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mercoledì 8 aprile 2015

GIOVANNI RAMBOTTI

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Giovanni Rambotti fu un uomo di grande rigore e dirittura morale, di fede cattolica e ricco di sensibilità anche per i problemi sociali. A lui si deve la fondazione della Società Operaia di Desenzano, di cui fu presidente.

Giovanni Rambotti nacque a Desenzano il 21 novembre 1817.

Dopo aver compiuto gli studi primari e secondari nella sua città natale, studiò legge all'Università di Pavia, dove conseguì la laurea nel 1840.

Esercitò la professione di notaio in Desenzano. Membro della Deputazione Comunale dal 1848 al 1859, alla nascita del Regno d'Italia nel 1860 ricoprì l'incarico di primo sindaco di Desenzano, che tenne fino al 1862.
Dal 1863 al 1872 fu direttore della Scuola Tecnica pareggiata.

Nel 1872 iniziò a interessarsi dei materiali archeologici preistorici che venivano alla luce durante i lavori di estrazione della torba nel bacino inframorenico di Polada presso Lonato.
In pochi anni mise insieme la più importante collezione di materiali palafitticoli dell'età del Bronzo e nel 1875 sarà il principale prestatore all'esposizione di Archeologia Preistorica organizzata a Brescia dall'Ateneo di Scienze e Lettere.

Grazie a queste scoperte il Rambotti entrò in relazione con i maggiori studiosi dell'epoca, primo fra tutti Luigi Pigorini, con il quale rimase in costante contatto epistolare.

Dal 1878 fino alla morte, fu Preside del Ginnasio-Liceo Bagatta di Desenzano. Il Rambotti era socio dell'Ateneo di Scienze e Lettere di Brescia e per i meriti acquisiti in diversi campi ottenne la nomina a"Cavaliere" e "Ufficiale" del Regno.

Grazie alle importanti scoperte archeologiche effettuate a Polada nel 1882 - e certamente per interessamento di Luigi Pigorini - fu nominato"Regio Ispettore degli Scavi e Monumenti" per la zona di Desenzano. In questa sua veste inviò una breve relazione sulle circostanze della scoperta di una lapide romana nel corso di lavori edilizi al castello di Desenzano, riferendo anche sulla precedente scoperta di una tomba di età romana imperiale ai piedi del muro occidentale del castello.

Nella sua qualità di preside del Liceo Bagatta, il Rambotti conobbe personalmente Giosuè Carducci, venuto a Desenzano per quattro anni consecutivi (1882-1885) come Regio Commissario per gli esami di maturità. Carducci ne ha lasciato un breve ritratto in una lettera indirizzata da Desenzano a Severino Ferrari e datata 8 luglio 1882: "i professori sono tutti preti, e il preside è un notaio, un notaio lungo, di pelo bianco, vestito di nero".
Rambotti coltivava interessi per la storia, le scienze naturali e l'archeologia e amava collezionare antichità. Di questi suoi interessi sono testimonianza la collezione archeologica, formata nel corso degli anni, e un manoscritto inedito intitolato"Cenni sul lago di Garda e i suoi contorni", in cui, oltre a fornire innumerevoli notizie di carattere storico ed economico, si dedica una parte importante alle specie ittiche del lago, sistematicamente classificate, e alle tecniche della pesca.

Rambotti aveva raccolto qualche oggetto di bronzo proveniente dalla palafitta di Peschiera o scoperto occasionalmente in diverse località (una fibula Certosa presso Rivoltella, un'ascia ad alette mediane da Carpenedolo, una falce di bronzo dal Trentino), i materiali di una tomba forse di età gallica scoperta in una cava di ghiaia in località Taverna a Desenzano e quelli di tre tombe romane rinvenute a Pozzolengo- contrada Celadina, presso la Rocca di Manerba e in contrada Bionde a Sirmione. Della sua collezione facevano parte due statuette in bronzo di Minerva, una scoperta presso l'osteria di Lugana Vecchia, l'altra rinvenuta in località Menassasso di Desenzano; frammenti di mosaici e di intonaci dipinti dalla villa romana della punta di Sirmione; il frammento di un'iscrizione romana in bronzo ritrovata a Desenzano tra la propria casa e il lago.Rambotti recuperò, e conservava nella propria collezione, i frammenti di un mosaico romano venuto alla luce a Desenzano in via Borgo Regio, dove in seguito, a partire dal 1921, gli scavi porteranno alla luce un'importante villa della metà del IV secolo. Nel giardino della sua casa in Desenzano il Rambotti conservava anche un monumento romano con bassorilievo allusivo all'agricoltura, scoperto tra Monzambano e Castellaro Lagusello. Nella collezione Rambotti figuravano monete di bronzo e d'argento dell'Egitto di età ellenistica, una lucerna fittile da Pompei, e diversi materiali scoperti tra le rovine dell'antica Scolacium, presso la foce del Corace poco a sud di Catanzaro Marina, e alla foce del Simeri a nord di Marina di Catanzaro.

Nell'estate del 1868 i lavori di estrazione della torba nella valletta del Machetto, a sud di Desenzano, intaccarono i resti di una palafitta e portarono alla luce selci scheggiate, ossi animali e i resti di uno scheletro umano. Informato immediatamente dal suo amico Alberto Bazoli, il Rambotti si recò subito sul luogo, recuperando cinque strumenti di selce scheggiata, resti di legni e di ossi animali e soprattutto un cranio quasi completo e consistenti parti di uno scheletro umano. Le selci del Machetto sono attualmente conservate al museo Pigorini di Roma, dove pervennero insieme a tutta la collezione Rambotti.

Quando nel marzo 1872 iniziarono i lavori di estrazione della torba nel piccolo bacino inframorenico della Polada, tra Lonato e Desenzano, vennero alla luce i resti di una palafitta. I fratelli Bazoli, amici del Rambotti gli consentirono di eseguire scavi per proprio conto. Tuttavia, dopo la metà del 1873, ai Bazoli subentrò nello sfruttamento della torbiera la Società Anonima dei Combustibili di Milano, che impedì al Rambotti la prosecuzione delle sue ricerche. Il Rambotti formò così una grande collezione di oggetti preistorici provenienti dalla palafitta di Polada, che fu esposta per la prima volta al pubblico in occasione dell'Esposizione di Archeologia preistorica e Belle Arti della Provincia di Brescia, inaugurata il 19 agosto 1875.

L'esposizione di Brescia procurò al Rambotti una larghissima fama nel campo degli studi di archeologia preistorica ed egli poté intrattenere cordiali rapporti con i maggiori studiosi italiani, in particolare con Luigi Pigorini, al quale, in occasione di una sua visita a Desenzano nel 1878, regalò per il museo Preistorico di Roma alcuni degli oggetti di bronzo della palafitta di Peschiera da lui posseduti.

Nel corso del 1876 il Rambotti recuperò dalla torbiera Fornaci, immediatamente a sud di quella di Polada, il cranio di un uro (Bos primigenius), di eccezionale interesse poiché recava una cuspide di freccia in selce infissa nell'osso frontale vicino all'occhio destro. Nel 1878 insieme a Luigi Pigorini e Stefano de Stefani il Rambotti effettuò un sopralluogo alla palafitta della Cattaragna, tra Castel Venzago e Solferino.

Nel 1880 fu invitato insieme a G. Chierici, G. Bandieri e L. Ruzzenenti agli scavi delle terramare di Bellanda e di Villa Cappella nel Mantovano.

Nel 1886 accolse nella sua casa di Desenzano Robert Munro, di Edinburgo, segretario della Società degli Antiquari della Scozia, a cui illustrò i materiali di Polada, che erano raccolti in due stanze al piano terra della sua abitazione, e lo accompagnò in un sopralluogo al sito stesso di Polada, esponendogli le conclusioni a cui era pervenuto intorno all'estensione e alle caratteristiche della palafitta.

Il Rambotti fu certamente in contatto anche con Pompeo Castelfranco, illustre paletnologo di Milano, amico del Pigorini e collaboratore del "Bullettino di Paletnologia Italiana". Tra le carte del Castelfranco già conservate alla biblioteca d'arte al Castello Sforzesco ed ora presso le civiche raccolte archeologiche di Milano vi sono due tavole con il disegno a grandezza naturale di alcune asce e di due cuspidi di lancia in bronzo della raccolta Rambotti.

Anche se era stata progettata una pubblicazione su Polada, il Rambotti non lasciò alcuno scritto edito sulle scoperte da lui effettuate.

G. Rambotti morì a Desenzano del Garda il 22 dicembre 1896, all'età di 79 anni.


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ULISSE PAPA

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Nato a Desenzano Sul Lago (Brescia) il 22 dicembre 1844 .
Deceduto a Desenzano Sul Lago (Brescia) il 1 luglio 1913.
Laurea in Giurisprudenza; Avvocato .

A soli 22 anni partecipò alla campagna garibaldina del 1866. Praticò con successo l’avvocatura e si dedicò alla vita politica nazionale partecipando con competenza e professionalità ai lavoro parlamentari. Dal 1884 si distinse nella lotta contro la pellagra divenendo presidente della Commissione appositamente nominata. Fu membro della Commissione generale del bilancio, relatore dei bilanci dell’Agricoltura e di Grazia e Giustizia, membro del Consiglio superiore dell’Agricoltura. Nel 1889 fu relatore di una legge per il miglioramento dei porti e degli scali lacuali di cui si avvantaggiò Desenzano. Si adoperò per la costruzione del raccordo ferroviario tra la stazione della linea Milano-Brescia-Verona con il porto di Desenzano. La sua intraprendenza politica lo portò ad allontanarsi dal partito zanardelliano per avvicinarsi agli schieramenti giolittiani prima e crispini dopo. Dal 1899 al 1904, quando il suo avversario politico principale era l’on. Da Como, si allontanò progressivamente dalla vita politica nazionale. Non cessò mai, però, di interessarsi dei problemi e della storia delle sue terre d’origine. Scrisse infatti di economia, arte e storia locale. Tra le numerose pubblicazioni ricordiamo: La scomunica ed interdetto di Desenzano, ossia memoria storica della questione sorta tra detto Comune e il papa Pio V, con un’appendice sulla costituzione della Riviera di Salò, Tip. Fiori, Brescia 1871; Vittorio Barzoni e i tempi napoleonici, Barbera, Roma 1879; Benacus ossia Desenzano e il suo commercio, Zani, Desenzano 1883; Il genio e le opere di Alessandro Bonvicino (il Moretto), Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo 1898; I Valsabbini a Desenzano e il saccheggio del mercato (1764), Visentini, Venezia 1899; Camillo Tarello, agronomo bresciano del secolo XVI, Rassegna nazionale, Firenze 1900; Sulle opere di restauro della chiesa di S. Maria Maddalena in Desenzano, Roma 1902. Morì quasi povero e molto stimato il primo luglio 1913. A lui è stata dedicata la piazza sul porto di Desenzano.


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ACHILLE PAPA

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Achille Papa (Desenzano del Garda, 23 settembre 1863 – Bainsizza, 5 ottobre 1917) è stato un generale italiano.

Prestò servizio nella Prima guerra mondiale, dapprima con il grado di maggiore comandante la Brigata Liguria, 157º e 158º reggimento fanteria, che combatté sull'Altopiano di Asiago e sul Pasubio; in seguito divenne generale e comandante della 44ª Divisione. Fu ucciso da un cecchino sulla Bainsizza.

Decorato di medaglia d'oro al valor militare, riposa nel Sacrario Militare di Oslavia, dopo essere stato tumulato fino al 1938 nel cimitero dei quattro generali.

Vicino al luogo della sua morte e precisamente sul monte Gomila, m. 816, nell'insediamento di Battaglia della Bainsizza (Bate) del comune sloveno di Nova Gorica si trova un monumento a piramide in suo onore, recentemente entrato a far parte del Parco della Pace del Monte Sabotino (Sabotin Park Miru).

È ricordato nella toponomastica di molte città; Desenzano lo ricorda con un monumento ed una scuola elementare intitolata a lui.

A lui è intitolato il Rifugio Papa ricavato sui ricoveri italiani alle Porte del Pasubio, attualmente punto di riferimento per le escursioni sul monte e sulla Zona Sacra, teatro delle cruentissime battaglie della Prima guerra mondiale. A lui è intitolata la ex Caserma di Brescia sede del 20º Battaglione di Fanteria Meccanizzata "Monte San Michele".

La Regia Marina gli intitolò anche un cacciatorpediniere della Classe Generali, varato nel 1921 e affondato nel 1943.

La trentunesima galleria della strada delle 52 gallerie del Monte Pasubio, scavate in occasione dei combattimenti della prima guerra mondiale, lunga 72 metri, porta il suo nome.


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ANGELO ANELLI

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Angelo Anelli è stato un librettista e scrittore italiano.
Il 1° novembre del 1761, a Desenzano nacque Angelo Antonio Anelli, che ancora oggi è tra i più illustri, se non il più illustre cittadino desenzanese. Alberto era il padre e Cattarina Bertoni la madre. Lo battezzò l’arciprete don Vincenzo Gamba e padrino fu il nobile Teodosio Arighi.

Angelo senza dubbio era nato sotto una buona stella e ben presto mise in mostra il suo precoce ingegno, per cui fu mandato all’età di dieci anni a studiare nel seminario di Verona, dove gli insegnanti si prodigarono in giudizi più che lusinghieri.

Compi i primi studi nel seminario di Verona, dedicandosi soprattutto alla letteratura e alla poesia; recatosi nel 1793 a Padova, nel 1795 vi conseguì la laurea in utroque iure.Datosi alla politica, aderì alla Cisalpina; sopravvenuta la reazione austro-russa, finì in prigione per due volte. Il sentimento italiano, che in mezzo a queste vicissitudini lo ispirava, è attestato da un sonetto (La calamità d'Italia),scritto nel 1789 e attribuito per lungo tempo al Foscolo. Tornato poi all'insegnamento - era stato non ancora ventenne professore di lettere a Desenzano -, ottenne nel 1802 la cattedra di eloquenza forense a Milano, il che gli attirò l'odio del Foscolo, che vi aspirava. Nel 1809 partecipò a un concorso melodrammatico bandito dalla direzione generale dell'Istruzione pubblica del Regno italico; i giudici, tra i quali era il Monti, non assegnarono il premio ad alcuno adducendo poco fondati motivi, e l'A. si vendicò facendo rappresentare, in un teatro milanese, durante il carnevale del 1815, un suo libretto satirico Dalla beffa al disinganno (musica di G. Pacini), che colpiva il Monti. L'enorme successo di pubblico spinse le autorità a proibire la rappresentazione, e l'A., sempre con musica di Pacini, fece rappresentare altre due opere satiriche, Il matrimonio per procura e Il carnevale di Milano,sullo stesso argomento. In realtà, il difetto dell'A. era proprio quello di rifarsi sempre a immediati motivi di cronaca, usando inoltre uno stile sciatto e volgare: egli stesso, che affermava di comporre per guadagno, non disdegnava di apparire in scena in situazioni volgarissime; aveva però un senso molto spiccato del gioco scenico e un brio costantemente acceso dall'arguzia. Poeta quasi fisso del teatro della Scala dal 1799 al 1817, l'A. fornì a molti grandi musicisti libretti che costituivano un concreto tentativo di uscire dai canoni dell'opera buffa consacrati da Paisiello e da Cimarosa; la sua Italiana in Algeri (musicata da G. Mosca nel 1808 e nel 1813 da Rossini) alternava ad una azione genuinamente comica accenti patriottici. L'A. compose oltre quaranta libretti, tra i quali sono da ricordare La Griselda (musicata da N. Piccinni nel 1793 e da F. Paër nel 1797) e Ser Marcantonio (musicato da S. Pavesi nel 1810), sulla cui traccia M. Accursi compose poi (1843) il Don Pasquale per Doninzetti. L'A. fu anche autore di molte opere letterarie - poesie, tragedie, traduzioni, poemi in ottava rima - tra le quali meritano un cenno le sette Cronache di Pindo (Milano 1811-1818), più un'ottava lasciata manoscritta, che, ricalcate sui Ragguagli di Parnaso di T. Boccalini, colpivano, con una violenta e qua e là gustosa satira in versi, letterati e movimenti letterari dell'epoca. A farne le spese erano soprattutto i romantici, che l'A., tradizionalista, colpiva senza ritegno, mettendo in burletta le loro "innovazioni": Monti, Foscolo (che nell'Ipercalisse raffigurò l'A. come l'istrione Fliria), Cesarotti, Giordani, Klopstock, Schiller, Berchet per le sue traduzioni del Bürger piene di suoni onomatopeici, e altri poeti e letterati non furono risparmiati da quelle rime che il Giordani definì "scipite e barbare".

All’età di 18 anni pubblicò un ampio studio teologico sugli attributi di Dio, in lingua latina. E sempre in latino l’anno successivo diede alle stampe una raccolta di odi ed elegie. Tutto ciò colpì gli amministratori del Comune di Desenzano (e già questo lo potremmo registrare come un primo miracolo) che aprirono una scuola pubblica, comunale, di grado medio, affidando ad Anelli l’insegnamento dell’italiano e del latino. Era il 1782. La scuola durò solo due anni e poi fu soppressa, ma in quei due anni Anelli dimostrò di essere un bravo insegnante.

Verso il 1792 Anelli si trasferì a Venezia, dove si impegnò soprattutto nel mondo del teatro. Compose almeno sei libretti d’opera che furono musicati e rappresentati con successo. Compose anche una lunga novella in ottave, per non trascurare l’altra sua passione, quella per la poesia. I guadagni così ottenuti gli consentirono di pagarsi gli studi presso l’Università di Padova, dove si laureò, in giurisprudenza, l’11 gennaio 1796.

Si era così giunti agli anni della presenza francese in Italia, anni di grandi cambiamenti in politica, ma anche di fecondi stimoli nella vita culturale. Anelli fu molto impegnato e la sua esperienza politica lo portò da una parte a bollare l’opportunismo dei furbi e degli egoisti, dall’altra ad affermare l’amor di patria e, tra l’ altro, l’idea che gli interessi comuni sono preponderanti sugli interessi privati. Alla fine i disinganni della vita pubblica finirono per disgustarlo e lo indussero ad un ritorno alla scuola e all’insegnamento.

Chiese una cattedra e nel settembre del 1802 fu nominato professore di storia e letteratura italiana presso il Liceo di Brescia, dove rimase fino al 1809, quando lasciò il suo posto al poeta Cesare Arici. Periodo felice e tranquillo quello bresciano; seppe conquistarsi le simpatie della città e contribuì al rilancio dell’Ateneo di Brescia.

Anelli si trasferì poi a Milano, per una buona ragione. Nel capoluogo lombardo lo attendeva infatti una cattedra assai prestigiosa, appena istituita da Napoleone e destinata all’insegnamento dell’eloquenza pratica forense. Era una specie di scuola di perfezionamento, aperta a quei giovani che, dopo aver completato gli studi giuridici, volevano acquisire conoscenze pratiche sulla trattazione delle cause. Gli aspiranti a tale cattedra erano tre, oltre ad Anelli, e tutti agguerriti e prestigiosi, in quanto titolari delle cattedre di eloquenza, soppresse da Napoleone, nelle Università di Padova, Bologna e Pavia. Il più famoso dei tre era Ugo Foscolo, sul quale Anelli riportò una vittoria tanto inattesa quanto schiacciante (e questo fu il terzo miracolo).

Anelli si inserì bene nella Milano napoleonica: entrò presto in amicizia con ministri e letterati. Vasta fu la sua produzione di scrittore. Compose più di trenta libretti per opere liriche. Uno di essi, l’Italiana in Algeri, musicato da Gioachino Rossini, fu un grande successo. A Milano Stendhal fu uno degli ammiratori di Anelli, perché nei testi teatrali del desenzanese c’è attenzione alla quotidianità, c’è l’analisi e la riflessione sui mali della vita e sui difetti degli uomini. Inoltre, mentre tutti gli scrittori del tempo erano degli imitatori, Anelli, anche da semplice librettista, era originale e divertiva il pubblico che andava a teatro. A Milano compose la sua maggiore opera poetica, Le Cronache di Pindo, che sono una specie di storia della letteratura italiana in versi. L’autore le definisce scherzi poetici che hanno per tema un qualche fatto o capriccio intorno alla Italiana letteratura.

Con il ritorno degli Austriaci, dopo il tramonto di Napoleone, la fortuna per Anelli voltò pagina. La sua cattedra milanese fu soppressa e gli fu offerto l’incarico di supplente alla cattedra di eloquenza legale e procedura giudiziaria presso l’Università di Pavia. Accettò e si trasferì nella città sul Ticino, ma gli anni pavesi furono difficili e amari e le difficoltà finirono per minare la sua salute. Morì il 3 aprile del 1820.


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martedì 7 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN BIAGIO DI DESENZANO

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La Chiesa di San Biagio di Desenzano del Garda è un piccolo edificio sacro che si eleva al di sopra del porto di Rivoltella. Un tempo la struttura era collegata al nucleo di case lungo la strada di collegamento tra Desenzano verso Sirmione. Il monumento nel corso del tempo ha subito notevoli modifiche e interventi, tanto da essere molto diversa rispetto all’originale. Nel corso del XVIII secolo l’ingresso principale del monumento è stato spostato davanti al terreno adibito a camposanto. Nello stesso periodo fu realizzata la navata unica con la copertura a botte. Molto bello è l’affresco al centro della volta, raffigurante l’assunzione e la glorificazione di san Biagio. Di interesse artistico è anche il ciclo delle storie di San Biagio. La tela in sagrestia è opera di autore ignoto e risale al Seicento

Situata sul porticciolo, esisteva già all'inizio del Quattrocento. La struttura della chiesa ha subito importanti ristrutturazioni negli anni, l'ultima nel 1923.

Nel Settecento il portone centrale venne sostituito, nella sua funzione di entrata, dal portone sul lato destro, a causa di alcuni lavori di manutenzione; sempre in quest'epoca fu costruito il porticato con colonne, che nell'Ottocento diventò luogo di sepoltura. In origine i porticati dovevano essere due, ma uno di essi è rimasto incompleto (ci sono solo una traccia sul terreno e una colonna spezzata). All'interno la chiesa ha un'unica navata con una volta a botte e le decorazioni sono ottocentesche.

All'interno la chiesa è ricca di affreschi: al centro della volta ne troviamo uno rappresentante la glorificazione di san Biagio con fanciulli alati; inoltre se ne trovano molti altri, di epoche differenti, raffiguranti il martirio di san Biagio; è presente anche il dipinto del santo che guarisce un giovane sul punto di morire a causa di una spina in gola. Dietro l'altare vi è un’Ultima cena di Zenone Donise del 1608, che probabilmente imitò l’Ultima cena di Giambattista Tiepolo che si trova nel duomo di Desenzano del Garda. Nella sagrestia ci sono altri affreschi del Settecento, di un autore sconosciuto che ha tentato di imitare i grandi modelli classici. Commuovente l'affresco della Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor.

La chiesa inoltre è ricca di altri affreschi che illustrano scene sacre.


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LA TORRE DI SAN MARTINO

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La parte più alta del colle di San Martino, da secoli chiamato "il roccolo", è il luogo ove più accaniti e cruenti si svolsero i combattimenti fra l'Armata Sarda, comandata da Vittorio Emanuele II e l'VIII Corpo d'Armata austriaco, agli ordini del Luogotenente Maresciallo di Campo Ludwig von Benedek (1840 - 1881).

Iniziata nell'anno 1880, fu inaugurata il 15 Ottobre 1893 alla presenza di re Umberto I, della regina Margherita, ministri, i membri del Parlamento e di una grande folla accorsa da tutte le province di Italia

Alla base ha un tamburo cilindrico rastremato, coronato da merli e misura mm 22,80 mt di diametro e mt 19,80 di altezza. Da questo tamburo spicca il maschio della torre che è pure cilindrico rastremato ed ha 13 metri di diametro al basso ed 11,40 in alto.
Con i medaglioni che sostengono i merli la torre torna poi ad allargarsi in modo che il diametro del terrazzo è di mt. 13,90.
Il percorso che si snoda dalla sala di ingresso fino alla piattaforma superiore è impreziosito da statue di bronzo ed affreschi di pregio che rievocano fatti e protagonisti del periodo risorgimentale.
La Torre ha uno sviluppo interno di 490 metri, è alta 64 e nel centro della sua eccelsa piattaforma superiore, difesa da una mura merlata, si alza l'asta per la bandiera, trovandovi altresi' posto un grande faro che nella notte irradia i colori della bandiera italiana.

Dall'alto del monumento si possono ammirare magnifici panorami sulla sottostante pianura.
Quasi ai piedi della torre vi è la villa Contracagna , in passato di proprietà dei Conti Tracagni, che il giorno della battaglia fu obiettivo di ben sette assalti dell'armata sarda contro le truppe austriache.
Il monumento era molto vicino all’Ossario, una torre realizzata per celebrare le vicende del Risorgimento italiano. È possibile salire in cima alla torre attraverso una scala a spirale, a piano inclinato. Nell’atrio d’ingresso è possibile ammirare una statua in bronzo raffigurante Vittorio Emanuele II, realizzata da Dal Zotto. La decorazione delle pareti è stata effettuata da Vittorio Bressanin di Venezia. Ciascuna delle sale della Torre di San Martino della Battaglia è dedicata ad un diverso evento delle guerre risorgimentali. Molto interessanti sono gli affreschi che decorano le pareti, affini allo stile che Hayez, Gerolamo e Induno stavano definendo. Gli affreschi della Torre di San Martino della Battaglia sono enfatici e vedono prevalere il descrittivismo epico-celebrativo.


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IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI DESENZANO

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Il Civico Museo Archeologico di Desenzano del Garda, intitolato a Giovanni Rambotti, è stato inaugurato nel 1990. L'idea di istituire un museo archeologico dedicato alla preistoria del lago di Garda era già maturata agli inizi degli anni '80 in seguito agli importanti risultati conseguiti con gli scavi condotti da Renato Perini al Lavagnone e alla clamorosa scoperta di un aratro pressoché completo, risalente agli inizi dell'antica età del Bronzo; al recupero di materiali raccolti da appassionati locali nelle numerose palafitte sommerse lungo le rive meridionali del lago: Gabbiano di Manerba, Corno di Sotto, Porto Galeazzi, Lugana Vecchia e Maraschina; all'acquisizione da parte del comune di Desenzano della collezione dell'avv. Mosconi, formata con i materiali scoperti al Lavagnone all'epoca dell'estrazione della torba; alle sistematiche raccolte di superficie effettuate sempre al Lavagnone in occasione delle periodiche arature principalmente da parte di Ettore Merici; all'attività del Gruppo Archeologico di Desenzano (G.A.D.) e del gruppo "La Palafitta", che con assidue prospezioni del territorio di Desenzano e di Lonato, andava rivelando per la prima volta l'esistenza di numerosi siti del Mesolitico sparsi nell'area dell'anfiteatro morenico benacense. Inoltre presso il museo sono conservati i materiali rinvenuti nel corso degli scavi, ancora in corso, dell'Università degli Studi di Milano presso la palafitta del Lavagnone. 
Il museo negli ultimi anni è andato gradualmente trasformandosi, incrementando le collezioni, con particolare riguardo al fenomeno delle palafitte. Lo spazio espositivo si è ampliato con l'introduzione di nuove sale, inaugurate nel 2015. 

Durante il periodo Mesolitico si utilizzavano per lo più sostanze coloranti e oggetti ornamentali, in particolare conchiglie marine e d’acqua dolce, vertebre di pesci, canini di cervo, frammenti di ossa o ciottoli utilizzati come ciondoli di collane o bracciali nei capi di vestiario. A Riparo Gaban sono stati rinvenuti manufatti artistici che erano stati posizionati all’interno di buche manomesse già in età mesolitica. Si conosce anche una sepoltura che è stata ritrovata nel sito di Mondelav de Sora, a 2150 m di altitudine. L’inumato era un uomo mesolitico, appartenente al tipo Cro-Magnon già presente in Europa durante il Paleolitico superiore. La parte inferiore del corpo era ricoperta di pietre vulcaniche e marna calcarea. Sul lato destro vi erano tracce di ocra rossa, su quello sinistro un gruppo di 33 reperti, tra cui alcuni strumenti di selce, ciottoli di calcare, un arpione e altri manufatti in osso e corno.

Tra i suoi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi; numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall'arte della scheggiatura, come le parti di un telaio in legno.
L’istituto ospita l’aratro completo più antico del mondo il quale risalirebbe all'età del Bronzo (2000 a.C.).

Fin dal paleolitico i cacciatori usavano ornarsi con gioielli realizzati con pietre e conchiglie, questa usanza continuò per molto tempo, fino alla scoperta dei metalli. Nelle epoche più antiche si usavano soprattutto collane e ciondoli, usati sia dalle donne che dagli uomini. Si pensa che ad essi fosse attribuito un valore apotropaico, ovvero per tenere lontano spiriti maligni. Dall’età del bronzo si aggiunsero anche bracciali, catenelle, anelli, e spilli di varie forme. Sono stati ritrovati reperti molto rari di pendagli ricavati da denti di animali e da pezzi di conchiglie. Nell’Attica e nella media età del bronzo viene attestato che c’era l’uso di monili d’osso ottenuti probabilmente dalla lavorazione di minerali; inoltre viene attestato anche l’uso di tecniche più avanzate e un gusto più raffinato (lo confermano i reperti di collane di calcite ritrovate nelle tombe). Tra i gioielli che usavano nell’antichità sono stati trovati reperti di fibule. La fibula era una sorta di spilla per fermare gli indumenti (maschili e femminili). Quest’oggetto può avere più funzioni in base al tipo di abbigliamento. Essa entra in uso grazie alle popolazioni mediterranee e dell’Europa continentale a partire dalla tarda età del bronzo.

La casa veniva costruita su palafitte, le più antiche su pali singoli. L’acqua era bassa per poter costruire palafitte, che spesso venivano posizionate su rive dove la costruzione era più agevole. Per costruire si usava un plinto, nel quale si infilava un palo. Si costruivano le case su palafitte per difendersi dagli attacchi di animali selvaggi e da frequenti inondazioni. A Fiavè (in provincia di Trento) sono stati ritrovati due villaggi, i quali risalgono uno al Bronzo Medio Avanzato, l’altro al Bronzo Antico e Medio.

Il primo villaggio, quello risalente al Bronzo Antico e Medio, si trovava a circa cento metri dall’antica sponda meridionale del laghetto. Le palafitte ritornate alla luce erano costituite di legno di abete rosso e varie specie di larice, alberi che formavano grandi e fitti boschi, che circondavano il villaggio preistorico. I pali usati erano per la maggior parte a sezione circolare, ma erano stati costruiti anche pali di diverso modello, per esempio quadrangolari, poligonali e varie altre forme. È difficile risalire alla struttura delle abitazioni e ricostruire la planimetria del villaggio. I pali erano lavorati soprattutto sulla sommità, perciò è sulle punte di essi che è avvenuto il maggior deterioramento. Si pensa che le abitazioni poggiassero sull’impalcato aereo sopra lo specchio d’acqua, anche se non si è sicuri della forma e della disposizione delle capanne. Riassumendo, l’unica cosa certa è che si trattava di case su pali con impalcato aereo a breve distanza dalla riva dell’antico laghetto o su una fascia spondale che durante le piene rimaneva allagata.
Nel secondo modello di villaggio, risalente al Bronzo Medio Avanzato, i pali verticali sono infissi al fondo per soli due metri e collegati tali da formare un reticolo di pali ed essere così stabile. Questo villaggio, anche se più recente, sfortunatamente non è stato riportato al meglio alla luce. La forma e le dimensioni di ogni abitazione non erano costanti: infatti la loro pianta poteva essere rettangolare, o leggermente trapezoidale; le pareti probabilmente erano a graticcio intonacate di argilla.

All’interno del museo civico Giovanni Rambotti si trovano diversi reperti che mostrano il grado di evoluzione in ambito agricolo. Tra questi citiamo:

l’aratro più antico ritrovato in Europa (Bronzo Antico, circa 2000 a. C.)
grandi sassi usati come macine per schiacciare il grano (metodo poco salutare, poiché le scaglie di pietra si mischiavano con il grano e provocavano danni all’organismo e ai denti quando venivano ingerite)
grandi ciotole dove conservare il grano
piccole falci di pietra con le quali tagliavano il grano
Dai resti organici trovati sui reperti si è potuto capire quali tipi di alimenti venivano coltivati: cereali, leguminose, orzo e grano.
Sono stati rinvenuti diversi strumenti di pietra scheggiata il cui uso non è stato definito con precisione. Data la loro forma si pensa fossero utilizzati per tagliare la carne, lavorare il legno e dare forma alle pelli. Ci sono delle classificazioni comuni per gli strumenti del Paleolitico medio superiore, per il Mesolitico, per il Neolitico e in parte per l’età del Rame e del Bronzo. Le tipologie fondamentali degli strumenti sono le seguenti: bulini, grattatoi, lame a dorso, punte a dorso, troncature, perforatori, armature geometriche, punte e pezzi scagliati. Le lame e le punte a dorso avevano il bordo affilato e possono essere paragonate ai nostri coltelli taglienti. Possiamo paragonare i bulini agli scalpelli, in quanto servivano per scalfire il legno, osso e corno e per eseguire incisioni a scopo decorativo. I perforatori erano utili per forare il legno, l’osso e la pelle. Le lame denticolate servivano per decorticare e squadrare il legno e per preparare le frecce. Tra gli strumenti più facili da comprendere in relazione al loro uso ci sono le punte destinate a essere immanicate come cuspidi di freccia o come lame di pugnale.

Al museo Archeologico G. Rambotti di Desenzano del Garda, tra i numerosi reperti, sono presenti alcuni oggetti in legno come vasi, piatti e frammenti di travi, conservatisi perché immersi nel fango delle sponde del lago, utilizzato originariamente come base per la costruzione delle palafitte. Più numerosi sono gli oggetti in pietra ricavati dall’arte della scheggiatura, come parti di un telaio in legno. Dopo lo sviluppo di quest’ultima si arriva alla scoperta del rame nativo (cioè rame duro sotto forma di pietra), una novità per gli uomini dell’epoca, e la scheggiatura di questo metallo era rozza e primitiva, a causa della poca conoscenza del materiale. Questo era il metodo di lavorazione che si usava nell’antichità, infatti la fusione non era ancora utilizzata.

Inizia così l’età del rame (4000 a.C. circa), chiamata anche calcolitico. Si passa alla metallurgia nell’età del bronzo, che inizia nel 3500 a.C., quando il metallo fuso viene fatto raffreddare dentro stampi di argilla per farne oggetti utili. Ad esempio viene usato per creare asce dal valore più simbolico che riguardante l’utilizzo pratico e indicavano l'importanza di personaggi come i capi dei villaggi che inoltre possedevano più oggetti in metallo. Molto comuni erano anche i gioielli come spille riccamente decorate, sfarzosi orecchini e collane elaborate che usavano le donne dell’epoca sia durante le festività sia tutti i giorni.






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IL CASTELLO DI DESENZANO

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Il castello che domina la città, sorto su un castrum romano a difesa delle invasioni barbariche, fu ricostruito in epoca comunale e rafforzato nel XV secolo, quando racchiudeva 120 case ed una chiesa dedicata a S. Ambrogio. Dell'imponente costruzione restano le mura, percorse nel perimetro da quattro torri, ed il mastio d'ingresso con i resti di un ponte levatoio. Alla fine dell'800 fu trasformato in caserma, in funzione fino al 1943.
Il recupero delle mura permette la visita del camminamento di ronda e la salita al mastio d'ingresso, dal quale si gode di uno dei più bei panorami sul lago di Garda. Negli ex alloggi degli ufficiali sono state ricavate sale per mostre e convegni.

Il castello si presenta come un’imponente costruzione con solide mura e torri rettangolari la cui pianta segue la forma di un rettangolo con una torre massiccia che, dall’ingresso, proteggeva il ponte levatoio e serviva da punto di avvistamento per le incursioni nemiche.
Dell’antico castello rimangono solo alcune parti murarie, le quattro torri sono per la maggior parte crollate e inagibili, l’unica parte conservatasi nel tempo è la terrazza dalla quale si gode di uno dei più bei panorami del Lago di Garda.
Alla fine del Quattrocento il castello fu ampliato nella parte sud per ospitare una guarnigione militare, continuando però ad essere principalmente un rifugio per la popolazione.

Il castello è l'edificio che caratterizza l'aspetto della città di Desenzano, sia che la si visiti  arrivando dall'entroterra, sia che la si guardi dal porto o dal lago.


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LA CASA DI SANT' ANGELA MERICI

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Il complesso ha subito, con il passare del tempo, diversi rimaneggiamenti. Qui abitò Angela Merici, nata a Desenzano il 21/3/1474. A lei si deve la fondazione nel 1535 dell'€™ordine delle Orsoline. Fu proclamata santa da Papa Pio VII nel 1807. Nella casa è possibile riconoscere la struttura della vecchia abitazione. Meritano attenzione la cucina e la camera risalenti al tempo in cui Angela visse qui conducendo una vita dedita al lavoro, alla preghiera e alle opere di carità.

Secondo la tradizione la famiglia Merici, lasciata la casa di Via Castello in Desenzano dove si vuole sia nata Angela, si trasferì in località allora periferica come "Le Grezze”. Di questa casa oggi non resta che un piccolo edificio caratterizzato da tre stanze con portico, posto a sinistra di chi la guarda.
Il tracciato, in lastre di Botticino, idealmente equiparato ad un sentiero, che dalla cucina conduce al pozzo, e viceversa, calpestato un’infinità di volte da S. Angela, può significare il nostro prendere coscienza del cammino di fede alla luce del cammino spirituale di Angela.
Le stanze dell’abitazione di S. Angela, scabre e prive di qualsiasi decorazione in sintonia con lo spirito e lo stile di vita di Lei, è oggi un invito alla ricerca dell’essenziale, dei veri valori per cui vale la pena spendere la propria vita; ed è anche un richiamo a spogliarci di noi stessi per essere degni di presentarci “ a sua divina Maestà” in autenticità. I luoghi favoriscono la meditazione. Nel silenzio interiore, si percepisce la sua misteriosa presenza e risuonano le sue parole di saggezza valide in ogni tempo per trovare risposte alla complessità del nostro vivere.
La piccola cappella, sorta all’interno della Casa Merici è caratterizzata da un soffitto luminoso a guisa di accoglienti braccia convergenti verso la mensa, significa sostare ai piedi di Cristo e lì fare caldissime orazioni ad imitazione di S. Angela, così ben raffigurata nell’icona di fondo, che non trovava altro rifugio se non ai piedi di Gesù Cristo.
La morfologia del cortile è rimasta invariata e la pavimentazione, in ciottoli di fiume, si adagia sul fondo di questo seguendo ogni sinuosità. A collegare direttamente il pozzo e il portico della cucina è il sentiero in lastre di Botticino perfettamente aderenti ai ciottoli e con questi in continuità. Mentre la maturità spirituale di Angela è simboleggiata dai raggi in lastre di Rosso Verona che simbolicamente rappresentano le Compagnie e gli Istituti Religiosi delle Orsoline presenti oggi nel mondo. "Una famiglia intorno alla madre" è quanto trovi inciso nella grande lastra solare posta a lato ovest del cortile.
Dal portico accedi alla “cucina”: pavimentazioni in cotto e lastre consunte di Botticino: muri in pietra viva in parte tinteggiati in calce naturale, soffitto in semplici piane lignee. La presenza del focolare e del lavandino caratterizzano il luogo quale spazio domestico di sosta e di intima attività familiare: oggi qui vive il pensiero di Angela. A primo piano è posta “la stanza di Angela”; il ritorno alla casa della Madre, un giaciglio dove riposare, luogo di meditazione e riscoperta di valori autentici che diano senso al nostro essere.
La chiesetta a piano terra appare essenziale e determinata in ogni suo aspetto. Un solco di ferro infisso nel pavimento attraversa la porta d’ingresso giungendo fino all’altare di pietra: due braccia (sempre di ferro infisso nella pavimentazione) si aprono ortogonalmente a questo in direzione est-ovest. Sulla parete ad Est è posto il tabernacolo. L’ambone, il luogo della parola avanza verso l’aula poggiando sopra un presbiterio leggermente sopraelevato. Il soffitto si abbassa chiudendo la prospettiva sulla quinta di fondo che definisce la zona absidale: qui trova spazio l’immagine di S. Angela ai piedi della Croce con Maria, Giovanni e Longino, rappresentata da un’icona di rara bellezza (opera di Paolo Orlando). La luce naturale è bilanciata dai riflessi trasmessi dalle grandi vetrate astratte (opere di Padre Costantino Ruggeri) poste all’ingresso della chiesa ed in fondo all’abside, contribuendo ad una lettura contemporanea della spiritualità di Angela. Pareti color calce e terra caratterizzano questo piccolo spazio ecclesiastico offrendo un momento di raccolta preghiera per chi lo desidera.



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LA SANTA PATRONA DI DESENZANO : SANT' ANGELA MERICI

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Angela Merici (Desenzano del Garda, 21 marzo 1474 – Brescia, 27 gennaio 1540) è stata una religiosa italiana, fondatrice della Compagnia delle dimesse di sant'Orsola. Fu proclamata santa da papa Pio VII il 24 maggio 1807; nel 1861 papa Pio IX ne estese il culto a tutta la Chiesa cattolica, che la celebra il 27 gennaio.
Angela Merici nasce a Desenzano del Garda da Giovanni e Caterina dei Biancosi, famiglia della piccola nobiltà rurale proprietaria di alcuni terreni.

Il nome Angela significa messaggero, nunzio, dal greco e l'emblema è il giglio.
Una leggenda agiografica narra che un giorno, mentre era in estasi, ebbe una visione in cui le fu rivelato che doveva fondare un’associazione di vergini che dovevano dedicare le loro vite all’educazione religiosa delle giovani ragazze. Dopo aver fondato una scuola a Desenzano, fu invitata nella città vicina, Brescia, per fondarvi una scuola simile. Angela accettò felicemente l’invito e giunse a Brescia nel 1516.

Secondo un'altra leggenda devozionale, nel 1524, mentre faceva un pellegrinaggio in Terra Santa, divenne improvvisamente cieca mentre era sull’isola di Creta, ma continuò il suo viaggio nei luoghi santi e guarì al suo ritorno, mentre stava pregando davanti ad un crocifisso nello stesso posto dove era stata colpita dalla cecità poche settimane prima.

La prima illuminazione occorra ben tosto nella vita di Sant’Angela: secondo le sue confidenze, aveva cinque o sei anni quando cominciava conoscere ed amare Dio, non in una maniera astratta, ma secondo Antonio Romano, un testimone al processo diocesano di beatificazione: (per quanto mi disse) …avendo udito leggere al padre libri spirituali di Santi e Vergini, cominciò a darsi ad una vita sobria spirituale e contemplativa. Angela è incoraggiata ad imitarli; queste letture aprono per lei un camino di preghiera; comincia a parlare a Dio e cercare luoghi e tempi di raccoglimento. Allo stesso tempo, riusciva ad attirare la sorella maggiore alla sua vita di preghiera e d’astinenza. Angela cresceva, dunque, in un ambiente rurale, di forte fede cristiana, con i sui fratelli e una sorella. A questi anni di felicità familiare succede un periodo di lutto. Verso 1490 – Angela aveva raggiunta allora probabilmente i 16 anni d’età – la sua sorella maggiore morì, lasciando Angela nell’angoscia. Dopo un tempo di preghiera intensa, Angela ha ricevuto la seconda illuminazione: un giorno, quando lavorava nei campi, Angela ha visto la sua sorella circondata dagli angeli, nella gioia celeste. Da questo momento, è stimolata ad intensificare la sua via di preghiera e di rinunzia.

Dopo la morte dei genitori, Angela è accolta da suo zio materno, Biancoso de Bianchis, un notaio ricco nella città di Salò. Angela, all’età di matrimonio, lascia dunque la sua vita semplice e laboriosa per un ambiente di piacere. Desiderando né sposarsi, né entrare in un chiostro, Angela sceglie – è la terza illuminazione - di entrare nel terz’Ordine di San Francesco e comincia una vita di povertà, di lavoro, di preghiera e astinenza, secondo l’esempio del poverello d’Assisi. Allo stesso tempo, quella bella ragazza, piena di gioia serena nonostante i lutti sofferti, attira gli altri a Dio. Secondo Matteo Bellintani, ben che era ancora giovane, Angela, con i suoi esempi e parole esortava già numerose persone a seguire una vita cristiana più fervida: all’esempio suo e suoi santi ricordi, si svegliò in molte persone, benché ella era giovinetta ancora, spirito di santità. Giovane adulta, Angela ritorna a Desenzano e segue la vita semplice e laboriosa degli altri contadini. Un giorno, quando lavorava nei campi, i cieli si aprono per la quarta e ultima illuminazione. In una visione a mezzogiorno, quando le sue compagne si riposavano, Angela riceve da Dio la sua missione, quella di fondare una Compagnia di vergini, la qual si doveva dilatare. Cui si termina il tempo delle illuminazioni, e comincia per Angela un lungo periodo di vita laboriosa e nascosta.

All’inizio del quindicesimo secolo, niente caratterizza la vita d’Angela, una lunga vita serena di preghiera e di lavoro nei campi, senz’alcun segno della missione a compiere. Con le sue contemporanei, vive anni di pace e di guerra, quella che comincia in 1509 e continua fino al 1516. La sua casa delle “Grezze” in Desenzano si trova vicina della strada fra Brescia e Venezia, dunque esposta alle esigenze delle forze armate pronte ad impadronirsi delle raccolte e dei branchi. Una parola del biografo Bernardino Faino, da qualche luce su questo lungo periodo d’attesa: Angela già testimoniava d’amabilità e dolcezza; la sua presenza amichevole fu ricercata da molte persone, non solamente a Desenzano, ma anche nelle borgate lungo il Lago di Garda. Con soavissime parole, Angela cercava di orientarle tutte verso il cielo: aveva con la sua gran carità contratta amicizia non solo con quei della Terra  ma con tutta la riviera; tutti andavano a gara per averla in casa . Andava però modestamente Angela nelle case altrui, e contrattando confidentemente con ogni persona, cercava sempre d’acquistar qualche anima al Cielo, il che era il suo fine principale. Queste parole suggeriscono i doni di contatto e di comunicazione che vanno crescendo nella sua personalità. Questi doni sono confermati da Bellintani, quando scrive, questa (umiltà) amabile e grazioso rendeva il suo parlare con altri, e parimente i gesti e i costumi suoi. Questa tutti onorando, ed a tutti sottoponendosi, travagliava con molta leggiadria all’emendazione della loro vita, ed al profitto della vita cristiana. Questa la faceva sicuramente vivere nel mondo negoziando nei fatti della salute con ogni sorte di persone.

Una richiesta inaspettata cambia totalmente la sua vita semplice. Dopo quattro anni di guerra, la città di Brescia è rovinata; moltissime famiglie piangano i loro morti. Consapevoli della ricca personalità umane e spirituale di Angela, I superiori Cappuccini del Terz’Ordine la mandano a Brescia per consolare una vedova, Caterina Patengola, che aveva perso durante la guerra il suo marito, due figli, una figlia e il genero, e che rimaneva sola con una piccola nipotina di quattro anni. Angela in uno spirito d’obbedienza lascia tutto: fratello, amici, casa e campi, abitudini, lavori agresti. Arrivata a Brescia, la sua vita cambia totalmente, e Angela comincia allora, in una maniera provvidenziale, i venti ultimi anni della sua vita.

Dopo un anno nella casa di Caterina, Angela è riuscita non solo di pacificarla, ma anche di aiutarla a crescere nell’apertura agli altri. Da questo momento, la vedova adottava l’uno dopo l’altro piccoli orfani per educarli e farli imparare un mestiere. La sua missione terminata, Angela rimane a Brescia, per motivi spirituali: più gran facilità di andare alla Messa quotidiana, ricevere sacramenti e auscultare omelie. Con cuore materno, accetta l’invito di stabilirsi nella casa d’Antonio Romano, un giovane drappiere di 24 anni, appena arrivato a Brescia; aveva incontrato Angela presso Caterina. Durante 12 anni, Angela rimane nella sua casa, vicina della Chiesa di Sant’Agata e delle porte della città, alla limite dei quartieri dei mercanti e dei poveri. La testimonianza di Romano è molto importante per conoscere l’influenza crescente della santa fra i Bresciani: di giorno in giorno, crescendo la sua santimonia, veniva la sua fama di spiritualissima vita spargendosi fra il popolo, in modo che vi concorreva moltissimi della città di Brescia. La santità di vita di questa donna di preghiera, ma anche le sue qualità umane d’accoglienza, d’ascolto, di comprensione, e di saggezza spiegano l’interesse dei concittadini per la persona di Sant’Angela. Romano menziona la forza della sua preghiera per ottenere grazie del Signore, ma anche delle sue parole per quietare qualche discordia o ottenere giustizia: pacifica due nobili Bresciani determinati a combattersi fino alla fine. Secondo Faino, la “Madre”, come la chiamavano i cittadini, è andata a visitare ciascuno nella sua casa e riusciva con dolcissime parole a persuaderli di vivere in pace l’uno con l’altro. Il secondo caso rivela la forte personalità della santa ma anche i suoi doni di persuasione: al ritorno di un pellegrinaggio a Mantova, Angela è andata a Solferino presso il Signor Luigi di Castiglione, per ottenere da lui la grazia di un amico bandito e la restituzione dei suoi beni. Nonostante il carattere duro e orgoglioso del Principe, Angela riuscì, con umili e dolci parole, di persuaderlo a perdonare il servo bandito. Non è sorprendente se Romano commenta l’episodio dicendo, la sua fama si spargeva nei circonvicini luoghi, talmente che ogni Signore gli concedeva quello che domandava.

In 1524, Angela si recava nella Terra Santa con Romano e il cugino Bartolomeo. Un’oftalmia temporanea contrattata durante il viaggio la fece vivere intensamente i misteri di Gesù Cristo, specialmente al Calvario. Secondo Bellintani, avrebbe ricevuto qui, durante una lunga preghiera, una grazia particolare di maternità spirituale per i futuri membri della Compagnia. Al ritorno, nella città di Venezia, è stata ospitata nell’ospedale degli Incurabili dove venevano da lei alcuni nobili degli Signori a visitarla e per intendere ed interrogarla della vita e sua scienza e santimonia. Dopo, questi nobili, convinti della santità di Angela e de suoi doni di animazione spirituale, l’hanno chiesto di rimanere in Venezia per il beneficio dei luoghi pii. L’anno dopo, Angela andata in pellegrinaggio a Roma par l’Anno Santo, fu accolta dal Papa Clemente VII, che anche da sua parte, desiderava che dimorasse a Roma per i medesimi motivi. Ciascuna volta, Angela non ha accettato gli inviti, sicura che il Signore l’aspettava a Brescia per il compimento della sua missione di fondatrice.

Al ritorno dei due pellegrinaggi, Angela è coinvolta in un’attività apostolica intensa: manifesta il dono di discernere negli altri la loro vocazione, spiega la Santa Scrittura, è consultata dai teologi e predicatori, realizza conversioni importanti, è visitata de persone di tutti i livelli della società, manifesta un dono particolare di riconciliazione nelle famiglie e nella società, e, soprattutto, diviene una maestra di vita spirituale: facesse così bellissimi, dotti e spirituali Sermoni, che alle fiate duravano un’ora. Presa poco giovane e donne si riuniscono attorno di lei.

In 1528 e una seconda volta in 1532, forse già con parecchie figlie spirituali, Angela è andata a Varallo, al “Monte Sacro”, dove cappelle diverse ripresentavano diversi episodi della vita di Cristo. Era una vera catechesi visuale, che Angela ha potuto commentare per la loro formazione cristiana. Nello stesso anno di 1532, fa dipingere sui pareti di una grande stanza nel centro della Città episodi della vita di Cristo, specialmente dell’infanzia e della passione, della Madonna e dei santi e sante delle Chiesa primitiva; in quel luogo Angela riuniva le sue figlie per insegnarle il modo di vita evangelica che progettava nel nuovo istituto. Insegnava con i esempi visuali dipinti sulle pareti della stanza e con l’incoraggiamento delle sue parole.

Viene, dopo quaranta anni di attesa, il tempo della fondazione. Prima di scrivere la Regola per la Compagnia, Angela procedette in un modo pedagogico la preparazione di essa: Secondo Cozzano, il suo segretario, Lei otteneva da queste vergini quello che comunicava ad altri, e dava  la capacità di fare. Poi, di ciò, si consultava con loro, e diceva che non lei, ma loro con lei l’avevano fatto. Restava loro obbligatissima ritenendosi vera debitrice, e dando loro Dio quale rimuneratore potente, come vera amica e viva figlia di Dio.

La Compagnia di Sant’Orsola fu fondata il 25 Novembre 1535 e la sua Regola approvata dall’autorità diocesana il 8 Agosto 1536. Angela, dalla sua dimora vicino della chiesa di Sant’Afra, una della prime martiri di Brescia, continuava la sua missione di fondatrice, esortando le sue figlie a vivere come vere e intatte spose del Figliolo di Dio. Allo stesso tempo, anche quando la malattia la fece capire che la morte appropinquava, Angela continuava a esortare nelle fede i suoi visitatori: un giovanetto, figlio del suo parente Angelo, nel quale discerneva una vocazione sacerdotale, e Tomaso Gavardo e Giacomo Chizzola, che ha lasciato la sua testimonianza: Mi ricordo anche, che quando essa era all’estremo della sua vita per morire l’andai a visitare, che levata in settone, fecemi un bel esordio intorno al vivere cristiano, e al mio partire, fu pregata dal Signor Tomaso Gavardo quale ivi era venuto meco, che gli , fasciasse qualche spirituale documento, onde essa altro non disse che questo, “Fate la vita quelle che vorresti aver fatto al tempo della morte”. Allo stesso tempo, Angela preparava i suoi “Avvisi” e “Testamento” per l’istruzione e la formazione delle superiore della Compagnia.

Dopo la morte di Sant’Angela, la stima generale esprimeva i motivi dell’ammirazione dei suoi contemporanei: non solamente la sua vita di preghiera, o d’austerità, non solo gli esempi della sua santa vita, ma anche i benefici delle sue parole. Così scriveva Pandolfo Nassino, il cronista di Brescia, all’indomani della morte della Santa: questa Madre Suor Angela a tutti predicava la fede del sommo Dio che tutti se innamorava di lei. L’iscrizione messo sulla sua sepoltura esprime in versi i ricordi della santa, e, soprattutto, il suo dono d’insegnamento della fede:

Proposito Martyr, virgo actibus, ore magistra,
Sic tribus aureolis Angela dives ovas.
Angela nuper eras morum vitaeque magistra,
Nunc patriae tutrix praesidiumque veni.
Angela viva fui, nunc Angela morta dico,
Sum tamen angelicis Angela iuncta choris
Vos qui me nostis, exemplo vivite nostro,
Sic facite ut docui, morta adhuc doceo.

Questi sono i fatti principali nella vita di Sant’Angela Merici. I primi testimoni con i biografi posteriori hanno trasmesso i ricordi di una donna dotata da qualità pedagogica straordinarie. Benché la Madre non frequentò mai la scuola, né inaugurò né insegnò in una scuola, i suoi doni educativi, evidenti nei “Avvisi” e nel “Testamento” avevano un peso tale, che le sue figlie sono rapidamente divenute educatrici. Sotto la direzione del Padre Fratesco Cabrini d’Alfaniello, iniziatore della catechesi sistematica nelle parrocchie di Desenzano verso il 1557, e direttore spirituale della Compagnia di Sant’Orsola, le Orsoline si sono impiegate nell’insegnamento della dottrina cristiana. Già nell’anno 1566, erano presenti nei luoghi pii della città per l’insegnamento e la formazione delle orfane ed altre fanciulle abbandonate.

Un esame attento dei primi documenti biografici rivela che Angela possedeva i doni particolari d’ogni vero educatore:

1° Farsi amare.
Ogni educatore sogna di essere stimato ed amato da suoi allievi. A Brescia, Angela è circondata dagli amici di tutte le classi della società: dalla ricca vedova Caterina Patengola, dal Duce di Milano, Francesco Sforza, che la pregò in 1528 che fossero contenta d’accettarlo come figliuolo, insieme con tutto il suo stato, dall’umanista Agostino Gallo, dal diplomato Giacomo Chizzola. Angela è stata apprezzata anche dai numerosi artigiani e lavoratori del suo ambito, come da Bertolino Boscoli, un giovane falegname nel quartiere di Sant’Afra, dagli amici come quelli invitati ad essere testimoni in 1537 al primo Capitolo Generale della Compagnia: un tintore panni lini, un portatore, un beretario e un calidario. Ma sopratutto è stata venerata dai primi membri della Compagnia, che l’hanno cercato per essere ammaestrate da lei per il loro progresso spirituale.

2° Incoraggiare e stimolare con parole persuasive
Questa donna discreta, amabile, gioiosa aveva il dono di toccare i cuori degli altri per condurli a crescere nell’amore di Dio e del prossimo. Angela ritornò un giorno da Brescia à Salò per visitare la sua famiglia. Il giovane Stefano Bertazzoli, studente all’università di Padova, è venuto parlare con lei, vestito dall’ultima moda. Angela, con le sue parole, ha fatto emergere un aspetto più profondo della sua personalità. Stefano ritornò a Padova, cominciò a studiare il diritto canonico, e diviene un sacerdote molto devoto ai poveri.

Quando Angela, si rifugiava a Cremona in 1529, nella paura che la città di Brescia sia assediata da Carlo Quinto, fu ospitata da Agostino Gallo, che testimoniava: Basta che elle mi parlò con tale amorevolezza dietro al viaggio, che subito li restò prigioniero, di sorte che non solamente io non sapevo vivere senza di lei, ma ancora mia moglie, e tutta la mia famiglia. … Onde, stando la detta Madre in casa nostra, era ogni giorno visitata dalla mattina fino alla sera, non solo da molti religiosi e persone assai spirituali, ma ancora da gentildonne e gentiluomini, e d’altre diverse persone di Cremona e di Milano… di che ognuno si meravigliava della gran sapienza che era in lei, perché si vedeva che ella convertiva molti a mutare vita, come io ne ho conosciuto pur assai che sono morti, ed anche alcuni pochi che sono ancora vivi, cosi in Milano, come in Cremona. Gabriele Cozzano, il suo fedele segretario, descrive come Angela si adattava a ciascuno, anche ai più deboli: E chi era il più peccatore, quello era il più accarezzato da lei, perché, se non poteva convertirlo, almeno, con dolcezza d’amore, lo induceva a fare qualcosa di bene o a far meno male.

3° Spingere ad imitare la sua vita
Già nella sua gioventù Angela aveva il dono di attirare altre a suo genero di vita. Non lo faceva in maniera autoritaria, ma con il suo dono istintivo di leader: La sua sorella maggiore era spinta ad imitarla nelle sue preghiere e astinenze. Qualche anni dopo, al ritorno d’Angela da Salò a Desenzano, fu accompagnata, secondo Bellintani, da un’amica desiderosa di condividere il suo genero di vita: seguendo l’incominciata vita, tuttavia crescendo mirabilmente in essa, trasse una altra giovine ala medesima professione, essendo veramente data per comune beneficio, ma tosto fu da questa sua compagna abbandonata, la quale al cielo se ne volò con la santa corona della verginità. Arrivata a Brescia, Angela se vede fra poco circondata da molte donne per le quale era una vera guida spirituale. Angela attirava con la sua fede salda e la sua piacevolezza e dava il desiderio di vivere come lei, totalmente dedicata all’amore di Cristo e del prossimo. Erano di mano in mano per suo mezzo ritirate molte persone del viver mondano ad una vita spirituale, e specialmente molte donne e matrone e vergini, de quali alla fine feci la congregazione di Sant’Orsola. Il numero di 150 membri della Compagnia, soltanto cinque anni dopo la Fondazione, rivela la forza attraente della Madre. In fine, quando Angela vene abitare a Sant’Afra, fu accompagnata da Barbara Fontana, decisa di vivere come lei, nella preghiera, la penitenza, e l’apertura agli altri.

Tutti questi doni, anche pedagogiche, furono di grand’aiuto nella fondazione della Compagnia. Angela ha saputo scegliere con saggezza i membri, ma anche le loro superiori, e le persone laiche, donne e uomini che erano coinvolti nel governo.

Nel 1539 cade malata e non si riprenderà più. In questo periodo detta al Cozzano i Ricordi e il Testamento, due brevi ma preziosi testi ricchi di spiritualità, caratterizzati dalla pedagogia dell’amore.

Il 27 gennaio 1540 Angela muore a Brescia, presso la chiesa di S. Afra, dove il suo corpo mortale è ancora oggi custodito e venerato.

Il 30 aprile 1768 Clemente XIII conferma l’antico culto e il titolo di “Beata”; il 24 maggio 1807 il papa Pio VII celebra nella basilica di S. Pietro il rito della canonizzazione.



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LA SCUOLA DI ALTA VELOCITA'

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Il 15 maggio 1928 fu istituito a Desenzano il Reparto Alta Velocità, creata dal Maresciallo dell’Aria Italo Balbo, con lo scopo di preparare dei piloti in grado di concorrere al Trofeo Schneider, una competizione internazionale nata nel 1913, destinata a idrovolanti.
L’idea di costituire il Reparto Alta Velocità nacque dalla sconfitta subita dall’Italia in casa propria, a Venezia nell’edizione del 1927. Al comando della scuola fu posto il Tenente Colonnello Bernasconi, ufficiale di eccezionali capacità organizzative. Fu lui a scegliere come base operativa del RAV Desenzano sul Garda, uno scalo considerato l’aereoporto privato di Gabriele D’Annunzio. L’obiettivo era quello di addestrare Piloti e personale tecnico espressamente per effettuare prove di velocità sugli idrocorsa e per competere poi alla Coppa Schneider. Furono Piloti come Dal Molin e Agello tra i primi a diplomarsi presso il RAV e ad esibire la famosa V Rossa , simbolo stesso del Reparto.
Fu così che, nell'aprile del 1928, nel cielo del Garda si ebbe il primo volo di idrocorsa che dava inizio all'attività della scuola velocisti.
Il reclutamento venne lasciato al «naso» del colonnello pilota Mario Bernasconi, che divenne subito il comandante della Scuola. L'addestramento dei piloti doveva abilitarli a compiere lo speciale tipo di volo richiesto dal regolamento della famosa gara, che consisteva nel percorrere per sette volte un circuito di 50 km. a forma di triangolo acutangolo, comportante due virate di quasi 180`.
Il 15 maggio 1928 Francesco Agello fece il suo ingresso all'idroscato di Desenzano, forse attirato dalla dura, inesorabile selezione attraverso la quale dovevano passare tanti piloti prima di giungere, privilegio di pochi, a mettere l'ambitissima V rossa sopra l'aquila d'oro, il segno distintivo dell'allora purissima aristocrazia del volo.
Francesco Agello era nato a Casalpusterlengo il 27 dicembre del 1902. Forte e pieno di vita, si era dedicato in gioventù a molti sport. Amava molto la ginnastica agli attrezzi, il nuoto, la bicicletta, il canottaggio, il calcio. La sua grande passione giovanile era la motocicletta. Fu il primo mezzo a dargli la dimestichezza con il motore a scoppio e a infondergli l'amore della velocità e del rischio. A vent'anni decise di inoltrare la domanda per entrare nell'Aeronautica e nell'aprile del 1924 l'aquila d'oro luccicava sul suo petto.
In una rivista dell'epoca leggiamo: «Se è vero come è vero, che peso e dimensioni ridotte costituiscono un atout di primo ordine per un maestro d'ala, si deve ammettere che madre natura abbia subito degnato Francesco Agello delle sue attenzioni. Un metro e sessantadue centimetri di altezza; sessantadue chilogrammi di peso: ottime proporzioni per un aviatore, preziosissime doti per un pilota da alta velocità. 1 lineamenti alquanto pronunciati in lunghezza più che in ampiezza. Si direbbe un viso profilato di buone caratteristiche aerodinamiche».
Quando seppe che si cercavano dei piloti per costituire il Reparto Alta Velocità non ebbe alcun indugio: fece subito domanda. Fu tra i prescelti per aver dato prova di grande abilità e coraggio in diverse occasioni. Più volte aveva rischiato la vita a bordo degli idrovolanti. Una volta fu durante l'ammaraggio: non poté più dominare la macchina e fece un gran tuffo nel lago, sollevando un'altissima colonna di schiuma. Riuscì ad uscire a gran fatica dall'abitacolo che stava per diventare la sua tomba. Si sentì spingere in alto dalla cintura pneumatica e rivide il sole.
Un'altra volta, in partenza, fece un tuffo ancor più profondo. Aveva decollato tirando forte la cloche a sé e raggiungendo subito un'altissima velocità: la macchina fu letteralmente strappata dall'acqua. Improvvisamente il velivolo iniziò a «picchiare» ed Agello a tirare a sé la cloche, ma l'apparecchio non accennava a rialzare il muso. Vide l'acqua vicina, pensò: addio, è finita! Un gran colpo e un'immane colonna d'acqua ai lati, poi il silenzio e l'oscurità. Stava sott'acqua e affondava con il motore e la fusoliera. Ma non si perdette d'animo: si disimpegnò dalle bretelle e cercò inutilmente di uscire da dove era entrato. Si dette allora a menar pugni e calci e ginocchiate fino ad aprire un varco e sbucare fuori non si sa come.
L'inizio nel Reparto Alta Velocità a Desenzano fu per Agello duro e spossante. Si doveva affrontare una rigidissima selezione, poiché gli aspiranti erano molti, ma ridottissimo il numero di coloro che potevano essere prescelti. Il comandante Bernasconi sorvegliava i suoi ragazzi in maniera quasi patema, perché si può dire che ogni volo era una prova d'esame. E ad ogni volo erano ansie, trepidazioni e gravi rischi, tanto che i paurosi tuffi nelle acque del lago erano «argomenti» da evitare.
La schiera degli aspiranti si assottiglia ed Agello resta. Ed eccolo finalmente fra i selezionati a fianco di Motta, Monti, Cadringher, Canaveri, Dal Molin.
Per i velocisti la vita a Desenzano non era molto piacevole, in quanto, specialmente durante gli allenamenti o in vista di importanti prove, doveva scorrere su un «copione» che il regista Bemasconi esigeva fosse da tutti imparato in ogni sua parte, perché una battuta sbagliata poteva significare la perdita di una giovane vita.
I pochi svaghi consistevano in lunghe partite a carte o in «maratone» di tennis o di bigliardo in qualche bar della cittadina dove i velocisti erano compresi e veramente amati.
Il primo corso per velocisti andò perfettamente bene in quel 1928. Tutti i piloti fecero passaggi sul M. 39 e sul M. 52 R o bis, o «recordino» come era chíamato tra loro. Su quest'ultimo apparecchio tutti presero il brevetto dei 500 orari.
L'addestramento e gli allenamenti si svolgevano senza pause sul circuito triangolare uguale a quello della gara. Le cure maggiori erano rivolte alla virata, sotto la guida diretta di Bemasconi, che le virate aveva studiato in volo e a tavolino.
Tuttavia la Coppa Sclincider del 1929 fu vinta dall'inglese Waghom alla media di 528,877 km l'ora. Secondo fu il nostro Tommaso Dal Molin con 457,354. In quell'occasione l'Observer scrisse: «Gli aviatori italiani manovrano in maniera veramente degna della grande competizione». L'evoluzione di Dal Molin fu ammiratissima, poiché gli consentì di giungere secondo nonostante il suo apparecchio sviluppasse oltre 60 km/ora in meno del Supermarine inglese e passò in aeronautica con il nome di «Virata Desenzano».
Francesco Agello era veramente orgoglioso di fare parte della ammiratissima Scuola.
«L’attività della Scuola scriveva il colonnello Bernasconi unita al progresso dell'idrovolante e del motore, che sono totalmente italiani in ogni loro particolare, ha permesso di ottenere tali risultati. Gli uomini, forgiati nei diuturni faticosi e pericolosi voli, si sono abilitati a portare apparecchi di così elevata velocità il cui peso, di tre tonnellate, è distribuito su pochi metri quadrati d'ala caricati, ciascuno, con più di 200 chilogrammi. Essi effettuano partenze dall'acqua a velocità di flottaggio di 250 km/ora per ritoccarla anche a più di 300 km/ora, compiono virate sviluppanti enormi forze centrifughe, dominano motori di circa 3.000 C.V. di potenza».
Spinto da tanta voglia di eccellere, alle ore 14,56 del 23 ottobre 1934 Agello decollava per tentare il nuovo primato. Il volo non durò più di 15 minuti, il tempo necessario per compiere i quattro passaggi sulla base.
Agello, grazie al suo proverbiale «manico», si destreggiò egregiamente e terminata la prova, che aveva tenuto in ansia non solo l'intera équipe del «Reparto» ma quanti sapevano di quel tentativo, non fece la consueta virata sull'idroscalo e ammarò subito . Dopo qualche minuto i suoi colleghi piloti e gli uomini della base, guidati dal comandante Bernasconi, accorsi nei pressi del bolide rosso, trovarono il pilota già a cavalcioni della prua per equilibrare l'aereo. Agello aveva ottenuto il nuovo primato di velocità. Questo il testo del comunicato ufficiale sull'avvenimento: «II giorno 23 ottobre 1934, all'idroscalo di Desenzano sul Garda, sede della Scuola di Alta Velocità, Il maresciallo Francesco Agello su apparecchio Macchi Castoldi M. 72, motore Fiat AS 6 batteva il suo precedente primato mondiale di velocità su base, effettuando i quattro passaggi regolamentari alla media di km. orari 709,209. Il volo, compiuto in condizioni atmosferiche poco favorevoli, veniva controllato da commissari sportivi dell'Aero Club d'Italia. Il primato precedente, stabilito il 10 aprile 193 3, era di km. 682,078 all'ora. I documenti relativi alla prova venivano inviati dall'Aero Club d'Italia, alla Federazione Aeronautica Internazionale per l'omologazione».
Per questa impresa ad Agello veniva conferita la medaglia d'oro al valore aeronautico. Nella motivazione si legge: «Pilota d'Alta Velocità di eccezionale valore ed ardire, dopo aver concorso con difficili e pericolosi voli sperimentali alla messa a punto dei più veloce idrovolante del mondo, conquistava per due volte il record mondiale di velocità assoluta».
Sull'importante avvenimento il Comandante Bernasconi scrisse una commossa pagina: «II cielo, quel pomeriggio del 23 ottobre 1934, era grigio, quasi invernale; una sensibile foschia rendeva difficile la visibilità; il lago però si presentava ben increspato ed in cielo l'aria era tranquilla e calma. Messa in azione la complessa organizzazione per assicurare la validità del primato, cioè: dislocazione dei commissari a terra e in volo, dei cronometristi ai caselli, del tecnico all'apparato elettronico di misura dei tempi, dei velivoli e dei motoscafi di soccorso, il motore del M.C. 72 era scaldato a terra, provato ed incappottato. Agello prendeva posto e poco dopo si lanciava nel gran volo. 1 quattro passaggi erano effettuati regolarmente ed il motore, col suo rombo questa volta possente ed uniformemente risonante, eccitava l'eco dei monti racchiudenti il Garda, quasi a chiamare in adunata gli spiriti di tanti eroici Velocisti, caduti appunto perché Agello riuscisse vittorioso in quel giorno e potesse avverarsi il sogno delle loro ali infrante per dare alla Patria, all'Italia, più alto onore e più ammirabile prestigio».
Agello cadde, come altri suoi compagni, nell'inseguimento del sogno. Il 24 novembre 1942 perse la vita per un incidente di volo presso l'aeroporto di Bresso.


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