martedì 28 aprile 2015

PERSONE DI VARESE : EMILIO DANDOLO

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Dandolo Emilio è nato a Varese il 4 aprile 1830 dal conte Tullio e da Giulietta Bargnani, dopo esser stato tre anni, fino al 1843, nel collegio di Monza diretto dal barnabita padre Piantoni, insieme col fratello Enrico frequentò con profitto le scuole ginnasiali di Brera, legandosi di stretta amicizia con  Morosini, Manara ed altri giovani che con lui partecipavano agli entusiasmi patriottici.
Così ricorda Dandolo stesso la situazione politica di Milano verso la fine del '47, il fervore dei giovani, l'attesa di grandi eventi: "Le lezioni scolastiche erano trascurate fino dai più diligenti; i pazzi discorsi, le ardenti speranze assorbivano la nostra mente esaltata. Riunitici in piccole brigate, noi passavamo le ore apprendendo i militari esercizi: la notte ci trovava raccolti in qualche remota cameretta a fonder palle e preparare cartucce. Ogni nostro cortile, ogni giardino racchiudeva nelle mal dissimulate fosse casse d'armi e di munizioni" (I volontari ed i bersaglieri lombardi. Annotazioni storiche, Milano 1860, 2 ed., p. 3). Da molti compagni riconosciuto come capo, Dandolo partecipò alle collette a scopo benefico, alle dimostrazioni, ai preparativi della sommossa, poco curandosi delle esortazioni alla prudenza che gli venivano dal padre, specie dopo la proclamazione dello stato d'assedio.

Dall'inizio della rivoluzione milanese fece parte col fratello del drappello di studenti guidato da Anfossi e da Manara, lottando a Porta Nuova e negli scontri più importanti per poi combattere, subito dopo la liberazione, nelle file della colonna Manara, del quale divenne secondo aiutante. Con la colonna liberò Crema, Brescia e Salò, giungendo al lago di Garda; proseguì poi la campagna verso il Trentino nelle file del corpo d'osservazione del Tirolo (guidato prima da Allemandi e poi da Durando), cui apparteneva anche il riorganizzato battaglione Manara, dislocato dapprima a Montesuello e poi a Idro.

Di questi mesi di fazioni militari e di sacrifici, di sconforto e di fiducia, così Dandolo, dall'11 giugno sottotenente alfiere del battaglione, verso la fine di luglio scriveva al padre: "Io vedo l'avvenire così scuro, io prevedo tanto sangue e tante lacrime da spargersi, prima di meritare la libertà che non posso essere allegro e neppure sereno confortatore d'altrui. Che vuoi? Soffriamo, sperando in Dio che non abbandonerà la santissima causa. Io mi distraggo colle occupazioni, colla speranza e il desiderio dei pericoli e della gloria... Verrà giorno, io lo spero in Dio, in cui riuniti tutti, celebreremo lietamente la gloriosa fine della nostra servitù" (in Capasso, Dandolo, Morosini, Manara..., pp. 93 s.).

Alla conclusione della guerra, nella quale il battaglione fu impegnato in combattimenti di retroguardia (a Carzago-Lonate) per coprire Brescia, poi nella ritirata della divisione lombarda verso Bergamo, Monza e il Ticino, Dandolo seguì le vicende del battaglione Manara in Piemonte: scioglimento, ricostituzione in accordo col governo piemontese, esercitazioni militari nei pressi di Alessandria.

Ufficiale della 4ª compagnia, Dandolo non riusciva a calmare la inquietudine né a tacere il desiderio di riprendere la lotta: "Noi qui secondo il solito non stiamo male, ma vi assicuro che tutti i giorni cresce quello stato di inquietudine e di svogliatezza portato dal non saper mai nulla di positivo sui fatti nostri, e del nostro povero paese .... I soldati sono frementi e noi vi assicuro che non ne possiamo proprio più. Basta poi verrà questo benedetto ordine di marciare. Oh allora sì che sarà una gioia per tutti! E verrà presto perché tutti pare che siano d'accordo nel far subito la guerra... . Intanto noi se non altro approfittiamo del tempo studiando, facendo esercizi, ed istruendo i soldati, i quali speriamo si faranno onore, e ne faranno a noi. È un gran piacere vi assicuro aver a che fare con dei soldati disciplinati e vogliosi di battersi come sono questi. Vedrete che dei Bersaglieri Lombardi si parlerà, ma basta che non ci lascino qui a languire per un pezzo..." (in Capasso, Dandolo, Morosini, Manara..., pp. 154 s.).

Durante la breve campagna del '49, nelle file del battaglione Manara, inquadrato nella divisione lombarda comandata dal gen. G. Ramorino, Dandolo partecipò il 20 marzo al combattimento della Cava guidando l'avanguardia sull'alto Gravellona; dopo la sconfitta di Novara, seguì le sorti del battaglione che, in vista dello scioglimento della divisione lombarda, passò alla fine di aprile dalla Liguria allo Stato pontificio, sbarcando a Porto d'Anzio, per continuare a lottare per la libertà d'Italia. Promosso tenente, dal 30 aprile partecipò ai combattimenti per la difesa della Repubblica romana, lottando contro i Napoletani a Velletri e contro i Francesi a Roma, guidando il 3 giugno per ordine di Garibaldi un drappello di una ventina di uomini in un disperato assalto a Villa Corsini e rimanendovi ferito, mentre veniva colpito a morte il fratello Enrico.

Prese poi parte alle ultime fasi della difesa di Roma, a Villa Spada, dove assistette alla morte di  Manara, preoccupandosi infine del trasporto in patria delle salme del fratello e degli amici Morosini e Manara.

Ottenute le dimissioni dal servizio il giorno medesimo in cui l'Assemblea romana deliberò la cessazione di ogni ulteriore difesa (1° luglio), qualche giorno dopo s'imbarcò a Civitavecchia per Genova. Qui, atteso dal padre Tullio e dalla di lui seconda moglie Ermellina Maselli, non fu autorizzato a scendere, sicché dovette sbarcare a Marsiglia, e per Ginevra e il Canton Ticino raggiungere Vezia presso Lugano verso la metà del mese, dove, ai primi di settembre, giunsero e furono tumulate le salme del fratello e del Morosini. Spinto dal desiderio di onorare i compagni caduti e i superstiti, e senza entrar nel vivo del dibattito politico tra moderati e democratici, si mise a scrivere un volume di memorie sulle vicende eroiche dei bersaglieri lombardi (I volontari e i bersaglieri lombardi, Torino 1849; trad. inglese, London 1851, con pref. di  Capponi).

Aureo libretto, secondo Croce, il volume si inserisce nella memorialistica del Risorgimento, più che nella storiografia o nella pubblicistica, per la schiettezza della narrazione, il taglio dei dialoghi e dei ritratti, la freschezza delle immagini, non senza critiche verso le autorità di governo in Lombardia e Piemonte, o verso l'operato del Mazzini durante la Repubblica romana. Lodato da Pellico per il candore e l'onestà, da Capponi per il senno, i moderati pensieri e lo spirito religioso, venne definito da Tommaseo "libro, che, se lo stile ci fosse, sarebbe opera d'antica bellezza e bontà" (Mazzoni, pp. 1231 s.), e da Capasso (Dandolo, Morosini, Manara..., p. 266) libro pervaso di "accenti tenerissimi e forme e colori vivissimi per descrivere gli episodi principali e la tragica fine dei suoi". Secondo Pieri (Storia militare del Risorgimento..., p. 846) "è dimostrato come Dandolo ritenesse opportuno, anzi necessario, immettere le schiere volontarie nell'esercito regolare, sia facendone nuovi reparti, sia ingrossando quelli esistenti".

Nel successivo decennio, non riuscendo a riprendere il posto di ufficiale nell'esercito piemontese o a iniziare una qualche carriera nell'amministrazione sarda, Dandolo attese ad accrescere la propria cultura, ma non in vista dell'esercizio di una libera professione, volgendosi invece alle pratiche agricole, all'amministrazione del patrimonio, alle meditazioni ed ai viaggi che tuttavia non lo aiutarono a vincere lo sconforto per le passate sventure (ed una recente delusione amorosa per Peppina Morosini). Di un lungo viaggio in Oriente, compiuto insieme con l'amico marchese Trotti (ottobre 1850-agosto 1851), pubblicò una relazione assai apprezzata (Viaggio in Egitto, nel Sudan, Siria e in Palestina, Milano 1854). Essendogli stato concesso dal governo nel '55, in occasione della guerra di Crimea, di essere addetto al quartier generale sardo come sottotenente dei bersaglieri, non attese l'imbarco del corpo di spedizione e ai primi di aprile era già dinanzi a Sebastopoli nel quartier generale francese. Le autorità austriache, valutando il significato "patriottico" della presenza del Dandolo in Crimea, col pretesto che il passaporto gli era stato concesso per un viaggio di svago e non per partecipare alla guerra arruolato in un esercito straniero, gli ingiunsero di rientrare in Lombardia, pena la perdita della cittadinanza, l'espulsione dallo Stato e il sequestro dei beni. Tornato a Milano nel maggio del medesimo anno, fu sottoposto a sorveglianza (e venne relegato nella sua villa di Adro vicino Brescia alla fine del '56, mentre l'imperatore visitava Milano). Nonostante l'aggravarsi della tisi che lo minava, continuava nel lavoro segreto, insieme con Giulini e altri esponenti della nobiltà e borghesia lombarda, per promuovere l'agitazione e la propaganda nel Lombardo-Veneto secondo l'orientamento liberale impresso dal Cavour in Piemonte. Consumato dalla tisi, si spense a Milano il 20 febbraio 1859, assistito dai genitori e da amici e compagni d'armi.

I funerali diedero luogo ad una grandiosa manifestazione patriottica, con una folla enorme di fronte alla quale fu impotente la polizia, e inutile lo schieramento delle truppe al cimitero. Qui espressero il loro dolore di amici e di italiani il conte Bargnani e  Allievi, che volle citare le ultime parole dello stesso Dandolo: "Desidero e spero di spendere la vita al servizio della patria e di morire per lei, a cui ho consacrato da vari anni tutti i miei affetti e la mia esistenza". A Milano effetti immediati dei funerali furono perquisizioni, arresti e dimostrazioni patriottiche dinanzi al teatro alla Scala il 23 febbraio, mentre anche a Torino si tenevano solenni esequie in memoria del Dandolo, alla presenza di esponenti dell'emigrazione italiana, e venivano ricordate nei giornali la sua figura e la sua opera.




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