lunedì 16 marzo 2015

L' ATTENTATO AL RE UMBERTO I

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Il 29 luglio 1900, Umberto I fu invitato a Monza per onorare con la sua presenza la cerimonia di chiusura del concorso ginnico organizzato dalla società sportiva Forti e Liberi; egli non era tenuto a presenziare, ma fu convinto dalla circostanza per cui al saggio sarebbero state presenti le squadre di Trento e Trieste, atleti ai quali - infatti - stringendo le mani, disse: "Sono lieto di trovarmi tra italiani" (frase che non passò inosservata, e che scatenò un uragano di applausi). Sebbene fosse solito indossare una cotta di maglia protettiva sotto la camicia, a causa del gran caldo, e contrariamente ai consigli degli attendenti alla sicurezza, quel giorno fatidico Umberto non la indossò. Tra la folla si trovava anche l'attentatore, Gaetano Bresci, un anarchico toscano emigrato negli Stati Uniti, con in tasca una rivoltella a cinque colpi.

Il sovrano si intrattenne per circa un'ora, era di ottimo umore: «Fra questi giovanotti in gamba mi sento ringiovanire». Decise di andarsene verso le 22.30 e si recò verso la carrozza, mentre la folla applaudiva e la banda intonava la Marcia Reale.

Approfittando della confusione, Bresci fece un balzo in avanti con la pistola in pugno e sparò alcuni colpi in rapida successione. Non si è mai appurato con precisione quanti, ma la maggior parte dei testimoni disse di aver sentito l'eco di almeno tre. Umberto difatti venne raggiunto a una spalla, al polmone e al cuore. Egli ebbe appena il tempo di mormorare: «Avanti, credo di essere ferito», prima di cadere riverso sulle ginocchia del generale Ponzio Vaglia, che gli sedeva di fronte in carrozza.

Subito dopo, i carabinieri cercarono, riuscendovi, di sottrarre il Bresci al linciaggio della folla, traendolo in arresto. Intanto la carrozza col sovrano ormai cadavere era giunta alla reggia di Monza; la regina, avvisata, si precipitò all'ingresso gridando: «Fate qualcosa, salvate il re».

Ma non c'era ormai più nulla da fare; Umberto era già spirato.

L'omicidio suscitò in Italia un'ondata di deplorazione e di paura, tanto da indurre gli stessi ambienti anarchici e socialisti a prenderne le distanze (Filippo Turati ad esempio rifiutò di difendere il regicida in tribunale). Il 9 agosto venne celebrato il funerale religioso a Roma e la sua salma venne tumulata nel Pantheon accanto a quella del padre; il 13 agosto diventò giorno di lutto nazionale.

Molte furono le voci che si alzarono - contro o a favore - il gesto di Bresci, immediatamente messe a tacere dall'introduzione del nuovo reato di "apologia di regicidio", per il quale vennero tratti in arresto due religiosi: don Arturo Capone, parroco a Salerno e fra Giuseppe Volponi, un francescano di Roma. Quest'ultimo, fu condannato a 8 mesi di galera e a mille lire di multa (28 agosto).

Bresci venne processato il 29 agosto e condannato il giorno stesso all'ergastolo, in quanto la pena di morte era in vigore solo per alcuni reati militari, puniti dal Codice penale militare di guerra. Bresci morì suicida il 22 maggio 1901 in circostanze molto dubbie (impiccato nella propria cella), sebbene si dicesse che fosse rimasto vittima di un pestaggio da parte delle guardie.

Il luogo dell'attentato, a Monza, è segnato da una Cappella in sua memoria, costruita nel 1910 su disegno dell'architetto Giuseppe Sacconi, per volontà del figlio del re, Vittorio Emanuele III.

Gaetano Bresci (Coiano di Prato, 10 novembre 1869 – Isola di Santo Stefano, 22 maggio 1901) è stato un anarchico italiano, autore dell'uccisione a Monza del re Umberto I, che era scampato anni prima ad attentati eseguiti da altri anarchici come Giovanni Passannante e Pietro Acciarito.

« Ho attentato al Capo dello Stato perché è responsabile di tutte le vittime pallide e sanguinanti del sistema che lui rappresenta e fa difendere. Concepii tale disegnamento dopo le sanguinose repressioni avvenute in Sicilia in seguito agli stati d’assedio emanati per decreto reale. E dopo avvenute le altre repressioni del ‘98 ancora più numerose e più barbare, sempre in seguito agli stati d’assedio emanati con decreto reale. »
(Gaetano Bresci subito dopo l'arresto)

La sera di domenica 29 luglio 1900 poco dopo le 22, a Monza, Bresci uccise il re d'Italia Umberto I di Savoia sparandogli contro tre o quattro colpi di rivoltella (Bresci affermò di aver sparato tre volte ma le fonti storiche non concordano, in quanto oltre alle tre nel corpo del re, venne ritrovato un quarto proiettile nella carrozza), colpendolo alla spalla, al polmone e al cuore. Pochi secondi dopo perse conoscenza e morì. Il sovrano stava rientrando in carrozza nella sua residenza monzese dopo aver assistito a un saggio ginnico cui seguì una premiazione presso la società sportiva "Forti e Liberi". Il regicidio, immortalato in una celebre tavola del pittore Achille Beltrame per La Domenica del Corriere, avvenne sotto gli occhi della popolazione festante che salutava il monarca.

Bresci si lasciò catturare dal maresciallo dei carabinieri Andrea Braggio senza opporre resistenza e fu lo stesso carabiniere a salvarlo, proteggendolo dal linciaggio a cui stava per essere sottoposto dalla folla inferocita. Poco dopo affermò: «Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio». Il regicida, difeso dall'avvocato Francesco Saverio Merlino dopo il rifiuto di Filippo Turati (che temeva repressioni contro il PSI; durante un colloquio con Bresci in carcere, il leader socialista rifiutò l'incarico con la motivazione che "non esercitava più da 10 anni la professione"), fu processato per regicidio e condannato all'ergastolo.

Ricordiamo che la pena di morte era invece stata comminata a Giovanni Passannante, ventidue anni prima (1878), anche se il suo attentato contro il sovrano era fallito, ed era stata commutata in ergastolo per la grazia concessa dal re Umberto: ma la pena di morte era stata abolita dal Codice Zanardelli del 1889, tranne per alcuni reati militari. Il dispositivo della sentenza affermò di condannare «...Bresci Gaetano alla pena dell'ergastolo, di cui i primi sette anni in segregazione cellulare continua, all'interdizione perpetua dei pubblici uffici, all'interdetto legale, alla perdita della capacità di testare, ritenendo nullo il testamento che per avventura fosse da lui stato fatto prima della condanna».

Gaetano Bresci fu recluso dapprima a San Vittore, a Milano, poi, subito dopo il processo, nel carcere di Forte Longone, a Porto Azzurro sull'isola d'Elba, in una delle venti celle che formano la sezione d'isolamento denominata "la Rissa", sotto una finestra della quale egli scrisse "la tomba dei vivi". Alle ore 12 del 23 gennaio del 1901, dopo un trasferimento via mare sull'avviso Messaggero della Regia Marina, Bresci fu rinchiuso nel suo ultimo domicilio. Per poterlo controllare a vista venne edificata per lui una speciale cella di tre metri per tre, priva di suppellettili, nel penitenziario di Santo Stefano, presso Ventotene (Isole Ponziane). Il suo numero di matricola era il 515.

Indossava la divisa degli ergastolani, con le mostrine nere che indicavano i colpevoli dei delitti più gravi. I piedi erano avvinti in catene e doveva effettuare l'ora d'aria su una terrazza isolata, quando gli altri detenuti erano nelle celle, per evitare la comunicazione con loro che effettuano l'uscita giornaliera nel cortile sottostante. Ogni giorno riceveva il vitto di spettanza: una gamella di zuppa magra e una pagnotta. Aveva facoltà di acquistare generi alimentari allo spaccio, ma si avvalse raramente di questa concessione. Delle sessanta lire depositate presso l'amministrazione dell'ergastolo (e spedite dall'America dalla moglie) riuscì a spenderne meno di dieci. Il comportamento del detenuto fu giudicato tranquillo, normale. Bresci ricevette la visita del cappellano del carcere, don Antonio Fasulo, ma rinunziò al conforto della conversazione. Si fece dare una Bibbia, che leggeva ogni tanto, e poi, tra gli scarsi volumi della biblioteca carceraria (Bibbie, una copia delle Vite dei Santi e pochi dizionari), scelse un vocabolario italiano-francese. Lo troverà aperto, nel pomeriggio del 22 maggio 1901, il direttore del carcere venuto a constatare la sua morte.

Contemporaneamente, a Parigi si ebbe notizia di rapporti fra Maria Sofia di Borbone, detta romanticamente la Regina degli Anarchici, con Errico Malatesta, rapporti probabilmente solo di conoscenza viste le simpatie politiche dimostrate dall'aristocratica nei confronti dei "sovversivi" (la regina si avvicinò agli anarchici solo per incitarli a compiere attentati contro i Savoia, per recuperare il Regno delle Due Sicilie, non per sincero interesse). Benedetto Croce affermò, sbagliando l'anno (riporta il 1904 anziché il 1901) che l'ex regina volesse organizzare con Malatesta l'evasione di Gaetano Bresci, circostanza però smentita dal pensatore anarchico. Si temeva, nel governo, un'azione degli anarchici per liberarlo, mentre l'avvocato Merlino preparava le carte per un revisione del processo, per ottenere una riduzione della pena e il trasferimento in un carcere meno duro, approfittando della presenza di un governo più tollerante, quello di Giuseppe Zanardelli (Merlino aveva già tentato di ottenere una pena bassa al processo, giustificando il gesto di Bresci come "violenza privata contro la violenza dello Stato").

Il 22 maggio 1901, l'ufficio matricola della Regia Casa di Pena di Santo Stefano registrò la morte del detenuto «Gaetano Bresci fu Gaspero, condannato all'ergastolo per l'uccisione a Monza del re d'Italia». Alle ore 14.55 il secondino Barbieri, che aveva l'incarico di sorvegliare a vista l'ergastolano, ma che si era allontanato per alcuni minuti, scoprì il corpo del Bresci, ormai cadavere, penzolare dall'inferriata alla quale il recluso si era appeso per il collo mediante l'asciugamano in dotazione o, secondo altri, un lenzuolo. Accorsero sia il direttore del carcere cavalier Cecinelli sia il medico, ma soltanto per constatare l'avvenuto decesso. Bresci non aveva dato segni di depressione né di volontà suicide nei giorni precedenti. Le circostanze della sua morte destarono subito qualche perplessità. Voci sotterranee, fatte circolare da cella a cella e presto uscite dal penitenziario, avvalorano un'ipotesi alternativa.

Tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, avrebbero immobilizzato il Bresci buttandogli addosso una coperta e poi lo avrebbero massacrato a pugni. Nel gergo carcerario questo trattamento è chiamato "fare il Sant'Antonio o santantonio": serve a dare una lezione ai riottosi, ma qualche volta questa lezione è mortale. Ad esempio, Sandro Pertini (detenuto al carcere di Santo Stefano durante il ventennio fascista) sostenne, nell'aula dell'Assemblea Costituente nel 1947 che Bresci era stato ucciso in questo modo. Un "delitto contro lo Stato" sarebbe stato dunque punito con un "delitto di Stato". Secondo i medici che effettuarono l'autopsia, il corpo era in stato di decomposizione, e non era morto da sole 48 ore. Qualche incertezza vi è anche sul luogo della sua sepoltura: secondo alcune fonti fu seppellito assieme ai suoi effetti personali nel cimitero di Santo Stefano: si veda la testimonianza di Luigi Veronelli, che disegnò una mappa, basandosi su alcune indicazioni presenti sulle tombe; secondo altre, il suo corpo venne gettato in mare.

Molte delle tombe del cimitero del carcere (usato anche come posto di confino durante il fascismo) sono senza nome, anche se in seguito sono state apposte nuove targhette, seguendo la mappa di Veronelli. Una delle croci di legno è stata identificata come la tomba di Bresci. Le sole cose certe rimaste di lui furono il suo cappello da ergastolano (andato distrutto durante una rivolta di carcerati nel dopoguerra), la rivoltella con cui compì il regicidio, la sua macchina fotografica con i reagenti per sviluppare le foto, e due valigie di effetti personali sequestrati nella sua camera in affitto di Milano; questi reperti sono conservati nel Museo Criminologico di Roma.

Ci sono poi alcuni misteri che circondano ancora la figura dell'"anarchico venuto dall'America", come la fantasia popolare lo aveva ribattezzato. Riguardano prevalentemente alcuni documenti spariti misteriosamente: non è infatti mai stata trovata la pagina 515 che descriveva il suo "status" di ergastolano e le circostanze della sua morte; nessuna informazione su di lui è disponibile all'Archivio di Stato di Roma; non è mai stato ritrovato – come testimonia un'approfondita biografia di Arrigo Petacco – il dossier che Giovanni Giolitti scrisse sulla vicenda Bresci. Qualche anno dopo la morte del regicida, Ezio Riboldi, primo sindaco socialista di Monza, fece visitare la cappella espiatoria all'allora giovane esponente della sinistra rivoluzionaria Benito Mussolini, il quale con un sasso appuntito incise la scritta: «Monumento a Bresci».


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