruzione della facciata, dal lineare impianto classicheggiante.

L'interno, a navata unica con volta a botte, presenta quattro cappelle per lato intervallate da pilastri e colonne di ordine ionico. In alcune parti della chiesa si possono ammirare i frammenti della decorazione risalente ai secoli XIV e XV. Nella seconda cappella sinistra vi sono due affreschi votivi raffiguranti la Madonna con Bambino, mentre nella quarti vi sono frammenti raffiguranti una figura di Santo Incoronato, probabilmente S. Luigi di Francia o re Davide. Sopra le porte del presbiterio si possono ammirare altri frammenti raffigurante un altro Santo Incoronato, mentre a sinistra troviamo un Cristo Crocifisso, mentre l'affresco sopra il confessionale della quarta cappella a sinistra, raffigurante probabilmente i santi Cosma e Damiano, risale al XVI secolo. La cappella della Madonna presenta una Madonna del Latte, affrescata nel XV secolo e trasportata agli inizi del XVII dall'altare precedente. Fu in quell'occasione che l'affresco venne ampliato con l'aggiunta di S. Lucia e S. Agata ai lati, mentre sopra venne affrescato il Padre Eterno e due angeli che incoronano la Vergine. Nella lunetta vi è affrescata un'Annunciazione. Sul secondo altare destro troviamo una copia antica raffigurante S. Antonio da Padova, opera di Carlo Francesco Nuvolone ed eseguita nel XVII secolo per la chiesa di Trenzano. Al secondo altare troviamo un Battesimo di Cristo, opera secentesca di scuola veneta, mentre al terzo troviamo una pala raffigurante S. Anna, la Vergine e S. Fermo, opera di scuola lombarda del XVIII, probabilmente del Picciotti. Alle pareti del presbiterio troviamo, a destra, S. Pietro liberato dal carcere, del casalasco Paolo Araldi, che lo dipinse alla fine del XVIII secolo, mentre a sinistra troviamo l'Immacolata ed i Santi Francesco d'Assisi e Margherita da Cortona, opera settecentesca di Giandomenico Cignaroli. Pregevoli sono pure l'altare maggiore e le balaustre.

La Chiesa dei SS. Paolo e Caterina già appartenente all'ex-convento omonimo, presenta una navata unica con doppia volta ad ombrello. Sull'altare conserva un grande affresco raffigurante la Crocifissione con la Madonna, S. Giovanni, S. Paolo e la Beata Stefania Quinzani, opera attribuita a Francesco Carminati che la dipinse nel XVI secolo. A destra troviamo una copia in stucco del primo sepolcro cinquecentesco della Beata Stefania, che si trovava nella chiesa pubblica. Alle pareti laterali vi sono monumenti sepolcrali ottocenteschi appartenenti alla famiglia Galantino. Il più sontuoso è quello di Francesco Galantino. In controfacciata troviamo una Conversione di S. Paolo, opera eseguita nel 1579 dal bresciano Grazio Cossali.

A Soncino ci sono altre chiese:Sant' Imerio a Gallignano, San Bartolomeo a Isengo, San Bernardo a Villacampagna.

Il Museo della seta di Enzo Corbani è all'interno dell'ex Filanda Meroni e vi sono esposti antichi strumenti per l'allevamento del baco e lavorazione della seta.

Soncino è sede culturale del Parco Oglio Nord e sul territorio comunale sorgono due riserve naturalistiche sul fiume stesso: la Riserva naturale Bosco de l'Isola e la Riserva naturale Bosco di Barco. Inoltre nel territorio comunale è presente anche una porzione del Pianalto della Melotta (PLIS) Parco Locale di Interesse Sovraccomunale. Dal punto di vista naturalistico hanno rilevanza anche due canali: il Naviglio Grande Pallavicino e il Naviglio Nuovo Pallavicino.

Il paesaggio naturalistico più rilevante è il Terrazzo Alluvionale del fiume Oglio, tutta la porzione di territorio a Sud del borgo e delle mura plasmato nei secoli dal lento scorrere dell'Oglio.

Interessante dal punto di vista naturalistico il Parco del Tinazzo, che sorge a un paio di km a nord del borgo sulla strada Calciana. Creato dalla famiglia Cerioli nell'800 custodisce accanto a tipiche piante locali, di cui alcune secolari, anche essenze provenienti da altri continenti.

Nel territorio comunale esiste anche un sito di interesse archeologico dove probabilmente sorgeva una villa romana.

Gallignano è la maggiore frazione del comune di Soncino, conta oggi circa 1000 abitanti tra il nucleo principale e le numerose cascine e la località San Gabriele.

La genesi più accreditata del paese dice che i primi insediamenti umani furono per la lavorazione dell'argilla in zona Bosco Vecchio, cascina esistente fino agli anni 90 del secolo scorso, poi a San Gabriele, situato lungo la via romana ricordata come barbaresca. San Gabriele, ora località di 15 cortili organizzati con un evidente criterio urbanistico di comunità, non crebbe a causa della pericolosità della via romana: dopo la caduta dell'impero la popolazione si spostò a fondare Gallignano, l'attuale località di riferimento per una vasta campagna. A Gallignano è presente il gruppo archeologico Aquaria che ha censito molte prove a suffragare la probabile cronologia appena esposta.

Da visitare in paese la chiesa parrocchiale e un palazzo privato in cui sostò Napoleone.

A San Gabriele un palazzo privato di proprietà della famiglia Manenti e la chiesetta santuario di Villa Vetere, posta in aperta campagna, ricostruita dopo il terremoto di Soncino del 1802, su un preesistente luogo di culto documentato dal 1600 ma con ogni probabilità risalente ai tempi dei primi insediamenti. Ovunque nel territorio ci sono risorgive di acque di falda, qui particolarmente vicina alla superficie e da tempo immemorabile scavata e condotta sui prati.

Isengo è la piccola frazione di circa un centinaio di abitanti che sorge a nord-ovest del capoluogo; ha qui sede lo stadio delle Robinie, impianto calcistico e centro nevralgico della comunità. Nel suo territorio sono state ritrovate diverse testimonianze archeologiche.

Villacampagna è la frazione posta lungo la strada per Cremona. È stata sede di una delle prime case dell'Istituto Sacra Famiglia.

Nel quartiere San Martino sorge il palazzo dei Conti Covi: una costruzione che segue l'andamento della strada con un bel portale a tutto sesto e ghiera di pietre bugnate.Sono interessanti all'interno le rinascimentali assette dei soffitti, e all'esterno la fascia ornamentale in tera cotta. In origina il palazzo doveva presentarsi in forme non dissimili da quelle di palazzo Azzanelli ; l'interno era spesso impreziosito da soffitti a cassettoni con tavolette dipinte a soggetti araldici e cavallereschi.Nel cornicione si compongono motivi di serie tardo medievale e rinascimentale: putti alati, inginocchiati che reggono festoni sui quali un tempo si affacciavano angeli musicanti e tutt'ora affiancano ghirlande racchiudenti lo stemma del nobile casato.
Ancora ben conservati sono i cortili, porticati e colonnati dei secoli V e VI secolo. Il più caratteristico è ora sede dell'enoteca "Ai cinque frati" che presenta una serie di colonne in marmo con dei capitelli fogliati quattrocenteschi.

La Piazza San Martino così denominata in onore del patrono del Borgo, S.Martino di Tours(316c.-397).
                                                   
A seguito di questo i Soncinesi fecero un voto e nel 1276 eressero una chiesa dedicata al Santo.L'oratorio che affiancava la chiesa era di una sola navata con tetto a capriate e pavimento in mattoni.(oratorio)

Le pareti erano decorate con affreschi e l'interno prendeva luce da tre finestre: due rettangolari e una rotonda;il portale in legno posto sulla facciata era l'unico accesso alla chiesa.La cappella maggiore ospitava l'altare in mattoni al di sopra del quale si poteva ammirare una statua lignea di S.Martino. Dietro l' altare la sacrestia.

Il 7 dicembre 1775 l'oratorio venne profanato per esigenze viabilistiche e al suo posto si aprì l'attuale piazza del mercato.

Accanto alla piazza si trovano i "Portici Rossi", fatti costruire tra il 1878 e il 1879 dal comune sull'area di antiche abitazioni civili destinati al mercato di pollame ed ortaggi, denominati così dalla popolazione in riferimento al pavimento in mattoni a coltello.
 Formelle in calda terracotta rossa decorano le pareti con la rappresentazione di mesi, vecchi mestieri e giochi infantili, opera del gruppo Deca.

Leonardo Da Vinci nei suoi scritti annota: a Sonsino sol cremones accanto a un disegno di canali irrigui. Una probabile testimonianza di un suo passaggio a Soncino.

Nel corso dell’anno si tengono diverse manifestazioni sia di lunga tradizione sia più recenti. Le principali sono: Festa di Primavera (quarta domenica di maggio) – Sagra delle Radici (quarta domenica di ottobre) – Rievocazione storica (primo week-end di ottobre) Halloween a Soncino (31 ottobre di sera) – Carnevale (si festeggia la domenica e il martedì grasso) – Sagra di S.Luigi (seconda domenica di settembre) – Soncino Fantasy (25 aprile) – Festa del Fiume (seconda e terza settimana di giugno). Inoltre le sagre delle tre frazioni sono le seguenti: per Gallignano è il 21 ottobre S. Imerio, per Isengo è il 24 agosto S.Bartolomeo e per Villacampagna è il 4 maggio S.Gottardo.

Il borgo è particolarmente attivo dal punto di vista culturale, infatti sono attivi diversi gruppi culturali. Oltre all’associazione Pro Loco, sono presenti altre associazioni che si occupano dell’aspetto turistico, come per esempio la Cooperativa il Borgo. Nella frazione di Gallignano da diverso tempo è presente l’associazione Aquaria che si interessa di archeologia sia dal punto di vista dei ritrovamenti sia della cura del Museo Archeologico. Altro gruppo particolarmente attivo è l’Associazione Castrum Soncini che si occupa di speleologia urbana, ovvero del recupero del patrimonio sotterraneo del centro storico, inoltre organizza manifestazioni rievocative. Il gruppo Deca invece si dedica alla lavorazione dell’argilla ed alla creazione di oggettistica in ceramica. Sono attive in città anche sedi locali di Lions Clubs International e Rotary International. Particolarmente importante è la Banda civica, ovvero l’Orchestra di fiati della città di Soncino, come recita la nuova denominazione. Sorta nel lontano ‘800 recentemente si è profondamente rinnovata con la partecipazione di maestri diplomati. Ciò ha portato alla pubblicazione di diversi CD e alla partecipazione a concorsi internazionali, tra cui si ricorda la vittoria del Flicorno d’Oro (Riva del Garda), Concorso per Bande di Valencia (Spagna), Concorso di Kerkrade (Paesi Bassi). Per quanto riguarda, invece, la musica leggera sono attivi alcuni gruppi tra cui il gruppo Kèi del furmai che propone canzoni pop-rock in dialetto soncinese. A Soncino è presente una delle migliori bande musicali italiane: La Banda Civica Musicale di Soncino, vincitrice di importanti premi internazionali come il "Concorso Internazionale per Bande" organizzato dal Comune di Valencia in Spagna. Dal 2001 ha cambiato denominazione in Orchestra di fiati città di Soncino, per poi tornare attualmente al nome originario.

Particolarmente attivi anche i diversi gruppi che si occupano di solidarietà. Oltre alle ormai consolidate Avis e Croce Verde sono presenti anche le seguenti associazioni: Scout Agesci, Gruppo F.Moreni, Caritas, Gruppo H – Quartiere Brolo, Argo, Acli, Centro Ricreativo Anziani, Protezione civile IL GRIFONE.

Il terremoto di Soncino avvenuto il 12 maggio 1802 con intensità pari a 8÷9 gradi della scala Mercalli.

Una prima scossa fu avvertita il giorno precedente, l’11 maggio verso le 18, con abbassamento del livello delle acque nei pozzi e presenza di odore di zolfo.

La scossa principale avvenne il giorno 12 verso le ore 9,30 e il suo epicentro dovrebbe essere posto nella media valle dell’Oglio nei dintorni della città di Soncino interessando una ventina di paesi.

A Orzinuovi si ebbero i danni maggiori con danni su 400 degli oltre 500 edifici del centro abitato. Si ebbero crolli nelle chiese di San Domenico, di San Francesco, nella Chiesa della Madonna, nell’Ospedale dei Poveri e nel convento di Santa Chiara.

A Soncino si rilevarono danni alla chiesa parrocchiale, alla chiesa di San Giacomo, alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, con il crollo di un’arcata, alla chiesa di San Bernardo, cui danni ad una parte del campanile. A Soncino si ebbero anche 2 morti (oppure 2 feriti molto gravi). Baracche di legno improvvisate accolsero la popolazione che si dedicò a pratiche devozionali e penitenziali. Danni furono rilevati anche nella frazione di Gallignano e nel comune di Ticengo.

A Romanengo crollò la chiesa parrocchiale, tanto che venne ricostruita ex novo dopo pochi anni.

Si ebbero danni anche a Crema, con fenditure e crepe nella Cattedrale, nell’Arco del Torrazzo, nella chiesa di San Bernardino degli Osservanti; crolli al campanile del santuario di Santa Maria delle Grazie, le cappelle della basilica di Santa Maria della Croce furono scoperchiate.

Una fenditura si ebbe nel territorio di Credera Rubbiano con fuoriuscita di abbondate acqua.

La scossa fu avvertita distintamente anche a Lodi, Cremona e Brescia. Altre scosse si susseguirono fino al 24 giugno dello stesso anno.

L’economia locale è ancora molto legata all’agricoltura, il vasto territorio è in gran parte occupato da aziende agricole legate all’allevamento di bovini e suini. Soncino è il comune della provincia di Cremona con il maggior numero di allevamenti zootecnici. Per ciò che riguarda l’industria i settori più presenti sono quello cartario, siderurgico, laterizio. Esiste anche una zona industriale tra le statali per Cremona e Crema.

Un particolare prodotto dell'agricoltura locale è la cosiddetta "Radice di Soncino", una radice dal gusto amarognolo coltivata solo nella zona. Ad ottobre si tiene una sagra dedicata a tale prodotto.

Dalla stagione 2012/2013, Soncino ha una nuova squadra di calcio: la "San Paolo Soncino" (colori sociali bianco-rosso del gonfalone cittadino), nata dalla fusione tra la U.S.D. San Paolo Gallignanese e lo S.C. Soncino. La nuova società partecipa al campionato di seconda categoria. Sono attive le seguenti società sportive: San Paolo Soncino (calcio - seconda categoria)- Soncino Sporting Club (nuoto) – S.C. Imbalplast (ciclismo) – Gruppo Atletica Arvedi Soncino (atletica) – U.S. Acli Vassalli Karate Soncino (arti marziali) – Gruppo Alpinisti Anonimi (alpinismo) – Circolo Sportivo il Biliardo (biliardo) - Boneless Club (skate & bmx) - A.S.D Rainbow center (fitness e arti marziali) - Bronx Soncino (calcio - livello amatoriale).

Persone legate a Soncino:
Cabrino Fondulo, condottiero. Fu un abile militare che si fece valere nelle varie guerre tra le signorie del periodo. Ciò gli valse anche la nomina di Capitano delle milizia a Bologna e la cittadinanza di Firenze, nel 1420.
Beata Stefana Quinzani, fondatrice di un convento domenicano e grande esempio di santità, è salita all'onore degli altari con papa Benedetto XIV il 14 dicembre 1740.
Santa Paola Elisabetta Cerioli, fondatrice della Congregazione dei religiosi e delle religiose della Sacra Famiglia di Bergamo. È stata proclamata santa da Giovanni Paolo II il 16 maggio 2003.
Piero Manzoni, artista famoso per i suoi Acrhome e Merda d'artista; appartenente alla corrente dello Spazialismo insieme a Lucio Fontana.
Lisa Morpurgo (nata Dordoni), scrittrice e famosa esperta di astrologia.
Antonio Gussalli,(1806-1884), letterato.
A Soncino morì il celebre condottiero Ezzelino da Romano. La leggenda vuole che il suo corpo sia sepolto, assieme al suo tesoro, "all'ombra del campanile" della chiesa principale. Ancor oggi, settimanalmente, la campana della Pieve di Soncino batte un rintocco in ricordo della morte di Ezzelino.
Dal 1548 al 1550 fu priore del convento di San Giacomo di Soncino Michele Ghislieri, divenuto poi Papa Pio V e successivamente Santo. Famoso per la battaglia di Lepanto e per la sua attività di inquisitore.
Marianna de Leyva, meglio nota come la Monaca di Monza citata dal Manzoni ne "i Promessi Sposi", passò parte della sua infanzia a Soncino in quanto, rimasta orfana, venne affidata alla zia, sposata al Marchese Stampa. In particolare dimorò nella Rocca Sforzesca.
Altro particolare personaggio legato a Soncino attraverso la nobiltà locale è la Marchesa Luisa Casati, sposa del Marchese Camillo Casati Stampa di Soncino (Muggiò, 1877 - Roma, 1946). Fu un eccentrico personaggio di inizio Novecento che raccolse attorno a sé i maggiori artisti europei degli anni venti e trenta tra cui Gabriele D'Annunzio, Jean Cocteau, Filippo Tommaso Marinetti, Jack Kerouac, per i quali fu musa ispiratrice, mecenate e, spesso, amante.
Lara Consolandi, nuotatrice. Ha partecipato ai campionati mondiali ed europei di nuoto con buoni piazzamenti.
Eleonora Soldo, ciclista. Campionessa europea su pista e di altri titoli continentali.
Giovanni Zavaglio, calciatore. Ha giocato come attaccante negli anni sessanta con Atalanta, Catanzaro, Verona, Venezia e Cremonese. Militando nei campionati di serie A, B e C.
Renato Cappellini, calciatore. Ha giocato come attaccante con Inter, Roma, Fiorentina, Como, Genoa, Varese e Chiasso. Vincitore con l'Inter dello scudetto 1965/1966. Conta 2 presenze e un goal in Nazionale.
Mino Denti, ciclista. Vincitore del Tour de l'Avenir nel 1966. Ciclista di fama mondiale.
Sergio Borgo, calciatore. Ha giocato con Lazio e Pistoiese. Vincitore con la Lazio dello scudetto 1973/1974; è stato direttore generale del Novara fino al 2008.
Giacomo Losi, calciatore. Gioca dal 1954 al 1969 nella Roma come difensore. Soprannominato dai tifosi "Core de Roma", vince con la sua squadra la Coppa delle Fiere (oggi Coppa Uefa) nel 1961 e 2 Coppe Italia nel 1964 e 1969. Conta 11 presenze in nazionale. Oggi è allenatore della Nazionale Italiana Attori
Daria Albergoni. Nuotatrice e primatista italiana giovanile. Ha partecipato ai campionati europei nei 50 rana.






FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 6 marzo 2015

PIZZIGHETTONE

.


Pizzighettone ( Pisighitòn in dialetto pizzighettonese) è un comune italiano di 6.777 abitanti della provincia di Cremona in Lombardia.

La storia degli insediamenti nel territorio di Pizzighettone è profondamente legata al fiume. La presenza di un guado determinò sin dall'antichità preromana la sua rilevanza per il controllo della regione. Si risale ai Celti (III secolo a.C.) con l'antica piazzaforte di Acerrae, che sorgeva in vicinanza dell'Adda. In epoca romana Acerrae divenne una stazione di transito (statio) della strada Cremona-Laus Pompeia (Lodi Vecchio), quindi scomparve con la fine dell'Impero Romano. Durante il Basso Medioevo, nel XII secolo, il Comune di Cremona fondò l'attuale Pizzighettone, realizzando un castrum sulla sponda orientale del fiume Adda, lungo la strada che dal capoluogo cremonese conduceva verso Pavia e Lodi-Milano. Pizzighettone divenne un importante caposaldo fortificato, a più riprese ampliato e potenziato sotto i vari potentati che si succedettero durante i secoli: le Signorie cremonesi (Ugolino Cavalcabò, Cabrino Fondulo), milanesi (Visconti, Sforza), la Repubblica di Venezia, i sovrani di Francia, gli Asburgo di Spagna e d'Austria, i Borbone, i Savoia, Napoleone Bonaparte. Le sue strutture fortilizie rimasero attive per scopi difensivi sino al 1866, fin oltre l'Unità d'Italia. Ancora oggi esistono ben conservate le antiche difese cittadine: una possente cerchia muraria sulla sponda sinistra del fiume, una vasta serie di difese bastionate sulla destra dell'Adda. Accanto a questi, edificî antichi come la chiesa parrocchiale di San Bassiano (secolo XII) ed il Palazzo Comunale (secolo XV).
Da segnalare che nel 1525 fu tenuto prigioniero nella Rocca di Pizzighettone - oggi semidistrutta - il Re di Francia Francesco I di Valois: catturato dalle truppe asburgiche dopo la sconfitta subita a Mirabello di Pavia venne incarcerato nella torre detta "del Guado", giunta integra e visitabile ai giorni nostri.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/lombardia-la-regione-che-ospita-expo.html

http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

venerdì 20 febbraio 2015

LE PORTE DI MILANO





Girando per la città si possono vedere le porte della città che sarebbero i resti delle antiche mura.

Per porte di Milano si intendono le aperture stradali ricavate in varie epoche nelle cinte murarie romane, medievali e spagnole della città. Tali accessi potevano risultare come semplici varchi ricavati nel perimetro murario cittadino, o aperture fortificate o talvolta addirittura monumentali. Ogni diversa epoca s'è portata dietro con sé le relative porte, tuttavia sono poche quelle giunte, per quanto rimaneggiate, fino a noi. Le stesse porte più comuni della città, quelle che si sentono nominare quotidianamente e che si vedono -laddove sopravvissute - lungo la circonvallazione dei bastioni non sono altro, nella quasi totalità dei casi, che nuove edificazioni risalenti al periodo napoleonico, o al primo Ottocento.
La prima cinta muraria medievale di Milano, in legno, venne travolta dal Barbarossa nel 1162. Emerse pertanto la necessità di un sistema difensivo più solido e all'avanguardia, che venne realizzato a partire dal 1171. Le nuove mura, in muratura, erano intervallate da sei porte principali, che identificavano i relativi sestieri in cui era divisa la città; a queste dovevano aggiungersi - come riportato nel 1288 da Bonvesin de la Riva - una decina di accessi fortificati secondari, comunemente chiamati pusterle. Architettonicamente le porte principali si costituivano di un doppio varco d'accesso (ad esclusione di Porta Ticinese, denominata appunto Porta Cicca (cioè piccola), perché caratterizzata da un solo fornice), fortificato con la presenza di una torre; le pusterle si caratterizzavano invece per la presenza di un solo fornice, ricavato all'interno di una fortificazione.

Le porte principali della città erano pertanto:

Porta Orientale
Porta Romana
Porta Ticinese
Porta Vercellina
Porta Comasina
Porta Nuova
A queste andava aggiunta la Porta Giovia, che non viene citata dal Bonvesin de la Riva nel De magnalibus Mediolani (1288) e che sorgendo in uno spazio all'interno del successivo Castello Sforzesco, sarebbe definitivamente scomparsa con la costruzione della Rocca Giovia (1358-1368). Le altre porte minori (o pusterle) della città erano invece:

Pusterla di Monforte
Porta Tosa
Pusterla Lodovica (già Pusterla di Sant'Eufemia)
Pusterla della Chiusa
Pusterla dei Fabbri
Pusterla di Sant'Ambrogio
Pusterla delle Azze
Pusterla Beatrice (già Pusterla di San Marco)
Pusterla del Borgo Nuovo

La costruzione delle cosiddette mura spagnole avvenne tra il 1548 e il 1562, per volere dell'imperatore Carlo V e di Ferrante I Gonzaga, governatore della città all'epoca. L'iniziale progetto di rafforzamento delle difese cittadine. Completata nel 1562, la cinta era costituita da un muraglione con torri e lunette; in alcuni punti le mura erano dotate di fossati, ricavati dai numerosi canali presenti nella Pianura Padana. Nella cerchia muraria si aprivano anche in questo caso lei sei porte principali, che avevano già dato il nome ai relativi sestieri di Milano. Anche in età spagnola pertanto le porte principali della città erano:

Porta Orientale
Porta Romana
Porta Ticinese
Porta Vercellina
Porta Comasina
Porta Nuova
Esse erano poi affiancate da quattro porte minori, ciascuna delle quali succursale di una delle precedenti (ad eccezione di Porta Tenaglia, che faceva riferimento al vicino Castello Sforzesco:

Porta Tenaglia, succursale del Castello, di vita effimera (demolita già nel 1571)
Porta Tosa, succursale di Porta Orientale
Porta Vigentina, succursale di Porta Romana
Porta Lodovica, succursale di Porta Ticinese
Dopo il primo rifacimento monumentale di Porta Venezia, per mano del Piermarini, con l'avvento di Napoleone si stabilì di dare alla città accessi più degni e monumentali. A partire dai primi anni dell'Ottocento cominciarono i rifacimenti delle varie porte cittadine, ad eccezione di Porta Romana, l'unica fra le porte spagnole ad essere già monumentali. Alle nuove realizzazioni in stile neoclassico s'affiancarono - più o meno contemporaneamente - i caselli daziari, necessari per la riscossione e le procedure del dazio cittadino. Il modello, importato in Italia da Napoleone era quello - sia dal punto di vista istituzionale che da quello architettonico - delle Barrières di Parigi, le barriere realizzate nella cinta daziaria di Parigi da Claude-Nicolas Ledoux fra il 1785 e il 1789, alle soglie della Rivoluzione francese. Architettonicamente parlando si componevano di due edifici a pianta quadrangolare, simili a tempietti peripteri, posti a controllo di una via d'accesso alla città (esternamente all'arco di trionfo, nel caso in cui ce ne fossero).

I lavori di rifacimento della Porta Ticinese (allora Porta Marengo), la porta da cui Napoleone era rientrato a vittorioso Milano nel 1800 dopo la Battaglia di Marengo, sono i primi a cominciare già nel 1802. Il progetto vincitore è quello dell'architetto Luigi Cagnola, che batte anche quello presentato dal Canonica: la porta ideata dal Cagnola richiama idealmente (e nel nome) i propilei, l'antico accesso monumentale dell'Acropoli di Atene e si presenta con un doppio prospetto tetrastilo di ordine ionico, con pilastri angolari e frontoni triangolari, accompagnato da due caselli, in posizione più arretrata. La porta vedrà una realizzazione piuttosto travagliata, e sarà terminata soltanto nel 1814.

La prima ad essere realizzata sarebbe stata infatti Porta Vercellina nel 1805, su progetto del Canonica, realizzata in occasione dell'entrata trionfale a Milano di Napoleone per l'incoronazione a Re d'Italia. Questa, in particolare, costituì anche il primo esempio di arco trionfale permanente eretto fino ad allora a Milano. Nel 1807 cominciarono invece i lavori - su progetto del Cagnola per l'erezione dell'arco di trionfo in onore di Napoleone, progetto abbandonato con la caduta del Regno d'Italia, ma ripreso successivamente e concluso solo nel 1838, in tempo perché Ferdinando I d'Austria potesse inaugurarlo dedicandolo alla Pace che aveva riunito le potenze europee nel 1815.

Negli anni successivi nuove porte monumentali e caselli daziari vennero eretti a Milano; contemporaneamente le mutate esigenze cittadine e la crescita della città spingevano all'apertura di nuovi varchi all'interno della cinta muraria spagnola. Nel 1864 venne aperta la Barriera Principe Umberto, per collegare la città alla Stazione Centrale; nel 1870 fu la volta di Porta Genova, per consentire una comunicazione diretta fra la città e la Stazione di Porta Ticinese. A queste vanno poi aggiunte Porta Volta, come nuovo itinerario per Como, realizzata in seguito all'interruzione da parte della ferrovia del tracciato storico in uscita da Porta Garibaldi (Milano) e Porta Monforte, l'ultima ad essere aperta prima che in ottemperanza al Piano Beruto si procedesse alla demolizione dei bastioni e al conseguente prolungamento degli assi viari interni ed esterni alla città, che prima sfociavano contro le mura.

In età risorgimentale diverse porte, fino ad allora chiamate col toponimo geografico di riferimento, cambiarono nome (come già era avvenuto parzialmente in età napoleonica per Porta Riconoscenze e Porta Marengo) per celebrare le Cinque Giornate di Milano (Porta Vittoria) e alcuni eventi connessi alla Seconda guerra d'indipendenza italiana (Porta Garibaldi, Porta Venezia, Porta Magenta).


 .

Post più popolari

Elenco blog AMICI