martedì 17 marzo 2015

IL CASTELLO DI MELEGNANO

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Il maniero sorse nel 1243 per affrontare gli attacchi di Federico II, impegnato a conquistare Milano. Nei decenni successivi, i Visconti lo ampliarono, conferendogli la forma a quadrilatero e dotandolo di torri. Risale invece al Cinquecento il "passaggio di proprietà" alla famiglia de' Medici. Oggi la fortificazione si presenta con una pianta a U, a delimitare Piazza della Vittoria. Dei quattro corpi di fabbrica ne sono rimasti tre e solo due delle torri sono giunte a noi.

La facciata è l'unica a essere rimasta intatta, ma i restauri terminati nel 2001 hanno restituito un edificio dal fascino senza tempo.

L’origine di questo castello è da riportarsi alla crescente potenza della famiglia Visconti, signori di Milano: nel 1243 il podestà di Milano, Cattellano Carbone, responsabile della difesa della città e della campagna circostante, ordinò la costruzione di una fortezza in Melegnano. Questa fortezza venne chiamata con il nome di ”receptum”, un vocabolo che identifica un luogo dove si potessero raccogliere cose e persone, sia per difendersi che per attaccare. La fortezza fu chiamata anche con il nome di “motta”, che significa rialzo di terra formato appositamente nella pianura e munito di fosse, bastioni e torrette (Galvano Fiamma “Manipolus florum 1243: ”Isto anno receptum de Melegnano factum fuit”.  La necessità della costruzione di una fortezza a Melegnano era sorta per contrastare le offese che Federico II°, nipote di Barbarossa, portava continuamente contro Milano, attaccando dalla parte del Ticino e da quella dell’Adda. Entro questo territorio Milano dovette sostenere uno sforzo assai grande negli anni 1244-1245, ma alla fine i Milanesi riuscirono vittoriosi così che Federico II° rinunciò alla conquista della Lombardia.

Dopo gli anni della signoria milanese della famiglia dei Torriani che governarono dal 1259 al 1277, ebbe il potere Ottone Visconti nella duplice carica di arcivescovo e di capo del governo. Egli volle accanto a sé un suo nipote, Matteo, come valido collaboratore e finalmente come suo successore nel governo l’anno 1289.  Matteo con un’accorta politica divenne signore anche di Novara, Mortara, Vercelli, Vigevano e strinse patti di amicizia e di alleanza con le città di Brescia, Cremona, Piacenza, Pavia, Tortona, Genova, Alessandria, Asti. Tuttavia il suo dominio non fu senza contrasti procurati da ribelli e da perturbatori dell’equilibrio politico, ma alla fine Matteo potè essere riconosciuto pieno signore di Milano e anche vicario imperiale, cioè rappresentante dell’imperatore per la città di Milano e per tutto il territorio rurale circostante, dove tra l’altro vi era anche Melegnano.  Matteo Visconti morì l’anno 1322. Ebbe cinque figli: Galeazzo, Marco, Lucchino, Giovanni, Stefano. Giovanni Visconti, arcivescovo e capo del governo che morì l’anno 1353, aveva sotto di sé Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Bologna, Cremona, Brescia, Bergamo, Como, Novara, Alessandria, Vercelli, Alba, Asti, Genova, Savona; i suoi discendenti, dunque, ereditavano una vasta signoria.  Da Stefano Visconti invece nacquero tre figli, e tra questi il terzo era Bernabò, un nome che sarebbe diventato famoso nella storia della Lombardia e dell’Italia.

L’unico corpo fabbrica che ci è giunto intero è quello che guarda la piazza e che rappresenta la facciata.  Il lato di fondo, dunque, è tutto mancante, ma certamente esisteva e fu atterrato nella settimana dal 1° al 6 marzo 1449 da Francesco Sforza, quando colpì con le macchine da guerra e atterrò due torri e le mura che erano tra le due torri.  L’intera costruzione è sviluppata su due piani. La facciata, austera, prospiciente la piazza Vittoria, è interrotta da finestrelle quadrate al piano terreno e da grandi finestroni rettangolari al primo piano. Gli ampi finestroni sono testimonianza del passaggio, dopo il 1532, da fortezza a palazzo signorile.  In alto sotto il tetto sono visibili ancora le merlature di tipo guelfo.  Oggi è ancora visibile parte del fossato che circondava il castello, un fossato molto profondo originariamente e in comunicazione con il fiume Lambro. Oggi la fossa è parzialmente scomparsa per la terra che vi è stata buttata dentro ricavandola dagli scavi per le fondamenta delle case melegnanesi. Nelle diverse mappe la fossa è ricordata come fossa Medici, ed è rimasta la denominazione ad un’osteria collocata nella parte sinistra della facciata, chiamata osteria della fossa.  Nelle raffigurazioni più vecchie del castello appare anche, nella sua integrità, il rivellino, come avamposto offensivo e difensivo.  Oggi è ridotto a due pareti con segni di feritoie e buche per cannoni.  Il ponte, una volta era originariamente levatolo, è stato tolto e le sue tracce sono scomparse.  Attraverso il ponte in muratura - che una volta, come abbiamo detto, era levatoio - si accede al monumentale ingresso costituito da un imponente grosso arco fregiato in cotto.  Il cortile interno è diviso in tre parti ed è circondato su due lati da un porticato sostenuto da archi a tutto sesto e ricoperto da un bugnato. Il portico interno della facciata centrale conserva, sotto le arcate, i segni di abitazioni o di locali di servizio. Il portico dell’ala est, con tredici arcate e l’inizio di un’altra, era usato per le stalle ed i depositi del fieno per le cavalcature.  Il terzo lato interno, oggi nascosto da un muro divisorio, presenta archi ciechi anch’essi decorati con bugnato.  Guardando attentamente le attuali finestre si notano le tracce dei finestroni originari ribassati e aperti in corrispondenza simmetrica nella parte superiore a ogni arcata, per dare luce all’interno delle sale e dei saloni.  Alle sale superiori si arriva mediante due scale. Una è lo scalone che inizia a destra subito dopo il grande arco centrale di accesso: è formato da scaglioni di mattoni disposti a spina di pesce separati da cordoni di sasso, è così disposto per permettere la salita anche con i cavalli, per questo si chiama anche scala cavallara. La seconda scala più piccola si apre da sotto il lungo porticato ed è una scala con le pareti tutte affrescate.  Oggi il castello si presenta come la risultante di molti interventi per adattamenti, riparazioni, aggiunte e per i vari lavori che sono stati compiuti.

Secondo alcune leggende nel castello di Melegnano si nasconde il diavolo, che vi si è insinuato all'epoca della morte di Gian Galeazzo Visconti. Quando alla mezzanotte del 3 settembre 1402 il signore di Milano, rinchiuso da qualche giorno nel castello di Melegnano, morì straziato dalla peste, si dice che il diavolo fosse accanto a lui, accucciato in un angolo per rubargli l'anima, e che non se ne sia più andato.


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