sabato 21 marzo 2015

IL DELITTO DELL' ERMELLINO

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Un colpo di pistola a Cernobbio, sul lago di Como, nella notte tra il 15 e il 16 settembre 1948, dà l’avvio ad una storia di amore e morte che appassiona la gente, facendo scoprire che “anche i ricchi piangono”. E uccidono, anche. Con un colpo di pistola, la contessa Pia Bellentani da Polenta, nata Caroselli, mette fine all’esistenza del suo amante, l’industriale della seta Carlo Sacchi, e ad una certa particolare “dolce vita”, che tra guerra e dopoguerra aveva coinvolto sulle rive del lago di Como un’aristocrazia lombarda, più di denaro che di sangue, sfollata da Milano o residente nel Comasco.

La contessa Pia Bellentani, moglie del conte Bellentani, industriale milanese, madre di due bambine, durante una serata mondana a Villa D’Este sul lago di Como, uccise l’amante Carlo Sacchi, anch’egli sposato e padre di due bambine col quale da otto anni intratteneva una complicata relazione.
Nel corso della serata Sacchi aveva tenuto un comportamento cinico e arrogante nei confronti della donna.

Quella sera Carlo Sacchi, milionario con l’hobby delle donne e delle poesie sconce in dialetto comasco, è particolarmente soddisfatto. È riuscito nell’impresa di riunire allo stesso tavolo le sue tre donne: moglie, amante in liquidazione e nuova amante. La moglie Lilian Willinger, ex danzatrice viennese, è persa nei suoi pensieri, rassegnata ai tradimenti del marito e sprofondata nella depressione che la divora da quando le è morta una delle tre figlie all’inizio della guerra. L’amante in liquidazione Pia Bellentani, 32 anni, è chiusa e cupa, le dita dalle lunghe unghie laccate rosso sangue intrecciate sotto il mento, mentre rivolge sguardi di muto rimprovero a Sacchi che vuole lasciarla. Solo la nuova amante, giustamente, ride: all’industriale piace appunto per il carattere allegro Sandra Guidi di Monteolimpino, detta Mimì, meno giovane delle rivali, moglie in attesa d’annullamento che prima del matrimonio era commessa in un bar e ora possiede una boutique. La compagnia è elegante: Lilian indossa un abito in seta stampata azzurro e bianco, Pia un abito bianco con una cappa d’ermellino (che avrà un ruolo importante nella vicenda), Carlo Sacchi la giacca da sera estiva bianca. C’è il marito di Pia, il conte Lamberto Bellentani, impassibile e indifferente: non può non sapere della relazione della moglie, che proprio sotto i suoi occhi poche sere prima ha fatto una scenata di gelosia a Sacchi al casinò di Campione. Poi ci sono Adriana Dulfer Dans, Franca Tremolada, la giornalista Elsa Herter, l’industriale Gigi Taroni (che essendo seduto accanto a Lilian e Pia, sarà spesso, nei reportage fotografici, scambiato per Sacchi). La serata è importante: c’è una cena di gala, la presentazione della nuova collezione di Biki, famosa creatrice di moda e comproprietaria del Corriere della Sera. Tra gli ospiti internazionali, il barone Rotschild, la principessa d’Alenberg, il Pascià Sabrì d’Egitto, zio di re Farouk. Sacchi si alza spesso dal tavolo: è irrequieto di suo, ma è anche infastidito dall’atteggiamento della Bellentani. Teme un bis della scenata di Campione. E si allontana, secondo un suo vezzo, le mani in tasca, saltellando ogni tanto sul piede destro. Quando torna al tavolo, Pia se n’è andata.
La sfilata di moda è finita da parecchio. La gente si alza, va pigramente verso la Sala Napoleonica, tutta stucchi e dorature, dove c’è il bar. Sono quasi le due di notte, molti se ne sono già andati. Quelli che restano, chiacchierano seduti sulle poltrone o sugli sgabelli accanto al bancone. Rientra Pia Bellentani: ha un involto giallo sotto la cappa d’ermellino. È stravolta, si avvicina a Sacchi. Gli dice, appassionata: «Perché non la smetti di tormentarmi? Se non la pianti, ti uccido!». L’industriale comasco le ride in faccia: «Sei proprio una terrona!». E rincara la dose: «Possibile che voi terroni non abbiate in mente nient’altro che storie da fumetti?». Continua a ridere, mentre Pia tira fuori la pistola del marito, che era stata depositata al guardaroba, avvolta in un golf giallo e che lei è andata a riprendere (il conte Bellentani la porta sempre con sé, una vecchia calibro 9 di fabbricazione ungherese, una Fegyverzyar automatica modello 37). Sacchi ride sempre più forte e lei spara, un colpo solo, da sotto la cappa d’ermellino.Logorata dal trattamento riservatole dall’amante, Pia Bellentani prese la pistola lasciata dal marito nel guardaroba, si avvicino' a Sacchi e lo colpi' a bruciapelo.

Sembra soltanto lo schiocco di un tappo di champagne. Qualcuno, assonnato o brillo, alza meccanicamente il bicchiere in un brindisi. Nessuno capisce di che si tratta, perché Sacchi continua a ridere, mentre cade lentamente, afflosciandosi. Il riso si trasforma in un rantolo, che sembra sempre una risata, solo più soffocata. E anche quando è a terra, gli rimane stampata sul viso una smorfia ironica. Qualcuno non vuole crederci, mormora: «Che scherzo stupido». Capisce tutto, invece, il marito di Biki, Robert Bouyeure, ex paracadutista, che sa riconoscere un colpo di pistola e un cadavere e si precipita verso la Bellentani. Lei estrae da sotto la cappa la pistola e se la punta alla tempia, premendo inutilmente il grilletto. L’arma s’è inceppata. Pia, gli occhi sbarrati, si lamenta: “La mia non spara più, la prego, mi presti la sua». È isterica, urla e Bouyeure le appioppa un paio di schiaffi per farla star zitta, poi quasi le suggerisce la linea di difesa: «Madame, è chiaro che si è trattato di un incidente…». E forse è davvero così: Pia non ha mai preso in mano un’arma, quella è la prima volta in vita sua che ha sparato. E con quell’unico colpo ha centrato al cuore Carlo Sacchi.

La contessa viene condannata a dieci anni, pena ridotta a sette in appello. Esce alla vigilia di Natale del 1955. Rivede le figlie Flavia e Stefania, passa la prima notte a Roma dal fratello Giulio, avvocato, la seconda a Sulmona dall’altro fratello, Fernando, ingegnere. Pia si stabilisce a Roma con le figlie, nel quartiere Prati. Rimasta vedova si risposa, con lo scrittore e giornalista Enrico Roda, che s’è innamorato di lei intervistandola. La contessa conduce vita ritirata, vuole solo essere dimenticata. 

Alla contessa Bellentani la Corte si  riconobbe il vizio di mente e si applicò la misura di sicurezza di dieci anni di manicomio giudiziario, ridotti poi a sette, trascorsi nel manicomio giudiziario di Aversa, dove fu sottoposta a perizia psichiatrica dal prof. Filippo Saporito.

Il professor Saporito impiego' ben due anni per stendere la perizia psichiatrica della contessa, l’ultima della sua carriera di illustre luminare della psichiatria (aveva cominciato con il brigante Musolino) e stabili'che la donna era vittima di un male ereditario, che già in tenera età le avevano portato smarrimenti, turbamenti, annebbiamenti mentali.

Saporito aveva studiato la vita della contessa in ogni particolare, aveva letto le sue lettere, i suoi quaderni di scuola.
L’idea del suicidio l’aveva accompagnata per tutta la vita e lei, forse, uccidendo l’amante aveva ucciso se stessa. 
Il suo ingresso in manicomio fu seguito con lo stesso interesse con cui i giornali avevano seguito le fasi del processo.

La contessa fu accolta con grandi gentilezze e cortesie. Dopo qualche tempo fu autorizzata a tenere con sé il pianoforte a coda che talvolta suonava per le ricoverate. 
Quando lasciò il manicomio giudiziario di Aversa, ad attenderla al portone la contessa trovò un gruppo di fotografi.

Lei, accompagnata dal suo avvocato, elegante, altera come sempre, si limitò a salutare alzando il braccio, poi salì su una macchina nera di lusso che partì senza nessuna esitazione per l'Abruzzo dove l'attendevano la madre e le due figlie.






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