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martedì 5 luglio 2016

I PILASTRI DELL'ISLAM

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Per i musulmani i 5 pilastri sono degli obblighi fondamentali che il fedele è tenuto a rispettare. Essi sono la testimonianza della fede, la preghiera, fare zakat (l'elemosina), digiunare nel mese di Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nel corso della vita.

Per il Corano "non esiste divinità al di fuori di Allah e Maometto è il suo profeta". La testimonianza della fede viene chiamata Shahada ed è una formula che il musulmano pronuncia giornalmente.

Secondo il Corano, il Libro Sacro dell'Islam, "Non esiste divinità all'infuori di Dio (Allah), e Maometto è il Suo profeta". Questa dichiarazione di fede viene detta ayyab, una semplice formula che il musulmano pronuncia giornalmente. Intrinseca in questa azione è l'accettazione del Profeta Maometto: "Maometto non è padre di nessuno dei vostri uomini, egli è l'Inviato di Allah e il sigillo dei profeti. Allah ha piena conoscenza di tutte le cose". (Corano 33:40)

La preghiera va recitata cinque volte al giorno: all'alba, a mezzogiorno, a metà pomeriggio, al tramonto e di notte. Ogni preghiera dura pochi minuti ed è un collegamento diretto tra il fedele e Dio. Per gli uomini è obbligatorio riunirsi in una moschea per pregare (chi è malato può restare a casa), ma per le donne no.

Per gli uomini è obbligatorio riunirsi in una moschea per pregare (chi è malato può restare a casa anche se il profeta Maometto, in caso di malattia, andava lo stesso alla moschea), ma per le donne no. Al venerdì, giorno festivo per i musulmani, la preghiera congregazionale (jumua) si tiene a mezzogiorno, ed è ritenuta obbligatoria per gli uomini e facoltativa per le donne. Un musulmano può pregare praticamente ovunque, anche sul lavoro o a scuola. È raccomandato però che si metta una stuoia pulita a terra dove pregare e di rivolgersi in direzione (qibla) della Mecca durante la preghiera.

Prima di fare la preghiera bisogna essere in stato di purità, o wudu. Wudu è il nome del rito dell'"abluzione minore", una pulizia rituale con acqua pura o, in caso d'impossibilità, sostituibile col tayammum (sfregarsi con terra pulita invece di acqua), in cui le parti lavate comprendono: le mani, la bocca, il naso, il volto, le braccia, la testa, le orecchie e i piedi fino alle caviglie.

Se il lavaggio viene eseguito con acqua, il musulmano è considerato in stato di ahara (purità rituale), il che significa che si è ripulito dai peccati per il periodo che intercorre tra due preghiere. In altre parole, a meno che il musulmano non faccia qualcosa per rimuovere questa pulizia, non ci sarà bisogno di altri lavaggi prima della preghiera successiva. Quando invece viene fatto il tayammum e cioè viene usata la sabbia, la pulizia è temporanea e solo per quella preghiera, indipendentemente dal fatto che venga o meno commesso un atto impuro. Perciò, prima di eseguire un'altra preghiera, si dovrà procedere al lavaggio rituale del wudu.

Tradizionalmente la salat deve essere recitata in arabo (anche se la persona non lo parla né lo comprende, dato che comunque le preghiere vanno recitate a memoria): l'arabo è una lingua sacra ed è la lingua nella quale è stato rivelato il Sacro Corano. La salat comprende la testimonianza di fede in Dio (Allah) e nella missione profetica (shahada) di Maometto, che implica una richiesta di perdono e invoca la benedizione celeste. Si recitano la prima sura (al-Fatia) e una o più parti del Corano (imparate a memoria). L'intera sessione include varie posizioni (raka): in piedi, inchinati, inginocchiati e prostrati.

Un altro dei pilastri fondamentali è il credo che tutte le cose appartengono a Dio. Le ricchezze quindi sarebbero soltanto in custodia agli esseri umani. Il termine 'zakat' significa sia purificazione che crescita. Fare zakat vuol dire quindi "dare una percentuale di alcune proprietà ai bisognosi. La zakat viene calcolata individualmente e implica il pagamento annuale del 2,5% del capitale in eccesso a quello che serve per far fronte ai bisogni primari. Una persona può anche donare una cifra maggiore come carità volontaria, nella speranza di una ricompensa divina.

Nel mese del Ramadan non si può bere, mangiare, fumare e avere rapporti sessuali durante tutto il giorno, fino al calare del sole. Sono esclusi i malati e le donne durante il loro ciclo mestruale, che dovranno recuperare i giorni saltati il prima possibile.



Durante il mese lunare di Ramadan i musulmani trascorrono più tempo in preghiera o ascoltando ogni giorno una parte del Corano letto da lettori specializzati in moschea o in luoghi allestiti allo scopo. Il Sawm mira a disciplinarsi, rafforzando le virtù della pazienza (sabr) e dell'autocontrollo, e del fare anche capire e provare su di sé le difficoltà che provano coloro che a volte non hanno di che mangiare. Questi atti vengono fatti sempre dedicando l'aspetto penitenziale del tutto a Dio.

Infine c'è il pellegrinaggio a La Mecca (Hajj), il luogo sacro dei musulmani, che va effettuato almeno una volta nell'arco della vita per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo, sia economicamente che fisicamente. Un pellegrinaggio "minore" e assolutamente facoltativo è la visita della Mecca nei mesi diversi da quello del pellegrinaggio "maggiore" canonico. Del pari non obbligatoria è la ziyara, la visita alla Moschea del Profeta a Medina.

Il pellegrino indossa una tenuta distintiva composta da due pezze di stoffa non cucite per lo più di colore bianco che non mostrino differenze di classe sociale e di cultura, perché tutti sono uguali davanti a Dio. L'esecuzione del Hajj coinvolge una serie di rituali, compresa la circumambulazione antioraria del più importante santuario islamico, la Kaba, una costruzione cubica coperta da un drappo nero (kiswa) che è situata al centro di una grande spianata sacra (matàf). Dopo aver percorso 7 volte a passo affrettato (ma non di corsa) il tragitto fra Safa e Marwà, un altro momento essenziale è costituito dalla sosta (wuquf) nella pianura di Arafa, qualche Km. a sud della Mecca, dal sacrificio di animali e dalla tonsura dei capelli che esaurisce l'intera cerimonia.

Sia pur assai meno che nei secoli scorsi, il Hajj costituisce ancora oggi una prova ardua e potenzialmente rischiosa e non sono infatti mancati negli ultimi anni gravi incidenti che hanno provocato un gran numero di morti fra i pellegrini. Comunque, con l'avvento dei moderni mezzi di trasporto e un'adeguata infrastruttura, l'Arabia Saudita ha mostrato di essere in grado di accogliere milioni di visitatori all'anno (2 milioni per il solo hajj). Un pellegrinaggio "minore" e assolutamente facoltativo è la visita della Mecca nei mesi diversi da quello del pellegrinaggio "maggiore" canonico. Del pari non obbligatoria è la ziyara, la visita alla Moschea del Profeta a Medina.

L'origine dei cinque pilastri è da attribuirsi al cosiddetto Hadith di Gabriele attribuito al terzo califfo Umar ibn al-Khaab .


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domenica 3 luglio 2016

IL CORANO

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« In verità coloro che credono, siano essi Giudei, Cristiani o Sabei, tutti coloro che credono in Allah e nell'Ultimo Giorno e compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno nulla da temere e non saranno afflitti. »
(Corano, II:62)
« Dicono: «Siate giudei o nazareni, sarete sulla retta via». Dì: «Seguiamo piuttosto la religione di Abramo, che era puro credente e non associatore». »
(Corano, II:135)
« Chi vuole una religione diversa dall'Islam, il suo culto non sarà accettato, e nell'altra vita sarà tra i perdenti. »
(Corano, III:85)
« Coloro che credono, i Giudei, i Sabei o i Nazareni e chiunque creda in Allah e nell'Ultimo Giorno e compia il bene, non avranno niente da temere e non saranno afflitti. »
(Corano, V:69)
« Sono certamente miscredenti quelli che dicono: «Allah è il Messia, figlio di Maria!». Mentre il Messia disse: «O Figli di Israele, adorate Allah, mio Signore e vostro Signore». Quanto a chi attribuisce consimili ad Allah, Allah gli preclude il Paradiso, il suo rifugio sarà il Fuoco. Gli ingiusti non avranno chi li soccorra! »
(Corano, V:72)
« E dissero: Abbiamo ucciso Gesù il Messia, figlio di Maria, il messaggero di Dio. Essi non lo uccisero, non lo crocifissero, ma così parve loro... »
(Corano, IV:157, traduzione di Roberto Hamza Piccardo, 1994)
« In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e con il permesso di Dio diventa un uccello. E prendo la morte per la vita con il permesso di Dio. E vi dico quel che mangiate e quel che accumulate nelle vostre case... »
(Corano, III:49, traduzione di Roberto Hamza Piccardo, 1994)
« In verità, per Dio Gesù è simile ad Adamo. Egli lo creò dalla polvere, poi disse: “Sii!” ed egli fu. »
(Corano, III:59, traduzione di Roberto Hamza Piccardo, 1994)
« Guidaci per la retta via, la via di coloro sui quali hai effuso la Tua grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell'errore! »
(Corano, I:6-7, traduzione di Alessandro Bausani, 1955)
« Guidaci sulla retta via, la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella tua ira, né degli sviati. »
(Corano, I:6-7, traduzione di Roberto Hamza Piccardo, 1994)
Controversa è l'interpretazione di chi sarebbero gli "incorsi nell'ira di Dio" e gli "sviati", nel versetto 7 della prima sura, (al-Fatia, "l'Aprente".) Piccardo, nel suo commento, sostiene come "tutta l'esegesi classica, ricollegandosi fedelmente alla tradizione, afferma che con questa espressione Allah indica gli ebrei (yahud) ". Quindi gli ebrei sarebbero "coloro che sono incorsi nella Tua ira", non avendo riconosciuto come profeta Isa (Gesù); i cristiani sarebbero invece "gli sviati", in quanto trasgrediscono il Primo Pilastro dell'Islam, quello dell'unicità di Allah, poiché adorano la Trinità.

Studiosi occidentali invece si oppongono a un'interpretazione così "personalizzante" del versetto, giacché riferendosi esplicitamente a ebrei e cristiani sminuirebbe il valore universale del Libro. Si preferisce quindi riferirsi a due possibili errori nel seguire la Via, concettualmente opposti: uno, quello riconducibile alla maggior parte degli ebrei, sarebbe quello di perdersi in un astratto ed eccessivo formalismo nell'ubbidire al Messaggio Divino, l'altro, quello riconducibile alla maggior parte dei cristiani, sarebbe quello al contrario di seguire troppo lo spirito della Legge e non il suo dettato formale (antinomismo) e di fatto perdere la Via.

In particolare Bausani, nel suo commento, sostiene che "tali interpretazioni, oltre a diminuire il valore universalistico della bella preghiera sono anche difficilmente accettabili sintatticamente, data la forma negativa nella quale le espressioni suddette appaiono nel testo". Da altre parti del Corano risulterebbe inoltre che ebrei e cristiani avrebbero corrotto (cioè modificato volontariamente) le Rivelazioni precedenti, nascondendo alcune parti, modificandone altre (ad esempio, secondo il Corano, la frase evangelica "Verrà il Consolatore" nel Vangelo di Giovanni profetizzerebbe la venuta di Maometto). Non esistono versetti che esortino a uccidere o a convertire con la forza i politeisti (mushrikun), un cui sinonimo nel Corano è "idolatri". Per tutti costoro si reitera più volte la minaccia di tremendi castighi, riservati però loro da Allah solo nell'Aldilà. Le uniche esortazioni a combattere gli "associatori", i "negatori" e i politeisti e a ucciderli, come si può esemplarmente leggere nel versetto 191 della Sura II,

« Uccidete dunque chi vi combatte dovunque li troviate e scacciateli di dove hanno scacciato voi, ché lo scandalo è peggio dell'uccidere; ma non combatteteli presso il Sacro Tempio, a meno che non siano essi ad attaccarvi colà; in tal caso uccideteli. Tale è la ricompensa dei Negatori »
(Trad. di A. Bausani)
si trovano di fatto solo nei consimili passaggi riguardanti il "jihad minore", che storicamente il testo sacro sembra riferire alle azioni ostili che, fin dall'inizio della vita della Comunità organizzata da Maometto a Medina, contrapposero i nemici pagani della Umma islamica ai musulmani.

Fra i miscredenti non sono in ogni caso da annoverare gli appartenenti alla "Gente del libro" (Ahl al-Kitab), ovvero i cristiani, gli ebrei e i sabei, che sono considerati custodi di una tradizione divina precedente al Corano che, per quanto alterata da tempo e uomini, è ritenuta comunque basilarmente valida, anche se per difetto.

Ponendosi come Terza Rivelazione dopo la Torah e i Vangeli (Injil), ovvero come completamento del Messaggio trasmesso a ebrei e cristiani, il Corano contiene diversi riferimenti ai personaggi della Bibbia e a tradizioni ebraiche e cristiane. Sulla figura di Gesù in particolare il Corano ricorda dottrine gnostiche e docetiste, sostenendo che sulla croce sarebbe stato sostituito con un sosia o con un simulacro, solo apparentemente dotato di vita.

Il Corano, secondo i musulmani, contiene la parola di Dio (Allah), che l'arcangelo Gabriele ha dettato al profeta arabo Maometto (Muhammad). La parola Corano deriva dall'arabo al-Qur'an, che significa letteralmente "la recitazione" o "la lettura". Diviso in capitoli e in versetti, il Corano contiene sia precetti di ordine morale e religioso sia regole che riguardano il diritto.

La tradizione musulmana racconta che intorno all'anno 612, nella notte tra il 26 e il 27 del mese di ramadan, l'arcangelo Gabriele apparve in sogno a Maometto e gli dettò la prima rivelazione. A questa ne seguirono molte altre, anche dopo l'emigrazione l'egira  di Maometto da Mecca a Medina.

Le rivelazioni che Maometto cominciò a ricevere, nonostante la cultura araba (Arabi) fosse principalmente orale, furono annotate su vari materiali: pietre piatte, cuoio, ossa piatte (scapole) di cammello e di montone, fibre di palma. Qualche anno dopo la morte del profeta, i musulmani sentirono l'esigenza che quanto era stato dettato da Allah a Maometto non andasse perduto e soprattutto non venisse modificato: il califfo 'Umar mise insieme tutti questi materiali sparsi e li fece ricopiare su fogli, che vennero raccolti in un solo Libro, divenuto l'unica versione del Corano considerata autentica. Il Corano, in quanto parola di Dio, è inimitabile ed è considerato dall'ortodossia sunnita non creato, ma coeterno a Dio.

Il Corano è diviso in 114 capitoli (sure), composti di versetti (ayyàt) contrassegnati con numeri. L'ordine secondo il come è organizzato il Corano, quale ora lo possediamo, non è cronologico ma tiene conto della lunghezza dei singoli capitoli, ed è ordinato in modo decrescente: esclusa la prima breve sura, chiamata fàtiha ("aprente"), si parte da quella più lunga per terminare con quella più breve. Diversamente da quanto avviene per altre composizioni letterarie scritte in arabo, nel Corano sono segnate anche le vocali proprio per evitare ogni tipo di fraintendimento.

La lingua è straordinaria nel suo genere, soprattutto se si considera che nel 7° secolo  l'epoca in cui il Corano fu dettato a Maometto non esisteva altra forma letteraria tra gli Arabi che non fosse la poesia. Il Corano, invece, è scritto in prosa rimata (saj') ed è considerato una delle espressioni più alte di arte letteraria araba anche da chi non è musulmano. Il testo non dovrebbe essere letto con gli occhi, ma salmodiato, ossia recitato come una nenia: solo così se ne apprezza la musicalità. Sono pochi i musulmani che non conoscono almeno una sura del Corano a memoria.

Il contenuto del Corano è generalmente diviso in tre grandi parti: i precetti, ossia le leggi che regolano la vita del credente; le storie, racconti cioè che riguardano Maometto o altri profeti (l'Islam crede in tutti i profeti biblici precedenti, da Noè a Gesù, rispetto ai quali Maometto è l'ultimo o il sigillo) e varie leggende; le esortazioni e gli ammonimenti. Il Corano comprende quindi le regole che il musulmano è tenuto a seguire. Questi precetti riguardano sia il comportamento quotidiano del credente per esempio, quante preghiere deve fare in un giorno sia precetti di ordine morale-religioso per esempio, il divieto di credere negli dei pagani o adorare simboli. Ci sono anche regole che riguardano più strettamente il diritto, come nel caso in cui un uomo voglia divorziare dalla propria moglie: in base al Corano l'uomo deve assicurare una certa somma per lei e per i propri figli.

Il tafsir ("esegesi") è la scienza che studia il contenuto del Corano. È facile immaginare quanti possano essere i testi che analizzano frase per frase lo scritto, alla luce della tradizione musulmana e da un punto di vista filologico.

La prima parte della I sura del Corano dice: "Nel nome di Allah Clemente e Misericordioso": questa frase, che in arabo viene chiama basmala, costituisce l'inizio di molte altre sure coraniche. Sembra ormai appurato che questa frase è stata aggiunta in un secondo momento, posteriore a Maometto, il quale comunque la utilizzava già come formula propiziatoria. La basmala è utilizzata anche all'inizio di discorsi ufficiali: è un modo propiziatorio di cominciare un discorso, una lettera o qualsiasi altra attività rendendo omaggio ad Allah e ringraziandolo per la sua clemenza e la sua misericordia.

Il Corano è foriero di alcuni elementi fondamentali dell'Islam: rigoroso monoteismo senza termini mediani fra Dio creatore e l'universo creato; una provvidenza divina che si estende ai singoli individui; un'immortalità personale con un'eternità di felicità o di dolore a seconda della condotta tenuta nella vita terrena. La filosofia greca, che i musulmani conobbero dai siriaci e dai persiani, presentava invece un sistema dottrinario caratterizzato da una complessa tematica scientifica e dal razionalismo aristotelico, aspetti estranei alla precettistica coranica. Le correnti filosofiche musulmane, nate almeno un secolo prima della Scolastica occidentale, si divisero nell'accordo, spesso difficile, tra Corano e approccio filosofico razionalizzante. I mutakallimun ("coloro che disputano", i "dialettici") erano fedeli all'approccio coranico e sostenevano l'eternità del kalam (Parola) divino; i Mu'taziliti ("coloro che si allontanano"), pur con un preciso intento religioso, rappresentavano nei fatti una sorta di razionalismo e affermavano l'espressione nel tempo umano della Parola divina. I Fratelli della Purità elaborarono in una poderosa "Enciclopedia" (secolo X) tutti i motivi fondamentali della metafisica che erano trattati negli scritti pseudo-aristotelici (De Causis, Theologia Aristotelis); i sufi attinsero al pensiero del Neoplatonismo, elaborando una dottrina caratterizzata da un preciso afflato mistico. Grandi filosofi e scienziati furono poi al-Kindi, al-Farabi, Avicenna, Averroè e al-Ghazali.




Malgrado i musulmani considerino che qualsiasi traduzione dal testo arabo del Corano non possa evitare d'introdurre - in quanto traduzione - elementi di ambiguità se non di vero e proprio travisamento semantico, e siano pertanto tendenzialmente sfavorevoli a qualsiasi versione del loro testo sacro in idioma diverso da quello originale, l'estrema esiguità dei musulmani arabofoni (all'incirca il 10% dell'intera popolazione islamica mondiale) ha condotto ad approntare traduzioni nelle più diverse lingue del mondo anche islamico: dal persiano al turco, dall'urdu all'indonesiano, dall'hindi al berbero. La prima traduzione completa del Corano fu completata nell'884 ad Alwar (Sind, oggi Pakistan) per disposizione di Abd Allah b. Umar b. Abd al-Aziz, su richiesta del Raja hindu Mehruk. Non si sa tuttavia se detta traduzione fosse in hindi, sanscrito o nel locale linguaggio del Sind, dal momento che l'opera non ci è pervenuta.

Famosa è invece la traduzione in lingua latina commissionata da Pietro il Venerabile, abate di Cluny, a Roberto di Ketton (o Robertus Ratenensis) e a Ermanno Dalmata, cui partecipò anche l'ebreo convertito al Cristianesimo Petrus Alfonsi. Il lavoro fu completato nel 1143 ed ebbe duratura fortuna perché su di esso fu costruita la traduzione approntata da Bibliander e pubblicata a Basilea nel 1543.

Quattrocento anni dopo la traduzione cluniacense, giunse nel 1537-38 il lavoro stampato a Venezia (presso la stamperia Ad signum putei) da Paganino de Paganini da Brescia. Quest'ultima impresa traduttoria è di particolare interesse per le complesse vicende ad essa connesse. Non sappiamo se essa fosse stata commissionata dagli Ottomani o se (ancora una volta) il Corano dovesse servire ai sacerdoti nella loro opera missionaria o per la confutazione comunque del libro sacro dell'Islam ma si accertò che la traduzione latina era talmente zeppa di errori e di grossolani travisamenti, da essere probabilmente ritirata e fatta bruciare per disposizione di Papa Paolo III. Più tardo, a lungo rimasto un classico ancor oggi fruibile, è il lavoro di Ludovico Marracci (Padova, 1691-1698), che dette alle stampe la sua traduzione a Padova solo nel 1698, dopo quarant'anni di studio solerte e approfondito del Corano e di molte fonti arabe.

Per quanto riguarda la lingua italiana, il Corano fu per la prima volta proposto in volgare toscano nel 1547 a Venezia dal fiorentino Andrea Arrivabene, anche se l'opera fu preceduta da quella allestita da un tal Marco, canonico della Cattedrale di Toledo, che la curò tra il 1210 e il 1213. Di essa rimane un lacerto, scoperto, studiato ed edito da Luciano Formisano, dell'Università di Bologna, che l'ha rinvenuto all'interno del fiorentino codice Riccardiano 1910: autografo di Piero di Giovanni Vaglienti (Firenze, 1438- post 15-7-1514).

Al XX secolo vanno invece riferite le versioni di studiosi di vaglia quali Luigi Bonelli, Martino Mario Moreno, Alessandro Bausani e, da ultimo, Ida Zilio Grandi, che si è avvalsa della competenza di Alberto Ventura (un allievo di Bausani) e di Amir Moezzi.
La traduzione di Bausani, considerato tra i massimi islamisti italiani, è tuttora quella più diffusa tra gli studiosi non musulmani, malgrado la prima edizione risalga al 1955, oltre mezzo secolo prima cioè di quella, senz'altro soddisfacente, edita dalla Mondadori. Se ne contano numerose altre, di diversa qualità scientifica, spesso tradotte da musulmani che sono stati mossi all'impresa dalla loro convinzione che le traduzioni scientifiche anzidette fossero comunque tendenzialmente fuorvianti, proprio perché curate da orientalisti non musulmani, senza peraltro poter sfuggire anch'essi alle critiche di fondo di chi sostiene l'inevitabilità dell'adagio "traduttore traditore".

In particolare la traduzione di Hamza Roberto Piccardo, editore italiano convertito all'Islam, è di gran lunga la più diffusa nelle moschee e nei centri islamici italiani, essendo promossa e revisionata dall'UCOII. Secondo il giornalista (ora politico) arabo Magdi Allam, convertitosi per qualche tempo al Cattolicesimo dal natio Islam, prima di entrare in aperto contrasto con la politica vaticana, la versione di Piccardo sarebbe caratterizzata da "terrificanti commenti anticristiani, antiebraici, antioccidentali e lesivi della piena dignità della donna e, più in generale, dei diritti fondamentali della persona" e questo non farebbe che istigare all'odio e alla violenza i musulmani italiani, sfavorendo la pacifica convivenza tra persone di fedi diverse. Un esempio delle differenze tra le due correnti di pensiero (occidentale e orientale) nelle traduzioni è contenuto nel successivo paragrafo.

Prima di pontificare su quanto sia violenta la religione islamica, è bene riflettere sui risultati di un’analisi condotta sul contenuto della Bibbia e del Corano da parte di Tom Anderson, informatico e data scientist. Lo studio di Anderson mostra che la Bibbia (l’Antico Testamento, per la precisione) contiene quasi il doppio della violenza, in termini di omicidi, guerre, stragi e distruzioni, rispetto al testo sacro dell’Islam. “Il mio progetto”, ha spiegato Anderson, “cerca di approfondire la questione della violenza intrinseca apparentemente propagandata dalla religione islamica rispetto alle altre religioni maggiori”. Le cose, a quanto pare, non stanno così.

Per dimostrarlo, Anderson ha sviluppato un algoritmo, che ha chiamato Odin Text, con il quale ha analizzato la Bibbia e la versione inglese del Corano (nell’edizione del 1957). Il software ha analizzato i tre libri (Vecchio Testamento, Nuovo Testamento e Corano) in meno di tre minuti, classificandone i contenuti in otto emozioni (gioia, attesa, rabbia, disgusto, tristezza, sorpresa, paura/ansia, fiducia) e svelando che la Bibbia pende verso la rabbia molto più del Corano.

Un’analisi più approfondita ha mostrato, inoltre, che il Vecchio Testamento è decisamente più violento del Nuovo e molto più violento del Corano.

“Dei tre testi, il Vecchio Testamento sembra essere di gran lunga il più violento”, spiega l’autore della ricerca. “Si fa riferimento più spesso (2,8% delle parole totali del libro) a omicidi e distruzione nel Nuovo Testamento che nel Corano (2,1%), ma il Vecchio Testamento, con il 5,3%, è nettamente superiore. In ogni caso”, sottolinea ancora Anderson, “voglio che sia chiaro che non è mia intenzione provare, né smentire, che l’Islam sia più o meno violento delle altre religioni, anche perché esistono altri libri, che io non ho considerato, nelle rispettive letterature sacre di riferimento”.




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martedì 3 maggio 2016

I ROHINGYA

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Dei Rohingya, in Italia e in generale anche in Europa, ignoriamo probabilmente anche l’esistenza.

Il termine "Rohingya" deriva da Rohang, denominazione in lingua Rohingya dello stato di Rakhine (precedentemente Arakan), dove vive la maggior parte dei Rohingya. Alcuni storici di etnia Rohingya, come Khalilur Rahma, sostengono invece che questo termine possa derivare dalla parola araba Rahma, che significa "misericordia". Anche se altri sostengono che quest'ultima interpretazione sia improbabile, esiste comunque un riferimento storico che potrebbe porsi come origine di questo soprannome. Si narra, infatti, che dopo un naufragio dell' VIII secolo d.C., essendo affondata una nave araba nei pressi dell'isola di Ramree, il re arkanese ordinò che i mercanti arabi fossero uccisi. Essi urlarono, appunto, nella loro lingua: "Rahma". In seguito a questo fatto, quelle persone vennero chiamate Rahma, e questa stessa parola gradualmente mutò prima in "Rhohang" e poi in "Rohingya".

Questa storia è stata contestata da Jahiruddin Ahmed e Nazir Ahmed, rispettivamente ex presidente e segretario della Arakan Muslim Conference. Essi sostengono infatti che la popolazione coinvolta in quel naufragio fosse quella musulmana dei Thambu Kya, che attualmente risiedono lungo le rive del mare Arakan. Per cui se il nome deriva dal fatto narrato in precedenza, sarebbero stati i Thambu Kyas ad assumere per primi il nomignolo "Rahma". La tesi dei due Ahmed si fonda su una possibile discendenza dei Rohingya dagli abitanti di Ruha, in Afghanistan. Un altro storico invece, M.A. Chowdhury sostiene che il termine Mrohaung (nome di un antico regno arakanese) si sia modificato tra le popolazioni musulmane del Myanmar fino ad arrivare a "Rohang", termine che ha dato poi il nome alla regione abitata dai Rohingya.

Storici del Myanmar, tra i quali Khin Maung Saw, affermano che il termine Rohingya era sconosciuto in quelle zone prima del 1950. Anche lo storico Aye Chan, dell'Università di Kanda afferma che quel termine non è mai esistito in nessuna lingua prima del 1950, quando è stato importato probabilmente da dei bengalesi emigrati in Arakan durante il periodo coloniale. Tuttavia egli ammette che numerose popolazioni musulmane hanno per secoli vissuto in quella zona, stabilendosi lì durante il Regno di Mrauk U, quando Arakan era in contatti politici, militari e commerciali con il sultanato di Bengala. Questo punto di vista è stato ripreso dall'ex ambasciatore britannico Derek Tonkin:"In assenza di qualsiasi documentazione archivistica britannica nei 112 anni della loro gestione di Arakan, posso solo concludere che Rohingya è una denominazione entrata in uso dopo la seconda guerra mondiale". Egli sostiene inoltre che:"La campagna internazionale per sostenere l'etnia Rohingya ha avuto tale successo da generare un effetto controproducente e contrario". Egli propone un'alternativa a usare il termine Maomettisti di Arakan per riferirsi alla minoranza. Come via per risolvere l'impasse egli esorta gli abitanti indigeni di Rakhine ad accettare la realtà storica della presenza continua di musulmani in Arakan per un periodo molto lungo, mentre i Rohingya dovrebbero riconoscere che la particolare denominazione "Rohingya" non ha avuto validità storica prima dell'indipendenza nel 1948.

L'esperto di storia Arakan dr. Jacques P. Leider sottolinea che Rooinga è stato invece utilizzato in un rapporto di fine XVIII secolo pubblicato dal britannico Francis Buchanan-Hamilton. Nel suo articolo del 1779 "Vocabolario comparativo di alcune delle lingue parlate nell'Impero Birmano", egli dichiara:"Vorrei ora aggiungere tre dialetti, parlati nell'Impero di Birmania, ma evidentemente derivati dall'Hindu. Il primo è quello parlato dai Musulmani, che da tempo si stabilirono in Arakan e che si definiscono Rooinga, o nativi di Arakan." Leider aggiunge anche che l'etimologia della parola non dice nulla di politica e che l'utilizzo del termine come etichetta politica per dare identità risale solamente al 20° secolo. Ora perché questo termine è usato solo dal 1950? Evidentemente le persone che lo utilizzano vogliono fortemente dare identità alla comunità che vive lì.
La lingua Rohingya è la moderna lingua scritta dei Rohingya di Arakan (Rakhine) Stato del Myanmar (l'ex Birmania). Proviene dalla corrente Indo-ariana che è un sub-ramo della grande famiglia delle lingue indoeuropee. Essa è strettamente legata alla lingua chittagong parlata nella parte più meridionale del Bangladesh al confine con il Myanmar. Nonostante sia la lingua Rohingya e sia quella chittagong siano legate al bengalese, non sono mutuamente intelligibili con quest'ultima, a dispetto di ciò che viene spesso proposto nella narrazione nazionale del Myanmar. Studiosi del rohingya hanno scritto correttamente questa lingua in varie scritture, tra cui l'arabo, l'Urdu, il romano, e il birmano e in Hanifi, che è un alfabeto di nuova concezione derivato dall'arabo con l'aggiunta di quattro caratteri dal latino e del birmano.

Più recentemente, è stato sviluppato un alfabeto con caratteri latini, con tutte le 26 lettere dell'alfabeto inglese A alla Z e due lettere supplementari Ç (per retroflessa R) e Ñ (per il suono nasale). Per rappresentare accuratamente la fonologia Rohingya, si utilizzano anche cinque vocali accentate (á-é-í-ó-ú). La lingua rohingya è stato riconosciuta dall'ISO con il codice ISO 639-3 "rhg".

I Rohingya sono musulmani di stampo sunnita. Il governo birmano limita molto la loro libertà di culto, visto il contrasto che crea con la tradizione buddhista dello stato Rakhine.

Insediamenti musulmani sono esistiti in Arakan dopo l'arrivo di Arabi lì nell'VIII secolo d.C. Si ritiene che i diretti discendenti dei coloni arabi abbiano vissuto in Arakan presso le civiltà di Mrauk U e Kyauktaw, piuttosto che nelle zone di frontiera del Mayu (vicino all'attuale Chittagong, Bangladesh). Anche se alcune popolazioni musulmane hanno vissuto in Arakan a partire almeno dal XIV secolo, gli storici non hanno comune consenso se l'attuale minoranza discenda da ondate migratorie prima della colonizzazione britannica, dopo questa o se siano frutto dell'unione di entrambe. Oltre all'etnia Rohingya, in quella zona sono presenti minoranze musulmane Kamein (inizialmente insediatisi dall'impero Mughal) e Thet attualmente in Rakhine che sono ufficialmente riconosciute come gruppi etnici indigeni ed hanno la cittadinanza birmana.

Il primo segno di insediamenti bengalesi musulmani in Arakan è all'epoca di re Narameikhla (1430-1434) che governava il regno di Mrauk U, che nel 1430 aveva riguadagnato il possesso del trono arakanese nel 1430 con l'assistenza militare del Sultanato del Bengala. I Bengalesi venuti con lui formarono i primi insediamenti della regione. Narameikhla cedette alcuni territori al sultano del Bengala e riconobbe la sua sovranità su quelle aree. Come riconoscimento del suo vassallaggio il re di Arakan ricevette i titoli islamici e la possibilità di utilizzare la moneta bengalese. Narameikhla coniò le proprie monete con scritte da un lato in alfabeto persiano e dall'altro in alfabeto birmano. Questo vassallaggio fu però di breve durata: dopo la morte del sultano Jalaluddin Muhammad Shah, avvenuta nel 1433, i successori di Narameikhla occuparono Ramu nel 1437 e Chittagong nel 1959, quest'ultima sarà posseduta da Arakan fino al 1666.

Anche dopo aver conquistato l'indipendenza dai Bengalesi, i re arakanesi continuarono comunque a mantenere i titoli musulmani. I sovrani buddisti iniziarono così a ritenerli alla pari dei sultani e li considerarono successori dei Moghul, anche perché continuarono a inserire persone musulmane nelle alte cariche amministrative. La popolazione musulmana aumentò poi in Birmania durante il XVII secolo, quando molti vennero importati in Arakan come forza-lavoro, molti di loro furono infatti scribi in lingua arabo, persiano o bengalese nelle corti arakanesi, le quali, pur rimanendo prevalentemente di cultura buddista, ha importato anche alcune tradizione musulmane dal vicino Sultanato del Bengala. L'etnia Kamein, che è attualmente riconosciuta tra le etnie musulmane insediatesi in Birmania, discende proprio da questi musulmani.

Successivamente alla conquista birmana di Arakan, avvenuta nel 1785, circa 35.000 Arakanesi fuggirono verso la vicina Chittagong per sfuggire alla persecuzione birmanica e trovare rifugio presso i britannici, che controllavano quella regione del Bengala. I governanti birmani uccisero in massa i musulmani che abitavano in quella zona e altri ne deportarono in Birmania, lasciando quella regione spopolata nel momento in cui arrivarono gli Inglesi.

Secondo un articolo pubblicato su "The Burma Empire" dal britannico Francis Buchanan-Hamilton nel 1799, i Maomettani, che da tempo si sono stabiliti in Arakan, chiamano loro stessi "Rooinga", o "nativi di Arakan". Sir Henry Yule, mentre era in quei luoghi in missione diplomatica, disse che molti musulmani erano impiegati come eunuchi durante la dinastia Konbaung in Birmania. Questi eunuchi musulmani venivano da Rakhine.

La politica britannica favorì il ripopolamento delle fertili valli di Arakan, dove numerosi abitanti del Bengala andarono a trasferirsi, lavorando come braccianti agricoli. La Compagnia britannica delle Indie Orientali estese l'amministrazione bengalese anche su Arakan, eliminando ogni possibile barriera tra appunto quest'ultimo e il Bengala e favorendo, perciò, le migrazioni di popoli. Nel XIX secolo migliaia di bengalesi si trasferirono dalla regione di Chittagong in Arakan in cerca di lavoro; questo processo migratorio fu anche contrario, nel senso che molte persone di etnia Rakhine andarono invece in Bengala.

Il censimento britannico del 1891 segnalò la presenza di 58.225 musulmani in Arakan. Nel 1911, la popolazione musulmana più che raddoppiò, raggiungendo quota 178.647 unità. Queste ondate migratorie si dovettero principalmente alla forte necessità, da parte dei britannici, di manodopera da impiegare nelle risaie del territorio. Molti immigrati birmanici si trasferirono da Chittagong fino in Arakan, specialmente nella zona occidentale di questa regione, anche se questa immigrazione è comunque da considerarsi un fenomeno nazionale, e non solo legato a piccole zone della Birmania.

Lo storico Thant Myint-U scrive: "All'inizio del XX secolo gli indiani arrivavano in Birmania al ritmo di non meno di un quarto di milione all'anno, con questi numeri che sono aumentati ogni anno fino a raggiungere il proprio picco massimo nel 1927, quando con 480.000 immigrati, Rangoon superò New York come maggiore centro di immigrazione al mondo". Da allora, nelle maggiori città birmane, quali Yangon (allora Rangoon), Sittwe, Pathein e Moulmein, la popolazione indiana superò in numero quella musulmana. Questi ultimi, ovvero gli indigeni birmani, si sentirono impotenti rispetto al dominio britannico e denunciarono questa politica di ripopolamento della zona come un razzismo che combina sentimenti di superiorità e paura.

L'immigrazione fu tuttavia molto più sentita in Arakan, dove i conflitti interni tra la popolazione musulmana e i Rakhine buddisti spinsero, nel 1939, le autorità britanniche a istituire una speciale commissione d'inchiesta guidata da James Ester e Tin Tut per discutere della questione dell'immigrazione musulmana nello stato di Rakhine. Questa commissione si pose come obbiettivo quello di fissare un confine che dividesse i due popoli; tuttavia, con l'inizio della seconda guerra mondiale, gli inglesi si ritirarono da Arakan, lasciando incompiuto il progetto.

Durante la seconda guerra mondiale, le forze giapponesi invasero la Birmania, allora sotto il dominio coloniale britannico. Le forze britanniche si ritirarono e nel vuoto di potere lasciato, scoppiò una notevole violenza tra i Rakhine e i Rohingya. I britannici armarono i Rohingya nel nord Arakan, al fine di creare una zona cuscinetto che proteggesse la regione da un'invasione giapponese quando loro si sarebbero ritirati del tutto. Il periodo di violenza vide anche scontri tra i gruppi fedeli ai britannici e i nazionalisti birmani.

Aye Chan, uno storico della Kanda University, ha scritto che a seguito di acquisizione di armi dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale, i Rohingya hanno cercato di distruggere i villaggi degli Arakan invece di resistere ai giapponesi. Il 28 marzo 1942 i Rohingya dal nord hanno ucciso circa 20 000 Arakanesi. In cambio, circa 5 000 Rohingya nelle città di Minbya e Mrohaung sono stati uccisi da Rakhine e Karenni.

I giapponesi si resero responsabili di innumerevoli atti di stupro, omicidio e torture contro migliaia di Rohingya. Durante questo periodo, circa 22 000 Rohingya si ritiene abbiano attraversato il confine con il Bengala, allora parte dell'India britannica, per sfuggire alle violenze. Sconfitti, 40 000 Rohingya infine fuggirono a Chittagong dopo ripetuti massacri da parte dei birmani e delle forze giapponesi.

Il partito Mujahid è stato fondato dagli anziani Rohingya che hanno sostenuto un movimento Jihad nel nord Arakan nel 1947. L'obiettivo del partito Mujahid era quello di creare uno stato islamico autonomo nell'Arakan. Era molto più attivo prima del 1962, quando ci fu il colpo di stato dal generale birmano Ne Win. Egli ha effettuato alcune operazioni militari contro di loro per un periodo di due decenni. Quella più estesa fu l'operazione "Re Drago", che ha avuto luogo nel 1978; di conseguenza, molti musulmani nella regione sono fuggiti nel vicino Bangladesh come rifugiati. Oltre al Bangladesh, un gran numero di Rohingya sono migrati anche a Karachi, in Pakistan.

Durante il Movimento Pakistano negli anni 40, i musulmani Rohingya in Birmania occidentale provarono a separarsi dallo stato e ad unire la loro regione al Nord-Pakistan. Prima dell'indipendenza della Birmania nel gennaio del 1948, i leader musulmani di Arakan si sono rivolti a Mohammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan, e chiedendo la sua assistenza per attaccarsi alla regione Mayu in Pakistan considerando la loro affinità religiosa e la vicinanza geografica con il Pakistan orientale. Due mesi più tardi, la Nord Arakan Muslim League venne fondata nel Akyab (capitale dello Stato Arakan), che, fra le altre cose, richiedeva l'annessione al Pakistan. Tuttavia, la proposta non si concretizzò mai, da quando fu riferito che non sarebbe mai stata accettata e che la Lega non era in grado di interferire nelle questioni birmane.

I mujahideen Rohingya sono ancora attivi nelle aree remote dell'Arakan. Le relazioni tra mujahideen Rohingya e mujaheddin del Bangladesh sono state significative, questi gruppi hanno esteso le loro reti a livello internazionale e in altri paesi, negli ultimi anni. Raccolgono le donazioni e ricevono un addestramento militare-religioso al di fuori del Myanmar.

La giunta militare che ha governato la Birmania per mezzo secolo, ha fatto affidamento su un mix di nazionalismo birmano e buddismo theravada per rafforzare il suo dominio, e, a parere di esperti governativi degli Stati Uniti, discriminando le minoranze come i Rohingya, popolazioni cinesi come i Kokang e i Panthay (musulmani cinesi). Alcuni dissidenti pro-democrazia di etnia birmana non considerano i Rohingya compatrioti.

I governi birmani successivi sono stati accusati di aver fomentato rivolte violente contro le minoranze etniche, come i Rohingya e cinesi musulmani.

Nel 2009, un alto diplomatico birmano, in viaggio a Hong Kong, ha bollato i Rohingya come "brutti come orchi" e "un popolo che non ha nulla a che fare con il Myanmar".

I Rohingya sono stati descritti come "il popolo meno voluto al mondo" e "una delle minoranze più perseguitate al mondo". Per una legge sulla concessione della cittadinanza del 1982, essi non possono prendere la cittadinanza birmana. Non è consentito ai Rohingya di viaggiare senza un permesso ufficiale, di possedere terreni e, inoltre, sono tenuti a firmare un impegno a non avere più di due figli.



Secondo Amnesty International, la popolazione musulmana Rohingya continua a soffrire per violazioni dei diritti umani da parte della dittatura militare birmana dal 1978, di conseguenza molti sono fuggiti nel vicino Bangladesh.

« La libertà di movimento dei Rohingya è fortemente limitata e alla maggior parte di loro è stata negata la cittadinanza birmana. Essi sono anche sottoposti a varie forme di estorsione e di tassazione arbitraria; confisca delle terre; sfratto e distruzione delle loro abitazioni; e restrizioni finanziarie sui matrimoni. I Rohingya continuano ad essere utilizzati come lavoratori-schiavi sulle strade e nei campi militari, anche se la quantità di lavoro forzato nel nord dello stato Rakhine è diminuita negli ultimi dieci anni.
Nel 1978 oltre 200 000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh, in seguito all'operazione Nagamin (Re Drago) dell'esercito birmano. Ufficialmente questa campagna aveva lo scopo di "controllare ogni individuo vivente nello stato, distinguere i cittadini e gli stranieri in conformità con la legge e intraprendere azioni contro gli stranieri che si sono infiltrati nel paese illegalmente." Questa campagna militare era mirata direttamente contro i civili e ha portato a omicidi diffusi, stupri e distruzione di moschee e ad ulteriori persecuzioni religiose.
Durante il 1991 e il 1992 una nuova ondata, di oltre un quarto di milione di Rohingya, è fuggita in Bangladesh. Hanno riferito che spesso erano costretti a sopportare il lavoro forzato, ma anche esecuzioni sommarie, torture, e stupri. I Rohingya sono stati costretti a lavorare senza paga da parte dell'esercito birmano su progetti infrastrutturali ed economici, spesso in condizioni difficili. Molte altre violazioni dei diritti umani sono state commesse dalle forze di sicurezza riguardo al lavoro forzato di civili Rohingya. »
(Rapporto di Amnesty International del 2004)
A partire dal 2005, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha insistito per il rimpatrio dei Rohingya dal Bangladesh, ma le accuse di violazioni dei diritti umani nei campi profughi hanno reso ancor più difficile lo sforzo.

Nonostante i molti sforzi da parte delle Nazioni Unite, la stragrande maggioranza dei rifugiati Rohingya è rimasta in Bangladesh, non essendo in grado di resistere all'atteggiamento aggressivo del regime al potere in Myanmar e per la paura di persecuzioni. Ora si trovano ad affrontare gli stessi problemi in Bangladesh, ma qui ricevono più sostegno da parte del governo. Nel febbraio 2009, molti rifugiati Rohingya sono stati salvati dai marinai di Aceh nello stretto di Malacca, dopo 21 giorni in mare.

Nel corso degli anni, migliaia di Rohingya sono fuggiti in Thailandia. Ci sono circa 111 000 rifugiati ospitati in 9 campi lungo il confine tra Thailandia e Myanmar. Ci sono state accuse che sostengono che alcuni gruppi siano stati spediti e trainati in mare aperto dalla Thailandia, e lasciati lì. Nel febbraio 2009 si è riscontrato che l'esercito thailandese ha trainato una barca di 190 profughi Rohingya verso il mare. Un gruppo di rifugiati sono stati salvati nel febbraio 2009 dalle autorità indonesiane e questi hanno raccontato storie strazianti sulla cattura e sulle violenze subite dai militari thailandesi, e poi dell'abbandono in mare aperto.Il primo ministro della Thailandia Abhisit Vejjajiva il 2 febbraio 2009 ha confermato che ci sono stati "alcuni casi" in cui gruppi di Rohingya sono stati spinti verso il mare. Egli ha anche aggiunto che si rammarica per "eventuali perdite" e che sta lavorando per risolvere il problema.

I passaggi per rimpatriare i profughi Rohingya sono iniziati nel 2005. Nel 2009 il governo del Bangladesh ha annunciato che rimpatrierà circa 9 000 Rohingya che vivono nei campi profughi all'interno del paese, dopo un incontro con i diplomatici birmani.

Il 16 ottobre 2011, il nuovo governo della Birmania ha accettato di prendere indietro i rifugiati Rohingya. Tuttavia, la violenza, la persecuzione e i disordini nella comunità continuano senza sosta contro la minoranza. Il 29 marzo 2014, il governo birmano ha vietato la parola Rohingya e ha chiesto che la loro registrazione avvenisse sotto il nome di bengalesi e così è stato nel censimento del Paese per tre decenni.

Il 7 maggio 2014, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione semplice, sollecitando il governo della Birmania a porre fine al calpestamento dei diritti umani e il rispetto dei Rohingya riconosciuti a livello internazionale per tutte le minoranze etniche e religiose in Birmania (A.RIS. 418; 113 ° Congresso). Il governo statunitense ha invitato il governo della Birmania a porre fine alla discriminazione e alla persecuzione.

Il 28 maggio 2012 è avvenuto lo stupro e l'omicidio di una ragazza buddhista e tre ragazzi rohingya sono stati accusati di esserne i responsabili. La già difficile convivenza tra le due diverse etnie ha subito, per questo avvenimento, un duro colpo che ha portato ad una rapida degenerazione del rapporto. Alcuni giorni dopo un gruppo di buddhisti ha assalito a Rakhine un pullman che trasportava pellegrini musulmani provenienti da Rangoon, uccidendo una decina di persone. Il governo birmano è stato costretto a dichiarare lo stato d'emergenza nella provincia di Rakhine l'11 giugno, poiché a quell'episodio di violenza seguirono altri scontri tra buddhisti e rohingya, che hanno portato alla morte di 29 persone. Siccome la situazione era diventata insostenibile e le autorità non avevano preso una posizione forte neppure dopo l'intervento delle Nazioni Unite, che chiedevano di aprire le frontiere del Bangladesh ai profughi, migliaia di rohingya hanno cercato di lasciare la Birmania in barca, attraversando il fiume Naf.

Quando la maggior parte degli occidentali pensa al buddhismo, immagina uomini sorridenti e panciuti e citazioni ispiratrici alla Phil Jackson. “Neo-nazisti buddhisti” sembra una contraddizione di termini, ma in Birmania cresce un feroce sentimento anti-musulmano. Estremisti buddhisti aggrediscono i musulmani e bruciano case e moschee, una situazione ignorata fino a quando Anonymous non ha lanciato una campagna su Twitter per denunciare il genocidio del popolo Rohingya, i musulmani ufficialmente privi di nazionalità che secondo molti potrebbero essere massacrati se il mondo non reagisce.

Secondo il Dottor Muang Zarni, attivista birmano per i diritti umani e ricercatore presso la London School of Economics, gran parte della responsabilità della situazione attuale in Birmania va attribuita al gruppo 969, un’organizzazione neo-nazista di istigatori all’odio razziale che usa tattiche hitleriane per “purificare” il paese sbarazzandosi dei musulmani. A suo parere è anche uno dei movimenti che sta crescendo con maggiore velocità.
"I leader del gruppo 969 sono birmani vestiti da monaci. E’ difficile considerarli davvero dei monaci, visto che diffondono un messaggio di odio anti-musulmano e di islamofobia incompatibile con quello buddhista di gentilezza universale. Il numero 969 significa tre cose: il 9 allude agli attributi speciali di Buddha, il fondatore della religione, il 6 si riferisce agli insegnamenti del dharma e l’ultimo 9 a speciali caratteristiche o attributi dei monaci. Uso il termine neo-nazista perché hanno un proposito genocida: tutti i musulmani della Birmania, compresi quelli di etnia birmana, sono considerati sanguisughe, come lo erano gli ebrei nel Terzo Reich dominato dai nazisti.  Esiste un parallelismo tra ciò che abbiamo visto nella Germania nazista e quello che sta accadendo oggi in Birmania. Il movimento 969 e i suoi leaders incitano ad attaccare i musulmani – non solo i  Rohingya della parte occidentale del paese, descritti in modo erroneo come immigrati illegali provenienti dal  Bangladesh, ma tutti i musulmani. I buddhisti che cercano di aiutarli o fanno acquisti in negozi musulmani vengono picchiati, minacciati o esclusi da altri buddhisti. I militari sono coinvolti in questo movimento. Nel migliore dei casi le autorità militari tollerano il suo messaggio di odio, nel peggiore – e credo che sia così – alcuni elementi lo appoggiano in modo passivo. Negli ultimi cinquant’anni, da quando hanno preso il potere, i militari hanno delegato a varie organizzazioni all’interno delle comunità birmane il compito di incitare alla violenza contro gruppi ben precisi: prima erano i dissidenti, poi i cinesi e ora sono i musulmani. I capi militari hanno sostituito le uniformi con gli abiti civili, ma il loro atteggiamento autoritario e dittatoriale non è cambiato. Sono ossessionati dalla sicurezza e alcuni di loro ritengono che le attuali riforme siano eccessive. Vogliono rallentare e limitare il processo riformista e per questo devono creare insicurezza sociale e usare situazioni instabili per poter dire: “La gente non à matura per la libertà di espressione, di movimento e di organizzazione, dunque noi dobbiamo gestire la situazione per assicurare l’ordine e impedire che si uccidano a vicenda. Noi birmani tendiamo a nutrire pregiudizi nei confronti della gente con la pelle più scura. E’ un atteggiamento tipico dei paesi dell’Estremo Oriente o del Sud-Est Asiatico, dove la pelle più chiara viene considerata più prestigiosa e desiderabile. Il movimento 969 approfitta dei pregiudizi storici e culturali della nostra società verso la gente con la pelle più scura. La Birmania è un paese fondamentale nella nuova politica estera di Obama, che tenta di riequilibrare gli interessi e il potere americani. Si trova infatti tra due grandi potenze, l’India e la Cina ed è anche vicina alla Thailandia, ossia il fulcro strategico degli Stati Uniti per ogni operazione diplomatica, economica e dei servizi segreti nel Sud-Est Asiatico. Le compagnie americane ed europee sono in cerca di nuovi mercati per uscire dal loro declino economico e la Birmania possiede ingenti risorse di petrolio, gas, uranio e legname. Non dipingeranno certo il loro nuovo socio in affari in un mercato emergente come un paese dove si sta praticando un genocidio. Se l’Occidente definisse un genocidio ciò che sta accadendo in Birmania, la comunità internazionale esigerebbe un intervento e chiederebbe che i colpevoli vengano portati davanti alla giustizia. Per questo penso che la comunità internazionale stia usando la mano leggera con i militari birmani."


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lunedì 7 marzo 2016

LE DONNE NEL MONDO



Numerose e diverse culture hanno riconosciuto alla donna capacità e ruoli limitati alla procreazione e alla cura della prole e della famiglia. L'emancipazione femminile ha rappresentato, negli ultimi secoli, la ricerca di un'uguaglianza formale e sostanziale tra la donna e l'uomo.

Nella preistoria di Homo sapiens la situazione è stata sicuramente variata e diversificata a seconda delle culture, epoche e luoghi geografici. Partendo da 200 000 anni fa, la società ha presentato variabili modelli, dal cacciatore di piccole prede e raccoglitore del paleolitico medio organizzato in piccole unità sociali, attraverso le più numerose società dedite alla caccia dei grossi mammiferi come mammut e ungulati, fino alle culture stanziali dedite ad agricoltura ed allevamento dell'età del rame.
Attraverso le varie epoche si sono potuti ipotizzare vari schemi sociali, e secondo alcune teorie anche matriarcato o società con parità di genere come nel caso delle sei nazioni, formate da popoli ascrivibili al neolitico, ma in nord America giunte alla nostra cultura in epoca storica, in popolazioni melanesiane, ed altre ancora.

Nell'immaginario, sicuramente supportato da diverse prove, ma non esauriente tutte le situazioni, mentre l'uomo si dedicava alla caccia le donne si specializzarono nella raccolta di bacche commestibili, radici e frutti. Si ritiene, in alcune situazioni, che fossero impegnate per gran parte della loro vita da gravidanze, allattamento e cura della prole, fossero meno mobili e si dedicassero alla raccolta dei vegetali commestibili e dei piccoli animali.

Alla fine del paleolitico superiore si ritiene che la donna avesse come compito primario quello di procreare, come si dedurrebbe dal fatto che in alcune sculture (di epoca magdaleniana), vengono evidenziati gli organi connessi alla riproduzione: a scapito delle altre parti del corpo, il ventre e i fianchi sono decisamente prominenti, il seno voluminoso. In altri reperti invece, sempre afferenti alle veneri paleolitiche si evidenziano fatture longilinee.
In alcuni periodi in cui parte dell'umanità viveva allo stato nomade, si suppone che esse fossero sottomesse al maschio. Secondo altre teorie, almeno alcune società primitive erano invece matriarcali e, solo in un secondo momento, si sviluppò la supremazia maschile. Non ci sono sufficienti dati archeologici per convalidare o confutare completamente le teorie.

In un primo momento nella civiltà egizia ed in quelle mesopotamiche (Persia, Assiria, Babilonia) la donna aveva una posizione molto elevata all'interno della società. In questi luoghi è stato presente anche il matriarcato ma poi, con l'ascesa delle monarchie militari, persero di prestigio e si iniziarono a formare i ginecei, dai quali le donne non potevano uscire e dove non potevano vedere nessun uomo ad eccezione degli eunuchi e del proprio marito. In Egitto vi furono anche casi di donne di casta elevata, che riuscirono, spesso governando in nome dei figli ancora piccoli, dopo essere rimaste vedove, a divenire persino faraone: esempi furono Hatshepsut, Nefertiti e Cleopatra. Nefertari, la moglie di Ramses II, influenzò grandemente la politica del marito.

Nella civiltà minoica la condizione della donna era molto più avanzata che fra i micenei e la Grecia classica. Nella Grecia omerica la donna veniva rispettata ma esistevano comunque numerose contraddizioni. Nell'età di Pericle la donna ricca era tenuta in casa, mentre le donne povere erano costrette a lavorare e quindi avevano una certa libertà. Le donne non avevano diritti politici (non potevano quindi votare o essere elette membri dell'assemblea, durante l'età delle poleis) e non erano oggetto di legislazione giuridica (una donna non era colpevole, ad esempio del reato di adulterio, a differenza dell'uomo, perché ritenuta "oggetto del reato"). La condizione femminile ad Atene era assimilata a quella dello schiavo e dello straniero, o del maschio ancora minorenne. La donna passava molto tempo a contatto con la madre del marito, nel gineceo, e quest'ultima aveva un ruolo primario sulla sua educazione. Paradossalmente, se nella più raffinata Atene la donna era in condizione di inferiorità, nella militarista Sparta le donne della classe dominante (spartiati), pur non potendo governare o combattere, erano addestrate alle arti militari e godevano di maggiore libertà.



Nella società greca alle donne era vietato assistere a qualsiasi manifestazione pubblica, oltre che praticare qualsiasi attività sportiva (ad Atene), mentre a Sparta potevano dedicarsi a sport di tipo esclusivamente ginnico (danza, corsa, ecc). In occasione dei Giochi olimpici alle donne non era nemmeno permesso di avvicinarsi al perimetro esterno del santuario, pena la morte. Secondo un'antica tradizione si diceva addirittura che, se mai una donna avesse praticato una qualche attività sportiva, grandi sventure sarebbero arrivate in seguito a tutto il genere femminile. Ciò conferma la condizione di inferiorità a cui era soggetta la donna nella società greca, molto diversa, ad esempio, dalla condizione di relativa emancipazione di cui godeva la donna nel mondo romano.

In Grecia esistevano le mogli che si dedicavano esclusivamente all'educazione dei figli legittimi, le concubine che avevano rapporti sessuali stabili con l'uomo e la compagna, per il piacere. Esisteva inoltre la prostituta, che svolgeva il suo lavoro nelle strade o nelle case di tolleranza e alla quale spettava l'ultimo "gradino" nella scala sociale.

Aristotele affermava che la donna era inferiore all'uomo in quanto aveva cervello più piccolo e che la donna era un maschio mutilato.

Platone invece fu uno dei primi a pronunciarsi in favore delle donne, almeno in parte: sosteneva che le donne istruite alla filosofia, nello stato ideale da lui delineato, avessero uguali diritti politici degli uomini, e potessero accedere al governo. Questa tradizione rimarrà diffusa negli ambienti del platonismo. Anche Epicuro rivendicava pari dignità per le donne, all'interno della sua scuola filosofica, che accettava anche schiavi e stranieri. Durante l'età ellenistica la condizione femminile migliorò molto. Durante il dominio romano sul mondo greco (I secolo a.C-IV secolo d.C) molte donne di cultura ricoprivano ruoli importanti nella società, come Ipazia di Alessandria.

A Roma la donna era considerata quasi pari all'uomo: entrambi i genitori avevano pari obblighi nei confronti dei figli e la donna poteva accompagnare il marito ad una festa, a patto che mangiasse seduta e non sdraiata come era norma per gli uomini. In età arcaica era sottomessa al padre e al marito, mentre verso la fine della Repubblica e in età imperiale le donne di condizione elevata potevano svolgere una vita indipendente, ottenere il divorzio e risposarsi, mentre quelle delle classi basse erano rimaste sotto la soggezione maschile, con eccezioni delle prostitute, che pur essendo al gradino più basso (ad eccezione delle donne schiave), avevano una discreta libertà. Una certa indipendenza avevano le donne sacerdotesse dei vari templi.

Non mancarono tuttavia le limitazioni poste dal diritto romano alla capacità giuridica delle donne: esse non avevano lo ius suffragii e lo ius honorum, ciò che impediva loro di accedere alle magistrature pubbliche. Nel campo del diritto privato era inoltre negata alle donne la patria potestas, prerogativa esclusiva del pater, e conseguentemente la capacità di adottare. Il principio è espresso per il diritto classico dal giurista romano Gaio nelle sue Istituzioni: Feminae vero nullo modo adoptare possunt, quia ne quidem naturales liberos in potestate habent ("Le donne non possono affatto adottare, perché non hanno potestà neanche sui figli naturali"). Sempre da Gaio apprendiamo che alle donne, con l'eccezione delle Vestali, non era consentito in epoca arcaica di poter fare testamento. Tale ultima limitazione venne però abrogata già in epoca repubblicana.

Tra i casi di donne importanti, si può ricordare quello di Agrippina minore, moglie e nipote dell'imperatore Claudio e madre di Nerone, che durante l'assenza del marito in guerra, divenne l'unica imperatrice a battere moneta con la propria effigie e a governare de facto l'impero romano.

Nell'impero romano d'Oriente vi furono donne che regnarono e governarono in maniera assoluta, senza dividere il potere con i consorti, un esempio fu l'imperatrice Irene di Bisanzio.

Il messaggio cristiano contenuto nel Nuovo Testamento, che sotto questo punto di vista supera e reinterpreta notevolmente i precedenti testi dell'Antico Testamento, giunge ad equiparare di fatto uomo e donna. Gesù non si faceva scrupolo di predicare alle donne come agli uomini, dei miracoli narrati nei Vangeli ne beneficiavano tanto le donne quanto gli uomini, esse erano protagoniste delle parabole al pari degli uomini, e infine Gesù appare dopo risorto alle donne prima che agli uomini. Nelle lettere di Paolo, che descrivono la vita della primordiale chiesa apostolica, le donne vengono in alcuni passi esplicitamente equiparate agli uomini (Gal3,28;1Cor11,11-12).

Non mancano però testi delle epistole paoline in cui riemerge una visione impregnata dell'Antico Testamento, in cui s'invitano le donne alla sottomissione all'uomo (1Cor11,7;Ef5,22), o ne limitano l'attività nelle varie chiese locali (1Tm2,12;1Cor14,34-35). Il tenore dei passi però non sarebbe così marcato da indurre a parlare di misoginia e l'esame del contesto storico e letterario dei passi 'misogini' ridimensiona maggiormente il tenore del discredito: in 1Tm Paolo si riferisce a un problema concreto che la comunità di Efeso aveva con alcune fedeli (1Tm5,13), mentre in 1Cor la richiesta di silenzio durante i momenti carismatici dedicati alla profezia richiama il fenomeno della libera profezia femminile, spesso in contrasto con l'insegnamento degli Apostoli e della guida dei vescovi, che evolverà in seguito nel montanismo. La chiesa, se in principio aveva nella propria gerarchia anche donne, nel ruolo di diacono, successivamente riserverà agli uomini l'ordinazione sacerdotale, regola tuttora in vigore nella chiesa cattolica, e abolito invece nelle varie chiese protestanti e riformate.



Con l'arrivo dei barbari Franchi e Longobardi in Italia, la condizione della donna peggiora. Essa è infatti un oggetto nelle mani del padre, finché questi non decida di venderla ad un uomo, anche se vi furono regine che tennero il potere di fatto, come in effetti accadeva a volte nelle tribù barbariche.

Il Cristianesimo medioevale impose la sottomissione della donna all'uomo, ma la considerò importante in quanto doveva crescere spiritualmente i figli.

Con l'inquisizione alcune donne vennero ritenute rappresentanti del Diavolo sulla Terra (le streghe), capaci di trarre in inganno l'uomo spingendolo al peccato in qualsiasi modo.

Tuttavia, dopo il 1000, con l'avvento del dolce stil novo, la donna venne angelicata e considerata un tramite tra Dio e l'uomo. Tra le donne di potere vi fu la regina d'Italia e contessa Matilde di Canossa.

Alcuni filosofi illuministi avevano in precedenza preso posizione a favore dell'uguaglianza fra i sessi: fra essi d'Holbach, Condorcet, Voltaire.

Nelle insurrezioni le donne lottano a fianco degli uomini. Sono presenti il 14 luglio 1789 (presa della Bastiglia) e il 10 agosto del 1792 (assalto alle Tuileries). Nell'ottobre 1789 sono le prime a mobilitarsi e a marciare su Versailles, seguite nel pomeriggio dalla guardia nazionale. Quando la guerra porta gli uomini al fronte sono loro a sostituirli nelle fabbriche e nei laboratori con un salario minimo e inferiore a quello dei maschi. Non possono votare né essere elette, sono totalmente escluse dalla vita politica e dalle assemblee. Ma le donne non si arrendono e chiedono di essere arruolate nell'esercito per difendere la propria patria. L'assemblea legislativa, a cui si sono rivolte, gli ride in faccia, segno che, naturalmente,fa capire che non possono. Ma centinaia e centinaia di donne riescono a partire e a marciare verso il fronte. La girondina Olympe de Gouges fu una militante per i diritti femminili, ghigliottinata per aver difeso la regina Maria Antonietta e attaccato i giacobini di Robespierre.

Nel 1793 le repubblicane di Parigi chiedono che a tutte le donne sia fatto obbligo di portare la coccarda simbolo della rivoluzione e diritto alla cittadinanza. La convenzione approva, ma gli uomini hanno paura che poi chiedano anche il berretto frigio e le armi. Inoltre gli uomini trovano insopportabile che gli stessi diritti possono essere estesi anche alle donne e pensano che debbano ritornare alle faccende domestiche e non immischiarsi nella guerra.

Nell'Ottocento si diffusero anche le prime istanze femministe e di suffragio a livello europeo e negli Stati Uniti: si pronuciarono e lottarono per l'eguaglianza William Godwin e sua moglie Mary Wollstonecraft, quest'ultima dando inizio al movimento femminista. Il suffragio femminile fu sostenuto anche da John Stuart Mill, nel periodo della sua elezione come deputato alla Camera dei comuni. Anche il movimento marxista e socialista ebbe un ruolo importante nell'emancipazione femminile.

Le donne ebbero parte importante nel risorgimento italiano, ricordiamo numerose patriote: Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Anita Garibaldi, Rosalia Montmasson (una dei Mille), Giuditta Bellerio Sidoli (amica di Giuseppe Mazzini).

La condizione delle donne nell'era vittoriana, nonostante il fatto che il sovrano fosse una donna, è spesso vista come l'emblema della discrepanza notevole fra il potere e le ricchezze nazionali dell'Inghilterra e l'arretrata condizione sociale. Durante il regno della regina Vittoria, la vita delle donne divenne sempre più difficile a causa della diffusione dell'ideale della "donna angelo", condiviso dalla maggior parte della società. I diritti legali delle donne sposate erano simili a quelli dei figli: esse non potevano votare, citare qualcuno in giudizio né possedere alcuna proprietà.

Inoltre, le donne erano viste come esseri puri e puliti. A causa di questa visione, i loro corpi erano visti come templi che non dovevano essere adornati con gioielli né essere utilizzati per sforzi fisici o nella pratica sessuale. Il ruolo delle donne si riduceva a procreare ed occuparsi della casa. Non potevano esercitare una professione, a meno che non fosse quella di insegnante o di domestica, né era loro riconosciuto il diritto di avere propri conti correnti o libretti di risparmio. A dispetto della loro condizione di "angeli del focolare", venerate come sante, la loro condizione giuridica era spaventosamente misera.

L’assenza di molti uomini chiamati a combattere provocò delle conseguenze a livello economico e sociale. Durante la Grande Guerra i posti di operai e contadini furono lasciati vuoti e vennero coperti dalle donne che passarono da "Angeli del Focolare" a membri attivi dell’economia e della società. Questo processo, però, non fu indolore perché le donne furono obbligate a compiere gli stessi lavori degli uomini e esse presero anche il posto dei mariti nelle faccende domestiche maschili. A questo non corrispose una maggiore libertà poiché spesso nelle case rimanevano gli anziani, i quali continuavano ad esercitare un ruolo autoritario all’interno della famiglia.

Il primo traguardo importante è il conseguimento del diritto di voto per il quale si batterono le suffragette. In seguito ai conflitti mondiali le donne, che avevano rimpiazzato i molti uomini mandati al fronte sul lavoro, ottennero maggiori ruoli in società e possibilità lavorative fuori dalla famiglia.Inoltre iniziarono ad aprire esercizi commerciali autonomi.

Le donne si sono battute per sostenere cambiamenti nel campo del diritto, dal voto all'IVG, dal divorzio alle leggi in materia di violenza sessuale. Le conquiste femminili nel mondo occidentale si sono tradotte in maggiori diritti e in un divario meno ampio tra i sessi. Malgrado questo, nemmeno nel mondo occidentale è stata raggiunta un'effettiva parità. La violenza sulle donne è una piaga presente tutt'oggi anche nei paesi occidentali. In base ad un'indagine del Parlamento Europeo, "almeno il 20% delle donne europee ha subito violenza nelle relazioni familiari e questa è una delle principali cause di decesso per le donne.



La condizione femminile in Italia comincia a migliorare verso la metà del XX secolo, quando, secondo alcune fonti, il movimento delle suffragette ottenne il suffragio femminile. Quest'ultimo venne infatti riconosciuto solo nel 1945 con un decreto di Umberto di Savoia, ultimo re d'Italia, anche in riconoscimento della lotta sostenuta da molte donne durante la guerra. Nel dopoguerra, all'Assemblea Costituente vennero elette 21 donne. La spinta femminile per l'emancipazione diminuì con il raggiungimento del diritto al voto, nel 1946 per poi rafforzarsi a partire dagli anni sessanta.

Si rafforza il movimento femminista che rivendicò gli stessi diritti degli uomini nella famiglia, nel lavoro e nella società. La Costituzione italiana del 1948 garantiva pari diritti in ogni campo (le donne hanno pari dignità sociale e uguali diritti rispetto al genere maschile, secondo l'articolo tre della Costituzione). Questo venne tradotto in legge effettiva solo con la riforma del diritto di famiglia del 1975, e l'apertura degli anni '90 al servizio militare femminile, l'ultima categoria rimasta (con l'eccezione del diritto canonico che è però un diritto fra privati interno alla chiesa) ad essere esclusivamente maschile, fino all'introduzione della nuova norma.

Ancora oggi però il World Economic Forum con un'indagine chiamata Global Gender Gap Index, rivela che nel 2010, su 128 Paesi, l'Italia si trova al 74º posto per uguaglianza di genere. L'indagine è oggetto di critiche in quanto è volta a rilevare i soli ambiti nei quali le donne sono sotto la parità. A sostegno di tale tesi si riporta che nello stesso documento è evidenziato che qualora, in un determinato ambito, sia rilevata una disparità a favore della donna e dunque a svantaggio dell'uomo il giudizio attribuito sarà "parità perfetta" e non sarà rilevata pertanto la disuguaglianza inversa donna-uomo. Tale metodologia rende, per molti, tale documento utile a valutare solo quei paesi nei quali le disparità uomo-donna sono molto elevate e presenti in tutti gli ambiti (escludendo dunque l'Italia).

Lo svantaggio femminile nella scuola secondaria di secondo grado, che storicamente caratterizzava il sistema scolastico italiano, è stato colmato agli inizi degli anni Ottanta. Da quel momento in poi le ragazze hanno sorpassato i ragazzi sia per tasso di partecipazione (il 93 per cento, contro il 91,5 degli studenti maschi nell'a.s. 2010/2011), sia soprattutto per percentuale di conseguimento del diploma: tra i diciannovenni nell'a.s. 2009/2010 il 78,4 per cento delle ragazze ha conseguito il diploma contro il 69,5 per cento dei ragazzi.

Anche nel proseguimento degli studi universitari le donne ormai sorpassano gli uomini: nel 2004 su 100 laureati con il vecchio ordinamento 59 erano donne, mentre per i corsi triennali le donne rappresentavano il quasi il 57 per cento. Inoltre i voti finali sono mediamente più alti per le donne. Attualmente le donne hanno maggiore accesso, e agevolazioni nel mondo del lavoro alla fine del percorso di studi (laurea). Inoltre, le giovani donne che decidono di essere single raggiungono posizioni dirigenziali in percentuale pari ai colleghi uomini nelle medesime condizioni.

Dal punto di vista universitario e del mondo del lavoro le giovani italiane sono ormai più istruite degli uomini, anche se scelgono spesso percorsi di studio meno remunerativi nel mercato del lavoro: scelgono infatti percorsi umanistici, artistici e sanitari piuttosto che altri (soprattutto ingegneristici).

Il tasso di disoccupazione femminile in Italia è più elevato di quello maschile. Il tasso di occupazione femminile è nettamente inferiore a quello maschile, risultando occupate nel 2010 solo circa 46 donne su 100, contro una percentuale del 67% degli uomini. Nel Mezzogiorno le differenze sono più accentuate e l'occupazione delle donne arriva a appena a superare il 30%. Il tasso di inattività è, di contro, molto alto, arrivando a sfiorare la metà di tutta la popolazione femminile in età lavorativa. Tra le principali cause di questo fenomeno va citata l'indisponibilità per motivi familiari, motivazione che è quasi inesistente per la popolazione maschile. Ad esempio il 15% delle donne dichiara di aver abbandonato il posto di lavoro a causa della nascita di un figlio. Spesso si tratta di una scelta imposta, infatti in oltre la metà dei casi sono state licenziate o messe in condizione di lasciare il lavoro perché in gravidanza.

Tutta questa inattività non si traduce però in un maggiore tempo libero per le donne. Al contrario, il tempo delle donne italiane è impiegato nel sopportare in maniera preponderante i carichi di lavoro familiari, molto più che in tutto il resto d'Europa. Gli uomini italiani risultano i meno attivi del continente nel lavoro familiare, dedicando a tali attività appena 1 h 35 min della propria giornata. Per lavoro familiare si intende sia le attività domestiche (cucinare, pulire la casa, fare il bucato etc.), sia le attività di cura dei bambini e degli adulti conviventi. Si stima che il 76,2 per cento del lavoro familiare delle coppie sia ancora a carico delle donne. Considerando i tempi di lavoro totale, cioè la somma del tempo dedicato al lavoro retribuito e di quello dedicato al lavoro familiare, le donne lavorano sempre più dei loro partner. Una donna con una occupazione tra 25 e 44 anni senza figli lavora giornalmente 53 min in più del suo partner; se però ci sono i figli la differenza aumenta ad 1 h 02 min più del partner. Persino le madri non occupate lavorano più dei loro partner (8 h 15 m contro 7 h 48 m). Una conseguenza di questa disparità è che le lavoratrici italiane dormono meno che in tutti gli altri paesi europei e hanno poco tempo da dedicare allo svago.

I dati dimostrano che le lavoratrici donne sembrano orientate a lavori meno usuranti e meno pericolosi rispetto agli uomini. Il tasso di mortalità sul lavoro è di circa 11 punti per milione; quello maschile si attesta a circa 86 unità per milione. Inoltre le donne occupate che lavorano la sera sono il 16% contro il 25% dei loro colleghi uomini. Le donne occupare che lavorano la notte sono solo il 7% contro il 14% dei loro colleghi uomini.

Nella pubblica amministrazione italiana le lavoratrici donne sono poco più della metà del totale, grazie alla preponderanza femminile tra gli insegnanti soprattutto nella scuola di base. In tale settore si nota tuttavia una netta prevalenza maschile nelle qualifiche più elevate: ogni 100 dirigenti generali si contano solo 11 donne.

Le retribuzioni degli uomini in Italia sono superiori mediamente a quelle delle donne: nel 2004 ad esempio il monte salari maschile (reddito complessivamente percepito dagli uomini italiani) era superiore di circa il 7% rispetto a quello femminile, mentre nel 2010 questo divario è arrivato al 20%. Questo si verifica perché l'occupazione femminile è concentrata su lavori a più bassa retribuzione e perché a parità di mansioni gli stipendi maschili sono, seppur leggermente (del 2%), superiori. Le donne inoltre hanno minori possibilità di beneficiare delle voci salariali accessorie, quali gli incentivi o lo straordinario.

La speranza di vita alla nascita femminile è di 5,6 anni superiore a quella maschile. Le donne, inoltre, sono meno esposte ad omicidi ed aggressioni rispetto agli uomini: i decessi per tali ragioni ai danni di persone del genere femminile rappresentano circa un quarto del totale.

In materia di diritto di famiglia svariate sentenze della magistratura italiana, tutelano la figura femminile in maniera più marcata, affermando il principio di “non bilateralità” tra i coniugi in materia di procreazione. In particolare il tribunale di Monza afferma che “non può … attribuirsi alle scelte attinenti alla maternità una qualsivoglia valenza ‘bilaterale'”.

Sempre in materia di diritto di famiglia si registra che il 71% delle richieste di divorzio è presentata dal genere femminile. Inoltre, in caso di divorzio, l'assegnazione della casa dove la famiglia viveva (in assenza di figli ed indipendentemente della proprietà della stessa) è attribuita alle donne nel 57% dei casi e solo nel 21% ai loro ex-mariti.

Sul totale delle persone che hanno svolto attività gratuita per un partito politico nel corso del 2005, circa un quarto sono donne. Il numero di parlamentari donne in Italia è coerente con tale tasso di partecipazione alla vita politica.

Nel Parlamento italiano le donne rappresentano meno del 20% del totale (18,69% al Senato e 21,43% alla Camera nella XVI Legislatura) con un risultato peggiore rispetto ad esempio alla composizione del Parlamento europeo, nel quale le donne rappresentano circa il 35%.

Oggi possiamo affermare che nei Paesi occidentali i diritti delle donne sono legalmente riconosciuti e le leggi italiane sono tra le più avanzate d'Europa, soprattutto quelle per la tutela della maternità e sulle pari opportunità. Nonostante le leggi, molti ostacoli si frappongono ancora tra le donne e la carriera: infatti sono pochissime quelle che occupano posti di vertice nelle aziende e nei partiti politici, continuando la loro giornata ad essere la somma di due fatiche, quella domestica e quella extradomestica. Occorre realizzare quelle strutture sociali che consentirebbero di conciliare il lavoro fuori casa con la vita domestica, e particolarmente efficace potrebbe risultare la legge sul lavoro part-time.
Se però allarghiamo lo sguardo al mondo intero, il quadro è per varie ragioni sconfortante; il genere femminile, che costituisce poco più della metà dell'umanità e svolge i due terzi circa del lavoro globale, non possiede che un decimo della ricchezza, è rappresentato minimamente nei parlamenti, subisce forti discriminazioni. La piaga della violenza sessuale esiste in tutti i continenti, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo e non conosce differenze sociali o culturali; secondo l'OMS almeno una donna su cinque nel corso della vita subisce abusi fisici o sessuali.
In paesi come la Cina e l'India, dove nascere donna è spesso considerata una disgrazia, migliaia di neonate vengono lasciate morire per cure inadeguate o per abbandono.
Nei paesi del terzo mondo la violenza sulle donne è una normale componente del tessuto culturale e non viene identificata come tale neppure dalle sue vittime.
Anche la povertà miete vittime in primo luogo tra le donne; in Nepal circa 10 mila ragazze ogni anno vengono vendute dalle famiglie per essere avviate alla prostituzione e nell'Asia sudorientale sono oltre mezzo milione le bambine costrette a tale attività.
Un problema specifico di alcune culture africane è invece quello della mutilazione genitale, ancora ampiamente praticata ed effettuata in condizioni sanitarie abominevoli, senza anestesia e soprattutto su bambine anche in tenerissima età. Gli effetti sulla salute sono devastanti e colpiscono le donne in ogni momento della loro vita sessuale e riproduttiva. Sarebbero 130 milioni le donne che hanno subito questa mutilazione e i flussi migratori stanno facendo arrivare il problema anche nei paesi occidentali.
Un altro fattore di disuguaglianza è quello derivante da motivi religiosi, presente soprattutto nei paesi di religione islamica, dove le donne sono vittime di pesanti discriminazioni. Diffusi in alcuni paesi musulmani, i gruppi integralisti si propongono di trasformare la società secondo le regole del Corano e di imporle come legge dello Stato. In Algeria alle donne è imposto di portare l'hidjab, il velo, e di vivere ai margini della società; in Iran, in Afghanistan è imposto il burka e alle donne è preclusa l'istruzione.


Un'altra piaga che colpisce le donne in ogni parte del mondo è lo stupro: sconvolge sapere quanto sia diffuso in paesi ricchi e civili quali gli Usa e il Canada, ma ancor più sconvolgente è scoprire come per esempio in Pakistan, per avere giustizia, la donna debba presentare quattro testimoni maschi e non possa testimoniare lei stessa. Inoltre, se la vittima non riesce a dimostrare il reato viene incriminata per attività sessuali illecite, incarcerata, frustata pubblicamente; in Nigeria, per un fatto analogo, è stata condannata alla lapidazione Safja, per la quale si stanno mobilitando anche le donne italiane. La violenza sessuale è anche un'arma di guerra, solo da poco riconosciuta come tale dalle leggi internazionali. I conflitti con un forte connotato etnico, come quelli nei Balcani o in Africa centrale, vedono l'uso dello stupro come strumento bellico da parte di entrambi i contendenti.



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domenica 18 ottobre 2015

LA CULTURA ARABA

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L'elemento arabo-berbero portò all'Occidente cristiano nuove conoscenze tecnologico-scientifiche, specie nell'agricoltura, ma sconosciute ovvero reintroducendo colture abbandonate dalla fine del cosiddetto periodo classico "antico". Altri fondamentali apporti furono nella scienza della matematica, l'algebra e la trigonometria, il sistema decimale e il concetto di zero (elaborati in ambito indiano). Un'altra innovazione tecnologica attribuita agli Arabi è l'introduzione in Occidente della bussola, già in uso in Cina.

I musulmani svilupparono grandemente la medicina, l'alchimia (genitrice della moderna chimica) la geometria e l'astrologia, con gli annessi studi astronomici (da ricordare l'introduzione dell'astrolabio). Anche nella filosofia il loro apporto contributivo per l'Europa continentale fu formidabile e, grazie alle traduzioni da essi approntate o da essi commissionate, si tornò a conoscere non pochi testi di filosofia e di pensiero scientifico prodotto in età ellenistica. Grazie a tali traduzioni l'Europa occidentale e centrale (che aveva quasi del tutto cancellato il ricordo del retaggio culturale espresso nell'antichità classica in lingua greca) tornò in possesso di opere da tempo trascurate e a rischio di totale oblio.

La cultura araba è una cultura millenaria, stupefacente per ciò che è riuscita a produrre nel corso delle epoche, e per l’importanza che ha avuto anche sul pensiero e sulla storia occidentale.

Il rapporto è stato diretto in occasione del dominio arabo-islamico instauratosi in Sicilia per oltre due secoli nel medioevo. Molte delle città sicule che conosciamo oggi sono delle testimonianze di questa inestimabile fase di “colonizzazione” del nostro territorio. La Storia della Sicilia Araba è straordinariamente interessante perchè evidenzia come, nel pieno do dei “secoli bui”, sia stato l’incontro tra due culture ad aver generato un fermento culturale che non ha eguali in quegli anni.

L’unica similitudine può essere svolta nei confronti della cosiddetta popolazione Sefardita, composta dagli ebrei che abitarono nella penisola iberica per diversi secoli fino all’editto che ne impose l’espulsione (avvenuta nel 1492). Nel corso del medioevo soprattutto, il connubbio tra popolazione araba ed ebraica produsse momenti di sommo valore per la storia della filosofia e della cultura in genere (basti pensare ad un autore come Maimonide, che incorpora in sè la speculazione teologica-giudaica e il pensiero islamico).

Come non citare, inoltre, filosofi come Avicenna e Averroè (citato da Dante stesso nella Divina Commedia), autori che contribuirono alla conoscenza della filosofia aristotelica tanto nella sfera araba che in quella continentale-europea.

La cultura araba ha generato un contributo inestimabile, che gli europei sono stati capaci di assimilare e fare propria, assorbendola totalmente (dai numeri ai logaritmi, dall’astronomia all’architetture). Ciò che le rimprovera Bernard Lewis, profondo conoscitore dell’Islam e aspro critico nei confronti dell’attuale mentalità araba, è il fatto che, mentre nel medioevo, la superiorità degli arabi fu accettata dagli europei che ci guadagnarono moltissimo accettando gli insegamenti dei maestri, da centinaia di anni a questa parte, da quando si sono capovolti i rapporti di forza, gli arabi rifiutano di attingere dalla nostra cultura dominante, preferendo il muro contro muro e la cecità del fanatismo.
Quando il dominio degli arabi si estese sempre più le condizioni economiche, sociali e culturali dei paesi conquistati permisero la nascita di una nuova società. I dominatori arabi continuarono a privilegiare il commercio e la produzione artigianale. L'agricoltura continuava ad avere un importante ruolo economico e continuò a svilupparsi grazie alle raffinate tecniche agricole che diffusero gli arabi. I dominatori presero molto dalle civiltà conquistate, senza perdere però la loro identità islamica, anzi modellando la cultura sulla religione e sul linguaggio. Già Maometto aveva dimostrato interesse per la scienza e aveva organizzato le prime università e le prime biblioteche. Gli arabi appresero dagli indiani e poi diffusero l'uso delle cifre e dello zero per fare calcoli complessi. Si evolsero anche la letteratura e la musica, ma il massimo splendore ci fu nelle arti decorative.






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