martedì 5 maggio 2015

CIAO PROSPIANO

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Prospiano (Pruspiàn in dialetto varesotto), è una frazione di Gorla Minore, in provincia di Varese, nella Valle Olona.

Prospiano era un piccolo centro del Milanese di antica origine, appartenente alla Pieve di Olgiate Olona del Ducato di Milano. Abitato da 157 abitanti al censimento del 1751, nel 1786 entrò nella neocostituita Provincia di Varese, soppressa dopo cinque anni. Qui vi ebbe terra la famiglia dei Nobili Forni di Milano nel XVIII secolo. Al censimento del 1805 si registrarono 150 abitanti. Il governo napoleonico decretò la soppressione del comune nel 1809, aggregandolo dapprima a Olgiate Olona e poi a Gorla Minore. La politica restauratrice degli austriaci portò nel 1816 al ristabilimento del Comune di Nizzolina nel 1816, con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto, e l'abitato cominciò lentamente a crescere, giungendo a 265 residenti nel 1853, e 310 nel 1861. Nel 1870, con regio decreto di Vittorio Emanuele II il comune fu nuovamente soppresso e aggregato di nuovo a Gorla Minore.

Prospiano, il toponimo è di etimologia incerta: forse deriva da "Principius", nome di un patrizio romano al quale sarebbero state assegnate, per particolari e sconosciuti meriti, le terre di queste località; da "Principiano" si sarebbe arrivati a "Precipiano" e, infine, a Prospiano.
I reperti archeologici venuti alla luce nella zona di Gorla e di Prospiano risalgono all’epoca della dominazione romana; si tratta di un’ara votiva di serizzo dedicata da una certa Rivasia alla dea Diana, in ringraziamento per lo scampato pericolo del padre, dei resti del pavimento di una casa trovati nel 1905 e di un vasto sepolcreto scoperto nel 1951 nel corso della costruzione di alcune villette sul declivio di un terrazzamento prospiciente l’Olona. Oltre a 25 loculi di cremati, si rinvennero anfore, vasi cinerari, bronzi dell’età degli imperatori Claudio, Traiano e Costantino Pio, lucernette ed oggetti fittili.
Nel 1963, durante la posa delle tubature del metanodotto, furono portate alla luce altra 24 tombe con balsamari, lacrimatoi ed altri recipienti, anelli, chi odi, coltelli, forbici per tosare, raschiatoi, fusarole e monete. I longobardi hanno lasciato un chiaro segno del loro passaggio in molti vocaboli del dialetto locale che conserva, a differenza delle località vicine, celtizzate, un evidente sostrato linguistico ligure: l’isolamento secolare dei villaggi della valle Olona ha consentito la sopravvivenza di forme fonetiche singolari, immediatamente avvertibili anche ai nostri giorni nell’idioma di questa zona. Quasi sicuramente il "nobilissimo" giovane nominato nella carta del 1074 fu di origine longobarda, come indica il nome "Aebertus". I suoi possessi di Gorla Minore sono stati posti in relazione con l’esistenza, fin da allora, della dinastia Terzaghi, che tanta importanza avrà nella storia del paese: qui infatti si insediò un ramo di quella nobile famiglia milanese che nel 1195 dette un arcivescovo alla Chiesa ambrosiana. Non è da escludere che proprio quest’ultimo abbia dato il consenso ai parenti per l’apertura di un oratorio dedicato a San Maurizio nella loro residenza. La cappella era inserita nel complesso fortificato che si ergeva sul pendio della valle, in posizione strategica, proprio nello stesso luogo in cui, alcuni secoli dopo, il Collegio degli Oblati del Santo Sepolcro avrebbe accolto i giovani desiderosi di apprendere la grammatica e i buoni costumi.
Il documento più antico dell’archivio parrocchiale è un atto del 1388, col quale "Giacomo Terzagho" lascia ai cappellani del capitolo della Pieve di Olgiate Olona un legato per la celebrazione di un ufficio religioso annuale nella "ecclesia Sancti Laurentis, loci Gorla Minori".
Infatti la chiesa dei SS. Lorenzo e Vincenzo di Gorla Minore, così come quella di S. Nazaro a Prospiano, apparteneva alla Pieve di Olgiate; la loro esistenza è documentata nel XIII secolo dal "Liber notitiae Sanctorum Mediolani" di Goffredo da Bussero, ma nel 1398 risulta dal "Notitia cleri mediolanensis" che la chiesa di Gorla Minore era dedicata solo a San Lorenzo, quella di Prospiano invece anche a San Celso.
Nel 1650, regnando sua maestà cattolica Filippo IV, i territori di Gorla Minore, Prospiano, Gorla Maggiore e Solbiate vennero costituiti in feudo: le comunità tentarono di opporsi a tale provvedimento, riscattando la propria indipendenza, ma monsignor Carlo Giovanni Giacomo Terzaghi, prelato domestico di Papa Innocenzo X e canonico della regia ducale basilica collegiata di Santa Maria della Scala, riuscì ad aggiudicarsi il feudo. In quel tempo la popolazione di Gorla contava poco più di 60 famiglie e quella di Prospiano non arrivava alle 20; i terreni erano coltivati a segale e a miglio e il pane veniva da Castellanza. Nonostante la presenza di estesi vigneti che davano un ottimo vino profumato, cantato anche dal poeta Carlo Porta, le condizioni di vita erano assai dure: poche e malsane le abitazioni, frequenti le pestilenze e le guerre.
Nel 1700 la popolazione è di circa 650 anime; nascono 25 30 bambini l’anno, di cui il 30% muore nel primo anno di vita, il 20% entro i dieci anni, il 23% dai 10 ai 50 anni, il 12% dai 50 ai 60 anni, il 10% arriva ai 70 anni e meno del 5% tocca gli 80 anni.Nel 1763 viene stipulato il contratto dotale tra la marchesa Maria Teresa Terzaghi, ultima discendente dei marchesi di Gorla Minore e Prospiano, e il conte Carlo Durini, esponente di un ramo della famiglia dei ricchi mercanti lariani che si fregiavano del titolo di conti di Monza.
Il conte restaura ed amplia la vecchia "casa da nobile" (Villa Magna), che diventerà dimora stabile dei suoi discendenti.
Tra gli altri avvenimenti della storia del comune, va segnalata la creazione a Prospiano dell’Ospedale Raimondi, dovuta al lascito del parroco di San Giorgio su Legnano, don Gaspare Raimondi, che muore il 24 marzo 1821.
Vale la pena di ricordare anche il funerale quasi clandestino del patriota Giuseppe Durini (21 ottobre 1850), tenace oppositore degli austriaci, membro del governo provvisorio durante le Cinque Giornate di Milano: la salma giunge a Gorla di sera, i gendarmi austriaci impediscono alla popolazione di partecipare alle esequie e la gente deve accontentarsi di seguire il corteo dalle finestre o dagli angoli bui delle strade.
Nel 1870 una decisione conciliare sancisce l’accorpamento di Gorla Maggiore e di Prospiano al comune di Gorla Minore. Il 14 dicembre 1901 la luce elettrica giunge anche a Gorla Minore: il comune stipula un contratto per l’illuminazione pubblica (venti lampade da 25 candele) e poco dopo un intraprendente gorlese apre la prima sala cinematografica, ma gli spettacoli devono subire il controllo di un severo censore comunale. Il 17 luglio 1904 viene inaugurato il tronco ferroviario Castellanza Lonate Ceppino e il "tramway a vapore" sosta per la prima volta a Gorla. Nel 1910 un terribile ciclone devasta i raccolti e scoperchia molte case; nello stesso periodo le spinte separatistiche, che da qualche tempo agitano la comunità formata da Gorla Maggiore e Gorla Minore, portano alla divisione territoriale e amministrativa dei due centri (1920).

La fondazione Raimondi si deve a due fratelli, proprietari terrieri della zona, vissuti tra il 1700 e il 1800. Il Sacerdote, Gaspare Raimondi, avendo accumulato con un’abile gestione dei propri affari una notevole fortuna in case e terreni, volle devolverne per testamento una buona parte in opere di beneficenza, fra le quali spicca il sostanzioso lascito all’Ospedale Maggiore di Milano; l’altro fratello, Francesco Raimondi, ebbe invece l’idea di utilizzare l’intero suo patrimonio, ereditato dopo la morte di Don Gaspare, per istituire un Ospedale che servisse alla popolazione dei piccoli centri contadini di Prospiano, Gorla Maggiore, Gorla Minore e San Giorgio su Legnano.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1826, il progetto, pur delineato con precisione nel testamento, stentò a prendere piede per una quantità notevole di impedimenti, tra cui le cause intentate dai nipoti di Francesco Raimondi per rivendicare l’eredità e la serie di pessimi raccolti  che negli anni ’50 del 1800 fece diminuire di molto le rendite dei beni destinati a questo scopo.

Si costituì tuttavia la Causa Pia Raimondi, amministrata dai parroci di Prospiano, di Gorla Minore, e San Giorgio sul Legnano, che, in attesa di poter fare di più, utilizzava le rendite dei terreni per assistere gli ammalati nelle loro case. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia il progetto originario venne ripreso con decisione e, una volta eseguiti gli opportuni adattamenti all’edificio, si arrivò nel 1866 all’apertura di un piccolo Ospedale nella casa di abitazione di Francesco Raimondi, capace di sette posti letto. Poco dopo i posti salirono a venti e si avvertì la necessità di disporre di personale preparato per fornire un’assistenza adeguata, perciò ci si rivolse alle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret.
Dopo una cinquantina di anni di attività, le esigenze delle comunità interessate erano a tal punto cresciute che fu necessario provvedere ad una nuova sede: l’edificio appositamente costruito e tuttora in uso fu inaugurato, un secolo fa, precisamente nel 1909.

Qui in questo ospedale sono nata io.



Notevole interesse riveste  la chiesa dei SS. Nazaro e Celso, di antiche origini. La tradizione considera i due Santi titolari i protomartiri della Chiesa milanese: furono infatti martirizzati nell’anno 64, durante la persecuzione neroniana.
Il gesuita padre Clivone, nella relazione della sua visita effettuata a Prospiano nel 1566, annota brevemente: “La chiesa è antica ma piccola”. La vetustà dell'edificio viene riconfermata da Carlo Borromeo nella relazione della sua visita pastorale del 1582; dopo aver rilevato che la chiesa è a navata unica, divisa in tre campate, con una lunghezza di dieci metri, una larghezza di metri 6,50 ed un’altezza di metri 5,50, prosegue sottolineando che l’esiguità e la povertà della popolazione non consentono certamente opere straordinarie ed è già molto se si riesce a sopperire alla manutenzione ordinaria.
Soltanto verso la metà del ‘600 il tempio subirà una prima trasformazione che, modificando l’originaria struttura, probabilmente romanica, gli conferirà l’aspetto attuale. Alla metà dell’Ottocento risalgono i fregi in cotto della facciata, il rosone e il bel portale. Nel 1933 al campanile quadrato fu sovrapposta una cuspide.
Nel 1961, poichè la chiesa non era più in grado di contenere l’accresciuta popolazione di Prospiano, furono iniziati i lavori per la costruzione di un nuovo edificio, su progetto dell’architetto Enrico Castiglioni. Consacrata nel 1964 con la stessa intitolazione, la chiesa venne considerata da molti uno dei migliori esempi di architettura contemporanea.





La chiesa dei SS. Nazaro e Celso a Gorla Minore è stata progettata da Enrico Castiglioni (1962-1965), edificio completato mentre era in corso il Concilio Vaticano II, dove segni caratterizzanti sono le molteplici absidi e l'altissimo campanile.
“Le masse potenti, lo spazio unitario e la luminosità astratta testimoniano la capacità di Castiglioni di attingere a un linguaggio “originario” (così come definito da Gio Ponti) e al tempo stesso contemporaneo, superando le semplici categorie oppositive di tradizione/innovazione”.

Enrico Castiglioni, a differenza di altri maestri suoi contemporanei, quali Gio Ponti o Giovanni Michelucci, non ha (ancora) acquisito la fama che la sua opera meriterebbe.
Questa chiesa di Prospiano rivela la grande sensibilità di un linguaggio nuovo in cui lo spazio architettonico può esprimersi, tra la memoria storica e l'apertura al futuro, quando forma e struttura fanno tutt'uno nel manifestare una completa adesione al tema.

Ha scritto Gio Ponti: «Questa chiesa di Castiglioni insegna come un'architettura religiosa possa essere nobile, nuova e inedita, ed essere tuttavia fra le espressioni giuste (vere). La sua originalità è una "originarietà", è una fedeltà: essere originario significa di più che essere tradizionale». Il commento è tanto autorevole quanto appropriato e sintetico. Il progetto della chiesa di Prospiano prende forma nei tempi "eroici" a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta: l'epoca in cui venivano maturando i temi che avrebbero informato il dialogo fecondo del Concilio Vaticano II. La riforma liturgica era vissuta, discussa e partecipata con l'intensità che è propria del momento trepidante della novità che implica il ritrovamento delle radici. È infatti dal profondo dibattito liturgico e architettonico di quell'epoca che sorgono quelli che sono ancora gli esempi più significativi e importanti di chiesa "nuova" esistenti in Italia. Tra questi va collocata la chiesa di Prospiano.

In Castiglioni troviamo una particolare accentuazione: egli è, oltre che architetto, anche ingegnere, e tratta la struttura con la stessa familiare confidenza con cui si disegna la forma. Quest'armonico evolversi di forma e struttura assieme conferisce ai suoi progetti una particolare coerenza, una intrinseca forza. Si tratta di architettura organica, non nel senso dell'imitazione della natura, ma della identificazione tra forma e contenuto, tra struttura e "vestito": lo stesso genere di organicità che ravvisiamo con stupore nella semplice armonia del romanico. Qui ci troviamo di fronte a una evoluzione coerentemente postconciliare del tema della basilica: in pianta e in sezione si legge l'accostarsi e il sovrapporsi di tre corpi basilicali biabsidati. Questi tre involucri basilicali (denotati internamente dalle volte "a botte") si uniscono per dar luogo ad un unico, più ampio (e in questo senso coerentemente postconciliare) spazio celebrativo. L'ampia aula trova una sistemazione processionale dell'assemblea verso l'altare, mentre allo stesso tempo si allarga e si articola nei diversi e connessi luoghi liturgici. Lo spazio basilicale mediano definisce l'asse di entrata, alla sinistra di questo si trova un più piccolo "involucro" spaziale che ospita, nell'abside accanto all'entrata, il battistero e in quella opposta il tabernacolo. Lo spazio basilicale maggiore, sulla destra dell'entrata, ospita l'altare, l'assemblea e, nell'abside opposta a quella dell'altare, la porta grande per le cerimonie solenni. Lo sfalsamento di questi "involucri" genera una pluralità di percorsi. Le absidi sono sormontate da vetrate ricche di colore vivificante e simboli che risaltano nella semioscurità. Il gioco delle rotondità absidali è variamente ripreso nell'interno: come conchiglia dietro l'altare, come incavi sui soffitti che sottolineano il differenziarsi degli ambiti liturgici. All'esterno lo stesso gioco del sommarsi e unirsi di absidi, coperture "a botte", tetti a capanna, identifica con chiarezza il carattere della chiesa, ma ne segnala anche (per esempio nell'elemento aperto, a ponte, che sormonta l'entrata) la trasparenza e l'abbraccio protettivo, e (nella concavità istoriata sopra l'entrata) l'accoglienza. Un campanile in cemento a vista si erge altissimo staccato dal corpo della chiesa: due setti verticali accostati che pur nella straordinaria dimensione, ben visibile da lontano nella campagna circostante, non dà alcuna sensazione di fragilità. I materiali, cemento a vista e lastre di graniglia martellinata per le facciate, porfiroide sulla copertura, conferiscono unitarietà all'insieme. Un deciso stacco tra dentro e fuori è dato dalla luce: i volumi esterni accarezzati dal sole, la penombra all'interno, infranta dal colore delle vetrate.
La grande vetrata al di sopra dell'ingresso, dedicata al "Cantico dei cantici": "Uno squarcio di poesia irrompe nella narrazione biblica. Un inno alla Vita e all'Amore impaziente e insofferente di indugi" scrive Castiglioni, autore anche delle vetrate. A sinistra: l'abside dietro l'altare è conclusa a conchiglia, per quanto lo spazio dell'aula si estenda sulla sinistra nell'involucro basilicale che ospita il tabernacolo. La vetrata è "L'albero della scienza del bene e del male".

"La materia si arricchisce di significati nella sua non arbitraria presenza fino a sentirsi partecipe dello spazio, come l'uomo - nella vita - ritrova il senso della sua esistenza non più arbitraria, fino a sentirsi partecipe dell'universo. La struttura, identificando la sua azione fra le due realtà della materia e dello spazio, partecipa di entrambi; così nella struttura rientra anche la decorazione in quanto estende, o limita, o modifica comunque e dà compimento all'estensione spaziale. Infine, lo spazio vive fin nelle parti più nascoste dell'organismo architettonico e rivela l'ordine ideale che lo governa... Ho insistito nel parallelismo fra la realtà dell'uomo e la realtà dell'architettura perché proprio in questa simile strutturazione il procedimento dell'architettura si rivela come procedimento di vita... L'architettura è attività che documenta, nella stessa strutturazione del suo procedimento, la soprannaturalità dell'uomo. Riconoscere l'architettura, e poi ripercorrerla nella storia, significa assaporare tutta la storia nei suoi atti ancora presenti al nostro giudizio; uomini, generazioni trascorse, avvicinati in una contemporaneità stupefatta."

Castiglióni, Enrico. - Ingegnere e architetto (Busto Arsizio 1914 - ivi 2000); formatosi nell'ambito del razionalismo nei progetti degli anni Cinquanta (concorsi per la chiesa di Montecatini, 1953; per la stazione ferroviaria di Napoli, 1954; per il santuario di Siracusa, 1957), sperimenta l'esibizione enfatizzata degli elementi strutturali approdando a una ricerca incentrata sulle strutture a membrana in cemento armato: scuola elementare di Gorla Minore (1959); chiesa parrocchiale di Prospiano (1962); progetti per grattacielo Peugeot a Buenos Aires (1962), aerostazione di Venezia (1978).



Il Santuario della Madonna dell’Albero a Prospiano, è anticamente indicato come “Chiesa di Santa Maria in Arbore”.
In origine semplice cappella, nel ‘700 la chiesa venne ampliata con l’aggiunta di un altro locale.
Il campanile è utilizzato usando un rialzo della facciata.
Oggetto del culto e devozione popolare, è l’affresco raffigurante la Madonna incoronata su un albero tra i santi Nazaro e Celso.
Databile alla seconda metà del ‘400 è attribuito al pittore Gianfranco Lampugnani.

Sempre a Prospiano si trova il santuario della Madonna dell’Albero, anticamente indicato come “chiesa campestre di Santa Maria in Arbore”. Il ciclo di affreschi che orna l’interno è attribuito al frate umiliato Giacomo Lampugnani e risale agli ultimi anni del ‘400; probabilmente fu commissionato da qualche nobile locale. Il nome del santuario deriverebbe da una miracolosa apparizione della Madonna dell’Albero, con l’obbligo di due messe settimanali e di una festa solenne in onore della Vergine, da celebrarsi nel giorno dell’Assunzione.
Nel 1597 l’orientamento della chiesa appare mutato e corrispondente a quello attuale. Nel 1603, infine, il cardinale Federico Borromeo, rendendo omaggio alla Madonna dell’Albero, annota le dimensioni del santuario (14 braccia di lunghezza) e dispone che l’apposita cassetta per la raccolta delle offerte venga munita di una doppia serratura, dotata di due chiavi: una in custodia al curato, l’altra ai nobili di Prospiano.

Con affetto un caro saluto a tutti voi.



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