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martedì 5 maggio 2015

ISOLE DEL LAGO D' ISEO : ISOLA DI LORETO

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L’isola di Loreto sorge nel lago d’Iseo, a nord di Montisola, è di proprietà privata ed è registrata nella mappa censuaria di Siviano, una frazione del comune di Monte Isola. Storie di monasteri, vicende di eremiti, distruzioni e ricostruzioni sono lo scenario dei fatti, scarsamente documentati, della magica isola, situata nel lago d’Iseo, che deve la sua originalità alla varietà del suo paesaggio e alle sue bellezze naturali; incorniciato, verso nord, dai monti perennemente innevati del ghiacciaio dell’Adamello, dai quali giungono le acque che lo alimentano attraverso il fiume Oglio; a sud, invece, il paesaggio si fa più collinare e dolce e questi aspetti si affermano, prepotentemente, in molti tratti delle coste, tra le pareti rocciose che si tuffano a picco nel lago e le stupende colline verdeggianti.

In questo lago così affascinante nella sua semplicità, pittoresco e suggestivo, conosciuto ed apprezzato sin dai tempi più antichi da poeti e pittori, si trova l’isola di Loreto, di cui scarseggiano i documenti storici, sebbene il ritrovamento di alcune monete, risalenti al 1238, epoca di Federico II, al periodo visconteo e a quello cinquecentesco della Serenissima, abbia fatto ipotizzare che essa fosse un luogo d’incontro di pescatori, mercanti e pellegrini diretti verso il convento di clausura femminile annesso a un santuario.

Alla fine del Quattrocento l'isola fu acquistata dalle Suore di S.Chiara di Brescia, che vi installarono un convento. La struttura venne però dismessa già entro il 1580 quando durante la visita di Carlo Borromeo si ricorda la presenza di un eremita di nome Pietro.
Le Clarisse era già andate via dall’isola ma come si sa vi aveva preso dimora un eremita, di nome Pietro il quale, aveva aperto una scuola per fanciulli abusivamente e che fu diffidato dal Santo a proseguire. Notata dal Rosa sull’isola abbandonata “le vestigia di cappelletta volta ad oriente, come si usava prima del 1500″ (Rosa, 1892)”

Nel 1696 Vincenzo Coronelli, geografo veneziano, ricorda l'isola come di proprietà degli eredi del Conte Alessandro Martinengo.

Lo scrittore Costanzo Ferrari, nel suo romanzo storico Tiburga Oldofredi pubblicato nel 1850, ambienta sull'isola alcune scene.

Lo storico Gabriele Rosa ricorda a fine Ottocento che vi erano tracce di "ruderi di mura e di due torricelle quadrate", probabilmente resti di antiche fortificazioni, e "le vestigia di cappelletta volta ad oriente, come si usava prima del 1500".

L’isola divenne di proprietà della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa agli inizi dell’Ottocento, ma alla sua morte, gli eredi la vendettero al capitano della marina Vincenzo Richieri, di Sale Marasino, che costruì l’odierna villa, cercando di ricreare l’antico castello medioevale dai ruderi rimasti dell’antico edificio. Dagli scavi per la costruzione della villa vennero rinvenuti vari oggetti: macine, frammenti di tegole e monete che il capitano tentò di catalogare. Dopo la morte di Richieri, la villa cambiò numerosi proprietari fino all’acquisto, una decina di anni fa, da parte della “Società Loreto” di Erbusto, trasformandosi, da scoglio nudo, in un magnifico bosco di pini, larici, piante esotiche.

L’asilo di Quite Bevilacqua La Masa, che aveva sede a Verona, che con un atto il 9/10/1900 ne fece vendita al comm. Vincenzo Richeri, capitano di vascello nella R.Marina e marito della Signora Giannina Zirotti di Sale Marasino. Il compratore eresse sull’isola un’elegante villa, dove vi è una collezione di belle, ricche ed antiche medaglie, che furono trovate durante gli scavi per ereggere l’elegante edificio. Da un’insenatura con due torrette faro, si risale alla villa che ha una pianta rettangolare ed è alta due piani. La villa è di aspetto molto suggestivo grazie alla sua torretta, alle merlature, a muri di pietra chiara ed ad una visione prospettica che si può godere dal lato, dato che si erge su di uno scoglio a strapiombo sul lago.




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lunedì 20 aprile 2015

25 APRILE....PACE PER SEMPRE





Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia,
nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio,
tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano,
i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte
che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più cosi ‘ immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno
qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria,
notte e dì, capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici
Dino Buzzati

L'Anniversario della liberazione d'Italia viene festeggiato in Italia il 25 aprile di ogni anno.

È un giorno fondamentale per la storia d'Italia ed assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall'8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l'occupazione nazista.

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui, alle 8 del mattino via radio, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani e Achille Marazza) - proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari per la Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti (tra cui Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo).

«Arrendersi o perire!» fu la parola d’ordine intimata dai partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi.

Entro il 1º maggio tutta l'Italia settentrionale fu liberata: Bologna (il 21 aprile), Genova (il 23 aprile) e Venezia (il 28 aprile). La Liberazione mise così fine a venti anni di dittatura fascista ed a cinque anni di guerra; la data del 25 aprile simbolicamente rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l'avvio effettivo di una fase di governo da parte dei suoi rappresentanti che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica – consultazione per la quale per la prima volta furono chiamate alle urne per un voto politico le donne – e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.

Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste all'esercito alleato, si ebbe solo il 3 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo durante la cosiddetta resa di Caserta firmata il 29 aprile 1945: tali date segnano anche la fine del ventennio fascista.

Ricordiamo i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) sarebbero stati complessivamente circa 45.000; altri 20.000 sarebbero rimasti mutilati o invalidi; i soldati regolari morti nelle formazioni che combatterono accanto agli Alleati nella Campagna d'Italia furono invece circa 3.000.

Le donne partigiane combattenti sarebbero state 35 mila, mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d'oro al valor militare.

I civili deportati dai tedeschi furono circa 40.000, tra cui 7.000 ebrei; i sopravvissuti furono circa il 10%; dei 2.000 deportati ebrei dal ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 tornarono vivi solo in quindici. Tra i soldati italiani che dopo l'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre si trovarono a combattere, privi di direttive precise, contro la Wehrmacht sul territorio nazionale o nelle regioni occupate morirono in circa 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000): 20.000 nei combattimenti subito dopo l'armistizio, 10.000 nei Balcani, 13.400 nei trasporti via mare.

Secondo alcuni studi, furono invece circa 40.000 i militari italiani che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu internato in Germania e Polonia dopo l'8 settembre e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione.

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze tedesche (sia la Wehrmacht che le SS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400 stragi (uccisioni con un minimo di otto vittime), per un totale di circa 15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la Resistenza, ebrei e cittadini comuni; i civili non combattenti uccisi dalle forze nazifasciste in operazioni di repressione, rastrellamento e rappresaglia furono circa 10.000.



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