mercoledì 13 maggio 2015

IL DUOMO DI MONZA

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Secondo una leggenda tardomedioevale, alla regina Teodolinda, che aveva fatto voto di erigere una chiesa in onore di Dio e di san Giovanni Battista, una voce celeste predisse che lo Spirito Santo, in forma di colomba, avrebbe indicato il luogo della costruzione.
Teodolinda, partita per un lungo viaggio, si fermò sulle sponde del fiume Lambro per riposare all’ombra di un grande albero dove le apparve appunto la colomba e una voce le disse: “modo”, invitandola a rimanere. La regina fu pronta a rispondere “etiam”, acconsentendo così alla costruzione della nuova basilica proprio in quel luogo. Dall’unione delle due parole, Modoetia, nacque l’antico nome di Monza.

Una trama di vicende lunga più di 1400 anni, una struttura complessa e monumentale, un ricchissimo apparato decorativo e di arredi, un Tesoro di valore inestimabile e un fitto intreccio di relazioni internazionali scandite sull’arco di tutta la sua storia, fanno del Duomo di Monza una delle più importanti istituzioni ecclesiastiche d’Italia e d’Europa.

Un’importanza cui la basilica sembra essere stata destinata fin dalle origini, che si collocano nei difficili anni della prima organizzazione del regno longobardo in Italia e si legano alla figura della Regina Teodolinda (570 circa – 627), principessa bavara di fede cattolica, andata in sposa, in successione, a due re dei Longobardi: Autari (nel 589-90) e Agilulfo (dal 590 al 616).

Il Duomo venne fondato alla fine del VI secolo dalla regina Teodolinda, moglie del re longobardo Autari e poi di Agilulfo, come cappella del vicino palazzo reale, in una zona allora marginale del piccolo borgo di Monza, a breve distanza dal fiume Lambro. Rosone del Duomo di MonzaCertamente la basilica era già costruita nel 603, quando l'abate Secondo di Non vi battezzò l'erede al trono Adaloaldo.

Essa nacque sotto un duplice segno: il legame con S. Giovanni Battista (al quale molto probabilmente la regina aveva impetrato la grazia della maternità) e quello con la sede pontificia romana, in particolare con papa Gregorio Magno. Centrale fu infatti il ruolo della regina nella conversione dei longobardi dall'arianesimo al cattolicesimo, processo complesso che si concluse solo un secolo dopo, sotto il regno di Liutprando. Per tali motivi, come testimonia Paolo Diacono, la Chiesa svolse di fatto il ruolo di "santuario" della nazione longobarda.

Di questa prima fase quasi nulla sopravvive, ad eccezione di pochi materiali edilizi (tegoloni, "tubuli" per la realizzazione di volte, oggi conservati in Museo) e di resti dell'arredo liturgico (due lastre decorate "a incisione"). Dalle scarse fonti scritte si ricava, comunque, che doveva trattarsi di un edificio a tre navate, ad andamento longitudinale, preceduto da un atrio quadriportico che svolgeva funzioni diverse, tra cui alcune civili: vi venne ospitata anche la sede del Comune, che alla fine del XIII secolo si trasferì nell'Arengario appositamente costruito. Nel 1989 sono state rinvenute nella navata nord tre tombe "privilegiate" internamente dipinte, riferibili ad epoca altomedievale, che suggeriscono di supporre l'area originaria occupata dalla chiesa, tra l'attuale collocazione ed il chiostrino a settentrione. Alle funzioni di campanile venne adattata una torre - forse sorta con funzioni militari - ancora superstite, inglobata nelle murature tra la sacrestia e la cappella di Teodolinda.

Straordinaria testimonianza dei primi secoli di vita è il prezioso Tesoro, formato dalla suppellettile liturgica e dai donativi offerti dalla regina (che nella chiesa alla sua morte venne sepolta) e da altre opere di oreficeria e avorio offerte da re Berengario all'inizio del X secolo. Nel cambio di secolo, tra Duecento e Trecento, si colloca il momento decisivo di trasformazione dell'antica basilica nell'attuale Duomo, questa volta sotto il segno dei Visconti. Non è un caso che l'anno cruciale sia il 1300, quello della "grande perdonanza", il primo giubileo indetto da Bonifacio VIII.

Come tutto nel Medioevo anche la rifondazione del Duomo si ammanta di leggenda. Secondo un cronista locale, Bonincontro Morigia, all'origine di tutto sarebbe da porre un'apparizione miracolosa (di Teodolinda e di S. Elisabetta) a un prete, Francesco da Giussano, al quale viene chiesto di riscoprire antiche reliquie, da tempo dimenticate. Ritrovate le reliquie all'interno di un sarcofago romano (quello di Audasia Cales), ed esposte alla pubblica venerazione, il 31 Maggio si pone la prima pietra della ricostruzione. Si tratta, evidentemente, di un'operazione insieme religiosa e politica (ai Visconti era infatti legato l'arciprete Avvocato degli Avvocati) per affermare il dominio dei nuovi signori sul contado, sostenere, in opposizione alla curia romana, le devozioni locali e recuperare la tradizione regale longobarda. Paliotto in argento sull'altare maggiore del Duomo di MonzaNel 1308 si provvede a traslare il corpo della regina in un sarcofago di pietra sostenuto da colonnine (oggi nella Cappella di Teodolinda), secondo un diffuso modello di prestigio.

La prima fase edilizia si conclude nel 1346, anno della consacrazione dell'altare maggiore e della realizzazione del paliotto in argento di Borgino del Pozzo, ispirato all'altare d'oro di Sant'Ambrogio a Milano.

Una seconda campagna costruttiva, motivata dalla necessità di ampliare l'edificio (sobriamente ispirato alle contemporanee architetture mendicanti, come il S. Francesco "ad pratum magnum" della stessa Monza) per adattarlo alle esigenze di rappresentanza che il ritorno del Tesoro da Avignone (1345) imponeva, cade a metà del secolo.

Artefice di questa seconda, più solenne, fase è Matteo da Campione, esponente di quella stirpe di costruttori proveniente dalla zona dei laghi tra Lombardia e attuale Canton Ticino, alla quale i Visconti commisero tante imprese edilizie e decorative del ducato nel corso del Trecento. La sua lapide funeraria (1396), immurata all'esterno della cappella del Rosario, ci informa sulla sua attività (il completamento della grande facciata "a vento", la realizzazione del pulpito e del battistero) e testimonia il prestigio da lui raggiunto e la sua devozione.
Egli fu certamente interprete dell'aspirazione dei Visconti a realizzare una grande basilica per le incoronazioni imperiali, secondo la tradizione germanica che imponeva all'imperatore di assumere tre corone: quella d'argento ad Aquisgrana, quella d'oro a Roma e quella "di ferro" appunto a Monza (o a Milano).
E di ciò si ha una straordinaria testimonianza iconografica nella grande lastra (già chiusura posteriore del pulpito) oggi collocata presso l'ingresso della sacrestia.

A Matteo spetta anche la costruzione delle due cappelle gemelle ai lati dell'abside maggiore. Quella di destra (già del S. Chiodo e oggi dedicata al S. Rosario) venne decorata intorno al 1417-18 (sopravvive un unico frammento con Cristo crocifisso, attribuito a Michelino da Besozzo); quella di sinistra (dedicata a Teodolinda) decorata tra il 1444 e il 1446 dalla famiglia di pittori lombardi Zavattari che realizzarono il celebre ciclo di affreschi tardogotici. Occorre attendere oltre un secolo per assistere alla ripresa dell'attività decorativa, che questa volta interessa i bracci dei transetti.
E' sempre nella seconda metà del Cinquecento che si avvia, in rapporto alle trasformazioni imposte dal Concilio di Trento, una profonda rielaborazione della zona absidale, con lo sfondamento del muro di fondo della cappella maggiore e la costruzione di un vasto presbiterio, all'esterno rigorosamente intonato alle precedenti architetture tardogotiche. Alla fine del secolo viene anche costruito, su progetto di Pellegrino Tibaldi, il nuovo campanile, a sinistra della facciata.

Nel 1644 viene gettata la volta della navata centrale e nel 1681 è costruita, nell'area delle sacrestie, la cappella ottagona destinata a ospitare il Tesoro. I primi decenni del Settecento, anche in coincidenza con il ripristino del culto del S. Chiodo, segnano anche una forte ripresa decorativa, che trasforma l'edificio in una sorta di antologia della pittura tardobarocca. La stagione neoclassica è segnata dall'altare maggiore progettato da Andrea Appiani (1798) e dal nuovo pulpito di Carlo Amati (1808).

Alla fine dell'Ottocento si collocano le grandi opere di restauro conservativo e stilistico della cappella di Teodolinda e soprattutto della facciata (L. Beltrami, G. Landriani), che viene trasformata radicalmente con la reintegrazione delle edicole sommitali (già tutte cadute, ad eccezione di una, all'inizio dei Seicento) e la sostituzione dei filari di marmo nero di Varenna con serpentino verde d'Oira, per enfatizzare, in una sorta di ipercorrettismo, la componente toscaneggiante della cultura figurativa campionese.

La torre campanaria, con la sua altezza di circa 75 metri, svetta nel cielo di Monza e costituisce un significativo punto di riferimento nel paesaggio della Brianza. La sua costruzione iniziò il 23 maggio 1592, quando l'arciprete Camillo Aulario pose la prima pietra della fabbrica. Nel 1606 la costruzione era completata, tuttavia il castello con le campane e il rivestimento si datano intorno al 1620.

Soltanto il 18 settembre 1628 il cardinale Federico Borromeo benedisse le campane alla presenza dell'arciprete Adamo Molteno e del clero monzese. Il progetto del campanile, che rivela l'influsso dello stile di Pellegrino Pellegrini, architetto di S. Carlo Borromeo, fu in realtà eseguito dall'architetto Ercole Turati, al quale si devono anche i progetti del battistero, della cripta e dell'ampliamento del coro, realizzati nei primi due decenni del XVII secolo.

Nella torre campanaria il Turati inserì nei quattro frontoni della cella grandi stemmi in cornici barocche di granito, che raffigurano: a sud, la Chioccia con i pulcini, del Tesoro; a est, la mitra e il pastorale, in uso all'arciprete; a nord, la Corona Ferrea e la Croce del Regno; a ovest, l'Agnello sul libro dei sette sigilli. Alla base della torre una lapide ricorda la visita dei sovrani d'Austria, Maria Luisa e Francesco I, avvenuta il 4 marzo 1816, preceduta dalla restituzione del tesoro, il 2 marzo.

La Basilica di San Giovanni Battista di Monza, detta comunemente Duomo, ha molti e antichi privilegi: l'Arciprete gode delle insegne episcopali quali la mitra e l'anello, può indossare vesti violacee e la cappa magna, usufruisce dell'uso del baldacchino per la processione del "Santo Chiodo". Ma il privilegio maggiore è quello di avere proprie guardie armate, un corpo denominato "Alabardieri" dal tipo di arma in dotazione agli stessi.

Questo onore è unico al mondo in quanto, oltre alla Guardia Svizzera in servizio al Vaticano a custodia del Sommo Pontefice, solo il Duomo di Monza può schierare delle guardie armate all'interno della Chiesa. La data certa della loro istituzione non si conosce e si perde nella notte dei tempi, dato che nell'editto di Maria Teresa d'Austria, del 1763, riguardante l'approvazione della nuova divisa degli alabardieri, si dice "l'immemorabile possesso di fare assistere le principali sacre funzioni da dodici uomini armati d'alabarda sotto la direzione di un capo". Non si conosce l'uniforme indossata prima dell'editto di Maria Teresa, ma quella approvata è ancora la stessa in uso oggi, ad eccezione del cappello, prima a tricorno, poi da Napoleone I sostituito con l'attuale feluca.

L'attuale uniforme di lana blu con filettature dorate è di foggia settecentesca, si compone di una lunga casacca e di pantaloni al ginocchio, la cintura porta fibbia con piccola riproduzione della Corona Ferrea, le calze sono color turchino ed uno spadino con elsa in ottone. Il servizio degli alabardieri è riservato solo alla messa pontificale delle 10,30 nelle grandi solennità quali l'Epifania, la Pasqua, il Corpus Domini, la natività di San Giovanni Battista (24 Giugno), il Santo Chiodo e il S. Natale.

In via straordinaria prestano il loro servizio anche in particolari occasioni, ad esempio la visita del Santo Padre nel maggio 1983, le visite dell'Arcivescovo di Milano, Card. Carlo Maria Martini prima, Card. Dionigi Tettamanzi poi, ma anche in occasione della visita del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti nel 1991. Fino agli anni cinquanta, come risulta da un diario dell'epoca, il picchetto riceveva una modesta ricompensa, prestava però servizio dalla messa dell'aurora, alle 6, fino all'ultima messa delle 18. Tra una funzione e l'altra, due guardie restavano di sentinella presso l'altare maggiore.

La Corona del Ferro è innanzitutto venerata come reliquia: al suo interno, infatti, si trova un cerchietto in ferro che, secondo la tradizione, fu ricavato da uno dei chiodi usati per la crocefissione di Cristo.  Sant’Elena, nel 326, lo avrebbe ritrovato e fatto inserire in un diadema per il figlio, l’imperatore Costantino il Grande. La corona sarebbe poi passata nella mani di S. Gregorio Magno, che ne avrebbe fatto dono alla Regina Teodolinda.

La Cappella di Teodolinda si trova a sinistra dell’abside centrale. Fu affrescata dagli Zavattari, una famiglia di pittori attivi in Lombardia nella prima metà del ‘400. Chiusa da una cancellata, la cappella è costituita da una volta a forma poligonale gotica coperta da costoloni e custodisce la Corona Ferrea ed il sarcofago dove nel 1308 vennero traslate le spoglie della regina Teodolinda.

Se si eccettua il ciclo della cappella di Teodolinda, poco è sopravvissuto della decorazione precedente la stagione barocca, che ha profondamente inciso nella percezione dello spazio interno del Duomo. In clima tardomanierista ci trasportano le decorazioni delle testate interne dei transetti, a iniziare da quella meridionale (Albero di Jesse, di Giuseppe Arcimboldi e Giuseppe Meda, 1558) per passare a quella settentrionale (Storie di S. Giovanni Battista, di G. Meda e Giovan Battista Fiammenghino, 1580).

La decorazione del presbiterio e del coro è la maggiore impresa pittorica del Seicento e vede all'opera Stefano Danedi detto il Montalto, Isidoro Bianchi, Carlo Cane e Ercole Procaccini il Giovane, con quadrature di Francesco Villa. La volta della navata maggiore viene invece affrescata alla fine del secolo da Stefano Maria Legnani detto il Legnanino, con quadrature del Castellino (1693).

I dieci quadroni della navata centrale con Storie di Teodolinda e della Corona ferrea, realizzati tra Sei e Settecento, appartengono a diversi pittori, fra cui Sebastiano Ricci, Filippo Abbiati e Andrea Porta.

E' però soprattutto il Settecento a segnare l'interno dell'edificio, che costituisce un osservatorio privilegiato per lo studio della cultura figurativa lombarda tra barocco, barocchetto e rococò. Pietro Gilardi affresca con Storie della Croce il tiburio (1718-19); Giovan Angelo Borroni dipinge nella cappella del Rosario (1719-21), in quella del Battistero e in quella di S. Lucia (1752-53); Mattia Bortoloni decora la cappella del Corpus Domini (1742). L'episodio conclusivo è costituito dall'intervento in Duomo di Carlo Innocenzo Carloni, il grande maestro del rococò internazionale, già attivo in Austria, Germania e Boemia.

Tra il 1738 e il 1740, secondo un programma stabilito dal gesuita Bernardino Capriate, egli decora le volte delle navate laterali, l'arcone trionfale e le pareti occidentali del transetto.

Il Museo e Tesoro del Duomo di Monza custodisce cimeli e reliquie che ci riportano ai primi secoli del Cristianesimo ed all’epoca longobarda e ci accompagna sino ai nostri giorni senza soluzione di continuità. Si va da una serie di ampolline palestinesi e romane, databili alla seconda metà del VI secolo, agli splendidi preziosi del periodo tardo romanico, VI-VII secolo, come la Croce detta di Agilulfo, la Corona votiva e la legatura dell'Evangeliario di Teodolinda; dai capolavori di epoca carolingia, IX secolo, come il Reliquiario del dente di S. Giovanni e la Croce reliquiario di Berengario I, alle opere artistiche di scuola lombarda, come la Madonna col Bambino in pietra ed il San Giovanni Battista in rame dorato del XV secolo; dai lasciti dell’età viscontea, come il Calice di Giangaleazzo Visconti e lo Stocco di Estorre Visconti, agli arazzi cinquecenteschi, fino alle tele del XVII-XVIII secolo.

La Biblioteca Capitolare, è costituita da una vasta raccolta di testi di elevato valore storico ed artistico, datati tra il VI ed il XX, per un totale di circa 900 volumi.

Per la sua antichità, la Biblioteca è una delle più importanti d’Italia. La raccolta contiene circa 200 manoscritti: tra i più antichi un volume di dialoghi di San Gregorio Magno ed un palinsesto di libro liturgico, risalenti all’VIII secolo.

Tra i pezzi più importanti vi è il codice illustrato “De ratione temporum” del Venerabile Beda (XI sec), il Codice Purpureo, codici gotici miniati e codici musicali. Accanto ai manoscritti, opere a stampa, incunaboli e cinquecentine.

L’Organo Meridionale o Organo ZANIN, inserito nella cassa in cornu Evangelii, è un grande strumento di 12 piedi nello stile rinascimentale italiano; conta 17 registri, su un'unica tastiera. Il prospetto, formato dalle canne del Principale, presenta la tipica disposizione a cinque campate con organetti morti. Sotto il prospetto è collocato, su un somierino a mo' di Brustwerk, un registro ad ancia (Cornamuse), accessibile per l'accordatura attraverso un pannello intagliato.

Le canne sono costruite con le tradizionali leghe di piombo e stagno (95% di stagno per le canne di prospetto, 94% di piombo per le canne interne), secondo misure ricavate dai modelli storici.

La tastiera ha un'estensione di 54 note; la pedaliera, a leggio, ha 18 note. Il Principale Secondo ed i tre Flauti hanno un'estensione di 4 ottave; il Cornetto, destinato principalmente all'esecuzione della letteratura spagnola, ha inizio dal Do#3. L'accordatura secondo il temperamento mesotonico a quarti di comma sintonico, con terze maggiori perfettamente pure, contribuisce in modo determinante a caratterizzare la sonorità dello strumento. Il corista è più alto di un tono rispetto alla norma moderna (La3=492 Hz), come si riscontra di frequente negli strumenti rinascimentali, e come doveva essere in origine, secondo quanto si può desumere dalle dimensioni delle casse, negli organi del Duomo. La pressione del vento è di 46 mm di colonna d'acqua.

Nella medesima cassa trova posto un secondo organo di 6 registri, completamente indipendente, accordato all'unisono dell'organo settentrionale e pensato per dialogare con questo, in particolare con il Positiv, nell'esecuzione di letteratura a due organi o a due cori con basso continuo. Questo organetto ha una tastiera di 49 note (Do1-Do5) ed una pedaliera a leggio di 12 note (Do1-Si1). Le misure delle canne e le tecniche di intonazione sono riprese dagli strumenti di scuola callidiana.

Settentrionale o Organo METZLER, collocato nell'antica cassa in cornu Epistolæ, conta 29 registri ripartiti fra Hauptwerk, Positiv e Pedale. I tre corpi sono disposti all'interno della cassa in modo da risuonare in volumi differenti: l'Hauptwerk (Grand'Organo) è posto in corrispondenza del prospetto; il Positivo è inserito nel basamento, a sinistra della consolle; il Pedale è posto contro la parete di fondo. Il prospetto è formato dalle canne del Principale 16', disposte in tre campate.

Lo studio del progetto fonico, una volta definite le scelte stilistiche di base, è stato condotto con speciale attenzione alla risposta acustica dello strumento nell'ambiente, tenuto conto di fattori quali la particolare conformazione interna della cassa e la posizione poco usuale per un organo di questo genere. Alcune peculiarità degne di nota sono, ad esempio, il raddoppio nei soprani delle Octaven di 8' e 4' del Grand'Organo, o l'uso di canaletti in legno per una parte delle canne ad ancia.

Le canne sono ricavate da lastra in lega di stagno e piombo, trattata con il tradizionale procedimento di martellatura allo scopo di conseguire una superiore stabilità dell'intonazione; la composizione della lega varia a seconda dei registri: 70% di stagno per i Principali delle due tastiere, 35% per il Pedale, 13% e 35% per i Flauti, 35% e 70% per i registri ad ancia, 82% per le canne di prospetto. Le canne del Subbasso 16' e le più gravi del Principale 16', tappate, sono in legno di rovere.

Il concerto di campane di cui è dotato il Duomo è una preziosa opera d'arte settecentesca e rappresenta, nel panorama campanario dell'Italia settentrionale, un unicum di rilevanza eccezionale.

Dopo il disastroso incendio del 1740, che distrusse le cinque campane esistenti, col concorso di tutta la cittadinanza, l'incarico di approntare il nuovo concerto di otto campane, fu affidato a Bartolomeo Bozzio, che già aveva lavorato per la Basilica di Sant'Ambrogio a Milano e per il Torrazzo di Cremona.

Le otto campane furono consacrate il 15 giugno 1741, a soli 10 mesi e 15 giorni dall'evento che ne aveva privato la città.

Le prime tracce dell’attività di un gruppo di musici laici che presta servizio nella Basilica monzese risalgono al 1345, come cita il Chronicon Modoetiense di Bonicontro Morigia. Fino ad allora, i Canonici regolari erano affiancati nel canto liturgico da un gruppo di pueri, avviati alla vita ecclesiastica ed appositamente istruiti alla musica.

Da allora, l’attività della Cappella Musicale del Duomo di Monza è stata quasi ininterrotta anche se sono rari nelle pubblicazioni musicologiche inserite nei circuiti internazionali, studi sistematici ed approfonditi riguardanti la Cappella Musicale del Duomo di Monza con i suoi Maestri, dal Rinascimento in poi. Eppure in più occasioni gli studiosi hanno rilevato l'importanza che la Cappella ha rivestito non solo per Monza ed il circondario, ma addirittura per Milano ed il suo ambiente musicale e liturgico. Compito primario della Cappella Musicale è il servizio a tutte le più importanti e solenni celebrazioni del Duomo.

Pur impegnata a mantenere viva la tradizione di prestigio che le è stata riconosciuta nella storia e alla quale hanno contribuito anche grandi musicisti la Cappella non trascura altresì l'attività concertistica. Praticando il repertorio sacro di tradizione, dal Rinascimento ai giorni nostri, pone particolare interesse alle opere dei Maestri della Collegiata Monzese, ormai ineseguite da tempo, proponendo anche programmi concertistici rivolti a musicisti poco noti dell'area lombarda.

Su questi autori la Cappella compie un lavoro di valorizzazione: ricerca, trascrizione, studio, esecuzione, pubblicazione, incisione e divulgazione. Negli ultimi anni sono ormai molteplici le esecuzioni di opere inedite, in prima esecuzione moderna, di musiche di proprietà della Cappella stessa.




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