domenica 10 maggio 2015

I FATTI DI SARNICO

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I Fatti di Sarnico furono una sommossa mazziniana organizzata nella primavera del 1862 nella località bergamasca, da un centinaio di insorti, capitanati dal patriota Francesco Nullo e con l'appoggio di Giuseppe Garibaldi, coll'intento di penetrare armati in Trentino e provocare l'insurrezione di quelle popolazioni contro gli Austriaci.

In questa località situata sul lago d'Iseo, fu sventato da parte del governo di Urbano Rattazzi il piano mazziniano che prevedeva la sollevazione del Trentino mediante un’infiltrazione armata di una colonna di insorti.

Alla spedizione dei Mille parteciparono 432 lombardi di cui ben 180 provenienti da Bergamo, che ottenne così il titolo di “città dei mille”. Tra loro anche due sarnicesi: Febo ed Isacco Arcangeli. Quest’ultimo in particolare mostrò grande sentimento patriottico dapprima arruolandosi nel 1859 con i “Cacciatori delle Alpi”, cioè al corpo di volontari organizzato da Giuseppe Garibaldi a Torino nel 1859, per poi partire da Quarto con i Mille la notte tra il 5-6 maggio 1860. Conclusa l’impresa e ancora animato da spirito guerriero raggiunse nel 1863 la “Legione Italiana” in Polonia, dove ferito fu condannato a morte. La pena fu però commutata in dodici anni di reclusione e fu deportato in Siberia. Qui rimase 3 anni sopravvivendo a stento e, liberato grazie all’amnistia concessa dallo zar, tornò a Bergamo. Isacco è uno dei fondamentali volontari che contribuirono a formare la nazione italiana, non solo unificandola territorialmente, ma soprattutto costruendo un tassello importante della nostra tradizione. Fu in questo periodo infatti che nacque l’Italia come soggetto politico partecipe alle questioni internazionali e fondamentale personaggio degli eventi mondiali successivi. Il nuovo stato non coinvolse però i cittadini solo come soldati di un paese indipendente, anzi la funzione principale di ognuno fu quella di membro costruttore dell’identità nazionale nella quale si riconobbero le generazioni successive. Il risorgimento è dunque un movimento politico di massa. Ne sono esempio gli eventi che accaddero nel 1862 a Sarnico. Garibaldi, consapevole del grande contributo militare della  provincia di Bergamo, pensò infatti di smuovere ancora una volta l’animo dei nazionalisti per organizzare l’annessione del Trentino, in mano austriaca. Arrivò dunque a Trescore con la scusa di curarsi alle terme e raccolse i primi favori di volontari che si riunirono a Sarnico pronti a partire per il 30 maggio, come annunciato dalla “Gazzetta di Bergamo” e da altri quotidiani. Erano centinaia pronti a risalire la valle Camonica e calare su Trento sollevando le popolazioni locali, ma le decisioni di governo cambiarono e il fervore patriottico fu represso da numerosi sequestri. Il 14 maggio venne sequestrato dai Carabinieri, a Grumello del Monte, un carro carico di materiale esplosivo diretto verso il lago e lo stesso giorno a Sarnico furono arrestate 60 persone, trasferite alla cittadella militare di Alessandria. L’Eroe dei due mondi, nel frattempo soggiornò nella villa di Parigi Andrea, primo sindaco del paese, che, appoggiando la pressione popolare spedì una lettera alla procura di Bergamo per prosciogliere gli imputati e risolvere l’imbarazzante situazione. Pur uscendo vittima della repressione, il paese dimostrò un forte sentimento patriottico ancora ricordato dalla lapide affissa su Palazzo Orgnieri, di fronte a piazza Umberto I. Negli atti processuali tali avvenimenti sono citati come “fatti di Sarnico” e con questo nome restano alla storia.
Appare evidente nell’aneddoto narrato quale fu l’emozione istintiva che coinvolse l’opinione pubblica, allora mossa da un fervore patriottico puro e non influenzato da allegorie, simboli e riflessioni. Tutto questo e i numerosi errori della politica successiva sono parte del lemma “italiano”. Per ricordarci di essere tali, in un periodo nel quale il patriottismo sta scomparendo, è sufficiente guardarsi intorno e cogliere i ricordi nei luoghi di tutti i giorni, pensando alla storia come fatti concreti compiuti dai nostri compaesani che credevano veramente ai loro ideali.

Nullo Francesco nacque a Bergamo il 1° marzo 1820, primogenito di Arcangelo, commerciante di tessuti e possidente, e di Angela Magno, che aveva sposato Arcangelo in seconde nozze. La coppia ebbe altri cinque figli, Carlo, Giuseppe, Ludovico, Giovanni e Pietro, e una figlia, Giulia, morta a soli quattro mesi di età.
Dopo aver frequentato le scuole comunali, nel 1837 entrò come convittore nel ginnasio vescovile di Celana, dove rimase sino al 1840, per poi continuare gli studi tecnici e commerciali a Milano. La sua iniziazione patriottica e politica avvenne probabilmente proprio negli ambienti studenteschi e artigiani che frequentò in quegli anni, ma come per gran parte dei giovani patrioti della sua generazione l'autentico spartiacque nella sua esperienza politica e personale fu il 1848.

Dopo aver partecipato attivamente alle Cinque Giornate, distinguendosi nella presa di Porta Tosa, insieme ai fratelli Giuseppe e Ludovico, che rimase ferito, allo scoppio della prima guerra d'Indipendenza si arruolò nei Corpi di volontari lombardi che affiancavano l'esercito regolare sardo. Dopo l'armistizio Salasco seguì il proprio reparto che, venuta meno la possibilità di unirsi ai volontari guidati da Garibaldi, ripiegò in Piemonte, andando a costituire la Divisione lombarda dell'esercito sardo. Nel settembre 1848 fu ammesso nell'artiglieria sarda con il grado di sottotenente, ma dopo la sconfitta di Novara ottenne la dispensa dal servizio e accorse a Roma.

L'esperienza della Repubblica Romana fu fondamentale per la sua maturazione politica in senso democratico radicale e repubblicano, ma soprattutto fu allora che in lui si precisò un'interpretazione estrema dell'adesione al volontariato patriottico in senso 'eroico' e 'sacrificale'. Arruolatosi tra i 'lancieri della morte' comandati dal colonnello bolognese Angelo Masina, dopo la capitolazione di Roma rifiutò la resa e seguì Garibaldi nel tentativo di raggiungere Venezia. Il riferimento a Garibaldi come modello paradigmatico dell’azione patriottica, interpretata innanzitutto come attivismo militare, e la dedizione personale al Generale furono una costante di tutta la sua vita.

Nel corso del ripiegamento garibaldino si distinse rapidamente tra i volontari, ricevendo a Cetona l'incarico di 'tenente quartiermastro', addetto agli alloggiamenti, e venendo poi scelto da Garibaldi come 'ambasciatore' per trattare con i capitani della Repubblica di S. Marino l'attraversamento del loro territorio. Dopo lo scioglimento della colonna, seguì Garibaldi fino allo sbarco forzato a Piallazza sul lido delle Nazioni. Costretto poi a dividersi dagli altri, riuscì a raggiugere a Genova e a rientrare in Lombardia, dove passò alcuni mesi in semiclandestinità a Caprino Bergamasco. L'11 novembre 1849 fu arrestato, ma non essendo emersi elementi gravi a suo carico fu condannato a soli tre mesi di carcere, ridotti, in seguito al suo appello, a pochi giorni.

Rilasciato, sembrò almeno momentaneamente abbandonare l'attività politica e patriottica per riprendere gli studi tecnici e commerciali e collaborare all'azienda di famiglia. Negli anni Cinquanta si recò spesso all'estero per affari e sviluppò una vasta rete di contatti anche al di là dei confini lombardo-veneti. Dopo l'apertura nel 1853 di una filanda, dotata di 40 telai a mano, a Clusone, nel 1857 costituì la ditta Francesco Nullo & C., di cui era il gerente responsabile e che si affermò rapidamente, come dimostrano la medaglia d'argento e la menzione onorevole ottenute nello stesso 1857 all'esposizione provinciale della Società industriale bergamasca. In quegli stessi anni Nullo consolidò il rapporto affettivo e sentimentale con Celestina Belotti, cui restò legato per tutta la vita.

Allo scoppio della seconda guerra d'indipendenza la passione patriottica riprese il sopravvento e si arruolò volontario nella Compagnia guide dei Cacciatori delle Alpi, il reparto meno soggetto alla pur blanda disciplina dei corpi volontari, a conferma della sua interpretazione attivistica ed 'eroica' del garibaldinismo. Nel corso della campagna, sul cui svolgimento lasciò un taccuino di appunti, si distinse, insieme ad Antonio Curò e Silvio Contro, nella liberazione di Bergamo: penetratovi in abiti borghesi, raccolse le informazioni di carattere militare che consentirono a Garibaldi di conquistare la città la mattina dell'8 giugno 1859.

In agosto, ormai svanita ogni speranza di riprendere le ostilità contro l'Austria, ottenne il congedo dall'esercito sardo e seguì Garibaldi in Romagna. Quando, alla metà del novembre 1859, divenne chiaro che anche in Italia centrale era venuta meno ogni possibilità di azione contro lo Stato Pontificio, rientrò a Bergamo e riprese la conduzione degli affari. Tuttavia, malgrado gli ottimi risultati dell'azienda, che nel 1861 fu premiata alla prima esposizione nazionale tenutasi a Firenze, concentrò le proprie energie nell'attività patriottica e militare, divenendo uno dei principali e più intimi collaboratori di Garibaldi.

Con l'amico e conterraneo Francesco Cucchi si impegnò a Bergamo nell'opera di arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia, riuscendo a reclutare il contingente più numeroso. Nel corso della spedizione, che Nullo descrisse in un altro taccuino di appunti, emerse un altro degli elementi caratterizzanti della sua azione: il richiamo all'identità bergamasca come strumento di mobilitazione e di motivazione di un vasto seguito di concittadini pronti a seguire il suo esempio. Così durante la battaglia di Calatafimi, facendo appello al comune legame 'civico' dei bergamaschi che costituivano la quasi totalità del reparto, esautorò di fatto il comandante dell'VIII compagnia, il pavese Angelo Bassini, assumendo sostanzialmente la guida dell'azione. Allo stesso orgoglio civico dei bergamaschi, combinato con il proprio esempio personale, fece appello durante la battaglia per la liberazione di Palermo.

Garibaldi lo promosse prima luogotenente delle Guide e poi capitano, ma, soprattutto lo inviò nuovamente a Bergamo nel luglio 1860, per procedere a nuovi arruolamenti. Al suo rientro in Sicilia, agli inizi di agosto, fece parte dell'avanguardia, guidata da Giuseppe Missori, inviata in Calabria per preparare lo sbarco sul continente del grosso delle truppe. Il tentativo fallì e il reparto fu costretto a una faticosa azione di guerriglia nell'interno della Calabria in attesa dell’arrivo di Garibaldi. Successivamente Nullo si distinse nella presa di Reggio Calabria e nella resa del generale Fileno Briganti, ottenendo la promozione a maggiore e l’onore di far parte della scorta personale che accompagnò Garibaldi nel suo ingresso trionfale a Napoli il 7 settembre.

Aggregato allo Stato Maggiore, grazie al coraggio mostrato nella battaglia del Volturno, ottenne la nomina a tenente colonnello delle Guide. Nella fase di incertezza seguita alla battaglia fu inviato nel Sannio, dotato di pieni poteri, per reprimere la nascente insorgenza borbonica, ma a causa della scarsa conoscenza del territorio, del numero limitato di forze a disposizione e del carattere generalizzato della rivolta, la missione si risolse in un insuccesso. Il fallimento tuttavia non compromise i rapporti con Garibaldi, che lo scelse per consegnare al re Vittorio Emanuele II il dispaccio con cui deponeva nelle mani del sovrano i poteri dittatoriali. Fece inoltre parte della ristretta cerchia dei collaboratori più intimi che accompagnarono Garibaldi la mattina del 9 novembre 1860 alla nave che lo avrebbe condotto a Caprera. Dopo un breve soggiorno a Bergamo, fu reintegrato nell'Esercito italiano ed entrò a far parte della Commissione per la Medaglia della prima spedizione di Sicilia; nominato cavaliere dell'ordine militare di Savoia, nell'agosto 1861 ebbe il grado di luogotenente-colonnello di cavalleria.

Tra l'autunno del 1861 e la primavera del 1862 svolse una funzione di collegamento tra il governo Rattazzi e Garibaldi in previsione di una futura missione di questo. In seguito al definitivo scioglimento dell'Esercito meridionale (marzo 1862) presentò le dimissioni dall'esercito e affiancò Garibaldi nell'azione di propaganda per la diffusione delle società di tiro a segno nel Nord Italia. Contestualmente divenne il referente militare per l’invasione del Tirolo italiano che il Generale stava progettando, contando sull'ambigua condotta del governo italiano.

Arrestato insieme a un primo nucleo di volontari nei pressi di Sarnico, il 14 maggio 1862 venne individuato dal governo, ben intenzionato a misconoscere il suo ruolo e quello di Garibaldi nella vicenda, come potenziale capro espiatorio. In favore di Nullo si sviluppò tuttavia un'ampia campagna di opinione pubblica, guidata dalla Sinistra democratica e garibaldina, a partire da Garibaldi e da Francesco Crispi il quale assunse la difesa legale, e caratterizzata da petizioni al ministero dell'Interno, attestazioni di solidarietà e manifestazioni popolari (che a Bergamo e Brescia sfociarono in veri e propri tumulti).

La sfortunata esperienza di Sarnico e la vigilanza della polizia non impedirono a Nullo, scarcerato in attesa del processo, di seguire Garibaldi nel suo nuovo viaggio in Sicilia, di cui fu anzi, probabilmente, uno dei promotori nella riunione tenuta a Belgirate in casa dei Cairoli. A causa della vigilanza della polizia riuscì a raggiungere Garibaldi solo a spedizione iniziata, ma gli fu accanto e lo sostenne sino allo scontro finale di Aspromonte, al termine del quale fu lui a trattare la resa con il colonnello Emilio Pallavicino, per poi accompagnare Garibaldi prima in Sicilia e poi a bordo del Duca di Genova fino a La Spezia.

Internato nel carcere militare di Fenestrelle, poi scarcerato il 5 ottobre in seguito all'amnistia per le nozze di Maria Pia di Savoia con il re del Portogallo, rinunciò alle decorazioni onorifiche e tornò occuparsi dei suoi affari commerciali e industriali. Fu però, nuovamente, una breve pausa. Si gettò infatti a capofitto nell'attività cospirativa patriottica e repubblicana che faceva capo a Mazzini e all'ala più intransigente e radicale del Partito d'azione, mentre incominciava ad affacciarsi l'idea di una spedizione nei Balcani che portasse lo scontro nel cuore stesso degli imperi autocratici, l'austriaco, ma anche il russo e l'ottomano.

L'occasione giusta, svanita l'effimera ipotesi di una rivoluzione repubblicana in Grecia, fu offerta dal divampare della rivolta antizarista in Polonia che, scatenata dall'imposizione della leva militare da parte delle autorità russe, suscitò una fortissima ondata di simpatie in tutto il mondo democratico e liberale europeo. In particolare Mazzini vi vide l'opportunità di riprendere su vasta scala la rivoluzione europea e assestare il colpo di grazia all'impero austriaco. La rete cospirativa mazziniana e più generalmente democratica in Italia si mise così in moto. Nullo e Cucchi nei primi mesi del 1863 fecero da tramite tra Mazzini e Garibaldi con l'obiettivo di farli accordare su una spedizione in Veneto che avrebbe al contempo allentato la pressione sugli insorti polacchi, garantito Venezia all'Italia e dato il via a una nuova ondata di rivolte europee in particolare in Ungheria e nei Balcani. Tuttavia l'intesa tra Mazzini e Garibaldi stentò a decollare per il rifiuto del primo di rinunciare pregiudizialmente alla propria opzione repubblicana e per il timore del secondo di una riedizione di Aspromonte.

Poiché l'intenso lavorio dei comitati democratici sparsi in tutta Italia, e in particolare in Lombardia, rischiava di vanificarsi a causa dei dissidi tra i due leader, Nullo decise di sfuggire alla contrapposizione paralizzante tra Mazzini e Garibaldi e prese contatti direttamente con il Comitato rivoluzionario polacco, impegnandosi a organizzare un corpo di spedizione volontario e accantonando così la 'questione italiana' e la sua difficile soluzione. Il 19 aprile 1863 lasciò per l'ultima volta Bergamo. Diretto ufficialmente in Austria per ragioni commerciali, si recò prima a Vienna e poi a Cracovia, dove lo raggiunsero gli altri volontari italiani. Nella città polacca tuttavia l'affluire massiccio di tanti stranieri suscitò i sospetti della polizia che procedette a retate e a rimpatri forzati, cui lo stesso Nullo si sottrasse a stento. Obbligato a stringere i tempi, il 2 maggio Nullo, che aveva il comando effettivo della colonna di insorti e volontari stranieri, formalmente guidata dal generale Józef Miniewski, abbandonò la città e varcò il confine russo, puntando a ricongiungersi con il grosso delle truppe degli insorti. Passato il confine, con la dozzina di volontari italiani sfuggiti agli arresti della polizia austriaca, cui si erano uniti alcuni volontari francesi e polacchi provenienti dall'emigrazione, fu costituita formalmente in Legione straniera e a Nullo fu assegnato dal governo rivoluzionario polacco il grado di generale.

Dopo una breve scaramuccia vittoriosa il giorno precedente, il 5 maggio 1863, la Legione si scontrò con un reparto russo nettamente superiore, nei pressi della località di Krzykawka, non molto distante da Olkusz. Rimasto in prima fila nonostante fosse stato ferito, Nullo fu nuovamente colpito, questa volta a morte.  Subito dopo i russi ebbero la meglio sui ribelli ormai sbandati che cercavano di riconquistare il confine austriaco.

Il giorno successivo, per ordine del principe Szachowskoi, comandante del reparto cosacco contro cui si era battuto, ordinò di recuperare il corpo di Nullo e di assicurarne la sepoltura nel cimitero di Olkusz.




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