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giovedì 20 agosto 2015

VISITANDO ROVATO

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Il Castello di Rovato per oltre mezzo millennio di movimentate vicende storiche ebbe un ruolo cruciale di piazzaforte e godette la rarissima fortuna di serbare così a lungo quasi intatta la sua genuina struttura.
Costruito non su una collina, ma su un rialzo del terreno, dovuto alla terra riportata e alle macerie delle primitive costruzioni, era intersecato da sotterranei e difeso da una grande fossa – ancora oggi visibile – dell’ampiezza di una decina di metri che attingeva l’acqua dal cosiddetto “Pozzo lungo” situato nelle vicinanze.
Proprio alla fine del trecento il Castello Medievale fu ulteriormente munito di difese con tre giri concentrici di mura fortificate.
Nel 1470 Venezia, interessata ad aumentare la resistenza e la potenza del Castello, dispose l’innalzamento di cinque torrioni, con l’aggiunta di casematte e rivellini. Le torri come le mura erano realizzate in corsi ordinati di blocchi squadrati di ceppo del Monte Orfano. Oggi ne rimangono solo tre: quello a nord fu distrutto nel 1796 e quello a sud intorno al 1840, per far posto ai portici del Vantini.
Il Castello di Rovato con le sue mura venete è da collocare tra i più illustri esempi d’architettura castrense italiana, inoltre, in corrispondenza della porta meridionale e di quella settentrionale (demolite nell’Ottocento e in parte conservate nel sottosuolo della Piazza del Mercato ) conserva due bastioni che sono da annoverare tra i primissimi dell’architettura militare italiana.

Il convento dell’Annunciata sorge nel 1449 dalla richiesta di due frati di Brescia, Giuseppe Barisello e Giacomo Inverardi, che ottennero dal comune di Rovato e dal vescovo Pietro Monte, il permesso di poter costruire un convento sul monte Orfano, nel luogo dove anticamente sorgeva una cappella dedicata a S.Maria Annunciata.

Dal 1452 si costituì la prima comunità, composta da undici frati, e nel giro di alcuni decenni il convento crebbe in dimensioni e importanza: nel 1464 terminarono i lavori del chiostro e continuarono le celebrazioni delle principali feste dedicate alla Madonna, che fecero del convento un vero e proprio santuario mariano. Nel 1503 terminarono i lavori della chiesa e nel 1507, data della consacrazione, furono completati tutti gli altri locali.

Negli anni della costruzione e in quelli successivi non mancò mai l’appoggio della comunità civile, testimoniato dalla documentazione di numerosi lasciti di terre o denaro a beneficio del convento.  Intorno al 1540 fu commissionato ad un grande artista bresciano, Girolamo Romanino, il grande affresco dell’ Annunciazione per il catino dell’abside.

Con la soppressione della congregazione dell’Osservanza nel 1570, il convento passò sotto la giurisdizione delle Provincia Veneta e vi rimase fino al 1772, anno della soppressione da parte della repubblica di Venezia.

Fino a tale data il convento assunse il ruolo fondamentale di centro formativo, per la cultura, la religione e il lavoro agricolo, ospitando, oltre alla comunità di circa quindici frati, importanti scrittori, matematici e ricercatori bresciani.

Dopo la soppressione, per circa tre secoli il convento non ospitò più alcuna comunità, fino all’opera tenace di mons. Zenucchini che nel 1960 consentì ai servi di Maria di riscattare il convento.

La struttura del convento è ancora quella originaria del 1449: vi si accede attraverso un loggetta in stile quattrocentesco, e si articola su due piani attorno a un chiostro di forma rettangolare. Le celle dei frati sono collegate al loggiato tramite delle porte posizionate sulla parete esterna dell’edificio.

La chiesa, che si trova sul lato settentrionale dell’intero complesso, ha l’accesso principale da un porticato quattrocentesco, che fu modificato nel Seicento.

All’interno presenta diversi affreschi raffiguranti l’Annunciazione e scene della storia dell’Ordine dei Servi di Maria. Nell’area compresa tra il presbiterio e l’abside si alternano opere artistiche di particolare rilevanza: l’ Annunciazione  dipinta dal Romanino; un Crocefisso ligneo del XV secolo realizzato da un artista dalla scuola di Donatello e un San Sebastiano da alcuni attribuito al Mantegna. Nel sottarco della prima cappella, residuo gotico quattrocentesco, vi è poi la serie dei  Cinque profeti minori attribuiti a Liberale da Verona.

Le origini della chiesa di S.Michele sono molto antiche: gli indizi derivanti dagli affreschi interni della fine del XIV secolo fanno riferimento ai Santi Filastro e Gaudenzio, attivi nel IV secolo e destinatari probabilmente della prima dedicazione della chiesetta.

Testimonianze più sicure provengono dal VI secolo, periodo in cui i Longobardi, arrivati in Franciacorta, si installano sulla cima del monte e dedicano la chiesa, situata sopra una sorgente, al loro patrono S.Michele.

Nel VII secolo la riorganizzazione del territorio spinge a costruire luoghi di culto più accessibili ai fedeli, ma ciò non toglie importanza alla chiesa di S.Michele che continua ad essere un punto di riferimento per i pastori che portano le pecore sul monte Orfano nel periodo della tosatura e della vendita della lana (dettaglio che fa presumere l’esistenza del mercato di Rovato già in quel periodo).

La struttura della chiesa viene leggermente modificata nel IX-X secolo, e acquista l’aspetto attuale: una chiesa di piccole dimensioni, ad una navata rettangolare coperta da capriate a vista e da un abside semicircolare, costruita in muratura di conci irregolari di conglomerato del monte Orfano.

All’interno lo spazio curvo del catino dell’abside presenta degli affreschi del XV secolo che si sono conservati fino ad ora grazie ad una copertura di calce viva risalente al 1500-1600, periodo in cui la chiesa divenne lazzaretto per gli appestati. Gli affreschi riproducono la Natività al centro, due figure dell’arcangelo Michele ai lati e un Cristo pantocratore verso l’alto.

Nel 1927 viene notificato al comune di Rovato che la chiesa di S.Michele è stata dichiarata monumento nazionale. Sottratta ad un lungo periodo di abbandono, la chiesa viene restaurata nel 1981 dall’associazione AVIS di Rovato.

L’attuale chiesa di S. Rocco era da tempi immemorabili dedicata a S. Martino, il vescovo di Tours padre del monachesimo prebenedettino. Questo culto si diffuse probabilmente nel periodo longobardo e resistette fino al XV secolo quando venne sostituito da quello attuale. Le motivazioni di questo cambiamento si trovano da un lato nell’affievolirsi degli influssi monastici e quindi di culti e devozioni proprie, e dall’altro dal continuo ripetersi di epidemie e calamità, in particolare la peste, rispetto alla quale S. Rocco era riconosciuto come protettore e liberatore. Nel 1477 , dieci anni dopo la devastante epidemia di peste del 1467-1468, un’invasione di locuste portò un’altra epidemia per cui, a imitazione della scelta di Brescia di votarsi a S. Rocco, anche Rovato dedicò la sua chiesa al santo.

L’attuale edificio corrisponde all’incirca a quello del XV secolo, periodo in cui iniziano le opere di rifacimento, che proseguono per diversi decenni. Dalla struttura medievale restano invariati alcuni elementi come l’orientamento e l’abside semicircolare suddiviso da lesene e pilastri, mentre viene modificata nel la navata centrale, cui vengono aggiunte quattro arcate, e le pareti in cui furono aperte quattro finestre. All’interno vengono fatti dipingere degli affreschi in stile cinquecentesco, che si sono frammentati nel corso del tempo per via di mutilazioni e cadute.

Nel XVIII secolo si procedette con un ulteriore rifacimento interno per adattare l’edificio al gusto corrente: alla navata centrale fu aggiunta una volta a botte e il presbiterio fu riorganizzato; si modificò la facciata in stile settecentesco e si aggiunsero due altari laterali, il campanile, la sagrestia e , a fine secolo, una cantoria con organo.

Un secolo dopo venne modificata anche la soffittatura, abbassandola e decorandola con stucchi.

In periodo di guerra la chiesa fu utilizzata per farne un accantonamento di soldati e, a fine guerra, venne restaurata.

Al 1975, infine, risale la scoperta di alcuni affreschi rimasti nascosti per secoli.

L’originaria chiesa di S. Stefano, alle pendici del monte Orfano, si presume sia stata costruita dai Longobardi nel 700 d.C. con la funzione di diaconia lungo un’antica via romana che univa Brescia a Milano. Di questa antica origine la chiesa ha mantenuto soltanto l’orientamento lungo l’asse est-ovest, utile alla guardia della strada che conduceva alla chiesa di S.Michele e al soccorso dei viandanti che transitavano sulle vie per Milano e per la Franciacorta. Delle strutture murarie di quel periodo non è rimasto alcun elemento.

Dei secoli successivi sono rimaste invece moltissime tracce visibili: l’abside semicircolare costruita con ciottoli, conci, mattoni e malta è la parte più antica della chiesa e risale almeno all’ XI secolo; il presbiterio al suo interno presenta invece affreschi databili al XIV secolo. La differenza di fattura fra le pareti divisorie interne alla chiesa porta anche a ipotizzare che in origine avesse un’unica navata centrale cui successivamente furono aggiunte due navate laterali, probabilmente per far fronte al progressivo aumento dei fedeli. Nel XIV secolo, sebbene non si potesse parlare di vera e propria “parrocchia”, S.Stefano era certamente la prima sede giuridica della cura delle anime.

Per  circa quattro secoli la chiesa non subì ulteriori modifiche. Solo dal 1886 si decise per una serie di restauri che riportarono alla luce la bellezza degli affreschi del XIV e XV secolo e che diedero forma alla chiesa che oggi possiamo ammirare.

All’interno, sull’altare, in un trono marmoreo di stile neogotico, è dipinta secondo i canoni giotteschi la Madonna con il Bambino Gesù, simbolo della devozione mariana della chiesa di S.Stefano.

Sul catino della cappella principale è invece raffigurato il Cristo Pantocratore, seduto su un arcobaleno tra i simboli dei quattro evangelisti. Alla destra del catino vi è raffigurato un paesaggio montuoso che ritrae proprio il monte Orfano , con il Convento dell’Annunciata a mezza costa e la chiesetta di S.Michele in alto.

Il palazzo comunale di Rovato ha origini remote che sembrano precedere quelle del Castello tardo quattrocentesco. Quest’ultimo infatti venne costruito durante il dominio veneto sulla base del castrum romano,  in modo da inglobare nelle sue mura una porzione urbana. Attualmente il Palazzo Comunale ha sede in un complesso architettonico articolato in tre blocchi principali, aventi differenti caratteristiche e datazioni: un blocco sito in via Lamarmora presumibilmente tardo-quattrocentesco, un altro sempre in via Lamarmora che risale al quattrocento e l’ultima porzione posta tra vicolo delle Rose e vicolo delle Cantine, costruito tra il duecento e il trecento. La tradizione vuole che in una porzione del Palazzo Comunale, si trovasse anche l’abitazione del celebre artista Alessandro Bonvicino detto il Moretto. Il Palazzo Comunale ha subito una ristrutturazione nel 2003; oltre agli interventi prettamente struttuali, sono stati restaurati anche gli elementi lapidei della facciata, i soffitti decorati a cassettoni e i numerosi affreschi presenti all’interno. Da segnalare l’abbondante utilizzo della pietra di Sarnico, il caratteristico porticato di tre fornici e la luminosa loggia di tre luci architravate, oggi chiuse da vetrate formate da colonne ioniche accoppiate. Le decorazioni dei soffitti lignei appaiono per lo più realizzati a secco con colori a tempera.

I Porcellaga erano una famiglia originaria di Iseo, che si era arricchita attraverso il commercio di bestiame e aveva potuto acquistare delle proprietà a Rovato e a Roncadelle, assieme al titolo nobiliare di conti.

L’idea che guidò la costruzione del palazzo era quella di una cinquecentesca villa di campagna diversa dal solito. Il progetto originario infatti prevedeva un solo piano a terra, con soffitti altissimi, e una specie di ammezzato alto, entrambi protetti da un porticato alto quanto il tetto. I locali che solitamente venivano posizionati al primo piano vennero allocati nella torre che si innalza accanto al palazzo .

All’esterno si presentano una cinta fortificata con delle basse torrette rotonde agli angoli, e una facciata che si innalza verso monte sopra un sperone in muratura che va scemando in altezza. Sulla facciata ci sono sette finestre con inferriate inginocchiate in ferro quadro, interrotte da una porta con cornice in pietra di Sarnico che si apre sopra ad un piccolo cavalcavia conducente al broletto superiore.

All’estremità della facciata si staglia un portale in pietra di Sarnico che costituisce la porta di ingresso all’interno del palazzo. L’entrata veramente imponente si apre sotto all’elevatissimo porticato, sul quale si affacciano finestre e portalini, tutti con cornice di pietra, e sui cui muri si intravedono i resti di affreschi del tempo.

All’interno un salone principale con un grande camino immette nelle altre sale, tutte a volta, attraverso delle porte con stipiti in pietra di Sarnico. In una sola sala si possono ammirare degli affreschi, di periodo settecentesco.

La torre rettangolare presenta all’esterno tre tipi di aperture diverse per tre diversi lati della torre. All’interno vi è una rampa di scala che assieme a un ripostiglio occupa la parte rivolta a sera, mentre tre stanze, una sopra l’altra occupano  la parte principale della torre.

Nel XVII secolo il palazzo venne acquistato dalla famiglia Roncalli che vi abitò fino all’arrivo della famiglia Quistini nei primi del Settecento e che abitò il palazzo per i successivi due secoli.

Attualmente la proprietà è divisa fra due famiglie.

L’attuale chiesa di S.Maria assunta è una ricostruzione di fine Cinquecento di una chiesa già esistente almeno dal 1395, data di una pergamena in cui compare il nome del castello di Rovato e della chiesa di S.Maria.

Nel 1585 iniziarono i lavori di ricostruzione della chiesa per opera dell’architetto Giulio Todeschini e si conclusero intorno al 1592. La chiesa fu poi consacrata nel 1625. La ricostruzione fu possibile grazie all’opera di rinnovamento intrapresa da S.Carlo Borromeo che sostò a lungo a Rovato durante il periodo delle visite alle parrocchie della Franciacorta.

Nel secolo successivo la chiesa subì degli altri restauri  per essere adattata ai gusti del tempo: nella metà del XIX secolo il prevosto don carlo Angelini convocò l’illustre Rodolfo Vantini, che già aveva progettato la piazza del mercato di Rovato, per intraprendere una massiccia opera di restauro.

Attualmente all’esterno la chiesa presenta ancora gli antichi volumi massicci della prima ricostruzione tardo rinascimentale: la facciata mostra un massiccio portale in legno, inserito in uno stipite in pietra di Sarnico arricchito da un protiro ispirato allo stile del Bramante. I fianchi della chiesa sono intervallati dai volumi sporgenti delle cappelle e mostrano ancora gli intonaci originali a calce che recano tracce di un antico decoro ad affresco che ricopriva l’intera superficie.

L’interno della parrocchia ha conservato gli elementi planimetrici ed estetici antichi, pur lasciando spazio ai restauri ottocenteschi che hanno arricchito notevolmente le decorazioni.

Un elemento caratteristico è il campanile, ricavato da una vicina torre del XVI secolo.

Piazza Cavour altrimenti detta piazza Vantini, dal nome del celebre architetto Rodolfo Vantini che la progettò su richiesta del prevosto Angelini nell’Ottocento, è ora il cuore di Rovato e la seconda piazza semicircolare in pendenza più grande d’Italia.

Fu ideata come piazza destinata alle attività commerciali, vocazione testimoniata dal maestoso portico che in origine ospitava una serie di negozi delimitati dalle arcate che lo compongono; al piano superiore di ogni negozio era annesso un appartamento con una soffitta per la stiva delle merci. Ancora oggi il porticato ospita diverse attività commerciali al piano terra e appartamenti ai piani superiori.

Al centro del porticato, all’imbocco di via Castello, si erge un grande arco che sotto i suoi piedi nasconde i resti dell’antico rivellino (la fortificazione difensiva aggiunta alle mure venete) demolito proprio per consentire la costruzione della nuova piazza del mercato.

Fino a circa un decennio fa piazza Cavour, assieme alle vicine piazza Palestro e piazza Montebello, è stata infatti il luogo di svolgimento dello storico mercato merceologico del Lunedì, secondo la volontà del prevosto Angelini che ai tempi decise di individuare un luogo per lo svolgimento del mercato che fosse allo stesso tempo dignitoso e decoroso.


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mercoledì 17 giugno 2015

IL MONASTERO DI SAN BERNARDINO A CARAVAGGIO



Il monastero di San Bernardino, consacrato a San Bernardino da Siena comprende la chiesa di San Bernardino e il convento di Santa Maria degli Angeli. Fu consacrato nell'anno 1489, datando l'erezione appena dopo la morte del santo, risalente al 1444, e la quasi immediata canonizzazione, avvenuta nel 1450, da parte del papa Nicolò V. Si dice che fu edificata grazie all'entusiasmo dei Caravaggini per la predicazione del Santo che in Lombardia fece molti proseliti e combinò una pace abbastanza difficile tra Caravaggio e Treviglio in quel periodo.
Il monastero fu soppresso dal governo francese una prima volta nel 1798 e in modo definitivo l'11 maggio 1810. In seguito gli edifici del convento furono rimaneggiati e adibiti a casa colonica e caserma, mentre la chiesa continuò ad essere utilizzata come luogo di culto e riuscì a conservare la sua forma originale. Nel 1970 il comune di Caravaggio acquistò parte della struttura e nel 1978 l'ospedale civile, che ne deteneva la proprietà, donò al comune la chiesa. Il complesso è stato quindi oggetto di restauro e in seguito adibito a centro civico e ad ospitare la biblioteca comunale ed un museo

All'inizio del XV secolo le popolazioni di Caravaggio e Treviglio erano ancora grandi nemiche. I contrasti erano nati anni prima per diverse cause, la prima delle quali era il fatto che ambedue erano potenti borghi della Gera d'Adda e dunque in concorrenza. A complicare le cose sorsero questioni di confine fra i due territori e il diniego di Treviglio di utilizzo delle acque per l'irrigazione dei campi dei caravaggini che possedevano terreni sul territorio trevigliese. Si arrivò persino al punto di scavare un fossato per dividere i due comuni.
Liti, omicidi, incidenti, vendette non avevano fine. Bernardino, un frate dell'Ordine dei Minori che girava l'Italia predicando amore e concordia, arrivò nei primi giorni di novembre del 1419 e la sua oratoria, qui come in molti altri luoghi, ebbe successo. In quegli anni nacquero in Lombardia molti conventi dei Minori.
Anche Treviglio e Caravaggio, per tener viva la memoria del Santo predicatore, vollero erigerne uno: Treviglio lo costruì per prima col nome di Santa Maria Annunziata, Caravaggio lo fece alcuni anni dopo, nel 1472, quando San Bernardino era morto ormai da vent'anni. Fu la famiglia Secco a donare il terreno per l'edificazione che terminò nel 1488. La chiesa fu consacrata l'otto aprile dell'anno successivo.

Anche se Caravaggio faceva parte della Diocesi di Cremona, il convento fu dato agli Osservanti della Provincia di Milano, un movimento riformatore dell'Ordine dei Minori. Gli Osservanti restarono a Caravaggio fino al 1543, anno della cessione ai Riformati. Sopravvissuto alle soppressioni del governo austriaco, 'San Bernardino' non resistette a quello francese che lo dichiarò soppresso il 16 giugno 1798 invitando i religiosi a trasferirsi a Crema. Il governo francese vendette ortaglia e convento ad un privato. Seguirono due passaggi di mano, poi, a seguito delle ripetute petizioni della comunità che invocava il ritorno dei religiosi, i frati ritornarono, ma per pochi anni. L'11 maggio del 1810 avvenne la definitiva soppressione. La proprietà passò all'Ospedale Civile che decise di affittarlo: la parte del convento diventò casa colonica e la foresteria, ampliata, fu destinata a caserma. Mentre il Monastero subì diverse trasformazioni, la chiesa, essendo sempre stata aperta al culto, conservò il proprio aspetto originale. Dopo la Seconda guerra mondiale i contadini se ne andarono poco alla volta. Il chiostro e il terreno di 'San Bernardino' furono comprati dal Comune nel 1970 mentre nel 1978 l'Ospedale donò al Comune stesso la chiesa. Nel 1973 il sapiente restauro dell'architetto Sandro Angelini di Bergamo lo consegnò alla comunità "per lesercizio della cultura e dellarte".

Situata sul lato di tramontana del complesso monastico la chiesa è orientata da ponente a levante. La facciata ha la struttura tipica gotico-lombarda; sopra il rosone è inserita una terracotta con il simbolo bernardiniano; sopra l'architrave della porta si trova una lunetta affrescata con una scena della Natività, di fattura cinquecentesca, con l'aspetto originale alterato da ritocchi pittorici recenti, attribuita dal Tirloni (critico d'arte caravaggino, vivente) a Fermo Stella, un pittore caravaggino del '500. Un portichetto, sorretto da colonne in pietra, copre l'ingresso; inserito più tardi (forse nel Seicento, opera dei Riformati) non ne disturba l'insieme.

La chiesa all'interno si presenta divisa in due parti: quella ad occidente destinata ai fedeli, l'altra ai monaci. La parte dedicata ai fedeli è ad una sola navata, con tre cappelle poligonali a sinistra e un soffitto a cassettoni, e termina con una parete che la separa dall'altra parte. Dopo questo muro sono inserite due cappelle e un passaggio alla parte dedicata al clero. L'interno della chiesa era in origine spoglio, come dettava la ferrea regola dell'Ordine. Pur arricchita di lavori artistici, la chiesa di quella austerità conserva ancora i pavimenti in cotto.

Dopo l'ingresso, a sinistra, troviamo la cappella dedicata alla Madonna. E' di forma poligonale, con volta a crociera gotica. Sulle pareti laterali sono rappresentate alcune scene del ciclo mariano: a destra l'Ascensione, la Pentecoste e l'Assunzione; a sinistra la Natività, l'Epifania e il Cristo Risorto. Difficile l'attribuzione e la datazione: si parla di fine Quattrocento per il periodo, di Zenale e Buttinone, due famosi pittori trevigliesi del Cinquecento, per gli autori. La stessa incertezza vale per gli affreschi della volta; i sei compartimenti formati dai costoloni sono affrescati con tondi raffiguranti Santi Francescani: Raimondo, Bonaventura, Antonio da Padova, Francesco, Ludovico, Bernardino, Chiara, Bernardo, Bartolomeo da Cremona. A questi si aggiungono gli otto martiri affrescati sotto l'arco d'entrata. Davanti alla parete frontale l'altare con la pala dell'Immacolata, anch'essa di autore ignoto.
Sul muro fra la prima e la seconda cappella c'è uno dei più bei affreschi della chiesa. Raffigura la Madonna fra San Bernardino (alla sua destra) e San Rocco. Sotto il dipinto si conserva una fascia che reca una scritta a rebus che ci permette di individuare autore e data: Fermo Stella, 1500. Vi sono rappresentati infatti un ferro di cavallo (fer), un topo (mus), una stella e 15'c' per la data.
La seconda cappella, dedicata inizialmente a San Bartolomeo, ospita oggi l'altare di Sant' Antonio da Padova. Sulla volta (strutturata come quella della prima) sono raffigurati i quattro Evangelisti. L'attribuzione non è facile; l'opera è cinquecentesca. Nella parte superiore di ogni parete laterale sono dipinti due Angeli; l'opera è del pittore caravaggino Ferruccio Baruffi (1889-1958). Al contrario della prima, questa cappella ha subìto diversi rimaneggiamenti perdendo il suo carattere unitario.
Sulla parete tra la seconda e la terza cappella c'è un altro affresco: San Francesco in gloria. L'opera non è firmata ma è attribuita dal Tirloni a Nicola Moietta, pittore caravaggino del Cinquecento.
La terza cappella, dedicata a San Francesco, è quella che più di tutte ha subito trasformazioni nel corso del tempo. Delle decorazioni primitive non rimane traccia. Le scene della vita di San Francesco sono del pittore trevigliese Trento Longaretti (vivente) che realizzò gli affreschi nel 1944; rovinati da infiltrazioni lo stesso pittore fu incaricato del loro distacco e restauro iniziato in concomitanza con il recupero del convento.
Sul muro frontale che divide le due zone della chiesa si trova il grande Ciclo della Passione. L'opera reca la data del 1531, due volte: nel sepolcro di Cristo Risorto e in una targa al centro, sotto la crocifissione.
Il dipinto, per molto tempo attribuito a Francesco Prata (pittore caravaggino del '500), è consegnato dal Tirloni allo Stella, contemporaneo del Prata. E' un'opera magnifica: la Crocifissione, al centro, domina l'intero spazio della navata. Accanto le quattro scene della passione: L'ultima cena, Gesù davanti a Pilato, l'Arresto e la Resurrezione. Nelle pareti laterali otto sibille chiudono la scena; sotto, fra arco e arco, si vedono otto tondi con profeti. E la città sullo sfondo? Caravaggio, per alcuni, Bergamo per altri.
Sui pilastri del tramezzo ci sono, a sinistra un Ecce Homo (attribuito a Nicola Moietta), a destra una Madonna, totalmente ridipinta forse dal Baruffi, l'autore degli angeli della seconda cappella.
Nove ovali, di fattura settecentesca, di autore ignoto, che raffigurano una serie di scene sulla vita e i miracoli di San Antonio, sono appesi alle pareti.
Dopo il muro divisorio si trovano, oltre al passaggio al Presbiterio, altre due cappellette. In quella di sinistra non rimane alcun segno delle decorazioni originarie. Oggi l'altare, che doveva essere forse dedicato ad un Santo, è dedicato al Crocefisso.
La cappella di destra invece conserva ancora la decorazione primitiva. Nella parete frontale c'è l'affresco cinquecentesco della Madonna con Bambino tra i santi Bernardino e Bonaventura, con devoto; l'opera è attribuita al pittore caravaggino Cristoforo Ferrari de' Giuchis. Davanti alla cappella c'è un sepolcro con i resti dei frati morti in convento. Altri furono seppelliti lungo il perimetro della chiesa.
Il breve corridoio tra le ultime due cappelle ci porta al Presbiterio che in origine doveva essere diverso da come lo vediamo ora. Non è improbabile che questa zona possedesse sulla sinistra una cappella oggi chiusa dal muro che sostiene la volta. Tre gradini portano all'altare che si trova in centro, è di legno di noce ed ha motivi decorativi barocchi del '700. Due porte di legno chiudono lo spazio del coro.
La decorazione dell'arco e dell'abside è dei fratelli Galliari che la eseguirono nel 1759. Due tondi raffigurano sulla destra Sant'Anna con Maria Bambina, a sinistra San Giuseppe con Gesù Bambino. Sul fondo la pala d'altare che raffigura San Bernardino che rifiuta la tiara che simboleggia la dignità episcopale.

A destra della facciata della chiesa si trova l'ingresso al convento che dell'accesso originario conserva solo un piccolo portichetto e la parete che lo sostiene. Qui sorge in effetti l'edificio moderno che accoglieva prima l'abitazione del custode ed ora gli uffici del Corpo di Polizia Municipale. Appena dentro, sempre sulla destra, si apre un piccolo cortiletto che ci ricorda la struttura di una casa colonica: qui forse era la foresteria del convento, il corpo di fabbrica che delimitava il passaggio al recinto di clausura. Seguendo il corridoio si arriva al chiostro, rettangolare, delimitato su due lati da edifici a due piani e su quello a sud a un piano. In origine erano forse due i chiostri: i segni della separazione (la cui parete divisoria non doveva comunque chiudere tutto l'edificio: sopra c'è affrescata una meridiana che doveva essere visibile da entrambi) possono essere visti nel lato est fra la quinta e la sesta arcata.
I chiostri, che inizialmente erano totalmente spogli, col passare del tempo si abbellirono di affreschi. Alcuni di questi si possono ancora intravedere, altri sono scomparsi, come forse le meridiane che segnavano le ore diurne.
Quella rimasta  ha in effetti la particolarità di segnare le ore notturne (20-24) e funziona solo con la luce lunare.
Sul lato est due porte consentivano l'accesso al refettorio (oggi Auditorium), la sala più grande del convento. Il locale conserva ancora il soffitto originale con la volta a sesto acuto e il monogramma simbolo di San Bernardino, probabile opera settecentesca. Nella sala accanto doveva esserci la cucina. Al piano superiore di questo corpo si accede dalla scala adiacente alla chiesa. Qui erano le celle (sufficienti sembra per venti frati); il restauro ne demolì alcune lasciandone altre che hanno mantenuto la loro struttura primitiva. Per quanto riguarda il lato sud e il corpo a ponente, sono zone che hanno subìto notevoli trasformazioni. Qui dovevano trovarsi altre stanze, quali una libreria, una sartoria, e altri locali ancora utili forse ai pellegrini o ai frati di passaggio.

Dopo il restauro il complesso è diventato il Centro Civico cittadino. Qui sono ospitate la Biblioteca Comunale, un Museo Navale, le sedi di alcune Associazioni.
Il Museo Navale è intitolato all'Ing. Ottorino Zibetti e ospita numerosi modelli navali, strumenti nautici e fossili marini. Fu inaugurato il 5 novembre del 1978.
La Biblioteca Comunale 'Banfi' ha una consistenza complessiva di oltre 45.000 volumi; di questi 8.000 circa costituiscono il fondo ragazzi, 4.900 il fondo antico; due sono i codici manoscritti e dodici le cinquecentine. Dal 1991 la Biblioteca ha aperto al pubblico la Sezione Ragazzi, con una propria sede, alloggiata nel fabbricato sul lato sud del convento, in una sala dedicata a Don Pierino Crispiatico, promotore di iniziative a favore di ragazzi in difficoltà.




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sabato 6 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN FRANCESCO A LODI

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La rossa facciata della medievale chiesa di S. Francesco (sec.XIII), costruita dalla nobile famiglia guelfa dei Fissiraga, con protiro ogivale, grande rosone marmoreo e due emozionanti bifore a cielo aperto danno leggerezza all'insieme.

L'edificio venne innalzato tra il 1280 e i primi anni del Trecento laddove precedentemente sorgeva una piccola chiesa dell'Ordine dei Frati Minori dedicata a San Nicolò. Su iniziativa del vescovo di Lodi Bongiovanni Fissiraga, i religiosi intrapresero la costruzione dell'attuale corpo di fabbrica sostenuti dalle donazioni del nobile Antonio Fissiraga.

Nel 1527 la gestione del tempio venne affidata ai Francescani Riformati di San Bernardino, cui nel 1840 subentrarono i Padri Barnabiti, i quali avevano già occupato nel 1834 il convento adiacente trasformandolo in collegio; i primi anni della loro attività furono interamente dedicati ad un profondo lavoro di restauro del complesso, che ebbe termine nel 1842. Benché i Barnabiti abbiano ottenuto il ministero apostolico della chiesa di San Francesco "ad uso perpetuo", la proprietà dell'edificio è sempre rimasta appannaggio della parrocchia della Cattedrale di Lodi, da cui tuttora dipende.

Le notizie più antiche attestanti la presenza in città dei frati minori risalgono al 1224, anche se solo vent'anni dopo questi furono costretti ad allontanarsi in seguito agli scontri tra le autorità comunali, schierate con lo scomunicato imperatore Federico ii, e il clero. Soltanto nel 1252, quando papa Innocenzo iv ripristina la sede vescovile, possono rientrare in città e viene loro concessa dal vescovo Bongiovanni Fissiraga la chiesa di S. Nicolò con le annesse proprietà già della famiglia Pocalodi. Probabilmente a partire dagli anni Ottanta, grazie all'intervento del capo della lega guelfa Antonio Fissiraga (forse nipote del vescovo), si iniziano i lavori per la costruzione della nuova chiesa, essendo ormai il S. Nicolò troppo piccolo per l'elevato numero dei frati presenti. La costruzione doveva già essere a buon punto nel 1290 se vi fu sepolto il vescovo Bongiovanni e pressoché terminata agli inizi del Trecento, come suggerito dalla data 1304 presente in un'iscrizione scolpita sul rilievo raffigurante sant'Antonio collocato nel pilastro centrale del transetto di destra che, insieme al corrispettivo di sinistra con san Francesco, fu eseguito da fra' Delay de Brellanis da Lodi. Numerose nobili famiglie lodigiane posero le loro sepolture in S. Francesco, ottenendo il patronato delle varie cappelle aperte sul fianco sinistro a partire dal XIV fino al XVIII secolo, divenendo così i committenti dei numerosi affreschi e tele che ne ornano le pareti e gli altari. Costituisce un esempio particolare la seconda, o di san Bernardino, ricavata nel 1477 dalla demolizione del campanile già costituito dalla torre dei Pocalodi, precedentemente inglobata nell'edificio religioso. Gli interventi più sostanziali si ebbero però nel xvii secolo, quando si chiusero le bifore absidali e si rifece la decorazione di alcune cappelle, arricchite con stucchi e dorature. La trasformazione barocca della chiesa proseguì ancora per tutto il Settecento, in particolare con il rifacimento del coro con decorazioni architettoniche illusionistiche nel 1740. Con la soppressione del convento nel 1810, la chiesa divenne sussidiaria della parrocchia del Carmine, e così rimase fino al 1842, quando fu ceduta ai padri barnabiti che già dieci anni prima si erano stabiliti nel convento. Trovandosi l'edificio in precarie condizioni, fu necessario un imponente restauro affidato agli architetti milanesi Ambrogio Nava e Carlo Maciachini e ai pittori Martino Knoller e Giuseppe Bertini, che comportò il rifacimento del tetto, la chiusura di alcune cappelle e l'integrazione di brani pittorici tre-quattrocenteschi. Sugli affreschi si intervenne nuovamente a partire dal 1960 con una vasta campagna quasi ventennale, che prendendo il via dalla navata di destra ha successivamente interessato tutte le altre superfici dipinte.

La facciata in cotto rosato, rimasta incompiuta, è caratterizzata da un alto protiro ogivale con colonne in cotto su plinti di pietra, da due lesene semi-cilindriche e da un grande rosone in marmo bianco; ai lati, due singolari bifore a sesto acuto si aprono al cielo donando leggerezza alla struttura frontale.

La facciata, incompleta nella parte superiore, venne aggiunta al corpo dell'edificio forse dopo il 1312, data dell'ultima donazione effettuata da Antonio Fissiraga prima del suo arresto ad opera dei Visconti nel 1316. Costruita interamente in cotto, è scandita in tre campi da due possenti semicolonne addossate. In quello centrale, oltre al rosone marmoreo aperto quasi due secoli dopo, si staglia il portale archiacuto, con semicolonnine a fascio, cui si addossa il protiro, anch'esso frutto di aggiunta posteriore. Nei campi laterali, sopra gli ingressi, si apre una monofora a tutto sesto sormontata da una bifora archiacuta "a vento", che lascia cioè intravedere il cielo (la parete della facciata supera infatti il colmo delle navate).
L'interno, dalla pianta a croce latina, richiamo del pavese S. Francesco, è a tre navate, costituite da quattro campate (di cui la prima più stretta) ad andamento alternato, in maniera tale cioè che alla centrale ne corrispondono due laterali. Massicci piloni cilindrici in cotto (simili a quelli del duomo cittadino), terminanti con capitelli in pietra dalla decorazione vegetale o antropomorfa, sostengono le volte costolonate a sesto acuto. Il transetto è costituito da tre campate quadrate, ciascuna di misura identica a quelle della navata centrale. Lo stesso modulo si ripresenta nel coro, mentre ognuna delle quattro cappelle che lo fiancheggiano ha le medesime dimensioni di ciascuna campata nelle navate laterali.
La chiesa è giustamente celebrata anche per il suo ricco corredo pittorico che si snoda quasi ininterrottamente su pareti, volte e piloni. Le testimonianze più antiche, databili verosimilmente entro il secondo decennio del Trecento, si estendono sulle volte della terza campata nella navata centrale e sulla crociera mediana del transetto. Riecheggiano nei motivi decorativi la miniatura bolognese e la pittura veneta di fine XIII secolo mentre, nella volumetria delle figure e nell'attenta resa spaziale e prospettica, traspare la lezione giottesca che è interpretata secondo un realismo tipicamente lombardo.
Parallelamente al Maestro della tomba Fissiraga opera un altro pittore d'estrazione lodigiana, attivo soprattutto nel S. Bassiano di Lodi Vecchio (per cui ne deduce il nome di Maestro di S. Bassiano), a cui si devono numerosi affreschi votivi: il San Nicola sul quarto pilone di destra, il Battesimo di Cristo sul sesto della medesima navata, la Madonna in trono con Bambino sul settimo pilone sinistro. A queste testimonianze, dall'impianto compositivo maggiormente semplificato e dai modi più arcaicizzanti, è stato recentemente aggiunto il semplice affresco con i Funerali di Antonio Fissiraga in cui il protagonista indossa l'abito francescano. Da queste opere si svilupperà, per tutto il Trecento, una scuola locale che riproporrà le innovazioni dei due Maestri.
Alla fine del secolo si collocano invece alcune testimonianze di elevata qualità, che risentono fortemente dell'operato di Giovannino de' Grassi e del gusto proprio del Gotico Internazionale, diffusosi ampiamente nel ducato di Milano. Sull'arco d'ingresso della cappella di S. Bernardino (terza a destra) lo Sposalizio mistico di santa Caterina anche se mutilo, rivela un'estrema ricercatezza formale, che si attua in forme esili e allungate e in una stesura cromatica modulata e impreziosita da un copioso impiego di oro. Contemporaneo e culturalmente affine è il Maestro di Ada Negri, a cui si devono la Madonna col Bambino sul secondo pilone a destra, e la Visitazione sul terzo, sempre di destra. Nel primo esempio istanze miniaturistiche si esplicitano nell'incorniciatura e nel raffinato decorativismo degli abiti, mentre nel secondo si unisce anche una stesura cromatica piatta che riduce la volumetria dei singoli personaggi.





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venerdì 5 giugno 2015

LE CHIESE DI LODI

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Il Duomo (Basilica Cattedrale della Vergine Assunta) è il monumento più antico e importante di Lodi, oltre che una delle chiese più vaste dell'intera Lombardia. La sua costruzione venne simbolicamente intrapresa il 3 agosto 1158, giorno stesso della fondazione della città, ed ebbe termine nel 1284. La facciata asimmetrica in cotto è tipicamente romanica, pur essendo caratterizzata da un alto protiro gotico e da un grande rosone rinascimentale; il campanile, realizzato fra il 1538 e il 1554 su progetto del lodigiano Callisto Piazza, rimase incompiuto per motivi di sicurezza militare. L'interno, a tre navate coperte da volte a crociera, custodisce notevoli opere d'arte, tra cui un polittico di Callisto Piazza. La parte più antica dell'edificio è la cripta, in cui sono conservate le spoglie del patrono san Bassiano; nell'absidiola di sinistra, inoltre, si trova un gruppo scultoreo del Quattrocento raffigurante un Compianto sul Cristo Morto.

Il Tempio Civico della Beata Vergine Incoronata è collocato in una caratteristica via molto stretta nei pressi di piazza della Vittoria, è considerato un capolavoro del Rinascimento lombardo e rappresenta il monumento più prestigioso della città sotto il profilo artistico. Progettato nel 1488 da Giovanni Battagio, fu costruito a spese del comune come espressione della religiosità popolare sul luogo di un postribolo. Il tempio si presenta come una piccola costruzione a pianta ottagonale, coperta da una cupola a otto spicchi sormontata da una lanterna; il campanile a punta e la facciata furono completati in epoche successive. L'interno è impreziosito da sontuose decorazioni in oro e ospita numerosi affreschi, tavole e tele realizzati tra la fine del Quattrocento e gli inizi dell'Ottocento dal Bergognone, dalla bottega dei Piazza e da Stefano Maria Legnani; gli spicchi della cupola furono affrescati nel XIX secolo da Enrico Scuri.

La Chiesa di San Francesco fu costruita tra il 1280 e il 1307. La facciata in cotto, rimasta incompiuta poco sopra il rosone marmoreo, è caratterizzata da un alto protiro e da due bifore «a cielo aperto» che rappresentano il primo esempio di una soluzione architettonica che si diffuse in tutta l'Italia del nord. L'interno, a tre navate e a croce latina, è decorato da numerosi affreschi risalenti ai secoli compresi tra il Trecento e il Settecento; la chiesa ospita inoltre le spoglie di alcuni lodigiani illustri, tra cui il librettista Francesco De Lemene, la poetessa Ada Negri e il naturalista Agostino Bassi.

La chiesa di San Lorenzo fu probabilmente la prima chiesa di Lodi ad essere completata: la sua costruzione, infatti, venne iniziata nel 1159 (un anno dopo rispetto a quella del Duomo), ma richiese meno lavoro della Cattedrale.

La facciata, tipicamente romanica, è caratterizzata da due lesene semi-cilindriche e da un grande rosone incorniciato in cotto, al di sopra del quale è posta l'edicola con la statua del santo.

All'interno si trovano numerose opere d'arte. Nel 1538 il giovane preposto Matteo Camola chiamò gli artisti lodigiani più quotati di allora (i fratelli Piazza) e commissionò loro la decorazione di tutta la zona absidale, compresa la tribuna e i pilastri contigui. Risalente a questo periodo è l’affresco della Resurrezione.

Nella navata laterale destra c'è un affresco degli anni Quaranta del Cinquecento, raffigurante la Madonna con Bambino fra Santa Caterina e Santa Lucia, opera di Francesco Carminati detto Soncino.

In seguito, lo sviluppo architettonico della chiesa venne influenzato dallo spirito della Controriforma e dall'opera di San Carlo Borromeo: nel 1560 vi furono interventi strutturali sulla muratura; nel 1565 si pensò ad una nuova decorazione dell’abside: ad Antonio Abondio venne commissionata la decorazione a stucco, e a Giovanni da Monte la realizzazione delle decorazioni pittoriche e delle modifiche che si sarebbero rese necessarie agli affreschi dei Piazza.

Inoltre, secondo i dettami del Concilio di Trento, l’altare che si trovava in fondo all’abside venne collocato al centro del presbiterio, in un'area contornata da una cancellata. Questa nuova sistemazione dava la possibilità ai canonici di avere uno spazio riservato a loro nel semicerchio dell’abside. Per questo motivo, nel 1578 fu commissionato ad Anselmo de’ Conti un coro ligneo, per installare il quale si smantellò la parte inferiore degli stucchi realizzati solo pochi anni prima.

La Chiesa di Sant'Agnese,in stile gotico lombardo del XIV secolo, conserva un'importante opera d'arte: il Polittico Galliani realizzato nel 1520 da Alberto Piazza. È degno di nota anche il rosone decorato con maiolica policroma. Accanto alla chiesa sorge l'antico convento dal chiostro scandito da archi a sesto acuto, trasformato nel corso del XIX secolo in sontuosa residenza oggi suddivisa in appartamenti privati.

La chiesa di San Filippo Neri, in stile rococò, venne costruita di fronte allo sbocco di una lunga via, in ossequio al gusto scenografico dell'epoca. Il progetto è attribuito ai fratelli lodigiani Michele e Piergiacomo Sartorio.

Per l'omegeneità delle decorazioni, la bellezza degli ornati, la preziosità dei marmi, la chiesa di San Filippo si annovera tra i più significativi edifici di culto del Settecento europeo.

La slanciata facciata è opera dell'architetto pavese Antonio Veneroni. Il fronte principale, arricchito dal busto del santo titolare sopra il portale, da quello della Vergine Immacolata sopra il finestrone centrale e da leggiadri angeli e putti recanti i simboli iconografici di san Filippo, è suddiviso in due registri da un forte marcapiano.

L'interno, a croce greca, è un autentico gioiello del Settecento lombardo. Gli interni sono completamente decorati da preziosi affreschi eseguiti da due eminenti artisti del XVIII secolo: Giuseppe Coduri, detto il Vignoli (egli è il realizzatore delle "quadrature", cioè di tutti gli artifici che fingono architetture immaginifiche e preziosi rivestimenti marmorei) e Carlo Innocenzo Carloni che è l'autore degli splendidi affreschi che raffigurano L'Assunzione della Vergine nella grande volta dell'aula, La Gloria di San Filippo Neri nel plafone del presbiterio, La Crocefissione nella zona absidale e quattro gruppi con gli Apostoli nelle altrettante vele alla base de L'Assunzione.

Da segnalare anche i tre altari marmorei, esempio eclatante delle raffinatezze rococò, dove il marmo si sposa felicemente con il ferro battuto, lo stucco e applicazioni bronzee dorate.

Presso la pregevole sacrestia contraddistinta da notevoli armadiature settecentesche si può godere della grande tela di Sebastiano Galeotti raffigurante la Gloria di San Francesco Sales. Dipinto di raffinata espressione rococò.

Degna di nota, infine, è la statua in stucco policromo del XVIII secolo raffigurante l'Addolorata, posta nella nicchia della cappella laterale destra.

Preziosi, sono da segnalare, i corredi liturgici, raffinata espressione della migliore oreficeria lombarda del XVIII secolo.

Il precario stato di conservazione in cui gli affreschi versano è il risultato di un inspiegabile disinteresse, durato decenni, per le sorti di questo insigne monumento. Solo recentemente sono state rifatte le coperture ed è stata recuperata la facciata con un mediocre lavoro di restauro conservativo.

L'organo a canne, collocato sopra l'ingresso della chiesa, è stato costruito nel 1779 dalla bottega organaria Fratelli Serassi di Bergamo.

La chiesa di Santa Maria delle Grazie, nota anche come santuario della Beata Vergine delle Grazie, è collocata nelle immediate vicinanze dei resti del castello di Federico II, nel luogo in cui sorgeva l'oratorio di San Pietro in Borgo, la cui esistenza è attestata dal 1476. Nel 1599 il vescovo Lodovico Taverna fece edificare sulla medesima area un nuovo luogo di culto, affidato ai padri minimi di san Francesco di Paola, che fu poi demolito nel 1655 in seguito allo sviluppo urbanistico della città; tuttavia, la venerazione popolare nei confronti di un'immagine sacra della Vergine, custodita in quel luogo e ritenuta miracolosa, sollecitò la costruzione di una nuova chiesa. I lavori ebbero inizio nel 1669 e terminarono nel 1743; l'edificio, intitolato a santa Maria delle Grazie, venne consacrato già nel 1674. La facciata, progettata dall'architetto Antonio Terzaghi, rimase incompiuta sino al 1954, anno in cui venne portata a termine sul modello di quella della chiesa di San Filippo.

L'interno, a croce greca e a navata unica, è completamente decorato da affreschi, tele e stucchi: nel presbiterio, in particolare, si trovano i deliziosi affreschi con le Storie della Vergine dipinte dall'artista valtellinese Parravicino (o Parravicini) detto il Gianolo.

Una cappella laterale, accessibile dalla tribuna di destra, accoglie il monumento funebre di Maria Cosway, intima amica del presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson e benefattrice della città di Lodi dove fondò un collegio femminile. Il sepolcro neoclassico di marmo bianco fu realizzato nel 1839 da Gaetano Manfredini.

La chiesa di Santa Maria Maddalena rappresenta il miglior esempio di edificio barocco a Lodi. Fu completata nella prima metà del Settecento su progetto di Antonio Veneroni, incorporando sul lato destro una preesistente costruzione romanica risalente al 1162.

La facciata in stile neobarocchetto, ha un andamento curvilineo con una elaborata ornamentazione in stucco, ed è opera di un rifacimento del 1888 dell'architetto Angelo Colla.

L'alto campanile è opera dai lodigiani Michele e Pier Giacomo Sartorio.

L'interno della chiesa è caratterizzato da una navata unica con pianta ellittica e numerose cappelle disposte ai lati.

Lo spazio principale quadrato è coperto da una volta a vela a sesto ribassato. Questo è preceduto e seguito da due spazi trapezoidali coperti da volta a crociera, a loro volta preceduti e seguiti da due spazi più piccoli con volta a botte lunettata; sul fondo troviamo infine il presbiterio a pianta rettangolare con l'altare realizzato da Simone Cantoni, e quindi l'abside. Proprio nell'abside è conservato un crocifisso ritenuto miracoloso.

Sono degni di nota anche gli affreschi conservati nell'edificio, tra cui alcune opere di Carlo Innocenzo Carloni e una Deposizione attribuita a Robert De Longe detto il Fiammingo.

Una chiesa dedicata a S. Cristoforo esisteva in Lodi fin dal 1150-1200 e apparteneva all’ordine degli Umiliati: in particolare era denominata S. Christoforus de Laude e si presume che fosse ubicata dove poi è stata ricostruita l’attuale.
Nel 1522 il Priore del Cenobio degli Olivetani di Villanova al Sillaro, con l’intenzione di fondare una nuova congrega, acquisisce la chiesa e il monastero di S. Cristoforo degli Umiliati e decide di ricostruirla.
Il progetto viene attribuito all’architetto Pellegrino Tibaldi (1527 - 1596), protetto di S. Carlo Borromeo, per il quale aveva seguito l’Opera del Duomo di Milano.
Il 24 febbraio del 1564 viene posata la prima pietra della nuova chiesa che sarà terminata e benedetta nel 1586.
Il monastero viene iniziato l’anno dopo, nel 1587: il Tibaldi non è più nominato, ma nelle carte è menzionato maestro Pietro Piantanida, ingegnere, come direttore lavori e i signori Andrea, Giacomo e Gianni di Specy come costruttori. Gli studiosi ipotizzano che Pellegrino Tibaldi si sia limitato a fornire il progetto e non abbia poi seguito la realizzazione. I lavori di costruzione del monastero durarono circa un decina d’anni.
Il convento si articola su due piani ed ha un cortile colonnato. Le colonne in granito, eleganti nel modulo allungato, poggiano su alto basamento e sostengono arcate a tutto sesto. Gli archi sono sottolineati da esili profili che sono ripresi come elemento marcapiano lungo tutto il perimetro del portico. La parte più antica è quella opposta al lato di ingresso che si presenta completa con un corpo centrale sopraelevato e portico sui lati. Questo spazio riceve luce dalle finestre ad oculo poste nella parte alta e una grande porta finestra posta in testata. Lungo le pareti del salone si aprono da entrambi i lati vani coperti a crociera, forse un tempo dormitori, essendo gli attuali muri divisori aggiunte posteriori. L’ex convento è oggi prestigiosa sede della Provincia di Lodi.

La Chiesa di San Gualtero in stile neoclassico, venne edificata in un'area periferica nel 1835, in occasione della visita dell'imperatore d'Austria Ferdinando I. L'edificio conserva le reliquie del santo lodigiano cui è dedicato.




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lunedì 1 giugno 2015

LA CHIESA DI SAN GIACOMO A SONCINO



Il complesso conventuale domenicano fu progettato da padre Maffeo Caleppio. All'originario chiostro cimiteriale, posto al lato est della chiesa, seguirono il secondo (1456-1468), l'unico superstite, raccordato con cavalcavia al terzo, posto al di là dell'attuale via Pio V (1570 ca.).

Si presenta con archi a sesto acuto, poggianti su tozze colonne dai capitelli cubici. Si sviluppa su tre lati, essendo quello meridionale chiuso da un semplice muro verso la strada. Dal chiostro una scala porta agli ambienti superiori dov'erano collocate le celle dei frati.

La chiesa di San giacomo venne edificata nel XIV secolo sull'area di un antico "Xenodochium", ossia un ospizio per pellegrini, la cui esistenza è già documentata nella metà del XII secolo. L'antico ospizio continuò a funzionare fino al 1361, quando la chiesa venne elevata a parrocchia ed affidata ai canonici lateranensi di San Cataldo di Cremona. L'arciprete Prebenzino Cropello nutriva un atteggiamento di ostilità nei confronti dei canonici in quanto vedeva, a cagione di essi, una riduzione della sua giurisdizione e del suo potere. tutto ciò portò le autorità dell'epoca a sospendere l'esperimento e nel 1364 la chiesa tornava a dipendere dalla pieve di Soncino. Nel frattempo i canonici riuscirono a completare la torre campanaria, dall'insolita forma eptagonale (a sette lati), ingentilita da monofore e decorazioni in cotto ad archetti ciechi intrecciati. La fabbrica della chiesa conobbe un nuovo impulso durante il XV secolo, dopo che nel 1428 venne concessa ai Domenicani ed a partire dal 1460, con l'introduzione dell'Osservanza. Tra il 1456 ed il 1468, su progetto del domenicano Maffeo Caleppio, venne costruito il chiostro, ancora esistente; subito dopo venne ricostruita la zona absidale, la cripta ed il presbiterio sopraelevato. Nel 1487 venne costruito un cavalcavia sulla strada posta a sud del convento, per permettere di raggiungere il nuovo chiostro intorno al quale venivano erette le nuove fabbriche, mentre nel 1510 la chiesa venne allungata mediante l'aggiunta di una nuova campata. Per far ciò si dovettero abbattere la facciata ed il protiro trecenteschi. Verso la fine del XVI secolo la chiesa raggiunse la foggia attuale, e nel 1595 il vecchio soffitto a capriate lignee venne sostituito dalle volte in muratura, mentre nel 1630 vennero costruite le cappelle laterali. Il rinnovamento secentesco interessò pure la facciata, mediante la costruzione, al posto del rosone, di una serliana, che rivela un certo influsso del barocco cremonese, ed una cimasa curvilinea coronante la fronte. Purtroppo la chiesa conobbe un periodo di decadenza a partire dal 1798, anno in cui venne soppresso il convento, mentre la chiesa tornò a dipendere dalla pieve. L'interno, a causa degli interventi sei e settecenteschi, si presenta in forme barocche. La ricca decorazione a fresco è dovuta ai fratelli cremonesi Alessandro e Giuseppe Natali, che la eseguirono nel 1696, con l'ausilio dei quadraturisti Pietro Ferrari ed Antonio Sirone. Partendo dall'ingresso, a destra, troviamo la cappella della Beata Vergine dello Spasimo, che conserva, sulla parete sinistra, un affresco raffigurante l'Addolorata, ossia la Vergine trafitta da spade, simboleggiante il dolore per il figlio morto che regge sulle gambe. L'affresco, uno dei pochi resti della decorazione gotica, risale intorno al 1470 - 1480. Particolarmente degno di nota è il gruppo scultoreo in cotto raffigurante il Compianto del Cristo Morto, un tempo conservato nella cripta. Il gruppo scultoreo è probabilmente opera di Agostino de Fondulis (o Fondutis), secondo certe analogie ravvisabili con analoghi modellati del Fondulis eseguiti nel 1483 per S. Maria presso S. Satiro a Milano, e quello del 1510 eseguito per S. Spirito a Crema, ora conservato nella Pieve di Palazzo Pignano. Anche gli atteggiamenti di dolore ed i gesti, caricati di un espressionismo nordico, avvicinano il capolavoro soncinate con quelli sopracitati. Un tempo il gruppo scultoreo si presentava policromo, il che doveva conferire all'insieme un'impronta ancor più realistica e teatrale. Al di sopra vi è un dipinto del manierista bresciano Grazio Cossali, raffigurante la Caduta di Cristo sotto la Croce e la Veronica, un dipinto di marca devozionale. La cappella successiva, dedicata a S. Giacomo, vi è un'ancona con una statua lignea eseguita nel 1917 raffigurante S. Giacomo. La mensa dell'altare poggia su due teste d'angelo, di squisito gusto barocco. La cappella successiva, dedicata a S. Tommaso d'Aquino, venne restaurata nel 1767 grazie alla munificenza di Apollonia Bigolotti, madre del priore Raimondo. La Bigolotti donò pure la bella ancona marmorea entro la quale è collocato un Cristo in Passione, opera del manierista Francesco Carminati. Il dipinto proviene dalla cappella del Corpo di Cristo, un tempo posta in fondo alla nave sinistra, e collocato qui di recente, al posto di un Crocifisso ligneo. Lungo le pareti laterali sono allogati due dipinti raffiguranti San Nicola e S. Pietro Martire, opere del cremonese Giulio Calvi detto il Coronaro. Questi due dipinti, unitamente ad un Cristo Crocefisso, oggi conservato nel Palazzo Municipale, costituivano un trittico. La quarta cappella, dedicata a S. Vincenzo Ferrer, presenta un dipinto settecentesco del bresciano Antonio Dusi raffigurante S. Vincenzo Ferrer che risuscita il figlio fatto a pezzi da una madre lunatica. Il dipinto è opera del 1765 e rivela un'eleganza raffinata nelle scelte cromatiche intonate ai colori freddi, tipica dell'ambiente milanese dei Carloni. Il dipinto è inserito in una cornice neoclassica in stucco. La quinta cappella, dedicata a S. Antonio da firenze. Nel 1590 Vincenzo Cerioli, la cui famiglia deteneva la cappella in patronato, vi collocò una grande pala, raffigurante la Madonna con il Bambino in Gloria fra i Santi Giacomo, Francesco e Antonino che presenta il donatore Vincenzo Cerioli, opera del cremonese Uriele Gatti, che realizzò pure la monumentale ancona lignea intagliata e dorata. La sesta ed ultima cappella, anticamente dedicata ai Re Magi, era di patronato della famiglia Tonsi. Nel XVI secolo vi si sostituì il culto dell'Assunta. Al posto della pala raffigurante l'Assunta, spostata nella quarta cappella sinistra, vi è un confessionale ligneo settecentesco. In fondo alla navata si apre la porta che conduce alla torre campanaria, mentre a sinistra si possono ammirare due affreschi raffiguranti una Crocifissione ed una Madonna in Trono, risalenti tra il 1450 ed il 1460, frammenti dell'antica decorazione pittorica quattrocentesca. Vicino al pilastro si trova un'acqusantiera costruita utilizzando un telamone proveniente dalla decorazione scultorea della facciata romanica. Attraverso una porta in marmi intarsiati, risalente al 1733, si scende nella cripta di Santa Corona, costruita dopo il 1470 ed presto deputata ad ospitare la preziosa reliquia della Sacra Spina, donata ai domenicani dal soncinese Frà Ambrosino dé Tormoli che l'ottenne dal priore del convento milanese di S. Maria della Rosa in cambio di alcune vetrate da lui dipinte nel 1492. Nella cripta si possono ammirare due affreschi raffiguranti l'Assunzione e l'incoronazione della Vergine e l'Incontro di Cristo con la Madre, risalenti rispettivamente al XVII e XVIII secolo, posti a decorare la parete di fondo della cripta, mentre le lunette della volta sono decorate da sette scene della Passione di Cristo, opere del viadanese Domenico Savi, anch'esse risalenti al XVII secolo. Queste ultime, originariamente collocate presso l'oratorio dei Santi Rocco e Sebastiano a Viadana, vennero acquistate nel 1960 e collocate nella cripta definitivamente. Ritornati in chiesa, saliamo al presbiterio sopraelevato. La scalinata di accesso, venne edificata nel 1733 unitamente alle belle balaustre intarsiate, mentre l'altare, anch'esso composto da marmi intarsiati, venne realizzato nel 1723 dai bresciani Domenico e Giuseppe Corbonelli su commissione di Frà Domenico Aglio, lo speziale del convento. Il bel paliotto presenta un medaglione ornato con volute floreali e spighe di grano alludenti il mistero dell'eucarestia. Particolarmente pregevole è pure il coro ligneo in noce a doppio ordine con quarantaquattro stalli, realizzato nel 1507-08 dai conversi Frà Federico e Frà Damiano da Bergamo. Quest'ultimo è identificabile, forse, con Damiano Zambelli, uno dei più celebri artisti dell'arte d'intarsiare il legno, già autore di pregevoli opere conservate nelle chiese di S. Stefano a Bergamo, ora in S. Bartolomeo, e S. Domenico a Bologna, dove realizzò il presbiterio ed il coro. Il coro soncinate è probabilmente una sua opera giovanile, in quanto i disegni intarsiati sono pressoché geometrici, mentre le teste di cherubini poste sopra ogni stallo, denunciano un legame con quella che sarà la sua arte successiva. Le finestre del coro sono impreziosite da due vetrate raffiguranti l'Angelo annunciante e l'Annunziata, opere di Frà Ambrosino dé Tormoli, il quale aveva lavorato anche per le chiese dell'osservanza domenicana di Bologna, Venezia e Milano. Collocate nel 1495, le due vetrate si rifanno ai cartoni di Antonio della Corna, pittore cremonese attivo, in quel tempo, anche a Soncino. Le pareti e la volta del presbiterio, del coro e della navata presentano una ricca decorazione barocca. Sulla volta del coro troviamo una Gloria di S. Tommaso d'Aquino, mentre sulle pareti troviamo Santa Caterina d'Alessandria e S. Maria Maddalena; nei quattro angoli del coro triviamo le Virtù Teologali e la Giustizia. La volta del presbiterio presenta un affresco rappresentante la Gloria di S. Domenico, mentre le lunette della navata raffigurano: S. Domenico tra i Santi Pietro e Paolo, S. Caterina da Siena che riceve le stigmate, S. Rosa da Lima incoronata da Cristo, La Gloria di S. Pio V, la Gloria di S. Pietro Martire ed infine S. Caterina dé Ricci. Nelle lunette dal lato settentrionale presentano, partendo dalla controfacciata, S. Antonio Negrot, il Beato Alvaro da Cordova, S. Domenico e S. Agnese da Montepulciano. L'intera decorazione venne realizzata dai cremonesi Natali nel 1696. La parete di fondo del coro è ornata con un affresco eseguito nel 1774 da Francesco Peruzzotti da Somma Lombardo raffigurante S. Giacomo tra i maghi Ermogene e Filete. La decorazione delle cappelle laterali, in gran parte perduta, sarebbe opera dei pittori Orlando Felicetti di Treviglio e Francesco Chiappi di Crema. Attraverso un corridoio che si apre in fondo alla navata sinistra, entriamo nel chiostro, mentre una porta vicina conduce alla sacrestia, dove è conservato l'arredo ligneo originario del XVIII secolo ed una serie di dipinti con alcuni santi domenicani. Edificato tra il 1456 ed il 1468, il chiostro si presenta ancora nelle tradizionali forme lombarde con archi a sesto acuto poggianti su tozze colonne dai capitelli cubici. Il chiostro si sviluppa lungo tre lati, mentre il lato meridionale è chiuso da un muro prospicente la strada. Dal chiostro una scala conduce ai piani superiori dove un tempo erano situate le celle dei frati. Nella parete di fondo del piano superiore si trova n affresco raffigurante una Natività con S. Domenico e S. Caterina, opera del soncinese Francesco Scanzi. Rientrati in chiesa e procedendo verso l'uscita, passiamo ora ad ammirare le cappelle della navata sinistra. La prima cappella che incontriamo, dedicata a S. Domenico, conserva le spoglie della Beata Stefana Quinzani. La cappella venne risistemata nel 1709 dagli stuccatori luganesi Domenico e Pietro Garoni ed affrescata da Bartolomeo Rusca, anch'egli di Lugano, attivo soprattutto a Madrid ed Aranjuez. Il bell'altare in marmi policromi, del XVIII secolo, presenta un medaglione a commesso entro cui è raffigurato S. Pietro Martire. La pala d'altare rappresenta il Miracolo di Soriano, opera forse a più mani di scuola cremonese della metà dei Seicento. La cappella successiva, dedicata a Gesù Bambino, presenta una nicchia entro cui si trova una scultura lignea settecentesca raffigurante il Bambino Gesù; le pareti laterali sono ornate da affreschi del XVIII secolo illustranti l'Infanzia di Gesù. La successiva cappella è dedicata a S. Anna, di cui si conserva l'immagine lignea accanto a quella della Madonna nel gruppo dell'Educazione della Vergine. La parete sinistra accoglie una tela raffigurante S. Tommaso d'Aquino, opera del malossesco Bartolomeo Bersani detto il Manzino, attivo nella prima metà del XVII secolo. Sulla parete di fronte troviamo un'Assunta, proveniente dalla scuola di Bernardino Campi. Nel 1610 al dipinto vennero aggiunte le quattro figure di santi poste nella parte bassa. Nella cappella seguente troviamo un'ancona lignea di gusto manierista risalente alla fine del XVI secolo e contenente una scultura lignea ottocentesca raffigurante la Madonna del Rosario. Le pareti sono ornate da pitture risalenti al 1901 ed opera di Antonio Mayer, che sostituiscono quelle perdute del bresciano Vincenzo Bigoni. La penultima cappella, già dedicata alla Santa Croce, venne riformata nel 1806 ed ora ospita un confessionale settecentesco. L'ultima cappella, quella del battistero, presenta un bel fonte battesimale con decorazioni in bassorilievo di gusto rinascimentale. Sulla controfacciata, ai lati del portale maggiore, si trovano due dipinti originariamente adibiti a pale d'altare. Il primo a sinistra presenta una Madonna Addolorata con Santi, risalente al 1697, di scuola emiliana, in origine collocato nella cappella degli Azzanelli. Il secondo raffigura la Beata Stefana Quinzani in estasi davanti alla croce tra S. Lucia, S. Pietro Martire e la Beata Luchina Barbò, opera di Francesco Perruzzotti del 1774, originariamente collocata nella cappella della S. Croce.






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mercoledì 27 maggio 2015

IL MUSEO DI CREMA

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Il Museo Civico di Crema e del Cremasco è collocato all'interno del convento rinascimentale di Sant'Agostino che costituisce uno degli edifici piu' suggestivi del centro storico. Le collezioni sono distribuite all'interno dell'intero complesso monumentale che si raccoglie intorno a due magnifici chiostri e compongono una ricca documentazione relativa alla storia, l'arte e la cultura di Crema e del suo territorio. Nell'antico refettorio del monastero si conserva uno straordinario ciclo di affreschi della Crocifissione e dell'Ultima Cena, realizzati da Giovan Pietro da Cemmo tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo.
Le sezioni del museo illustrano la storia del Cremasco dalla preistoria ai giorni nostri, attraverso reperti archeologici e documenti storici. Uno spazio importante è occupato dalla storia più recente di Crema, attraverso la ricostruzione della vita quotidiana nelle campagne di fine Ottocento e della storia industriale della città.
La pinacoteca espone le opere più significative della produzione pittorica cremasca dal XVII secolo ad oggi. Una parte importante delle collezioni è occupata dalla produzione dell'architetto e scenografo ottocentesco Luigi Manini, al quale si deve la realizzazione dello straordinario palazzo portoghese detto Quinta de Regaleira.
Il museo possiede inoltre una delle più importanti collezioni italiane di piroghe a livello nazionale. Le imbarcazioni, ricavate dallo scavo di un tronco d'albero, furono scoperte nei fiumi Adda, Oglio e Po nella seconda metà del secolo scorso.

Nel maggio del 1963 avvenne l'inaugurazione vera e propria: il patrimonio museale era stato suddiviso in alcune sezioni: storica, musicale, artistica, ma anche cartografica, ceramistica, numismatica, folkloristica e artigianale. Oltre alla figura di Edallo, si ricorda in particolare il coinvolgimento di Winifred Treni De Gregory e del pittore Gianetto Biondini, che curò la sezione artigianale ma soprattutto quella artistica, una delle più corpose del patrimonio museale. Nel 1965 vennero inaugurate due nuove sezioni: quella dei cimeli garibaldini e quella archeologica, resa particolarmente ricca dalla scoperta poco tempo prima di alcune tombe longobarde a Offanengo. Nel maggio del 2014 è stata inaugurata la nuova sezione di arte moderna e contemporanea, ampliata rispetto al nucleo precedente e dedicata ad opere del XIX e del XX secolo, selezionate a cura del critico d'arte Cesare Alpini.

Nel Museo sono custoditi vari esemplari di piroghe, presumibilmente di epoca altomedievale, recuperate nei greti dei fiumi Adda e Oglio e ottenute tramite escavazione dei tronchi d’albero. Tali imbarcazioni primitive sono la testimonianza dell’importanza dei corsi d’acqua per le popolazioni rivierasche, che li impiegavano abitualmente non solo per la pesca, ma anche per i trasporti e le comunicazioni, per le attività produttive e commerciali, traendone sostegno e vantaggio economico.
Il dominio longobardo in Italia ebbe termine con l’avvento dei franchi di Carlo Magno (VIII secolo), che svilupparono ulteriormente il precedente sistema curtense fondato sulla servitù della gleba ridando importanza al latifondo e alla signoria territoriale (feudo), che aveva nel castello del feudatario il proprio centro vitale. Di converso regredirono la posizione politica e il rilievo economico delle città, mentre notevole potenziamento ebbero i monasteri che, inizialmente concepiti come luoghi di isolato eremitaggio, divennero invece importanti centri per la conservazione e la diffusione della cultura e, grazie alla rivalutazione del lavoro manuale (l’ora et labora della regola benedettina), anche sicuri punti di riferimento in campo economico (in particolare per l’agricoltura) e sociale.

Il Museo vanta una ricca biblioteca specializzata nella storia, nell'arte e nell'archeologia di Crema e del territorio Cremasco. I circa 10.000 volumi della biblioteca comprendono anche due importanti fondi, il fondo Chiappa e il fondo Sala, costituiti in buona parte da libri e pubblicazioni.
Il lascito testamentario del dr. Ugo Chiappa risale al 14 luglio del 1966 ma l'ultimo blocco della donazione è pervenuto al Museo solo nel 1974.
Parte del fondo è conservata in Museo ed è costituita da reperti archeologici, materiale storico ed etnografico e documenti dell’archivio della famiglia Chiappa, databili tra la seconda metà del XVIII e i primi decenni del XIX secolo e relativi all’attività di speziali esercitata dalla famiglia fin dal XVII secolo. Parte del fondo è costituita da materiale librario (XVIII – inizi XX secolo).

Alberico Sala nasce a Vailate, paese della Gera D’Adda, nel 1923. Studia a Venezia e a Milano. Poeta, narratore, giornalista, critico cinematografico, autorevole critico d’arte e letterario. Giornalista fin dal 1945, dopo una parentesi bergamasca e un’altra romana, passa a Milano e a vent'anni è il più giovane redattore capo della stampa italiana.
Fonda il premio letterario S. Pellegrino di poesia e nel 1946 la rivista internazionale di letteratura Misura. Nel 1957 pubblica il suo primo libro di poesie Epigrafi e canti. Come scrittore ottiene prestigiosi premi e menzioni speciali. Muore a Vailate nel 1991. Il fondo donato da Alberico Sala al Museo è costituito prevalentemente da materiale librario, relativo alla storia dell'arte, ma sono presenti anche documenti personali.

Dal lato meridionale del secondo chiostro è possibile accedere alla sala dell’antico refettorio del convento, interamente affrescato da Giovan Pietro da Cemmo e dai suoi allievi, con grandi scene della Crocifissione e dell’Ultima Cena, lunette di spiccato sapore didascalico e celebrativo, rappresentazioni di Santi, Beati e dottori Agostiniani e ventiquattro tondi monocromi con Storie e Re biblici.
Nel 2008 sono state smantellate le strutture adibite all'allestimento delle mostre temporanee del Museo, restituendo la sala e gli affreschi alla visibilità originaria. Attualmente la sala viene utilizzata come spazio per le conferenze.

Entrando in Museo e percorrendo il chiostro settentrionale si resta immediatamente suggestionati dalla geometria delle architetture e dalle forme gotiche degli archi ogivali dell’antico complesso monastico. Qui sono esposti documenti della storia cittadina recente, con iscrizioni, epigrafi e monumenti del XVIII-XIX secolo. Lungo i muri del chiostro meridionale sono collocate epigrafi del XV e del XVI secolo e parte di un castello per campane.
La fototeca del Museo ha un patrimonio di circa 8000 fotografie e 150 cartoline dedicate principalmente alla riproduzione iconografica di Crema e del Cremasco.
Una parte importante della fototeca è costituita dalle fotografie del Fondo Manini, relative a momenti della vita dell’architetto e scenografo cremasco Luigi Manini e in parte scattate dallo stesso.
Un nucleo importante della fototeca è costituito dalle fotografie scattate dal maestro Giovanni Campi tra il 1910 e il 1930, che testimoniano luoghi e aspetti della città di Crema ormai scomparsi o notevolmente trasformati.
Il secondo gruppo numericamente importante della fototeca è costituito dalle fotografie della città di Crema scattate negli anni ’60 e ’70 dallo studioso di storia locale Mario Perolini. I soggetti delle fotografie del Perolini furono ripresi nel 2000 dai volontari del Fotoclub di Ombriano, che hanno condotto una nuova campagna fotografica documentando i mutamenti urbanistici e sociali della città nell’arco di quarant’anni.
Vanno inoltre menzionate le fotografie prodotte dal Gruppo Antropologico Cremasco prodotte a partire dagli ’80 e scattate da Dino Zanini e le fotografie relative alle collezioni del Museo realizzate dal fotografo Francesco Anselmi.

Le collezioni del Museo di Crema si sono formate in modi differenti: il nucleo più consistente è nato al momento della fondazione dell'istituto, con la selezione e la raccolta dei reperti e degli oggetti che i curatori del tempo ritenevano significativi per illustrare la storia e la cultura della città e del suo territorio.

In alcuni casi il Museo ha acquisito collezioni preesistenti, raccolte di oggetti e opere d'arte che erano state formate in precedenza. Al di là dell'interesse storico o artistico che rivestono i singoli oggetti, le collezioni raccontano molte cose anche del gusto e degli interessi personali e culturali di chi le ha formate.
Altri oggetti sono giunti successivamente, in seguito a scoperte fortuite (come le piroghe) o più semplicemente grazie alle generose donazioni dei cittadini.

Ancora oggi il museo incrementa le proprie collezioni mediante il prestito, lo scambio o l'acquisto di nuovi oggetti e opere d'arte. Negli ultimi anni il patrimonio museale si è arricchito notevolmente grazie all'acquisto della collezione Tinelli, una delle collezioni di macchine per scrivere di produzione italiana più significative e complete a livello nazionale, e della collezione Bacchetta, un nucleo di opere pittoriche di produzione cremasca del XIX e del XX secolo.  

La sezione di Arte offre un’ampia panoramica dei maggiori artisti cremaschi e di coloro che hanno operato nei secoli sul territorio, a partire dalle importanti testimonianze del XV e del XVI secolo, con gli affreschi provenienti dalla chiesa di San Domenico in Crema, dall’ex cappella incorporata alla cascina Monasterolo di Dovera e con le opere di V. Civerchio e gli affreschi di A. Buso. Il XVI secolo è rappresentato in particolare da una Natività del Caravaggino, una Sacra Famiglia di C. Urbino e la tela dei SS. Girolamo e Francesco.
Testimonianza preziosa della chiesa di S. Agostino, annessa al convento di Crema e oggi non più esistente, sono invece le pale di Carlo Urbino, Palma il Giovane e Fra Sollecito Arisi. Dalla Basilica di S. Maria della Croce proviene inoltre un’interessante Testa di Santa, opera di A. Fondulo, attivo tra il XV e il XVI secolo. Particolarmente interessante è la serie di tavolette lignee da soffitto del XV-XVI secolo, dipinte con soggetti zoomorfi, antropomorfi e stemmi che dovevano adornare i palazzi cittadini e le dimore signorili di Crema e del territorio.
La produzione Secentesca è documentata invece dalle opere di G. G. Barbelli, T. Pombioli, A. Ferrario e G. B. Lucini e da un’interessante serie di ritratti di personaggi di casa Benvenuti. Il Settecento è il secolo di Mauro e Tommaso Picenardi, ma il Museo documenta anche l’attività di artisti esterni che testimoniano la vivacità della richiesta di produzione artistica in questo periodo.
Le collezioni testimoniano infine la produzione artistica moderna e contemporanea, con una particolare attenzione agli autori di Crema e del territorio.

La notevole variazione del paesaggio cremasco nel corso dei secoli, dovuta principalmente all’andamento delle acque, aiuta a comprendere più compiutamente le ragioni della forte discontinuità che si osserva nelle testimonianze archeologiche dalla preistoria all’età medievale.

La documentazione più antica per questa regione risale al Paleolitico ed è rappresentata dalle faune fossili recuperate nei fiumi. In Museo sono esposte le ossa della mandibola e un palco di corna di cervo rinvenute nell'Adda e il cranio di un bisonte, rinvenuto a Quinzano d'Oglio. La prima frequentazione antropica del territorio è documentata nel Mesolitico ma in Museo sono conservati strumenti in selce scheggiata e lame d'ascia in pietra levigata del Neolitico, che testimoniano per questo periodo l'esistenza di scambi a lunga distanza attraverso la pianura.
Nella Preistoria la presenza umana risulta particolarmente significativa per l’età del Bronzo, come testimoniano i ritrovamenti del cimitero del Cantuello di Ricengo e dell’insediamento di Vidolasco, che costituisce una testimonianza estremamente significativa del popolamento della Pianura in un’epoca altrimenti caratterizzata da un marcato decremento demografico.

Nel Cremasco, la presenza dei Celti è documentata archeologicamente dai cimiteri, databili tra il III e il I sec. a.C. A partire dal III sec. a.C. i Romani estendono la loro influenza all'Italia Settentrionale, mediante l'occupazione militare, la realizzazione di strade e insediamenti (Cremona viene fondata nel 218 a.C.) e la distribuzione di terre da coltivare ai nuovi coloni. Nei territori a nord del Po la politica di annessione romana è più lenta e graduale e avviene mediante la costituzione di alleanze politiche con i maggiorenti delle tribù indigene. L'influenza romana porta ad un cambiamento complessivo del quadro culturale della regione: progressivamente il latino diventa la lingua comune, vengono prodotti vasi, suppellettili e ornamenti di gusto romano e scompaiono alcuni riti funerari più antichi. Questo processo lento e graduale viene definito romanizzazione e si prolunga fino agli inizi del I. sec. a.C.
I reperti esposti in Museo testimoniano il progressivo cambiamento del rituale funerario dovuto al contatto con i Romani: nelle tombe compare vasellame di gusto romano e progressivamente scompaiono le armi, che caratterizzavano invece il corredo delle tombe celtiche maschili più antiche.
I terreni sono divisi in lotti e distribuiti ai contadini e il territorio viene occupato in modo capillare da fattorie e piccoli centri produttivi.

Nel territorio compreso tra Adda e Oglio gli insediamenti e i cimiteri di età romana sono poco documentati ma possiamo citare il piccolo centro di Camisano e la villa rustica di Gallignano. Il resto della documentazione archeologica è costituito da ritrovamenti tombali a Offanengo, Madignano, Castelleone (località Le Valli, Cassacavra e Corte Madama) e Genivolta.
La pianura padana è attraversata da un fitto reticolo di vie stradali e fluviali che consentono l'arrivo di prodotti provenienti da tutte le province dell'impero: in Museo sono esposte alcune anfore, i grossi recipienti di ceramica destinati al trasporto di olio, vino e salse di pesce prodotti lungo le coste dell'Adriatico, in Spagna e nel Mediterraneo Orientale.

Solo in età tardoantica la presenza romana sul territorio è documentata in forme monumentali: una grandiosa villa viene infatti edificata a Palazzo Pignano. Secondo una concezione tipicamente romana la villa è organizzata in una parte residenziale, dotata di un impianto di riscaldamento e decorata con mosaici policromi, e una parte destinata invece alle attività produttive del grande latifondo che doveva circondarla. In prossimità della residenza viene costruito un edificio sacro, dotato di fonte battesimale
In età altomedievale il territorio cremasco subisce le sorti degli altri territori dell'Italia Settentrionale e fu occupato dagli Ostrogoti e successivamente dai Longobardi. In Museo sono esposti i corredi delle tombe di guerrieri longobardi rinvenute ad Offanengo (VII secolo) e Castelgabbiano (VI-VII secolo).
Le collezioni del Museo si completano infine con la produzione ceramica rinascimentale e con alcuni elementi della decorazione architettonica in terracotta proveniente dal Duomo di Crema.

Nella parte espositiva fluviale sono esposte quattro delle tredici piroghe possedute dal museo, contestualizzate in un allestimento suggestivo e coinvolgente. Un tappeto multimediale interattivo ti consentirà di imparare divertendoti come si costruivano queste possenti imbarcazioni centinaia di anni fa.

Le collezioni di Storia forniscono un’interessante panoramica della storia cittadina nel periodo compreso tra il XV e il XX secolo e sono costituite da una pregevole raccolta cartografica, in cui spiccano due disegni del XVII secolo relativi alla Roggia Comuna, da manoscritti e documenti stampati ed infine da una eterogenea collezione di oggetti come monete, medaglie, timbri amministrativi e armi.
La documentazione più antica della storia di Crema è andata perduta a causa degli incendi che devastarono prima la città (1160) e successivamente il suo archivio (1449). Di questo lungo e tormentato periodo rimane la rappresentazione dell’episodio degli ostaggi di Crema, avvenuto nel corso dell’assedio di Federico Barbarossa del 1159-1160, in una grande tela ottocentesca di Gaetano Previati.
I documenti testimoniano invece il periodo di relativa tranquillità di cui godette la città dal 1449 in poi, anno in cui passò sotto il dominio di Venezia, che diede impulso allo sviluppo urbanistico, culturale ed artistico di Crema e del territorio, come testimoniano ad esempio gli stemmi di alcuni Accademici, l’attività del Teatro, già attivo nel XVII secolo e la Cappella del Duomo.
Le collezioni comprendono infine documenti estremamente eterogenei relativi al periodo Risorgimentale e ai due conflitti mondiali.

La sezione musicale del Museo di Crema documenta il ruolo rivestito da Crema dal XVII secolo fino ad oggi nella produzione musicale, grazie all’attività di due istituzioni che per secoli hanno costituito importanti punti di promozione e diffusione dell’attività musicale: la Cappella musicale della Cattedrale e il Teatro, ampliato nel 1784 su progetto di G. Piermarini e distrutto nel 1937. Alle due prestigiose istituzioni sono legati nomi di musicisti di notevole levatura come Francesco Cavalli, figlio di un maestro di cappella, compositore, organista, cantore nella Cappella Marciana di Venezia, e Giovanni Bottesini compositore, direttore d’orchestra e contrabbassista di fama internazionale.
Anche l’artigianato legato alla produzione musicale, trasse beneficio dalla presenza attiva delle due istituzioni. Lo testimoniano i diversi strumenti esposti ed in particolare i violini del liutaio cremasco A. Rovescalli e i numerosi documenti che attestano la qualità della produzione organaria cittadina attiva dalla fine del XVIII secolo fino ai giorni nostri.

Il Museo conserva infine una ricca documentazione grafica costituita da bozzetti per scenografie teatrali dei maggiori scenografi cremaschi che svolsero la loro attività anche nel teatro sociale cittadino: Luigi Manini e Antonio Rovescalli.
Un allestimento ricostruisce la dimora padronale di una cascina cremasca di fine ‘800 – inizi ‘900. In una simile tipologia abitativa potevano trovare alloggio personaggi differenti, in genere posti al vertice dell’attività contadina, come il proprietario del fondo agricolo, l’affittuario, il fattore, che lavorava per conto del padrone o il mezzadro, che lavorava la terra dividendo a metà gli utili con il proprietario.
All’interno degli ambienti espositivi vengono illustrate le tecniche per la coltivazione del lino e la lavorazione dei tessuti, per proseguire quindi nella ricostruzione della cucina, con tutti gli oggetti e gli strumenti utilizzati nel corso delle attività quotidiane: la gremola per impastare il pane, la zangola per il burro, le pentole e tutte le suppellettili che si impiegavano per cucinare e servire a tavola. Il percorso prosegue nella camera da letto, chiamata suler, posta generalmente al primo piano della casa contadina, dove oltre ai mobili tradizionalmente presenti in questo ambiente si possono osservare alcuni oggetti particolari, come il guantone per il gioco della palla e un velocipede.

Le sale Agello sono adibite alla realizzazione di mostre di arte e storia contemporanea.
 
Il grande cortile retrostante il Museo, sul quale si affacciano gli spazi espositivi della Sezione di Archeologia Fluviale, è occupato da un grande palco utilizzato prevalentemente nel periodo estivo per organizzare concerti, recite ed attività teatrali.




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