martedì 5 maggio 2015

ISOLE DEL LAGO D' ISEO : MONTE ISOLA

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Monte Isola è un comune italiano di 1.770 abitanti della provincia di Brescia in Lombardia, che copre l'isola omonima del Lago d'Iseo. Si tratta di un comune sparso: la sede comunale si trova nella frazione di Siviano.

In Europa sono presenti isole lacustri di maggior estensione, come l'isola di Visingso nel lago svedese di Vättern (24 km²) e l'isola artificiale di Sääminginsalo, ma Montisola è la prima come altezza sul livello del mare, raggiungendo un'altitudine di 600 m s.l.m.

L'isola è raggiungibile in traghetto dalla sponda bresciana; i principali approdi sono i porti di Sulzano e Sale Marasino dai quali si raggiungono rispettivamente le frazioni di Peschiera Maraglio e Carzano. L'isola è raggiungibile anche dalla sponda bergamasca partendo da Tavernola Bergamasca con collegamenti giornalieri.

Monte Isola, l’isola più grande dei laghi europei, è una montagna verde al centro del Lago d'Iseo.
L’attuale comune si formò nel 1928 con l’unione degli antichi paesi di Peschiera Maraglio e Siviano, per decisione del governo fascista, con il nome di Comune di Siviano. L’attuale nome è stato deciso negli anni cinquanta. Il Comune di Monte Isola comprende anche le due isolette di San Paolo e di Loreto, la prima a sud, l’altra a nord.
I nuclei abitati del comune di Monte Isola sono 11, alcuni in stretta relazione con il lago, punti di collegamento con la "terraferma" come: Peschiera Maraglio, Sensole, Porto di Siviano e Carzano.
Altri sono situati lungo la fascia pianeggiante di media collina: Siviano e Menzino; alcuni verso la sommità della montagna: Olzano, Masse, Cure e Senzano. Gli abitanti risolvono i loro problemi di spostamento interno con motocicli e con un autobus a 30 posti, che svolge il servizio di trasporto e collegamento tra le frazioni dell’Isola, e verso i due principali punti di attracco dalle cinque del mattino alla mezzanotte.
A Monte Isola sono da sempre abolite le automobili; le uniche autorizzate sono adibite ad alcuni servizi importanti (ambulanza, medico, parroco, vigili, taxi). I motocicli sono un'esclusiva dei residenti; il turista può utilizzare solamente il mezzo pubblico o la bicicletta. Nella stagione turistica (da Marzo a Ottobre) è possibile noleggiare biciclette o tandem presso i due punti di noleggio situati a Peschiera e Carzano. Si può iniziare con un giro in bici, che si compie in un’ora, la conoscenza di Monte Isola. A piedi, oltre al periplo, si possono percorrere le mulattiere ed i sentieri che dal Lago portano alla cima dell' Isola dove si trova il Santuario della Madonna della Ceriola, luogo estremamente interessante, non solo sotto l'aspetto naturalistico e panoramico, ma anche artistico, per le bellezze racchiuse nella sua piccola chiesa, la più antica dell' Isola, che rappresenta un punto di riferimento per tutto il Lago. Nei percorsi verso il Santuario è essenziale fermarsi nelle antiche frazioni più in quota dell' Isola, dove si sono maggiormente conservate le caratteristiche di una millenaria cultura contadina: artistiche chiesette circondate da piccole piazze, grosse case di pietra bianca del luogo, attrezzi agricoli di legno, portici, cortili, panorami stupendi. Un' architettura rude e semplice rende le frazioni di Senzano, Cure, Masse, Olzano, Novale, "autentici centri storici" da visitare non senza un obiettivo fotografico.
A Siviano, la frazione più popolata e capoluogo dell' Isola, trovano sede il Municipio, le scuole, l'ufficio postale, gli ambulatori, la banca e due piccoli supermercati. È un paese con caratteristiche medioevali, esposto al sole dall'alba al tramonto in ogni stagione, che si trova di fronte a Tavernola Bergamasca. Siviano è raggiungibile anche via lago scendendo dal battello in località Porto di Siviano.
Peschiera Maraglio è un interessante paese di pescatori da sempre profondamente legati all'acqua.
Anche Carzano era un paese di pescatori e conserva quasi intatte le sue caratteristiche legate all'acqua, alla pesca e alla conservazione del pesce.

Gran parte dell’isola, dal livello del lago fin quasi alla sommità, è costituita da un’unica formazione geologica: il cosiddetto medolo, una serie fitta e regolare di strati calcarei biancastri. Si tratta di una roccia depositata, per precipitazione chimica, sul fondo marino. I frequenti fossili di ammoniti che essa contiene, permettono di individuare l’età di formazione nella prima parte del periodo giurassico, intorno a 180 milioni di anni fa.
In quel periodo i materiali rocciosi che oggi formano le Alpi ricoprivano il fondo di un mare profondo e caldo, esteso fra l’Africa e l’Europa centro-settentrionale: il mare della Tetide. Il medolo di Monte Isola era dunque una piccola porzione dell’immensa distesa di fanghi calcarei che si andavano depositando sul fondo marino, ed è per questo che oggi lo stesso tipo di roccia si ritrova estesamente in tutte le Prealpi bergamasche e bresciane, a oriente e occidente del lago d’Iseo. Al di sotto del medolo troviamo ovunque una roccia di aspetto più compatto, formata da potenti bancate di calcare dolomitico: nell’area bergamasca e sebina è indicata con nome di dolomia o conchodon (dal nome di un grosso bivalve che si trova fossilizzato), mentre nell’area bresciana è chiamata corna e corrisponde al notissimo marmo di Botticino.
La dolomia, il medolo e tutte le altre formazioni precedenti o successive a queste, emersero dal mare all’inizio dell’era terziaria (intorno a 70 milioni di anni fa): l’Europa centro-settentrionale e l’Africa si avvicinavano e il fondo marino interposto, con tutti i suoi sedimenti, era costretto a corrugarsi, sollevarsi, accavallarsi a grandi scaglie sovrapposte, aumentando di spessore e affiorando dal mare della Tetide con la forma di una lunga catena montuosa.
La piccola porzione di fondo marino, destinata a diventare Monte Isola, fu coinvolta nel corrugamento prodotto dalla pressione che veniva da nord a sud. I suoi strati si incurvarono in forma di sinclinale, cioè di piega concava verso l’alto (come una tegola capovolta), allungata in direzione est-ovest .Tutta la regione fu poi sollevata, ma in misura maggiore dal lato bresciano, e gli strati di Monte Isola rimasero, oltre che incurvati, anche inclinati verso la sponda bergamasca.
Questa asimmetria dell’Isola si riflette sui due versanti: ripido quello bresciano, più dolce quello verso Tavernola.
La forma definitiva di Monte Isola è stata impressa, in gran parte, dall’azione geologicamente “recente” (l’ultimo milione di anni, in piena era quaternaria) delle grandi glaciazioni, che videro quasi tutte le valli alpine (per almeno quattro volte) percorse da imponenti lingue glaciali, fino allo sbocco nella pianura padana.
Anche la Valle Camonica e il Lago d’Iseo sono stati più volte ampliati e approfonditi dal passaggio della lingua glaciale che scendeva dal Tonale e andava a sciogliersi nella Franciacorta. L’enorme spessore del ghiaccio, in lento movimento, premeva sul fondo della valle, scavando fino ad un livello addirittura inferiore a quello del mare. La massima profondità di scavo fu raggiunta nel fondovalle che separa Monte Isola da Tavernola mentre il più stretto “canale” tra l’Isola e la sponda bresciana è di 150 metri meno profondo.
Monte Isola appare quindi come una propaggine dei monti di Sale e Marone, che il ghiacciaio ha isolato. Intorno a 180 mila anni fa, l’ultima lingua glaciale cominciò a ritirarsi dalle più alte cerchie moreniche della Franciacorta e contemporaneamente la sua superficie cominciò ad abbassarsi, Monte Isola iniziò ad affiorare dalla grande fiumana di ghiaccio.

Le origini remote del Santuario della Madonna della Ceriola risalgono circa alla metà del V secolo, quando San Vigilio, Vescovo di Brescia, portò la fede nella zona del Sebino sopprimendo il culto della dea pagana Iside (da cui deriva il nome Iseo). La fede del Cristo Salvatore si divulgò ben presto e San Vigilio portò devozione anche alla  Madonna.
Pensò, infatti, di fare erigere sulla cima dell’ Isola una piccola cappella, dedicandola alla Beata Vergine Maria, come simbolo delle purificazioni dalle superstizioni pagane e simbolo della nuova luce del Cristianesimo. La piccola chiesa fu la prima parrocchia dell'isola, chiamata “Santa Maria de curis” come appare nel catalogo dei beni della diocesi di Brescia, compilato nel 1410. Inoltre fu anche la prima chiesa del lago dedicata alla Madonna. Successivamente divenne Madonna della Ceriola, probabilmente perché l' effige della Madonna (XII sec.) venne scolpita in un ceppo di cerro. E' stata intagliata seduta su di un trono, con un ampio manto, con in braccio il Bambino.
Il 14 marzo del 1580, San Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, passando in visita sulle strade bresciane, mandò il suo convisitatore Don Ottavio Abbiati sull'Isola a visitare il Santuario. Di questa visita stende una relazione in cui scrive:" Santuario ampio e decente, altare unico consacrato, come pure la chiesa, pitture avariate, trittico con la statua della vergine". Dopo questa visita il rettore della parrocchia, Francesco Augustinelli, ne ordinò il restauro cambiando quasi completamente la struttura originaria. Nell' ampliamento si costruì un nuovo presbiterio che portò maggior proporzione all' insieme. Venne posta l' artistica cancellata in ferro battuto, dividendo così la zona sacra dalla zona riservata ai fedeli. Il vecchio tetto a capanna fu sostituito dalla volta a botte e vennero aperte le due cappelle laterali dove sarà collocato l' altare di San Fermo e più tardi la pala raffigurante il Transito di San Giuseppe, realizzata dall’artista bresciano Antonio Paglia nel 1763. I lavori finirono all'inizio del Seicento (come attesta la scritta sull'architrave del portale della facciata"Francesco Augustinelli presbiteris Rettoris Ope 1600").
Nel 1750 venne radicalmente mutata la facciata con la costruzione, sulla base dell'antichissimo santuario, del massiccio campanile in granito.
Fortunatamente nel 1815, un fulmine scrostò una parte di muro, all'interno della facciata est, evidenziando un affresco in perfetto stato di conservazione, che raffigurava un Cristo Ecce Homo legato con una fune ad una colonna e coronato di spine. Quest' opera è stata attribuita a Giovanni da Marone.
Nel 1836 in Lombardia si diffuse il colera, gli abitanti di Monte Isola, disperati per le numerose vittime, si rivolsero alla “loro” Madonna salendo in processione verso il Santuario dove fecero voto di consacrare quella domenica se fosse cessato quel castigo. Da quel giorno la malattia si indebolì fino a scomparire. Da allora, ancora oggi, ogni seconda domenica di luglio si festeggia la venerata Madonna del Colera, in nome della malattia sconfitta.
Il Santuario è lungo 23 metri, largo 7,5 e alto 10, composto da un unica navata e caratterizzato da una volta a botte che poggia su di un cornicione in cotto che corre lungo tutto il perimetro della chiesa, sostenuto da lesene con capitelli in stile Barocco, come il resto dei fregi e degli ornamenti che caratterizzano la volta e la cupola del presbiterio. L'altare maggiore è costruito in marmo nero e bianco e su di esso si innalza una soasa in legno del 1400. La cornice è stata aggiunta nel 1620 ed è costituita da due colonne in stile corinzio che sostengono la trabeazione e il timpano. Il trittico è composto dalla Madonna al centro e dalle statue in legno dorato dei Santi Faustino e Giovita (patroni di Siviano). Sia la Vergine che Gesù Bambino indossano una vecchia corona d'oro. La lunetta sovrastante l'altare maggiore ritrae la Nascita di Gesù, nella cupola sopra il presbiterio è raffigurata la Purificazione di Maria Vergine, mentre i tre medaglioni che ornano la navata ritraggono L'Incoronazione della Madonna, L'Assunta e L'Annunciazione. Una targa in stucco, posta sull'arco trionfale, riporta la scritta che rievoca il mistero a cui è dedicato il Santuario: "Suscepimus Deus Misericordiam Tuam In Medio Templi Tui".
Lateralmente all'altare maggiore sono situate due cappelle: a sinistra la cappella di S. Firmo, con altare in legno intagliato, risalente al 1600, mentre a destra, la cappella di San Giuseppe con la pala del Paglia. Entrando sulla sinistra si possono ammirare i resti degli affreschi della chiesa precedente, una Madonna col Bambino molto simile alla statua, ordinata probabilmente da una famiglia di cui solo in parte si possono leggere i nomi, perchè manca il resto della bellissima opera, decurtata quando venne aperta una porta per la visita vescovile. Sempre nella parte interna della facciata, sopra la porta, si trova un affresco del 1924 che rappresenta il vescovo San Vigilio, apostolo che portò fede e devozione nel Sebino. Ai lati del presbiterio vi sono due affreschi dell'artista Locatelli , raffiguranti Santa Bartolomea Capitanio, protettrice di Lovere e Sant'Angela Merici. Tra l'altare maggiore e la navata centrale è posta una cancellata in ferro battuto del 1600.
Dedicate sempre alla Madonna, sono le tavolette votive, quadri recenti ed antichi, appesi sul fondo della parete sinistra, chiamati anche "ex voto". Se ne contavano 82, alcuni datati anche 1620, ma i più numerosi sono del 1800. Simboleggiavano la devozione e la gratitudine del fedele nei confronti della Madonna. Ancora oggi c'è questa usanza, anche se al posto delle tavolette dipinte, vengono appese delle fotografie. Sono presenti anche molte preghiere dedicate alla Madonna, poesie di
Emilia Belli (poetessa del Lago d'Iseo) e canzoni in onore dell'Incoronazione della Madonna, avvenuta il 30 agosto 1924. Durante l'attesa di quel fatidico giorno, i fedeli di Monte Isola, offrirono una parte dei loro averi, fino ad arrivare al peso di un Kg d'oro, permettendo così la fusione di una splendida corona incastonata di pietre preziose per la Madonna ed una per il Bambino.
Oggi il Santuario, giuridicamente nel territorio isolano è il simbolo dell' unità civile di tutti i cittadini dell' unico comune di Monte Isola, che porta nel suo sistema proprio la figura del Santuario della Madonna della Ceriola.

Il castello che si erge sopra il golfo di Sensole, tra Peschiera e Siviano, é uno dei monumenti più caratteristici del posto. Come punto per l'erezione del castello Oldofredi fu scelto, nel XIV secolo, uno sperone roccioso rivolto sulla sponda bergamasca, di fronte a Tavernola, da dove era possibile controllare tutto il lago da nord a sud. Il castello non sorgeva nel punto più alto dell'Isola, già occupato dal Santuario della Ceriola, e non si preoccupava di controllare la sponda bresciana in quanto anche questa era sotto la giurisdizione degli Isei, poi Oldofredi, e da essa non potevano venire offese. Non si sa quando i Martinengo acquistarono la rocca, ma si può supporre che sia stato Antonio Prevosto attorno alla metà del XV secolo.
In quel secolo si può ricordare la grande rovina degli Oldofredi a causa della loro amicizia con i Visconti, con la necessità per essi di vendere, mentre al contrario i Martinengo, per i servizi resi alla Serenissima, appena piantata nel bresciano, potevano avere grandi possibilità economiche. Dopo il 1427 quando il territorio bergamasco passò sotto Venezia, la funzione difensiva della rocca venne meno e fu quindi ridotta alla funzione di palazzo. Cosi fanno supporre le cornici e le montature nelle finestre e nell'ampio portale, scolpiti in pietra di Sarnico, fino allora mai usata sull'Isola. Quest'opera è stata compiuta forse dal valoroso Girolamo o ancora prima da suo padre Antonio II. Ma in seguito, pur essendo stato modificato, l'edificio non dovette essere di grande gradimento per i signori. Questa dimora, in un isola lontana dal mondo, senza terreni adiacenti e lontana anche dai loro diretti interessi, fu così abbandonata. Dalla fine del 500 sarà denunciata nelle loro polizze come "rocchetta mezzo rovina". Oggi il castello è di proprietà privata Si presenta su base quadrata, imperniato attorno ad un'imponente torre a pianta circolare e base scarpata, origine e fulcro del castello, con il lato verso monte adibito a residenza, tutto costruito nel secolo XV. Ogni castello nasce con torre di avvistamento e di segnalazione, che si protegge poi con un muro distanziatore cui in seguito si addossano le costruzioni e quello di Monte Isola ne è un esempio chiaro. La torre cilindrica, a base troncoconica, era impiantata sulla roccia al piano dell'odierno circuito al primo livello, coperto dal cortile in un secondo tempo.
Una leggenda narra che un tempo un perfido castellano colpiva a cannonate le barche dei pescatori se questi, giunti sotto il castello, dinanzi al roccione di Herf (Serf), non ammainavano la vela in segno di sottomissione. Dopo l’affondamento di alcune barche qualcuno pensò di trasformare questo gesto obbligato in un devoto omaggio alla Vergine Maria, ardentemente venerata sull’Isola. A questo punto fu dipinta sullo scoglio di Herf l’immagine della Madonna della Ceriola. La leggenda narra che il castellano morì annegato nel tentativo di cancellare l’immagine della Madonna.

L’abitato di Menzino, situato nella zona a sud-ovest dell’isola, conserva particolare fascino ed interesse storico-architettonico, giustificato dalla presenza di un caratteristico Borgo Medievale, della Rocca Martinengo e di Palazzo Zirotti, noto agli isolani con il soprannome di “casa del dottore”. Il percorso storico-architettonico consente di scoprire e conoscere le peculiari caratteristiche che connotano questi edifici, apprezzandone l’indiscusso fascino e scoprendo le sorprendenti testimonianze di un tempo passato che, oggi più che mai, è importante non dimenticare.

La Chiesa di San Michele, Peschiera Maraglio venne costruita sulle rovine della chiesa precedente nel Seicento; consacrata poi nel 1648. La facciata è a due ordini e timpano triangolare liscio, con una croce in metallo, alla fine di una scalinata in marmo di Sarnico di sette gradini a sezione piramidale. Il portale del XVII sec., in marmo di Sarnico lineare, è decorato da lesene tuscaniche. La porta è in ebano e reca due eleganti cornucopie in altorilievo. L’interno ad una navata con volta a botte, è decorato riccamente con degli stucchi: motivi floreali, cornici mistilinee, semicircolari, ogivali intorno a numerosi affreschi abbelliscono tutta la parrocchia.

Alla Villa Oldofredi, Peschiera Maraglio vi si giunge direttamente a piedi percorrendo il vicolo che dalla piazzetta risale parte del paese fino a giungere alla Chiesa di San Michele, che si trova proprio a ridosso del Castello Oldofredi. L'accesso è vietato dato che il castello è di un proprietario privato. Il Palazzo è stato costruito in pieno stile Rinascimentale con portico ad archi su colonne in pietra di Sarnico.
Dall’esterno si può vedere la facciata più caratteristica dell'antica fortezza, nella quale gli Oldofredi nel 1497 ospitarono la Regina di Cipro Caterina Cornaro, sorella del podestà di Brescia. La torre non esiste più, ma si hanno prove ormai certe della sua esistenza, dato che, già negli scritti a nostra disposizione, Giovanni da Lezze faceva riferimento ad una “Torre alta ed antiqua”. Le mura sono state abbattute oppure inglobate dalle abitazioni di recente costruzione, ma facendo un rapido esame alle case adiacenti possiamo immaginarci la linea delle ipotetiche mura del castello.

La chiesa di San Giovanni Battista fu ricostruita nel Settecento, con la facciata ad est, sulle vestigia della chiesetta già esistente. La facciata a due ordini è tripartita da lesene tuscaniche con quattro nicchie con le statue dei Santi Pietro e Paolo ai lati del finestrone, Giovanni Battista (con il bastone crociato, la fiamma e l’agnello) e Ambrogio. Il portale in marmo di Botticino (XVII), alla sommità di una gradinata, appartiene alla facciata della chiesa precedente ed é chiuso da una cancellata in ferro battuto, ricca di decorazioni floreali. L’interno è ad una navata a pianta poligonale con cupola; due sono gli altari laterali: altare dalla Madonna in legno marmorizzato, acquistato all’inizio del XX sec. in occasione della demolizione del Monastero dell’Isola di San Paolo, e l’antico altare maggiore del Crocifisso “in legno, ma alquanto deperito” . Sulle pareti si notano quattro nicchie con statue di arcangeli. La pala d’altare raffigura la Natività di san Giovanni Battista; ai lati sempre nel presbiterio si possono osservare un’Assunta e una Sacra Famiglia realizzate da Giacomo Colombo (XVIII-XIX sec.). Gli affreschi del soffitto sono settecenteschi: la cupola del presbiterio rappresenta il Battesimo di Cristo mentre sopra il corpo centrale della chiesa sono raffigurate Storie di san Giovanni Battista e vari episodi biblici.

Il borgo medievale, Novale è un gruppo di abitazioni posizionato sopra Carzano con forma a balconata, che si collega al paese tramite un sentiero che poi si prolunga sino ad Olzano. Cresciuto nel Medioevo, nascosto tra piante di ulivo, castagno e boschi cedui, è costituito dalle caratteristiche case dei vecchi abitanti costruite con muri di conci squadrati di medolo, portali ad arco a pieno centro, piccole volte al pianterreno, balconi in legno sotto agli spioventi dei tetti intorno ad una vecchia piazza di piccole dimensioni. Vi è anche una casa signorile che è stata la residenza estiva del vescovo mons. Marco Morosini (1645-1654). Con il tempo il borgo ha subito moltissime modifiche, di medievale oggi rimangono soltanto la struttura, gli archi e i balconi.

La chiesa di Siviano dedicata ai Santi Faustino e Giovita é costruita sulla cima della collina di Siviano, in parte creata sul terrapieno che costituisce il sagrato, sorretto da due grossi muri in pietra. La facciata è ad un ordine, con portichetto neoclassico. L’interno, ad una  navata, pianta centrale con cupola su quattro archi a pieno centro, ha quattro altari laterali; è decorato da stucchi di “sobrio ed elegante stile corinzio, misto a barocco” ed affreschi settecenteschi. L’altare maggiore è in marmo di Ome e marmo rosso di Caprino Veronese. Alle pareti si può notare una pala ad olio su tela, di Giacomo Colombo da Palazzolo sull’Oglio con la Madonna della Ceriola e i santi Faustino e Giovita (XVIIIXIX sec). Si distingue per i visi “paffutelli e tondeggianti con i nasini a punta e il modo saettante ed un poco metallico di condurre i panneggi, il gusto per le tonalità cromatiche accese e contrastanti, un’abitudine nei confronti di composizioni dense di personaggi posti sopra l’altro “.
Inoltre è presente anche un’Ultima cena di Ottavio Amigoni, del 1651.

Sbarcando alla frazione Porto, alla sinistra di un nucleo che risale al XVIII secolo, sulla riva, si può ammirare la Villa Ferrata (o Villa Solitudo), d’impianto cinquecentesco e restaurata all’inizio del Novecento. Un’ala verso il lago termina con una bella loggia trabeata; aderente al corpo della villa èstata eretta una cappella secentesca con cupola prospettica; sul portale vi è scolpito lo stemma Fenaroli: la famiglia cui si deve la costruzione. Dietro la villa si estende un ampio brolo chiuso, con viti ed ulivi. La villa è di proprietà privata, quindi si può osservare solo dall’esterno.

La Chiesa di San Rocco, Masse è sulla strada che sale sino a Senzano s'incontra Masse, una piccola frazione. Poco più in alto proprioattaccato al piccolo paese, vi è il Santuario di S. Rocco posizionato lì per proteggere il luogo. Questa chiesa venne innalzata ed intitolata a due Santi, S. Rocco e S. Pantaleone medico. La chiesa è sorta probabilmente nell'epoca in cui venne introdotta la devozione al Santo per la peste, ossia nel 1400 circa, ma non aveva le attuali dimensioni. Prima era così piccola da sembrare quasi una catacomba.
Eppure erano presenti due piccoli altari, il maggiore ed uno più piccolo sul lato della sacrestia. San Carlo Borromeo, dopo la visita del 1580, ordinò di togliere il più piccolo e chiudere la porta sul fianco facendone costruire una sulla facciata. Però, dopo una decina d'anni, non era ancora stato realizzato nulla, allora il Vescovo di Brescia, tramite un suo cancelliere vietò la celebrazione della Santa Messa, fino a quando non fossero stati eseguiti i lavori ordinati dal Santo. Così gli abitanti comprarono l'attuale altare, allungarono la chiesa, aprirono il portale in facciata e fecero erigere il campanile.
La facciata a capanna è preceduta da un portico che si trova all'inizio di tre gradini, chiuso da un cancello in ferro battuto, con il timpano mistilineo e la volta crociera su di quattro colonne in pietra di Sarnico. Anche questa chiesa è a pianta longitudinale, con affreschi di Domenico Voltolini. Al centro della soasa dell’altare maggiore è presente una statua di San Rocco. Il calice presente in questa chiesa è una creazione di Giuseppe Lugo.

Il Naèt si dice sia nato in un cantiere nautico di Monte Isola molto tempo fa: la forma, lunga e stretta ricorda moltissimo la famosa gondola di Venezia. Per gli isolani era un veicolo di trasporto eccezionale e al tempo stesso indispensabile per raggiungere la terra ferma e dedicarsi alla pesca. Alcuni anziani dell'isola raccontano storie riguardanti una persona di nome Archetti che fuggita dalle carceri Veneziane si rifugiò a Monte Isola e ideò il Naèt. Era una barca molto utile per i pescatori in quanto leggera, agile e veloce. Si potevano percorrere parecchi km a remi e risultava essere molto versatile per i pescatori. Oggi sono solamente due i costruttori di barche che operano a Monte Isola, i proprietari dei cantieri nautici di nome Archetti. Gli strumenti di lavoro erano e sono tutt’ora molto semplici: martello, scalpello, ascia e pialla. Il tipo di legno usato era ed è tutt’ora il castagno per l’intelaiatura ed il larice per il resto della barca. La lunghezza era di 7 metri, rispettata fino al 1958 quando con l’introduzione del motore venne ridimensionata a metri 6,40, la larghezza è di metri 1,40 ed il fondo nel punto centrale è largo 80 cm. Prima dell’introduzione del motore, al naèt si applicava la vela aggiungendo alla barca solo due pali di castagno incrociati, uno alto 3,5,metri ed uno 4 metri.

Fino a non molti anni fa era impossibile entrare in una casa di Monte Isola e non trovarvi una rete da pesca. La sua fabbricazione comporta un lavoro lungo e minuzioso, in quanto ne vanno studiate le misure delle maglie, la lunghezza e la larghezza, tanto che la quantità e la qualità del pesce pescato dipende appunto solo dalla rete stessa.
La tradizione vuole che i primi “retai” siano stati i monaci cluniacensi dell’isola di San Paolo: da loro i pescatori avrebbero appreso ad intrecciare i rami di salice e poi il filo di seta. Fin dai tempi più remoti la rete fu oggetto di molte liti tra i pescatori ricchi e quelli poveri, in quanto le reti dei primi, essendo costruite in materiale più forte e senza risparmio di filo, potevano essere immerse nelle acque più alte, catturando il pesce prima dei pescatori poveri che avevano a disposizione solo reti piccole immerse vicino alla riva. Le liti tra i pescatori continuarono ancora per molti anni, sentendosi i pescatori di Monte Isola in diritto di poter pescare su tutto il lago mentre Pisogne voleva delimitare i tratti. Nacquero degli scontri veri e propri con armi, furti di reti e di barche. Questi furti trascinarono nella miseria molte famiglie isolane, basti pensare che la fabbricazione di una rete vedeva impegnata l’intera famiglia per tutto l’inverno.
Già nel Quattrocento le grandi corti umanistiche compravano sull’isola le reti da caccia. Nel Settecento il reddito derivante dalla lavorazione delle reti superava già quello proveniente dalla pesca. Nel 1857 nacque il primo vero retificio a Monte Isola, il “Retificio Mazzucchelli” che vedeva impegnati 70 operai. Grazie alla forte domanda i retai montisolani si spostarono anche nella città di Brescia, dove in pochi anni aprirono 5 piccole botteghe. L’industrializzazione e la concorrenza dei paesi asiatici ha provocato un brusco calo di questa produzione che però, ultimamente, si sta riprendendo grazie ad alcune imprese artigianali a conduzione familiare che, oltre alle tradizionali reti da caccia e da pesca, fabbricano reti per lo sport che vengono esportate anche a livello mondiale: le reti degli ultimi Mondiali di calcio erano una produzione montisolana.

A Carzano, ogni 5 anni si rinnova un’antica tradizione dove, per 4 giorni, nell’intreccio di sacro e profano, un paese cerca di affermare la propria identità. E’ una festa attesa e ormai famosa in tutto il Sebino e richiama migliaia di turisti: “ol festù del deaol” (il festone del diavolo) la chiamano i dirimpettai di Sale Marasino per sottolineare lo sfarzo ritenuto un tempo eccessivo rispetto alle possibilità dei pescatori; “è l’anno delle feste di Carzano” dicono a Iseo; “le feste della nostra Santa Croce” per gli abitanti di Carzano. La singolarità di questa tradizione è data dalla rigorosa ciclicità rispettata da più di un secolo e mezzo (alcuni sostengono addirittura dal Seicento) e dalla laboriosa preparazione che coinvolge ogni abitante e con lo stesso rigore esclude da tutte le fasi chi non fa strettamente parte della piccola comunità. La festa per gli abitanti delle altre frazioni deve sempre rappresentare una sorpresa:stupire, meravigliare è il fine, anche se i canoni di svolgimento devono rimanere inalterati. “Arcate” di legno ricoperte di rami di pino, fiori di carta, luminarie, spari di cannone, processione, fuochi sono il copione fisso intorno al quale ruotano attese, sentimenti, competizioni, emozioni.
Onori e oneri sono interamente a carico degli abitanti che si autotassano ogni mese ed eleggono un’apposita commissione, che gestisce la parte finanziaria e organizzativa. Questa tassa fu sempre pagata anche dai più poveri. Se ne meravigliava agli inizi del secolo un curato, don Bartolomeo Giudici, mandato nella frazione nel 1922, che annotava nel suo diario: “esiste in contrada la pia associazione di S. Croce a cui tutti indistintamente fanno parte per sostenere le solennità quinquennali, ogni membro di famiglia paga la sua tangente mensile”.L’origine della festa è da riportare alla prima epidemia di colera: “le solennità quinquennali in onore di S. Croce risalgono ai tempi in cui queste plaghe erano travagliate dal cosiddetto colera asiatico. La popolazione ricorse alla protezione della S. Croce ed il morbo cessò come per incanto”. Il colera scoppiato nel 1817 in India, atteso e temuto per anni in tutta Europa, raggiunse l’Italia nel 1835 e Brescia nel 1836. In questa prima epidemia si ebbero le punte più alte di mortalità e sorsero molti culti votivi di ringraziamento dei superstiti. A Monte Isola i più colpiti furono gli abitanti dei paesi sul lago, i pescatori, più esposti al contagio poiché erano continuamente a contatto con le acque sporche e stagnanti e vivevano in stanze umide in presenza delle reti bagnate. Nel luglio 1836 viene riportato ufficialmente nel “registro dei morti” il primo caso di colera a Carzano e i morti si susseguono poi al ritmo di due tre al giorno, circoscritti sempre nella frazione; l’ultimo caso di decesso (il 31°) è registrato il 26 luglio su un totale di circa 200 abitanti; i morti sono tutti in fascia d’età compresa fra i 30 e i 55 anni.
A questo punto il voto: la processione di una reliquia indicata come un pezzo della S. Croce e “il morbo cessò come per incanto”. Solo il miracolo aveva potuto sconfiggere la malattia esotica, che più di ogni altra aveva colpito la fantasia popolare che concepiva le epidemie come sciagure naturali o come “flagello divino” da subire impotenti. Di fronte ad una paura così grande anche il voto, la festa dei superstiti doveva essere grandiosa, coinvolgere tutto il paese.
Gli “archi” furono costruiti prima con il verde dei canneti che allora crescevano sulle rive, poi, man mano che diminuiva questa vegetazione, con rami di pino acquistati sulla “terraferma”, perché quasi inesistenti nella vegetazione locale e quindi più preziosi. Le luminarie erano costruite da gusci di lumache riempite di olio. Ogni famiglia esponeva inoltre alle finestre i ricami più cari di un corredo che conservava gelosamente. Forse la mancanza di fiori freschi di giardino, un lusso insostenibile per gli abitanti, determinò la tradizione della creazione di fiori di carta che diventarono oggetto di una specie di competizione tra famiglie. Oggi sono ancora confezionati in segreto con procedimenti tramandati di madre in figlia; ogni famiglia addobba diversi archi sui quali i fiori vengono esposti solo all’ultimo momento. Sono migliaia, di tutti i tipi, dalle rose, considerate le più semplici, ai grappoli di glicine, alle orchidee, imitati con tale precisione e abilità da essere confondibili con i veri. Le antiche luminarie a olio oggi sono state sostituite da 12.000 lampadine coloratissime che attraversano ogni strada, vicolo, porta, arricchendo l’effetto cromatico con giochi di intermittenza.
Gli archi di legno rivestiti di pino erano lo scorso settembre circa 300, costruiti dagli abitanti, alla sera, dopo il lavoro, in una lunga e movimentatissima preparazione che durava fino a notte inoltrata.
I rami di pino sono stati acquistati in Val di Scalve, trasportati con camion e chiatte fino all’Isola, spostati con carrucole e carretti per le strettissime vie. Poi la festa è cominciata, con gli spari del cannone a intervalli regolari, la banda, la processione di S. Croce seguita dal Vescovo di Brescia, l’esposizione dei ricami, i fuochi d’artificio, i traghetti stracolmi, migliaia di turisti che si spingevano strappando furtivamente un fiore di carta e nelle luci riflesse dall’acqua la confusione della sagra.
La parte più autentica dell’esperienza collettiva è stata vissuta nei mesi di lavoro, nell’agitazione dei preparativi, nelle tensioni della vigilia, nell’attesa di essere, per quattro giorni, i protagonisti di un paese fiabesco.

La vegetazione è caratterizzata da bosco ceduo, cespuglioso, misto di roverella, carpino, frassino, nocciolo, castagno, querce, faggi, aceri, corniolo, sanguinella, agrifoglio. La flora è quella tipica delle zone collinari e lacustri. Nei boschi, lungo i versanti a nord, si possono trovare genziane, bucanevi; numerosi le rose di natale, i ciclamini, gli anemoni. Sui versanti a sud - ovest fioriscono le ginestre. Il clima ha prodotto un ambiente vegetale di tipo submediterraneo, con coltivazioni di ulivi fino a mezzacosta. I fitti boschi di ulivi di Monte Isola sono stati descritti e dipinti innumerevoli volte nel corso dei secoli. Più sviluppata un tempo era anche la coltivazione della vite, soprattutto fra Menzino e Siviano, una zona compresa in una grande mezzadria, dove si produceva un vino pregiato. L’agricoltura, data la conformazione naturale (che rende difficile la lavorazione dei terreni), non ha mai esercitato un ruolo rilevante nell’economia del Comune, anche se oggi molte sono le piccole piantagioni di ulivo, che permettono agli abitanti di produrre olio nostrano, non solo per la consumazione privata, ma anche per la vendita. Per quanto riguarda l’avifauna, oltre gli uccelli di passo, il nibbio bruno è presente assieme al germano reale; non mancano tutto l’anno gabbiani, folaghe, svassi, marzaiole, aumentate anche dalla vicinanza delle torbiere.



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